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giovedì 16 agosto 2012

Lo spettro, di Jo NesbØ (2012)

Anno: 2011 Editore:Einaudi, collana Stile Libero Big, 2012 Traduzione: Eva Kampmann Pagine: 551, brossura  ISBN: 978-88-0621089-2   €. 19,00


Sono passati tre anni da quando Harry Hole è andato via da Oslo, dalla Centrale di Polizia, via dalla donna che ha amato e ferito troppo, e troppe volte. Oleg, il figlio di Rakel, il ragazzo che Harry ha cresciuto come se fosse figlio suo, è in carcere con l'accusa di aver assassinato il suo migliore amico, Gusto Hanssen. Il movente, secondo gli investigatori è un regolamento di conti nel mondo della droga. Ma Harry naturalmente non ci crede. Oleg, il suo Oleg che da bambino lo teneva per mano e lo chiamava papà, può essere diventato un tossicodipendente, ma non certo un assassino. Ad Harry non resta che correre a casa, correre contro il tempo, in cerca di una verità diversa da quella che è stata decretata.

Non c'è trippa per gatti: in questo periodo pochi film meritevoli di attenzione e recensione, quindi è opportuno spostarsi sulla letteratura, che decisamente propone cose più interessanti, e perturbanti. Non ultimo quest'ultima opera di NesbØ, molto interessante sotto vari profili, iperbolica e scattante come un film della serie "Agente 007", e in questo senso (come già ho avuto modo di scrivere qui e qui, e anche qui) anche un pò irritante, ma comunque sempre magistrale nell'afferrare il lettore per il bavero, senza tanti complimenti, e trascinarlo in una storia che va avanti da molti anni, una storia molto affascinante, disseminata lungo le molte pagine scritte dal nostro norvegese. "Lo Spettro" è costruito in modo più evocativo dei precedenti romanzi. Intanto il racconto è intercalato dalle parole del morto, Gusto Hanssen, ragazzo ventenne ucciso dalla mafia russa, che ci racconta con il suo slang da adolescente tossico, come si sono veramente svolti i fatti, e come Oleg, suo compagno di avventura e sventura, sia stato coinvolto in traffici più grandi di lui, suo malgrado, o meglio, per amore della sorella di Gusto, Irene. Altra figura evocativa in sommo grado, dal momento che per quasi tutto il romanzo non si vede, è semplicemente scomparsa. Sto dicendo, cioè, che il bello di quest'ultima opera di NesbØ sta nel suo essere più insaturo e aperto verso l'ignoto, a dispetto degli altri libri dell'autore norvegese, che sono invece stracolmi di sottotesti paralleli e subordinati al testo principale. Qui invece la storia è più asciutta, lineare, non si perde in rivoli salmastri, in stagni e gore narrative o birignao stilistici di cui nessuno sente il bisogno. "L'uomo di neve" (2007) aveva forse raggiunto il punto stilistico peggiore in questo senso: molto talentuoso, molto virtuosistico, si perdeva in flashback e anse discorsive inutili, per narrare una storia in verità semplicissima. "Il Leopardo" (2010) era invece una prova di titanismo letterario "giallo", totalmente inverosimile, ma che NesbØ riesce comunque a condurre in porto egregiamente, con tanto di applausi da parte del suo pubblico. "Lo spettro" rappresenta al contrario un momento di sosta introspettiva sull'adolescenza e le sue immense lagune di fragilità, che sconfinano con l'autodistruzione masochistica di stampo tossicomanico. La caratterizzazione psicologica dei personaggi è magistrale, soprattutto nel modo di rendere il racconto in prima persona di Gusto, che sembra una prosa da Beat Generation contemporanea. Leggete qui, ad esempio: "...la sera dopo, strafatti, vendemmo metà della scorta, prendemmo l'altra metà, noleggiamo un'auto e andammo a Kristiansand. Suonammo quel cazzone di Sinatra a palla, I Got Plenty of Nothing, che era vero, cazzo, non avevamo neanche la patente. Alla fine si mise a cantare anche Oleg, ma solo per coprire Sinatra e me, disse. Ridevamo e bevevamo birra calda, come ai vecchi tempi". "I vecchi tempi" sono i tempi eterni della giovinezza, quando ti possiede quella sensazione di invulnerabilità assoluta e onnipotente, accentuata dall'uso di droghe, in quegli adolescenti problematici come Gusto. "Lo spettro" è quindi un romanzo che potremmo definire senz'altro come "lirico", pur mantenendosi molto tensiogeno dalla prima riga all'ultima. Ovviamente una certa tendenza all'iperbole permane in NesbØ, soprattuto nelle sequenze di racconto in cui Harry viene ferito dal giovane killer russo Sergej, che poi fa fuori con un cavatappi (sic!). Harry Hole è un personaggio decisamente, letterariamente, "eroico". E' l'"eroe" medievale che salva la principessa dalle fauci del drago, e credo che NesbØ si renda pienamente conto di lavorare su un mitema universale come questo. Il nostro norvegese è anche un pò sornione, tuttavia: fa finta di non sapere qual'è il materiale mitico che utilizza, e ce lo vuol far passare come un personaggio nuovo, ritagliato dalla creatività dell'Autore, e senza legami con altri personaggi mai scritti. Non è così, perchè Harry (almeno in questo romanzo), ha tratti e battute alla Marlowe (come quando, dopo le brutte ferite subite da Sergej, dice a Hans Christian che gli chiede spiegazioni: "Niente, sono capitato in mano a un barbiere maldestro"), l'agilità di agente 007 flemingiano, la generosità di un eroe cortese. NesbØ è tuttavia capace di confezionare un personaggio, senza iper-estendere i sottotesti, nascondendoli ad arte vorrei dire. E il risultato è comunque eccellente: se il "barbiere" è NesbØ, allora Harry è capitato nelle mani di un barbiere tutt'altro che maldestro. Come avrete capito, suggerisco vivamente la lettura di questo libro, anche per i risvolti sociologici, che favoriscono acutamente una riflessione sulle "devianze" giovanili contemporanee, e soprattutto sui "burattinai" cui queste devianze fanno molto comodo. 

