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giovedì 3 ottobre 2019

Sul Perturbante. Attualità e trasformazioni di un'idea freudiana nella società e nella clinica psicoanalitica di oggi, Mimesis Edizioni, 2019.

Ecco il mio nuovo libro sul Perturbante, da oggi in libreria, per i tipi di Mimesis Edizioni, Milano, nella collana "Attualità del pensiero psicoanalitico" diretta da Antonino Ferro. Contiene un'ottima prefazione di Giuseppe Civitarese e un'altrettanto ottima introduzione di Giuseppe Pellizzari nonché, nei ringraziamenti, un mio sentito ricordo di Elvezio Sciallis.  Segnalo qui il link di Mimesis dove troverete scheda tecnica, quarta di copertina e possibilità di eventuale acquisto online: http://mimesisedizioni.it/libri/psicologia-scienze-educazione-didattica/attualita-del-pensiero-psicoanalitico/sul-perturbante.html

Spero vi piaccia. Fatemi sapere.


lunedì 10 luglio 2017

Letture estive 2017

Come di consueto, con l'avvicinarsi dell'estate, cioè di quell'oasi sempre e comunque breve, in cui riposiamo le nostre stanche membra su spiagge il più possibile cristalline, oppure all'ombra di una quercia secolare, su qualche picco montano, ecco che attraverso il blog, giungo a proporvi alcune letture estive a mio avviso utili ad accompagnarci nel corso della nostra inesausta ricerca di un meritato riposo. E' anche un'occasione per riprendere in mano le sorti di questo ormai desertico blog, cui ho pochissimo tempo da dedicare, cosa che mi dispiace molto. 

Comincio anche a provare invidia verso alcuni amici blogger, e soprattutto per la portentosa amica Lucia Patrizi, che riesce a postare valanghe di recensioni interessantissime ogni giorno che passa, magari dopo aver fatto 25 chilometri in bicicletta, e per di più in salita.

E' vero che in questi ultimi anni ho scritto due libri, uno da solo e l'altro con colleghi, più vari articoli. E' vero anche che questo è stato un anno in cui ho svolto 5 conferenze e interventi pubblici di vario tipo in vari luoghi. E' vero che sono impegnato su vari fronti professionali, ma una potenza di fuoco come quella della Lucia Patrizi non ha in sè assolutamente rivali. Da qui la mia invidia, naturalmente. Ma cominciamo con i titoli di cui vi parlavo.


Questo libro si meriterebbe in verità una lunga recensione, non solo queste due righe di commento. Dal mio punto di vista l'ho trovato un libro straordinario. Il fisico teorico Carlo Rovelli è uno dei massimi studiosi italiani di "gravità quantistica a loop", membro dell'Institut universitaire de France e dell'Académie international de philosophie des sciences, è inoltre responsabile dell'èquipe di gravité quantique del Centre de physique theorique dell'Università di Aix-Marseille. Riesce in questo libriccino ad essere divulgativo e metaforico al massimo grado possibile rispetto alla complessità teorico-filosofica che ci vuole raccontare. E' un libro entusiasmante (difficile in alcuni punti, che però si possono tranquillamente saltare, sebbene io suggerisca di leggere tutto: tanto poi l'inconscio del lettore capisce lo stesso), che ci parla del nostro rapporto col tempo. Non è un libro solo scientifico, contiene anche molte profondissime riflessioni di ordine filosofico e sulla natura della soggettività umana, dai toni addirittura struggenti e poetici, in alcuni punti, come questo: "Il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie per noi stessi. Racconti. Io non sono questa istantanea massa di carne sdraiata sul sofà che batte la lettera 'a' sul computerino portatile; (...) sono le carezze di mia madre, la dolcezza serena con cui mio padre mi ha guidato, sono i miei viaggi adolescenti, le mie letture che si sono stratificate nel mio cervello, i miei amori, le mie disperazioni, le mie amicizie, le cose che ho scritto, ascoltato, i volti che sono impressi nella mia memoria" (p. 152). Notevole. Davvero notevole. Un libro da portarsi in vacanza come un prezioso dono del pensiero umano, da leggere possibilmente su un'isola deserta, all'ombra di una palma, perdendosi tra le sue pagine, mentre ogni tanto si solleva lo sguardo per guardare il mare di fronte a noi.




Gunnar Staalesen, padre del giallo norvegese è naturalmente molto conosciuto in patria, dove scrive dagli anni '70, ma molto meno conosciuto da noi, dove Iperborea sta cominciando a tradurre la sua sua sterminata produzione di libri gialli che hanno come protagonista il romantico detective privato Varg Veum. Drammaturgo e scrittore di pieces teatrali, Staalesen crea un personaggio molto originale, lontano dal classico e risaputo detective dal passato traumatico e controerso. Varg Veum ha invece un passato da Assistente Sociale, si prende a cuore i suoi clienti e svolge il suo lavoro con una inclinazione particolare per il sociale. In questo romanzo (del 1981, ma che sembra scritto l'altro ieri), Veum è alle prese con una losca banda di affaristi che tengono in pugno Stavanger, città arricchitasi improvvisamente grazie al petrolio. Troverà addirittura il cadavere di una donna in un frigorifero, e ci porterà, attraverso continui colpi di scena, verso un finale assolutamente imprevedibile.




Un libro per psicoanalisti? Forse sì, ma anche per chi psicoanalista non è. Dal sottotitolo molto evocativo e ossigenante, il saggio curato da Graziano di Giorgio, contiene interessantissimi contributi di molti analisti italiani assai attivi nell'ambito della psicoanalisi dell'arte. Contributi di: Hugo Aisemberg, Cecilia Alvarez, Simona Argentieri, Stefano Bolognini, Giorgio Callea, Marta Capuano, Domenico Chianese, Giuseppe Civitarese, Philippe Daverio, Graziano De Giorgio, Paola Golinelli, Rita Manfredi Gervasini, Elisabetta Marchiori, Valeria Egidi Morpurgo, Fausto Petrella, Stefano Pozzoli, Cosimo Schinaia. Dalla presentazione del libro sulla pagina di Franco Angeli: "Le parole, il discorso verbale possono esprimere tutto? O vi sono esperienze che le parole non riescono a veicolare, né a farci sentire? Il contatto con le realtà umane più profonde, ci dice la psicoanalisi, provoca eccitazione ed emozioni che vanno dal piacere al sollievo fino all'angoscia e al terrore. I sogni e le fantasie possono creare uno schermo che protegge dall'incontro ravvicinato con sentimenti troppo intensi e dal perturbante di freudiana memoria.
La stessa funzione ce l'hanno le opere d'arte e le produzioni artistiche: dalle arti visive, al cinema, alla parola letteraria, alla musica. La creatività umana prende forma conoscibile e comunicabile nei sogni e nelle fantasie così come nelle rappresentazioni artistiche. Queste costituiscono il respiro della psiche, e permettono l'avvio di un lavoro di elaborazione e di trasformazione dei materiali psichici grezzi perché, come i sogni e le fantasie, sono portatrici di elementi inconsci universali. In virtù della loro struttura dinamica, le produzioni e rappresentazioni artistiche non solo danno voce a sentimenti ed emozioni ma costituiscono il mezzo attraverso cui un osservatore può riconoscere un movimento psichico originario.
Sono quindi i linguaggi dell'arte, nelle varie forme espressive, a suggerirci sentieri nuovi per avvicinarci alla lingua segreta della psiche. Nel suo seminario parigino del 1978 Wilfred Bion comparava gli psicoanalisti all'artista e invitava gli psicoanalisti a riflettere in quale tipo di impresa essi fossero coinvolti: "Che tipo di artista siete voi? Vasai, pittori, musicisti, scrittori? Nella mia esperienza, alcuni psicoanalisti non sanno che tipo di artista essi siano... Se essi non riescono a vedere loro stessi come artisti, essi stanno sbagliando lavoro".
Ritornare ad incontrare la creatività, in questo periodo in cui lo spazio e il respiro del pensiero e dell'arte sembrano sempre più sequestrati dall'economia, mi sembra un obiettivo essenziale, soprattutto durante lo spazio delle vacanze estive.



Il ritorno di Harry Hole in un romanzo giallo che non ho ancora letto, ma che mi è stato consigliato da alcuni pazienti. Jo Nesbø in questo romanzo sembra voler ridimensionare la figura del controverso detective della polizia di Oslo, amante dell'alcool e delle situazioni più pericolose da cui fa spesso fatica a stare alla larga. Infatti lo allontana dal vizio alcolico e lo mette a fare l'insegnante presso la scuola di polizia. Ma naturalmente tale ridimensionamento non può reggere all'entropia narrativa che caratterizza lo stile dello scrittore scandinavo. Hole si lascia ben presto coinvolgere nelle indagini relative alla morte violenta di due donne. Da qui nascerà tutto l'intreccio che questa nuova crime story sembrerebbe egregiamente estrinsecare. Mi ero in verità decisamente allontanato da Nesbø dopo alcune sue prove secondo me molto deludenti (vedi ad esempio il pessimo e noiosissimo "Il pipistrello"), ma siccome mi fido del fiuto dei miei pazienti, nonchè di quello di Andrea, il mio libraio di fiducia, ritorno a lui speranzoso.




Confesso che non amo affatto il Maurizio De Giovanni della serie del commissario Ricciardi, tanto quanto lo amo per la serie de "I Bastardi di Pizzofalcone". E non lo amo semplicemente perché non mi piacciono i romanzi a sfondo storico (non chiedetemi il perché: non lo so nemmeno io. Fatto sta che preferisco decisamente i romanzi che guardano al presente e al futuro, vedi ad esempio Jonathan Lethem, di cui parlerò più sotto). Enunciata questa premessa, non posso tuttavia non segnalare quest'ultimo libro di De Giovanni, della serie Ricciardi, primo perché mia moglie ama questo personaggio di amore infinito (e forse questo è un altro dei motivi per cui io non lo sopporto...), secondo perché (segue spoiler: ATTENZIONE!), se ho capito bene questo dovrebbe essere l'ultimo libro che chiude il ciclo della serie. In attesa di un nuovo libro dei "Bastardi", possiamo dunque dare un'occhiata anche a questo. 





Thomas Ogden è uno tra gli psicoanalisti più in vista nel panorama analitico internazionale. Dopo Grotstein forse il clinico più fine, sensibile e che più di ogni altro sa interpretare e portare avanti l'insegnamento di Wilfred Bion. Questo libro è molto denso, toccante, commovente soprattutto nelle lunghe vignette cliniche presentate, che ci mostrano un analista "immersivo", nel pieno del suo lavoro e del suo coinvolgimento inconscio e cosciente all'interno della seduta. Raro trovare scritti psicoanalitici di questo tipo, e ancor più raro incontrare una generosità espositiva di tale genere. Interessante poi l'idea-cardine sulla quale si muove tutto il libro: che l'inconscio sia da trovare nel futuro, e in ciò che di "nuovo" si muove nello spirito dell'uomo, non tanto nel passato, come sosteneva Freud. Non lo si può definire certamente un "libro da ombrellone", ma se si ha tempo a disposizione è un vero peccato non dedicargliene. E l'estate si ha di solito più tempo a disposizione




Non so se ve lo avevo già detto, ma io amo Jonathan Lethem, soprattutto il Lethem dei racconti, e vedi soprattutto la meravigliosa raccolta "L'inferno comincia nel giardino" (2001, Minimum Fax). I suoi racconti, più che i romanzi posseggono uno stile variegato. Il newyorkese è capace di utilizzare stilemi e generi letterari tra i più vari per dipingere affreschi narrativi che spaziano dall'horror al fantascientifico, al giornalistico, all'elegiaco, sempre con l'obiettivo di dipingere l'imprevedibilità proteiforme e spesso inquietante della vita umana. In questa raccolta leggiamo molte storie: un padre con l'esaurimento nervoso perché le vacanze di famiglia iniziano a prendere una piega sinistra; un critico del porno che, nonostante le migliori intenzioni, viene perseguitato dalla sua fama - oltre che dalla montagna di oscenità che riempiono il suo appartamento; una banda di personaggi di vecchi fumetti bloccati su un'isola deserta; un neonato portato in salvo durante una tempesta di neve; un prigioniero politico in un buco di una strada cittadina. La creatività letteraria di Lethem è stupefacente: da manovrare con cura quindi, e da prendere a piccole dosi, soprattutto d'estate, proprio come un buon vino bianco sorseggiato sotto il sole cocente di una spiaggia greca. Un racconto al giorno, cioè, direi che è più che sufficiente. 




Chiudiamo questa lista (nè lunga nè corta) di piccoli suggerimenti libreschi per l'estate con questo gustosissimo e insieme profondissimo libro di Antonino Ferro, insieme a Ogden e a Bollas, uno dei maggiori maestri viventi della psicoanalisi contemporanea, che ho l'onore di conoscere personalmente. Il libro è curato dall'amico carissimo e collega modenese Luca Nicoli, mente tanto giovane quanto creativa e vivace, che pone molte domande a Ferro circa le trasformazioni (a tratti rivoluzionarie) cui è andata incontro la Psicoanalisi negli ultimi vent'anni. Libro in apparenza molto irriverente nei confronti di Freud, ma che in realtà ne sottolinea (a mio avviso inconsapevolmente) il ruolo di apripista di sentieri poi esplorati da molti altri maestri. Il vero piacere nel leggere questo libro sta nello scoprire la capacità di Ferro di creare metafore e produrre immagini assai pregnanti per descrivere le modificazioni teoriche e tecniche cui è andata incontro la psicoanalisi contemporanea intesa come cura della sofferenza psichica dei pazienti che le si rivolgono. 