giovedì 26 luglio 2012

Buona Estate

                                          (Le Gorges du Tarn)

Il blog chiude per circa 20 giorni. Mi attende la Francia, dalla Provenza ai Pirenei: molte letture (di cui vi dirò al ritorno), molte escursioni naturalistiche (le Gorges du Tarn nel Parco Nazionale delle Cevennes), e artistiche (Nimes) qualche pranzo come si deve, forse anche qualche film, tra cui l'ultimo Batman di Nolan. Anche di questo parleremo prossimamente. Per adesso quindi auguro a tutti una buona e soprattutto riposante Estate. 

domenica 22 luglio 2012

The Theatre Bizarre, di D. Buck, B. Giovinazzo et al. (2011)

Film a episodi, diretto da un nutrito gruppo di giovani registi statunitensi, "The Theatre Bizarre"  è una sorta di antologia dell'horror contemporaneo, ispirato al teatro del "Grand Guignol" francese. In una squallida strada cittadina, una giovane donna è ossessionata da quello che sembra essere un teatro abbandonato da tempo. Una notte vede la porta d'ingresso socchiusa e decide così di intrufolarsi all'interno. Ad attenderla all'interno del teatro c'è una strana marionetta-uomo che la introduce alla visione di sei racconti horror molto bizzarri: una coppia in viaggio in una parte remota del versante francese dei Pirenei, incontra una strega piena di lussuria; un amante paranoico incontra la sua amante a Berlino, spingendola verso il limite della morte; i sogni freudiani di un marito, sfocano la realtà nel delirio; gli orrori della realtà vengono interpretati dalla mente di un bambino; una donna dipendente dai sogni altrui, decide di assumere la sua dose attraverso il liquido oculare delle sue vittime; una perversione centrata sui dolci, si fa gradualmente acida e mortifera. La visione dei sei pezzi genera una lenta, irreversibile trasformazione nella giovane donna, unica spettatrice all'interno del teatro. 

"The Theatre Bizarre" è un modernissimo "Creepshow" narrato attraverso gli stili diversi di sette giovani registi dalle origini e dalle esperienze differenti. Il filo tematico che lega i sei episodi in cui è suddiviso il film, è il teatro del "grand guignol" francese, cui si ispira tutta l'opera. Il Teatro parigino, situato nel Nono Arrondissement, dalla sua apertura, nel 1867, fino alla sua chiusura, nel 1963, si specializzò in spettacoli decisamente macabri e violenti. E' necessario, prima di esprimere un parere d'insieme sul film, dire però due parole su ciascuna storia, soprattutto per dare il giusto peso a ciascun autore. "The Mother of Toads", di Richard Stanley, è una versione neogoticheggiante della fiaba di Biancaneve, rivisitata in stile horror, dove il "principe azzurro" è sedotto immediatamente dalla strega, che lo coinvolge in un coito selvaggio senza bisogno di ricorrere a nessuna mela adamitica. Il protagonista del pezzo è tuttavia l'ambiente naturale, denso di muschi e pullulante di viscidi rospi verdognoli, molto intenso ed evocativo, ma tuttavia non sufficiente a dare smalto all'episodio, che rimane il più debole e superfluo della serie. "I love you", di Buddy Giovinazzo, è invece un psicho-horror molto secco ed efficace, soprattutto nelle parti dialogate, nonchè nel climax sanguinolento finale. Un episodio che avrebbe avuto bisogno di un tempo di sviluppo più fluido, ma che tuttavia risulta ottimamente pensato e costruito, in particolare nella resa espressiva dell'ideazione paranoidea del protagonista. "Wet Dreams", di Tom Savini, è una riflessione sulle angosce di castrazione maschili, tutte declinate dentro il rapporto di coppia, nel quale il rapporto triadico-edipico è pervertito dalla presenza extra-analitica dell'analista, cuoco pazzo che cuoce a fuoco lento il suo paziente, con l'aiuto della moglie-carnefice e realizzatrice diurna degli incubi notturni del marito. Molto efficace la prima inquietante sequenza della vagina-mostro. "The Accident", di Douglas Buck, è un corto molto poeticamente evocativo, perfettamente fotografato e ambientato, e direi, nella sua elementare semplicità, il pezzo migliore della pellicola. "Vision Stains", di Karim Hussain, ci parla della trucidissima condotta tossicomanica di una donna, assetata, potremmo dire, di visioni pre-mortem delle sue vittime, di cui parassita il passato e i ricordi. Lo script e lo sviluppo di questo frammento narrativo è davvero interessante e si presta a innumerevoli vertici interpretativi, anche dal punto di vista psicoanalitico, poiché fa venire alla mente del clinico molti concetti e pensieri sul funzionamento della coppia analitica in seduta (per esempio l'idea kleiniana di 'identificazione proiettiva'). "Sweets", diretto da David Gregory, ci parla di bulimia in senso stretto, ma soprattutto metaforico, cioè culturale, alternando una fotografia ipomaniacale e lisergica, a inquadrature grigie e opache di interni in cui una coppia completamente disfunzionale "ricorda" il suo passato di folli piaceri alimentari. Il quadro d'insieme del film è mutevole, produce un effetto di diffrazione visiva e tematica notevole, pur rimanendo comunque centrato sul tema del "teatro", poiché ogni episodio potrebbe in realtà essere rappresentato appunto a teatro (a parte, forse, il primo, in cui le locations esterne la fanno da padrone). Ciò che tuttavia mi sembra il limite di questa pellicola (recensita molto favorevolmente sul suolo statunitense) è di rimanere nell'ambito del puro esperimento d'avanguardia. Esperimento che tale rimane, un' esperienza che cioè non produce ancora effetti o aperture particolarmente significative nella ricerca artistica attinente al genere cinematografico perturbante. Siamo cioè di fronte a un importante sforzo creativo estrinsecato da tutti i registi all'opera, qualcuno dei quali, come ad esempio David Gregory, guarda a modelli illustri come il Greenaway di "Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante" (1989), sforzo che tuttavia genera prodotti che non fanno certo gridare al miracolo. In sintesi "The Theatre Bizarre" è un'opera frammentaria, limitata dalla stretta tempistica dalla struttura "a episodi", ambiziosa a tratti, a momenti interessante e godibile, ma che non si salva dalla critica di essere un'operazione fredda e intelletualoide che cerca di rincorrere e integrare molte intuizioni del genere horror contemporaneo (soprattutto europeo). Tale integrazione non avviene affatto, ahimè, con buona pace dei recensori statunitensi. Film da vedere solo per ragioni filologiche nonché per cercare di capire quali siano oggi i principali filoni di ricerca dell'avanguardia cinematografica perturbante. Semi-consigliato. 
Regia: Douglas Buck, Buddy Giovinazzo, David Gregory, Karim Hussain, Tom Savini, Jeremy Kasten, Richard Stanley Soggetto e sceneggiatura: John Esposito, Buddy Giovinazzi, David Gregory, Karim Hussain Fotografia: Eduardo Fierro, John Honoré, Karim Hussain, Michael Kotschi Montaggio: Robert Bohrer, Douglas Buck, Maxx Gillman, Pauline Pallier Musiche: Simon Boswell, Susan DiBona, Pierre Marchand, Mark Raskin Cast: Udo Kier, Virginia Newcomb, Amanda Marquardt, Amelia M. Gotham, Catriona MacColl,Shane Woodward, Victoria Maurette, Tom avini, Lena Kleine, Debbie Rochon Nazione: USA, Canada, Francia Produzione: Severin Films, Metaluna Productions, Nightscape Entertainment Durata: 114 
min. 