Bè, a questo punto direi che auguro ai miei 25 lettori un'estate piena di emozioni profonde, sentite, e di relazioni piacevoli e arricchenti. Buone vacanze!

martedì 1 settembre 2015

Tempi glaciali, di Fred Vargas (2015)


Anno: 2015    Editore: Einaudi, Collana Stile Libero Big   Traduzione: Margherita Botto   Pagine: 443  Isbn: 978-88-06-22773-9   Euro:  20,00

Si è mobilitata tutta l'Anticrimine del tredicesimo arrondissement  di Parigi sul caso di due apparenti suicidi. Il coltissimo capitano Danglard, grande estimatore del vino bianco, l'energetica Violette Ratancourt, lo specialista in pesci d'acqua dolce Voisenet. Ma soprattutto lo svagato, irresistibile "spalatore di nuvole", il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Tutto inizia col ritrovamento di due corpi e la scoperta di uno strano simbolo scarabocchiato accanto a ciascuno di essi. Ma come sempre accade nelle storie di Fred Vargas, questo non è che l'avvio di una avventura che finirà per snodarsi in mezza Europa tra una balzana setta di adepti della Rivoluzione francese e una gita in Islanda finita in tragedia. 

Proveniamo dalle vacanze estive, un'estate quindi anche di letture. Avevo pianificato di portarmi sulle spiagge la trilogia di Pierre Lemaitre, ma mi sono dovuto purtroppo fermare a "Irène" perché i miei librai di fiducia mi hanno tutti in coro informato che gli altri due ("Alex" e "Camille") erano in ristampa, quindi a un certo punto ho dovuto partire portandomi dietro altre cose, che avevo comunque intenzione di leggere. Prima fra tutte "Tempi glaciali", come no, l'ultimo romanzo della mia amata, adorata Fred Vargas, dalla quale mi aspettavo giorni di sognante, rilassante lettura.

Detto fatto. Inizio il libro, avendo alle spalle notevoli romanzi del ciclo di Adamsberg, quali ad esempio "Nei boschi eterni" (2007), "Sotto i venti di Nettuno" (2005), "La cavalcata dei morti" (2011). Sono molto legato in particolare a "Nei boschi eterni", grande affresco letterario non inscrivibile in nessun genere, magrittiano, oserei dire, onirico, con quel gran bel colpo di scena finale che parla di desiderio di eternità e inanella simboli e miti mitteleuropei mescolandoli in una ricetta molto gustosa e dai sapori inediti. E' forse per questo che "Tempi glaciali" mi è parsa come una sorta di doccia fredda, di battuta d'arresto dell'ispirazione della Vargas. Un romanzo cioè, come sembra recitare il titolo, più "glaciale degli altri", nel quale il pathos oniroide della Vargas si perde nei labirinti di una trama a tratti schematica, rigida, che sfocia in un finale sottotono, con un assassino non molto credibile, troppo ben nascosto dalla folla di personaggi distribuiti lungo il sentiero della narrazione. 

"Tempi glaciali", rispetto a tutti gli altri della Vargas, è a mio avviso un romanzo che non si fa facilmente seguire, che non seduce come invece capita agli altri. Mi sono domandato se questa sua caratteristica non derivasse dalla traduzione, ma Margherita Botto aveva tradotto anche gli altri romanzi, con esiti davvero felici (soprattutto in "Nei boschi eterni"), eccetto "Sotto i venti di Nettuno", tradotto in italiano da Yasmina Melaouah, qundi è un pò difficile pensare che l'esperienza pregressa della Botto l'abbia indotta a rovinare quest'ultima pièce della scrittrice e ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche. 

No, non si tratta della traduzione. E' proprio la struttura narrativa del romanzo che prende le distanze dalla matrice ispirativa originaria. Tale distanza (emotiva della Vargas rispetto ai suoi personaggi, io credo) è forse anche rappresentata dall'idea stessa (centrale nel romanzo) di inviare Adamsberg, Retancourt e Voisenet in Islanda, sulla sperduta isola di Grimsay, dalla quale li fa per giunta partire in barca verso un'isolotto perennemente avvolto da pericolose nebbie. Sull'isola, poi, la Vargas fa sì che li attenda l'afturganga, essere malefico che abita l'isolotto e difende con le unghie e con i denti la "pietra tiepida", il cui tocco infonde energie vitali potenti. 

Gli ingredienti tipici, tipicizzanti lo stile e la poetica della Vargas sono in verità tutti presenti, in particolare lo spostamento della narrazione in un "altrove" immaginario e insieme reale (l'Islanda, funzione geografico-narrativa che in altri romanzi aveva la Normandia, ad esempio), che è teatro di vicende oltremodo perturbanti, in questo caso di atti di cannibalismo avvenuti anni prima sull'isolotto dell'isola di Grimsay. Gli altri ingredienti sono la svagatezza assoluta, distratta, di Admsberg, metaforizzata fortemente dall'immagine, più volte reiterata nel libro, dalla "matassa di alghe" che per lui rappresenta il caso complesso al quale sta lavorando tutta l'Anticrimine. Dunque cos'è che non va, questa volta? Qual'è la matassa inestricabile di alghe in cui si trova avviluppata la Vargas?

Come abbiamo detto, non va innanzitutto il rapporto tra la Vargas e i suoi personaggi. Questa volta li tratta male, è gelida con loro. Organizza ad esempio un alterco molto grave tra Adamsberg e Danglard, risolvendolo in modo rapido nelle ultime pagine del libro, tenendo il lettore in sospeso fino all'ultimo. Poi struttura dei dialoghi tra i personaggi, freddi come stoccafisso norvegese appeso ad essiccare al pallido sole dell'estate scandinava, cosa che non era mai accaduta prima d'ora. Per sovramercato la Vargas intreccia una storia, parallela a quella della gita islandese, nella quale fa entrare tutto il tema della Rivoluzione francese e il personaggio di Robespierre, in un contesto narrativo che alla fine di tutto non trova integrazione sufficiente (almeno a mio parere). In sintesi la Vargas impegna tutto un gruppo di personaggi, efficaci, poetici, innovativi, così amorevolmente costruiti  nel corso di più di un decennio, facendoli questa volta recitare su un palcoscenico piuttosto traballante, probabilmente messo in piedi in modo troppo rapido e pensato in modo meno libero e creativo rispetto ai precedenti romanzi.

Un peccato davvero, soprattutto per il fatto che la carica evocativa e perturbante messa in scena nelle altre opere del ciclo Adamsberg, qui viene meno, disperdendosi in dialoghi inutili, nonché in considerazioni storiografiche sulla figura di Robespierre, che mancano notevolmente di attrattiva. Attendiamo nuovi e meno "glaciali" sviluppi dal genio di questa grande scrittrice francese.  


domenica 7 giugno 2015

Libri per l'estate 2015

Eccoci di nuovo ad affrontare questo meraviglioso caldo quasi prodromico di un'Estate torrida incipiente, ed eccoci quindi, come di consueto, a riflettere un attimo su quali libri portarsi sotto l'ombrellone, per chi va al mare, oppure sotto l'ombra rinfrescante di un pino, per chi va in montagna. Quest'anno direi che mi orienterò innanzitutto sul noir, in particolare francese, ma non solo, come vedrete. I "giallisti" scandinavi ormai li ho visitati quasi tutti (a parte la Holt che mi fa venire il latte alle ginocchia, quindi ne ho letto poco e quel poco che ho letto mi ha assai deluso, ed è appunto per questo che ne ho letto poco...). Oltre al noir francese indicherò alcuni saggi psicoanalitici (cosa volete farci, siete a casa di uno psicoanalista freudiano, e vi tocca dunque sorbirvi anche questo versante di me), e poi anche alcuni libri di poesia, uno in particolare cui tengo molto perché scritto da bambini. Allora procediamo con ordine con questa prima lista - se mi verranno in mente altri titoli in corso di avvicinamento alle vacanze, magari scriverò un altro post ad hoc.



   



Pierre Lemaitre, nato a Parigi nel 1951, è stato insegnante e sceneggiatore prima di dedicarsi alla letteratura. Una delle sue prime opere tradotte in italiano, oltre a "L'abito da sposo" (Fazi, 2012) e "Lavoro a mano armata" (Fazi, 2013), è "Ci vediamo lassù" (Mondadori, 2014). Nel 2011 Mondadori però pubblica innanzitutto Alex, primo di una serie di tre noir che hanno come protagonista il commissario Camille Verhoeven. I successivi si intitolano Irene (Mondadori, 2015) che è in realtà il primo ma tradotto in Italia successivamente,  e Camille (Mondadori, 2015). Trame molto forti (donne chiuse in gabbie di legno, cadaveri decapitati, rapinatori armati fino ai denti...) ambientate in una frenetica, convulsa Parigi. Da leggere tutti e tre in una sola sorsata, come un freddo e rigenerante chinotto estivo in un giorno particolarmente afoso.



Christopher Bollas è uno psicoanalista britannico a me molto caro. In questo suo ultimo libro tradotto in italiano, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina (edito da Raffaello Cortina nel 2013) parla di inedite convergenze tra il pensiero orientale e quello psicoanalitico. E lo fa con il suo solito stile per nulla accademico, ma al contrario sognante, liberamente associativo. Ciò  che Bollas sostiene in questo volume è come la pratica psicoanalitica sia testimone di molte, spesso trascurate assonanze tra la cultura occidentale e quella orientale. Paragona ad esempio il pensiero di Bion, Winnicott e Rosenfeld a quello di Confucio, descrivendo quanto quella "capacità di stare soli" di cui ci ha ad esempio parlato Winnicott nelle sue opere, sia reperibile in molti pensatori del Sol Levante. Un libro da non perdere, di un grande maestro e pensatore psicoanalitico contemporaneo, allievo di Winnicott e Masud Khan. 


Un libro che raccoglie le poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano, Ma dove sono le parole? (Casa editrice Effigie, collana i fiammiferi, 2015). Una maestra molto attenta ai bisogni di questi bambini che li ha ascoltati aiutandoli a mettere in parole poetiche le loro emozioni. Alla faccia di Salvini che bisognerebbe obbligare sadicamente a imparare questo libro a memoria, per poi ripetere una poesia al giorno, davanti allo specchio dopo aver detto, sempre guardandosi allo specchio, la frase fondamentale: "sono un cretino". Un'opera encomiabile, di rara sensibilità e bellezza. La vostra estate risplenderà di luce più radiosa dopo aver letto questo libro. 



A cura di Irene Starace, grande, enciclopedica raccolta di Haiku giapponesi, brevi componimenti poetici ciascuno racchiuso in sole 17 sillabe. Il grande libro degli haiku è edito da Castelvecchi (la IV edizione è del 2010). Molto interessante perché raccoglie in ordine cronologico e per autore la gran parte della produzione poetica giapponese in questo ambito, dal primissimo Renku ("emistichio a catena") genere di poesia collettiva che nasce nel periodo Muromachi (1392-1573), agli haiku di Kaneko Tota (composti tra il 1944 e il 1955). Ideale per chi come me ama sopra ogni cosa l'ellissi e l'essenzialità evocativa (non solo nel Cinema). 
Buona lettura e buon inizio Estate!




sabato 30 maggio 2015

Il confessore, di Jo Nesbø (2014)


Anno: 2014    Editore: Einaudi  Collana: Stile Libero  Traduzione: Maria Teresa Cattaneo    Pagine: 544  ISBN: 978-88-06-21844-7      Euro: 21,00. 

Il mondo di Sonny Lofthus è crollato il giorno in cui, tornando a casa, ha trovato il padre, un poliziotto dall'animo e dall'etica integerrimi, morto suicida. Ha cominciato a drogarsi. Ora non ha neanche trent'anni ed è in prigione da dodici per duplice omicidio. Eppure c'è qualcosa in lui che ispira fiducia, perché nel carcere di massima sicurezza di Staten i compagni lo considerano una specie di confessore; gli raccontano le loro storie. La sua esistenza è ormai tutta lì, non ha più sogni né un'idea del futuro. Finché un detenuto gli rivela che in realtà suo padre è stato ucciso. In quel preciso istante Sonny riscopre una ragione per vivere e riacquistare la libertà: ha deciso di punire i colpevoli, uno alla volta...

Era da un pò di tempo che non scrivevo recensioni di libri. Prima di dedicarmi alla vide-recensione a "Hyena" del regista inglese Gerard Johnson (che potrete visionare tra qualche giorno qui e sul mio canale YuoTube), eccomi dunque a dire due parole -necessarie- su quest'ultimo libro di Nesbø, che ha peraltro molte consonanze di contenuto con il film di Johnson. Infatti sia il libro dello scrittore norvegese che il film del regista inglese di cui parleremo a breve, trattano entrambi di un 'identica area antropologica, che è quella che potremmo intitolare "La violenza del Potere". Ma procediamo con ordine, cioè dal libro di Nesbø.

L'Autore si allontana nettamente dai territori della lunga, avvincente, ma alla fine anche un pò noiosa e ricorsiva saga di Harry Hole, e qui introduce un nuovo personaggio poliziesco, Simon Kefas, detective della squadra omicidi della polizia di Oslo, che viene tuttavia fatto entrare in scena in modo del tutto collaterale, dalla porta di servizio potremmo dire. Kefas è una figura lontanissima dallo spessore tragico di Hole; ha una moglie con un grave problema alla vista, una giovane, bella e intelligente giovane collega, e un acume poliziesco non da poco. Da un certo punto di vista possiamo certamente dire però che il vero protagonista di questa nuova storia dello scrittore norvegese non è il poliziotto, bensì l'"assassino", termine che metto tra virgolette poiché più che un assassino si tratta di un soggetto che è costretto ad agire concretamente, sanguinariamente, dal momento che quello è l'unico modo per dialogare con un ambiente sociale corrotto fino alle radici, marcio, dove l'Etica è totalmente alla deriva. Il linguaggio è questo, quindi Sonny Lofthus deve per forza parlare il linguaggio della "legge del taglione" per farsi capire. 