lunedì 16 luglio 2012

Battuta di caccia, di Jussi Adler-Olsen (2012)


Anno: 2008   Editore:  Marsilio, Collana "Farfalle", 2012   Traduzione: Maria Valeria D'Avino   Pagine:  495, brossura   ISBN: 978-88-317-1227-9   Euro: 18,50

Va così in questo periodo, da queste parti: poche recensioni cinematografiche e molta letteratura. Ho in verità in lista diversi film, tra cui "The Theatre Bizarre" (2011), di Buck, Giovinazzo e altri registi, ma il tempo è quello che è, cioè non mi permette l'agio di visionare con la dovuta cura ciò che mi riprometto. Nella lettura, invece, sono più veloce, e quindi ho più materiale narrativo fresco di cui riferire. Passo dunque a darvi informazioni e pareri circa la mia prima lettura davvero "estiva", che sarebbe appunto "Battuta di caccia", di un Adler-Olsen già ben temprato dalle fatiche del precedente "La donna in gabbia", edito ancora da Marsilio. Il libro è ben strutturato, e ha il pregio di catturare l'attenzione del lettore in volute spiraliformi progressive della trama, la cui caratteristica più inaspettata e intressante consiste nel togliere di mezzo, fin da subito, la solita stantìa figura del serial killer o dell'omicida in quanto tale, spalmando la "cattiveria" su un gruppo, e non su un solo, singolo individuo. Idea, in sè, non originalissima, mi rendo conto, ma che, unita al ritmo sostenuto della narrazione, imprime sul tessuto del racconto un'aura enigmatica particolare. La modalità di scrittura di Adler-Olsen è fresca, a tratti spumeggiante nell'utilizzo dell'ironia e della metafora grottesca, che muove al riso, pur dipingendo l'affresco cupo di un gruppo di sadici "cacciatori" con un passato adolescenziale in stile "Arancia Meccanica" (film peraltro molto amato dal gruppo dei violenti cui dà la caccia la Sezione Q della Polizia Criminale di Copenhagen, costituita dal detective Carl Morck e dal suo assistente Assad). E' in effetti difficile trovare un libro che sappia temperare comicità volontariamente utilizzata come registro stilistico, e atmosfere thriller di un certo tenore: Adler-Olsen riesce egregiamente a costruire una texture poliziesca di questo tipo, lavorando sull'inconscio del lettore a vari livelli, con una coerenza e una lucidità sorprendenti. Ad esempio, tutta la sequenza narrativa entro cui Carl, che non sopporta, fobicamente, di prendere un aereo, si dirige a Madrid per interrogare una delle vittime del gruppo delinquenziale, è sostanzialmente comica ("Aveva dormito come un sasso per quasi tutto il volo di ritorno, e all'arrivo le hostess non erano quasi riuscite a svegliarlo. In realtà avevano dovuto prenderlo di peso per farlo scendere dall'aereo, dopodichè il personale dell'areoporto se l'era portato via in uno dei suoi veicoli elettrici e l'aveva scaricato in infermeria", pag. 413); ma questa sequenza è preceduta  da un interrogatorio terribilmente traumatico per l'interrogato, che non ci saremmo mai aspettati. I due livelli (comico e perturbante) si intrecciano amabilmente, senza generare iperboli estetiche in nessun punto dell'orizzonte narrativo che scorgiamo. Più che un "intreccio" di generi narrativi, potremmo tranquillamente parlare di "matrimonio riuscito" tra