Per questi motivi il lettore sta sempre, fin dalle primissime pagine, dalla sua parte, senza cedimenti valoriali di sorta. Come in "Hyena" di Johnson, anche in "Il confessore", il confine tra legalità e illegalità è confuso: la polizia è corrotta, invasa da "talpe" che ne corrodono alle fondamenta la mission sociale. Chi dovrebbe proteggerti ti sbatte in galera. Ecco dunque che l'intelligenza del Figlio (Sonny Lofthus) va oltre, surclassa, spazza via le "colpe dei padri". Ciò avviene attraverso il sangue ovviamente, perché quello tra padri e figli, ma anche ogni legame sociale su cui si fonda la civiltà, è un legame di sangue. 

Quella di Nesboø è una riflessione sulla violenza del potere costituito, un potere che, sulla base della sua apicalità e sovradeterminazione, non si fa scrupolo di distruggere la vita chiunque le si metta tra i piedi. Una riflessione condotta attraverso uno stile narrativo come al solito dinamico, fresco, e, al contempo, totalmente inverosimile.

Leggendo Nesbø a me viene spesso in mente il tema ottocentesco del "verisimile" manzoniano. Con Nesbø siamo agli antipodi di una poetica di tal genere. L'Autore inventa situazioni assolutamente improbabili (vedi la fuga di Johnny dal carcere di Staten, oppure la meravigliosa sequenza dell'uccisione "metempsicotica" di Kalle Farrisen mediante un semplice ma letale ventilatore). Tuttavia le sa far diventare esteticamente "digeribili", anzi macrobiotiche e molto nutrienti. E' forse questa la cifra specifica del nostro norvegese, che tanto si discosta dal mood letterario del classico thriller scandinavo. Pensiamo ad esempio a un Indridason, oppure a un Mankell: nelle loro pagine sentiamo il vento delle brughiere islandesi sferzare l'erba sul terreno, oppure le betulle svedesi stormire lungo i gelidi promontori generati dai mille laghi. Leggendo Nesbø ascoltiamo invece le urla dei tossici in crisi d'astinenza nell'ostello di Ila, oppure osserviamo le borse bisunte di barboni ugualmente tossici nascosti tra i cespugli del parco. Vediamo sangue scorrere a fiumi, narrazioni di palpebre tagliate da parte di Nestor, boss della mafia locale e della tratta di donne che vengon dall'est, a chi tra i suoi collaboratori si fa rubare i soldi della droga venduta. E via di questo passo. 

Personalmente, dopo "Il Pipistrello", avevo lasciato Jo Nesbø al suo destino: mi sembrava che girasse su se stesso senza produrre niente di nuovo, di originale, intendo, come quelle eterne franchise che purtroppo vediamo proliferare nel genere cinematografico a noi caro, una specie cioè di inutile rincorsa, motivata puramente da interessi economici, a sequel, prequel, remake, che fanno diventare il cinema una brodosa, melensa minestra da ospedale che poi alla fine uno vorrebbe solo buttare nello sciacquone. Perché è quello che si merita davvero. Con "Il confessore" siamo invece in presenza di un viraggio abbastanza netto di Nesbø, non dico dalle parti di una poetica in stile Gerard Jonhson, che pur mi è venuto in mente leggendo il libro (e ci sarà pur un motivo...), tuttavia e in ogni caso un viraggio verso un'attenzione ad un degrado sociale, a un "ambiente" come gruppo allargato che, sulla base di una mentalità mafiosa che esercita violentemente il suo potere deformando l'Etica a suo piacimento, determina il destino dell'individuo (Johnson è incomparabilmente più profondo e lacerante, su un piano cinematografico, a descrivere il degrado psicosociale che porta l'individuo al totale annichilimento di sè, ma lo vedremo in dettaglio nella video-recensione successiva a questa recensione letteraria). 

"Il confessore" riabilita ai miei occhi senz'altro un Autore dalla biografia che fa intuire la sua frequentazione con l'ambiente della droga (Nesbø ricordiamolo, mi risulta che fino al 2013 abbia anche fatto il musicista suonando nel gruppo norvegese dei Di Derre. E si sa che l'ambiente artistico non sfugge certo alle morgane delle sostanze stupefacenti e degli ambienti ad esse limitrofi). Da questo punto di vista ho fatto addirittura la fantasia che il nostro abbia avuto figli con problemi molto grossi di droga, e mi piacerebbe molto che qualcuno che ne sa più di me in fatto di questioni biografico-letterarie mi dia notizie in merito. Fatto sta che "Il confessore" è un romanzo avvincente fin dalle prime pagine, che consiglio vivamente.


domenica 17 novembre 2013

Come cerchi nell'acqua, di William McIlvanney (2013)


Anno: 2013     Editore: Feltrinelli  Traduzione: Alfredo Colitto    Pagine: 266     ISBN: 978-88-07-02012-4     Euro: 12,00. 

Jack Laidlaw, ispettore della polizia di Glasgow, si trova ad indagare sulla morte di una ragazza adolescente, stuprata, uccisa, e abbandonata dietro una siepe in un parco cittadino. Laidlaw conosce molto bene la città e soprattutto i suoi bassifondi, abitati da gangster locali violenti e senza scrupoli, e si muove tra squallide periferie e locali equivoci alla ricerca della verità. 

Quella di McIlvanney è una prosa poetica, altamente metaforica, quasi eccessivamente metaforica potremmo dire, al punto che in alcuni passaggi della sua scrittura ci troviamo a chiederci quale genere letterario stiamo temporaneamente abitando. O almeno così a me succede, avendo letto quasi tutti i suoi romanzi tra i quali non posso non citare i seguenti, aventi come protagonista sempre Jack Laidlaw: "Laidlaw. Indagine a Glasgow" (1977); "Le carte di Tony Veitch" (1983); "Oscure lealtà" (1991). Pubblicato anch'esso nel 1977, "Come cerchi nell'acqua" arriva in Italia solo oggi per i tipi della Feltrinelli. Rispetto ai successivi che ho citato, sembra scritto in modo più "grezzo", meno "limato" e pensato, è cioè più passionale e immediato nella scrittura. Tuttavia la cifra stilistica di McIlvanney rimane sempre la stessa, ed anzi sembra qui accentuarsi l'elemento poetico, meno filtrato da necessità particolari di razionalizzazione e sequenzialità del plot. Vi sono infatti pagine assolutamente liriche, in particolare nella prima parte del romanzo, che tra poco andremo a citare. Lo scrittore scozzese dipinge ambienti, caratteri, situazioni, come un pittore dalla mano ferma ma anche molto trasgressiva rispetto al genere "thriller" nordeuropeo. Si discosta decisamente, sideralmente oserei dire dagli Autori scandinavi ad esempio, e non vuole avere nulla a che vedere con la tradizione del classico giallo inglese, moderno o contemporaneo che sia. McIlvanney scrive storie, descrive spazi umani, usa il linguaggio per creare dimensioni emotive. Che poi la cornice in cui si colloca la sua fabula sia quella del genere giallo, è un fatto tutto sommato secondario. Ma veniamo a qualche concreto esempio del mood poetico che attraversa le pagine del nostro scozzese. Andiamo a pag. 13: 