un pigmeo e una norvegese, immagine forse difficile da pensare, ma che allo scrittore danese riesce benissimo. Già, e solo, per questo motivo, dovremmo dargli una medaglia, ma Adler-Olsen non si accontenta certo di farci ridere: imbastisce invece un plot drammaticissimo, facendolo ruotare (tra un passato adolescenziale di un gruppo di collegiali straricchi e annoiati, tipo "Funny Games", e un presente finanziario-politico che è figlio di quel passato violento) tutto attorno ad una figura femminile, Kimmie, che ci resterà impressa per molto tempo. Kimmie, adolescente borderline, cresciuta all'interno di un gruppo di amici sociopatici, diventata grande, e, tradita da genitori indifferenti al suo dolore, naturalmente desidera vendicarsi dei suoi compagni di una volta, responsabili di averle fatto perdere  il bambino di cui era incinta, frutto di uno stupro perpetrato dal suo stesso gruppo, ma a cui lei , follemente teneva. Per realizzare il suo sogno di vendetta, Kimmie diventa una finta clochard, si perde nella folla per non farsi riconoscere, e pianifica il suo progetto di morte, inconsapevole di avere il fiato di Carl Morck sul collo. Quella di Kimmie è una figura dolente, vittima del male da lei stessa perpetrato, completamente alla deriva, ma rimane l'unico personaggio che muove un briciolo di tenerezza. Gli altri componenti del gruppo di sociopatici, cioè Ditlev, Ulrick, Torsten, Kristian (che morirà dissanguato per mano della stessa Kimmie), risultano soltanto insopportabili, nel loro tronfio e arrogante narcisismo patologico di ricconi annoiati e aggressivi. Confesso che la scelta del tema (risaputo e strausato, soprattutto cinematograficamente) della "battuta di caccia", è l'unico elemento della storia che mi ha reso un tantino perplesso: forse l'autore danese poteva semplicemente concentrarsi sul gruppo in sè, nonchè sulle vicende dei pestaggi effettuati nel loro passato adolescenziale, tuttavia il libro convince lo stesso, tiene incollati alle pagine, e rende molto simpatica la figura del detective Morck, alle prese, tra l'altro, con la nuova segretaria Rose, una catastrofe di donna che non fa che irritarlo a più non posso. La figura di Assad, l'assistente siriano di Carl è altrettanto accattivante e saggiamente centrata in senso multietnico. "Battuta di caccia" è quindi un libro senz'altro da leggere, senza dubbio sotto l'ombrellone, e che porterà chi non l'ha ancora letto, ad acquistare anche il precedente, "La donna in gabbia". Dunque: molto consigliato.

domenica 8 luglio 2012

Suggerimenti per le letture estive.

Le agognate ferie estive si avvicinano, e sperabilmente aumenta  il tempo per le letture che si erano desiderate e pianificate nei mesi precedenti. Mi permetto dunque di suggerire alcuni libri che mi sembra utile portarsi dietro, in spiaggia, nella baita in montagna, oppure in giro per il mondo, ovunque si vada a ritemprare lo spirito e a ricaricare le batterie dopo un anno di lavoro sodo (per chi ce l'ha ancora, un lavoro, per essere più precisi). Ecco dunque il mio elenco, non lungo, che va dal thriller, al pamphlet filosofico, al testo di linguistica (ho gusti polimorfi, come si sa, perdonatemi, dunque).






"Battuta di Caccia", di Jussi Adler-Olsen, Marsilio,  € 18,50.












"Un delitto fatto in casa", di Gianni Farinetti, Marsilio, € 12,50














"L'estranea", di Patrick McGrath, Bompiani, € 18,50












"Vertere. Un'antropologia della traduzione nella cultura antica", Einaudi, € 23.










"Il principio dialogico e altri saggi", di Martin Buber, Edizioni Paoline, € 16.













"Holderlin e la questione del padre", di Jean Laplanche, Borla Editore,   17,50.














Bè, buona lettura, e buone vacanze. E se qualcuno ha da propormi altro da leggere è naturalmente il benvenuto.

mercoledì 13 giugno 2012

Il metodo del coccodrillo, di Maurizio de Giovanni (2012)



Anno: 2012 Editore: Mondadori, 2012  Pagine: 250 ISBN: 978-88-04-61611-5 Euro: 17,00


E' il coccodrillo, la sua fame si è sedimentata negli anni, nel rumore di un rantolo senza fine, nel ricordo di un'antica tenerezza. Siamo a Napoli, una città borghese, inospitale caotica, dove ciascuno è preso dai propri affari. E' esattamente questo clima di indifferenza che permette a un killer gelido e metodico di agire indisturbato, di aggirarsi tra la folla e uccidere giovanissime vittime. I giornali lo chiamano "il coccodrillo", proprio perché questo animale, quando divora i propri figli, piange. L'ispettore Lojacono non si ferma di fronte alle apparenze, sorretto da suo fiuto e dalla sua triste storia personale: un collaboratore di giustizia lo ha accusato di aver passato alla mafia informazioni riservate (cosa naturalmente falsa), e per questo sarà trasferito dalla sua Sicilia, a Napoli, nello sperduto commissariato di San Gaetano. Sarà la giovane sostituto procuratore Laura Piras ad accorgersi di lui, colpita dallo spirito di osservazione di Lojacono. Lo coinvolgerà dunque nelle indagini e Lojacono aiuterà Laura a trovare un collegamento, all'apparenza inesistente, tra i delitti. 