"Come eri riuscito a nasconderti per tanto tempo? Un giocoliere che lancia in aria una ruota di sorrisi, cenni del capo, coltelli e forchette, e due passi fino all'autobus, e sfogliare il giornale, per vent'anni, facendo della tua vita una macchia indistinta dietro la quale nascondere il vero te stesso"

Un giocoliere che lancia in aria una "ruota di sorrisi". Non è meravigliosa questa metafora? E tutte quelle virgole, messe nei punti esatti in cui far cadere le pause, obbligando il pensiero del lettore a fermarsi, a dare peso ad ogni parola, una parola piena, assolutamente e sempre significante, mai superflua, e soprattutto poeticamente evocativa. Ma leggiamo ancora tra le pagine 13 e 14: 

"Era strano quanto fosse poco il sangue, appena qualche macchiolina scura sui pantaloni, così potevi immaginare che non fosse mai successo. Ma era successo. Tu eri lì. Il corpo era come una lebbra, e tu eri il lebbroso, un contagio accucciato a terra, che dondolava sui talloni. 
Eri diventato la solitudine. Il freddo era la cosa giusta. Da ora in poi saresti stato solo" .

"Come cerchi nell'acqua" parte in quarta, con la figura di un assassino che fugge da se stesso senza poterlo fare, come schiacciato da un senso di colpa raskolnikoviano da cui non è possibile separarsi, un personaggio tratteggiato a rapidi colpi di pennello su una tela ruvida, che ci mostra tuttavia solo la piccola parte di un affresco che andrà delineandosi sotto i nostri occhi pagina dopo pagina. Un affresco abitato da personaggi che è difficile dimenticare, come Bud Lawson, il padre della ragazza uccisa, la cui rabbia "si era spostata. Era in transito, come un camion carico di ferro in cerca di qualcuno da investire", personaggio che Laidlaw si immagina "strappare uno spago che non si era annodato bene o schiacciare sul pavimento un tubetto di dentifricio rotto" (pagg. 18 e 19). Oppure Harkness, braccio destro di Laidlaw, ragazzo di buona famiglia, messo alle calcagna dell'ispettore per monitorare le sue bizzosità costituzionali, ma che dall'ispettore sarà sedotto (e non abbandonato). Tutti si muovono come su un palcoscenico fatto di strade, vicoli bui, vecchi capannoni dismessi, locali notturni e pub da dove transita tutta l'umanità dolente di una città scozzese alla deriva, e il movimento è ottimamente orchestrato e coerente come in una coreografia dai toni foschi e drammatici. La trama si sviluppa attraverso un intreccio che certamente vira presto verso il noir pur mantenendo un costrutto classicamente thriller . Costrutto narrativo che tuttavia sfocia in un finale da pura letteratura in quanto tale, aldilà del genere che desideriamo chiamare in causa. Lo spessore psicologico dei protagonisti è poi sempre tweed dello spirito, tweed originale, lavorato artigianalmente da vere pecore scozzesi, e scusate se uso anch'io metafore un pò ardite per descrivere un romanzo dalle tonalità così profondamente poetiche. Suggerirei quindi al lettore di non accostarsi a questo romanzo ( e a nessun altro di McIlvanney) come ad un semplice "romanzo giallo", ma come ad un romanzo di pura letteratura e basta. Il recinto del "giallo" è infatti troppo stretto per contenere l'ispirazione di McIlvanney che, come un cavallo libero e spumeggiante della sua naturale bellezza, galoppa nella pianura all'imbrunire. Grande potenza di scrittura, grande spirito evocativo, che a tratti rimanda a qualcosa di metafisico, come a un quadro di De Chirico. "Come cerchi nell'acqua": caldamente consigliato. 

giovedì 3 ottobre 2013

I bastardi di Pizzofalcone, di Maurizio De Giovanni (2013)


Anno: 2013   Editore: Einaudi. Collana Stile Libero   Pagine: 316, brossura  ISBN: 9788806215736   Euro:  18,00  

I nuovi investigatori che compongono il commissariato di Pizzofalcone, a Napoli, devono sostituire alcuni loro colleghi da poco arrestati per aver compiuto un grave reato legato allo spaccio di cocaina. Tra loro il commissario Giuseppe Lojacono, siciliano con un passato molto chiacchieratom, ma reduce da un grande successo investigativo: ha catturato il serial killer noto come Coccodrillo. I nuovi investigatori non hanno neanche il tempo di conoscersi, che subito devono confrontarsi con delicato caso di omicidio nell'alta società napoletana. Mentre Lojacono, insieme al suo bizzarro collega Aragona, si muove tra esclusivi circoli nautici e appartamentui sul lungomare, i suoi compagni Di Nardo e Romano cercano di capire come mai una giovane e bellissima ragazza non esca mai di casa, mentre la città è squassata da una violenta e inaspettata burrasca fuori stagione...