Lo so, lo so, la terribile parola "capolavoro", anche per quanto attiene alla letteratura, e non solo per il cinema, non alberga da queste parti, e quando ce la troviamo, tendiamo a buttarla via subito, come un gatto morto puzzolente. Purtroppo, però, non trovo parole alternative per descrivere questo nuovissimo libro di Maurizio de Giovanni, napoletano, noto ai lettori per la serie di indagini del commissario Ricciardi . Capolavoro perturbante davvero, che non restringerei nella banalizzante categoria del "thriller", ottimo nella sua scarna semplicità di scrittura, nella rapidità delle pennellate descrittive di una città, Napoli, "belva addormentata" nella quale si aggira uno spietato killer, che uccide ragazzi adolescenti, senza apparente ragione, se non quella di straziare i cuori delle famiglie delle vittime. L'ispettore Lojacono, nuovo personaggio di de Giovanni, è poi un tipo pure lui semplicissimo, tratteggiato in modo impressionistico, che l'Autore sembra voglia presentarci quasi di sfuggita (perché certamente lo vedremo ancora, o così speriamo vivamente, in altre successive storie), rivelandoci lentamente la sua vicenda di distacchi (dalla moglie, dalla figlia), una storia traumatica ma non lacrimosa, che viene direttamente dal suo ambiente professionale. Un'altra figura che vedremo sperabilmente ancora in altri romanzi dello scrittore napoletano, è quella di Letizia, donna veracemente napoletana, titolare della trattoria in cui Lojacono si rifugia la sera, dopo il lavoro, a mangiare e soprattutto bere per dimenticare il suo tristo passato prossimo. de Giovanni, insieme alla pasta al ragù di Letizia, ci fa assaporare gradualmente anche l'epifania lenta dell'innamoramento della donna, che scoprirà dentro di sé pian piano emozioni intense verso questo uomo che sembra come naufragato lì, nella sua trattoria, alla ricerca di un'impossibile conforto alimentare. Ma è decisamente la figura del killer, il "coccodrillo", ad aver destato in me grande commozione, termine che ovviamente non uso a caso, perché non capita spesso di provare commozione per un killer similmente spietato, in qualsivoglia romanzo "giallo". Chi ha letto, come il sottoscritto, molta letteratura gialla nordica contemporanea, ha conosciuto assassini terribili (vedansi quelli che abitano le pagine di un Jo NesbØ, ad esempio), verso cui non si può provare alcuna pietà. Si tratta, sempre e solo di "cattivi" e basta, che si meritano la punizione, o almeno questo è il sentimento che l'Autore ci trasmette, ci vuol far provare. Con il "coccodrillo" ci troviamo invece collocati in una posizione emotiva tutta diversa, straniante, che de Giovanni costruisce pagina dopo pagina, attraverso brevi ma efficacissime inserzioni di "lettere" che il killer scrive al suo amore, raccontandogli come prosegue il suo piano. Il piano di sterminio del coccodrillo è infatti organizzato per vendicare il suo amore, e solo alla fine di un tessuto narrativo esemplarmente geometrico e certosinamente cesellato, ne scopriremo insieme a Lojacono le vere finalità. Insieme all'ispettore, quasi in soggettiva, entreremo nella stanza della famiglia Orazi, nella sommamente drammatica scena finale del libro, che da sola, ci legittima a parlare di "capolavoro" perturbante. L'effetto angoscioso si amplifica di molti decibel, se poi il lettore ha figli, perchè de Giovanni di padri e figli/e sta parlando, ma lo capiamo solo a metà libro, quando il coccodrillo ha già versato molte lacrime, sulla scena del delitto. Molto vicino a certi climi anglosassoni alla McEwan, per quanto concerne le tematiche incrociate di morte e rapporti generazionali, pur essendo ambientato a Napoli, il libro evoca risonanze profondissime relative al legame imperscrutabile e spiritualmente "carnale" tra genitori e figli. Tale incrocio viene risolto attraverso la chiave enigmatica dell'inquietudine, della morte come unica chiave di lettura possibile, ma che nella sua angosciante pesantezza, pure genera l'arte della scrittura, perché fa nascere un romanzo come questo che ci lascia attoniti e pensosi, ammirati e plaudenti. "Il metodo del coccodrillo" è infatti un libro terribilmente poetico,  come solo certa poesia sa appunto essere (penso alla Szymborska, ad esempio), nel suo andamento disvelante, che sa cioè aprire finestre verso verità terribili e mai pensate. "Il metodo del coccodrillo": un libro che non solo consiglio, ma che trovo quasi necessario leggere. 

lunedì 4 giugno 2012

The Pact, di Nicholas McCarthy (2012)

Dopo la recente morte della loro madre, le due sorelle Annie e Nicole, tornano a malincuore nella loro vecchia casa di famiglia per porgere l'estremo saluto alla donna. Nicole comincia asentire la presenza di entità misteriose e a fare strani e terrificanti incubi: alcuni rumori la svegliano, oggetti si muovono, e un quadro che cade improvvisamente rivela la presenza misteriosa di una donna nella fotografia della loro madre. Annie lentamente comincerà a scoprire i terribili segreti che si celano dietro la storia della loro famiglia. 

Se teniamo conto che le ghost stories sfornate in questi ultimi anni dalle più svariate produzioni, non sono mai state particolarmente significative sul piano artistico, e se inoltre teniamo conto anche del fatto che il trend modaiolo del mockumentary paranormale ha invaso da tempo le nostre pupille ormai esauste, questo "The Pact", dello statunitense Nicholas McCarthy, esordiente con alle spalle alcuni corti, ci stupisce favorevolmente per la precisione della fattura, nonchè per l'originalità  di certe soluzioni. La storia in sè è banale (come potete leggere dalla sinossi più sopra): due giovani sorelle che ritornano nella casa della madre morta e sono subito assalite da entità invisibili che ne combinano di tutti i colori per spaventarle a morte. Non è la storia, appunto, a rendere il film interessante, bensì il modus operandi di McCarthy, che lo avvicina, in alcuni punti della pellicola, a un Ti West, nel modo di utilizzare gli spazi casalinghi, i rumori, le atmosfere sinistre evocate dalle visioni di Annie. La tecnica cinematografica perturbantogena è usata e dosata a dovere e con una certa passione. Ad esempio McCarthy utilizza un lentissimo, inquietante ralenty all'interno di una sequenza da incubo, congelando tutto e soffermandosi sul primo piano del piede di Annie che sta fuggendo da una visione macabra che le appare in sogno. La tensione di tutta la sequenza è concentrata sulla tensione muscolo-tendinea di quel piede, colto come in una ripresa sportiva, ma generatrice di pathos quant'altre mai. Il film, poi, parte decisamente in quarta, dal momento che a circa venti minuti dall'inizio già tutte le furie demoniache del fantasma infestatore si sono liberate, e noi ci domandiamo cosa succederà dunque nei 70 minuti rimanenti. Succederanno parecchie altre cose in effetti, come ad esempio l'entrata in scena di una Haley Hudson (Stevie) il cui solo sguardo terrorizzerebbe un clan di barbari Visigoti in assetto guerresco, e la cui scelta di casting, da parte di McCarthy basterebbe da sola a rendermelo simpatico. Gli occhioni emaciati e tossicomanici della Hudson sono davvero terribili, ricordano Poe e lo spleen decadente e oppiaceo di Baudelaire, mentre le sue brevi ma intense performance attoriali nella sequenza della trance, la rendono comunque memorabile. Ma è naturalmente "la casa" a farla da padrona: quella carta da parati anni '70, quei mobili polverosi, quelle sedie a dondolo di legno bianco smaltato, e poi le tende di organza leggere, le porte a muro dello sgabuzzino che dà su un buio pesto inilluminabile, i corridoi stretti e cupi. Tutto sembra muoversi pur stando perfettamente fermo, a parte, naturalmente l'anima persa che abita la casa, che si rivelerà nella bellissima e drammatica sequenza della stanza nascosta dietro la parete, nella quale entrerà la giovane Stevie con Annie. Oltre ai luoghi perturbanti, anche ai dialoghi viene inoltre dato uno spazio adeguato, ben gestito (si veda il lungo dialogo, molto yankee e raffinato, tra Giles, il poliziotto, e Annie), portatore di un quid estetico in più che arricchisce l'intero allestimento. McCarthy è magistrale nel concentrare in pochi dettagli visivi una carica perturbante considerevole, e che da anni non vedevo così ben calibrata e successivamente sferrata  come un pugno nello stomaco dello spettatore. Un guanto di velluto che però colpisce eccome, ne sono esempio  le inquadrature spiazzanti e impreviste del pc portatile, oggetto di uso molto comune, nel quale Annie troverà foto da Google (come fa ciascuno di noi molto spesso), che prenderanno vita attraverso metamorfosi che mai ci aspetteremmo. "The Pact", pur lento all'interno di alcune sue parti, mantiene sempre alta la tensione e fluisce con tranquillo moto fino alla fine, dove il quadro dello script si completa in modo coerente. Ottima la fotografia, di Bridger Nielson, sovrailluminata e secca negli esterni, e lievemente contrastata e cupa negli interni, così come ottimamente evocativa la colonna sonora di Ronen Landa, delicata ma incisiva nei momenti giusti. In sintesi "The Pact" è stata una gradevole scoperta che consiglio vivamente di visionare, naturalmente a tarda sera, quando fuori piove a dirotto, e siete in casa da soli. Regia: Nicholas McCarthy      Sceneggiatura: Nicholas McCarthy      Fotografia:       Bridger Nielson Montaggio: Adriaan van Zyl    Musiche:  Ronen Landa    Cast:  Caity Lotz, Casper Van Dien,  Agnes Bruckner, Mark Steger, Haley Hudson, Katleen Rose Perkins, Sam Ball    Nazione: USA    Produzione: Preferred Content       Durata:  89 min.