Dopo questo lungo silenzio dovuto ad impegni di lavoro continuativi e pressanti che sembrano non finire mai, sono felice di riprendere il lavoro sul blog con questo post dedicato all'ultimo, bellissimo libro di Maurizio De Giovanni, che ormai credo si possa considerare il Fred Vargas italiano, a maggior ragione dopo questo "I bastardi di Pizzofalcone", che mi ha evocato ricordi relativi al famoso commissariato in cui il vargasiano Adamsberg appunto si muove. Quella di De Giovanni è tuttavia una ironia molto più amara di quella che attraversa i romanzi della scrittrice francese, sebbene i suoi personaggi si facciano comunque amare, e muovano spesso il riso, soprattutto, naturalmente, l'ispettore Lojacono, con quella figlia adolescente che sente per telefono dalla lontana Sicilia, e che lui pensava dolorosamente di avere perso, ma che l'adolescenza invece avvicina, perché i conflitti con la madre si fanno sentire e la figura del padre ritorna, dopo essere stata seppellita dalla virulenza del conflitto edipico. Da questo punto di vista direi che la parte migliore del romanzo è il finale, o per meglio dire l'ultima pagina, di cui ovviamente non dirò, ma che davvero lascia il lettore con un tenero sorriso sulle labbra, senza nulla togliere a tutto l'impianto narrativo che viene prima e che quell'ultima pagina prepara con maestria e tempistica perfette. I personaggi sono tutti costruiti con originalità e colti spesso "in soggettiva", all'interno dello loro vite private, tutte segnate da angoli bui, problemi di disfunzionalità familiare, micro-perversioni che ricordano molto il racconto "La carriola" di Luigi Pirandello. Le vicende personali dei "bastardi" di Pizzofalcone sono anche istantanee sociali molto indicative e salienti dei tempi di questa Italia di oggi che sembra aver smarrito un'identità e una comune etica da condividere comunitariamente. Mi ha colpito particolarmente il carattere della giovane Di Nardo, poliziotta cripto-omosessuale che finisce a Pizzofalcone per il suo smodato amore per le armi: notevole e suduttivamente ben narrata, la descrizione della serata della Di Nardo nel club privee. Anche gli accenti narcisistici di Aragona, con quella sua rischiosa abitudine di correre forte in macchina, sono resi in modo incisivo e insieme ironicamente distaccato. Dopo "Il metodo del coccodrillo", De Giovanni non poteva meglio continuare questa avventura, scrivendola con tonalità nuove ed inedite rispetto all'opera che fa esordire Lojacono: in questo suo nuovo romanzo De Giovanni sembra infatti quasi procedere per "libere associazioni", intercalando il corsivo dei pensieri sparsi dell'assassino ai vagabondaggi cittadini dei protagonisti, investigatori dal passato contorto e macchiato da colpe più o meno gravi. La struttura narrativa, aldilà del tono apparentemente ondivago e appunto associativo-fluttuante con cui è scritta, è solida, e ancora una volta si fonda shakesperianamente sui sentimenti più cupi e indigesti che albergano nell'animo umano: invidia, gelosia, sete di vendetta, ben delineando identificazioni tra vittima e carnefice, che infatti "uccide per amore", come l'Autore ci fa capire subito, fin dalle sue prime righe. Probabilmente il personaggio di Lojacono è qui figura più defilata rispetto a "Il metodo del coccodrillo", dove invece si impone dalla prima pagina all'ultima sottraendo spazio ad altri caratteri coinvolti nella vicenda. Possiamo dire che a De Giovanni interessa delineare la geografia del nuovo gruppo che ci presenta, piuttosto che soffermarsi sull'ispettore e sul commissario Di Palma, gran simpaticone, ma non ancora ben definito psicologicamente, e sul quale speriamo De Giovanni si soffermerà nei prossimi episodi della serie. Per il resto la scrittura è fresca, andante con moto, agrodolce quanto basta ad evidenziare le trasformazioni antropologiche cui stiamo assistendo e che la nostra società sta attraversando (basti solo citare la vicenda della ragazzina che non esce mai dall'appartamento in cui si trova...). Nell'ambito di un ambiente cittadino turbolento e anche metereologicamente poco ospitale, De Giovanni orchestra poi un intreccio thriller che non fa una grinza e che chiude il suo cerchio dando spessore all'intuizione del protagonista, cioè di Lojacono, restituendogli quella luce che era rimasta flebile a causa dello spazio che si prendono tutti gli altri personaggi. In sintesi stiamo parlando di un libro molto bello, godibile, ben scritto, a tratti poetico e dolente, che consigliamo senz'altro di leggere.  

martedì 20 agosto 2013

Alle radici del male, di Roberto Costantini, 2012


Anno: 2012    Editore: Marsilio, Collana Farfalle, i Gialli   Pagine: 702  ISBN: 978-88-317-1116-6  Euro: 19,50

Tripoli, anni '60. Quella di Mike Balistreri è un'adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo della Libia postcoloniale, gli anni giovanili di Mike sono segnati da due atroci morti irrisolte, da due impossibili amori, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi, e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l'anima a lui e ai suoi tre migliori amici. Roma, settembre 1982. Il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l'alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana  assassinata al suo arrivo nella Capitale. Per un debito di gratitudine, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette. Ma le morti di oggi e quelle di ieri sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balisteri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni di "sabbia e sangue" con cui non ha mai chiuso i conti, in un cammino lungo il quale l'amore, l'amicizia e gli ideali si scontreranno con la ricerca di verità dolorose, nell'impossibilità di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà il disperato eroismo  di una ragazza a condurlo per mano fino alle radici del Male. 

Proseguiamo con le recensioni letterarie estive, affrontando questo mastodontico "Alle radici del male", 702 pagine fittissime e dense, di quel Roberto Costantini che ci aveva fatto conoscere il commissario Michele Balistreri nel primo della sua trilogia, e cioè in "Tu sei il Male"  (2011). In quel libro avevamo seguito il contortissimo caso Sordi e conosciuto il nostro commissario Balistreri, personaggio piuttosto antipatico, dal passato di picchiatore fascista, amante delle belle e facili donne, del poker con cui gioca con il fratello Alberto e l'amico di una vita, Angelo Dioguardi. Quel libro era ambientato negli anni '80 e '90, e la capacità davvero magistrale di Costantini nel saper rendere atmosfere e ambienti romani di quel periodo risultava sorprendente. Nel secondo capitolo della sua storia (di vita potremmo dire), siamo proiettati negli anni '60, durante l'adolescenza di Michele, da tutti chiamato Mike. Ci troviamo in Libia, nella Tripoli postfascista, e la famiglia Balistreri vive nella lussuosa villa dei nonni, con la madre Italia, il padre facoltoso ingegnere Salvatore, e il fratello Alberto. Costantini dipinge un affresco vivo, passionale, sanguigno delle vicende adolescenziali di Michele, della sua iniziazione sessuale molto traumatica e intensa, pescando in fondali molto freudiani, molto edipici, tratteggiando il conflitto col padre Salvatore (nome ossimorico quant'altri mai) con toni shakeasperiani. La scrittura è sempre fluida, a tratti fluviale, a momenti torrentizia con rapide e cascate naturali che sorprendono sovente la tua navigazione di lettore insonnolito dalle atmosfere iniziali di un torrido deserto circostante che esala vapori sabbiosi e trasuda voli di mosche fastidiose. Si tratta di una scrittura che non ci risparmia scene raccappriccianti, al limite dell'horror puro: già a pagina 21 si apre infatti il terribile quadretto di una donna rapita da un killer misterioso, appesa per il collo, che a pagina 67 farà una fine agghiacciante, insieme alla figlioletta, neonata. I personaggi appaiono piano piano e sono delineati con cura. Li vediamo fin dai banchi di scuola, e lentamente crescere, Mike per primo, poi i suoi amici-fratelli di sangue: Nico, Farid, Karim, Ahmed, Selim, poi i suoi amori, Laura in particolare, ma soprattutto Marlene Hunt, donna fatale, summa teologico-letteraria della madre seduttrice di adolescenti, che chiede a un diciottenne Mike di spalmarle la crema abbronzante sulla schiena... Ma è tutta l''ambientazione africana del libro a diventare la vera protagonista della lunga prima parte del volume, che oltre a farci conoscere le origini di Balistreri, prepara l'evoluzione della seconda parte, ambientata invece a Roma, tra il 1982 e il 1983, stessa epoca in cui abbiamo incontrato per la prima volta Michele in "Tu sei il male". Terminato il malloppone, la sensazione è quella di aver letto consecutivamente due libri diversi: il primo, un romanzo di ricostruzione storica dell'Italia e della Libia post-coloniali (i governi democristiani, il caso Mattei, gli intrecci Stato-Vaticano, il '68 italiano, i primi abbozzi di compromesso storico DC-PCI, e via dicendo), in cui il tono è romanticheggiante, quasi tardo ottocentesco/novecentesco, con tanto di caccia al leone, feste sull'isola di proprietà, madri tisiche e alcolizzate, arditismo per le strade del Cairo; il secondo, un noir d'attualità, tutto ambientato nel mondo dello spettacolo televisivo, molto vicino alle vicende berlusconiane di Ruby e del bunga-bunga (una fotografia di questi ultimi disgustosi vent'anni,  sebbene spostati indietro di trenta, un atto d'accusa nei confronti della decadenza culturale iniettata nelle nostre vene patrie dal Cavaliere, a partire dagli anni '80 peraltro...). Ciò che lega i due romanzi in uno, sono le vicende gruppo-familiari di Michele Balistreri, ancora una volta lo shakespeariano rapporto col padre, mai risolto, mai elaborato, mai digerito, ma forse impossibile da digerire. Tale rapporto è una vera e propria fissazione di Costantini, un'ossessione che è però al tempo stesso l'architrave su cui poggia tutto l'edificio narrativo della sua opera. In fin dei conti, se vogliamo aprirci ad una lettura psicoanalitica di questo romanzo, possiamo dire che tutta la storia nasce da una frattura nel patto narcisistico originario tra padre e figlio, cioè da una essenziale (ed esiziale) mancanza di riconoscimento affettivo-identitario reciproco tra padre e figlio. Tale frattura narcisistica primaria determina e muove tutta la catastrofe successiva, che è però, simultaneamente, catastrofe e apertura di senso, narrazione, vita. Immagino che in questa ottica, questo libro potrebbe molto piacere a Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, che in tema di rapporti col Padre ha già scritto molte (già troppe?) cose. Con Salvatore Balistreri (il padre) siamo infatti di fronte ad una Figura Simbolica di notevole spessore che sembra rappresentare per Costantini, prima che per il commissario Balistreri, le vere "radici del Male". E' questo padre infatti la vera causa della catastrofe: un padre narcisistico, completamente dedito ai suoi affari, alla sua impresa. Un padre-imprenditore che parassita la Terra-Madre che lo ospita, la Libia (sua moglie si chiama, guarda caso, Italia), incurante di qualsiasi valore etico, fino al punto di intrecciare rapporti con la Mafia. Costantini sembra dunque scrivere un sottotesto filigranato entro il quale ci vuole suggerire che le sorti attuali del nostro Paese vengano da una storia lontana: siamo cioè stati un paese fascista, e quel fascismo ha generato un presente arido come un deserto privo di etica, nel quale solo il narcisismo parassitario dell'alta finanza può proliferare, pianta grama su un gramo terreno. Ma, aldilà di questa lettura socio-politico-psicoanalitica, Costantini sa anche generare un intreccio thriller molto sapientemente approfondito, denso di tali e tanti colpi di scena che alla fine delle 702 pagine quasi ci stordiscono. E' quest'ultimo forse l'unico difetto di un libro ponderoso e complesso, che si fa gustare da tutte le nostre papille da una parte, ma che richiede grande attenzione e dedizione, dall'altra. Sto dicendo che la scrittura dell'Autore è molto fiammeggiante, coinvolgente, appassionata, ma anche un pò pantagruelica, e alla fine di tutta questa lunga storia molto appassionante comincia a urgerci anche la voglia del silenzio e del vuoto di un lago svedese in autunno inoltrato, di una poesia di Tranströmer, il "poeta del silenzio", per esempio. E con una poesia di Tranströmer mi sento così di terminare questa recensione, consigliando in ogni caso "Alle radici del male", in attesa del terzo capitolo della pachidermica trilogia di Costantini.

Motivo medievale
Sotto le nostre espressioni stupefatte
C’è sempre il cranio, il vuoto impenetrabile. Mentre
Il sole lento ruota nel cielo.
…………………………………….La partita a scacchi prosegue.
Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
Il sole ruota lento nel cielo.
La partita a scacchi si interrompe sul pari.
…………………………………….Nel silenzio di un arcobaleno.
Tomas Tranströmer (da Songs of Spring. Quaderno di traduzioni. Marcos y Marcos, 1999)

     

sabato 6 luglio 2013

Ancora viva, di Carlene Thompson (2013)


Anno: 2013  Editore: Marcos Y Marcos Traduzione: Silvia Viganò  Pagine: 444  ISBN: 9788871686233    Euro:14,50 

Dov'è sparita la giovane Zoey, in quella strana, lontana sera dell'appuntamento al lago con un misterioso innamorato? Cosa si nasconde dietro le altrettanto misteriose sparizioni di altre ragazze di Black Willow in circostanze mai chiarite? E come mai Chyna Greer, ora che è tornata al suo paese dopo la morte della madre, continua a sentire la voce di Zoey, sua amica del cuore, che le chiede di aiutarla?


Dopo una pausa di vacanza abbastanza rigenerante, diamo il via a una serie di recensioni librarie, come si conviene approssimandosi l'estate. Mi ero approcciato a questo libro di Carlene Thompson, acclamata come nuova "regina del brivido", anche perché il suo nuovo romanzo "Ancora viva" era segnalato da varie fonti come molto particolare nonchè venato da un filone sovrannaturale piuttosto perturbante. A fronte di tali aspettative, non posso che giungere al termine del romanzo afflitto da cocente delusione. Sebbene la storia parta bene, con certe intense descrizioni dell'autunno nella cittadina statunitense di Black Willow, luogo attraversato da mille, lontane, adolescenziali malinconie, il racconto procede lentissimo, drasticamente rovinato da un'insistenza sui dialoghi che risulta alla fine solo irritante. Siamo dalle parti di un minimalismo americano che tuttavia viene solo scimiottato e mai risolto in modo originale: la Thompson non è certo Susan Minot e neppure Franzen. La scrittrice si limita a diluire una storia che vuole avere la presunzione di essere quella dell'omicidio seriale, dentro un brodo dialogico insulso e da telenovela, nel quale tutti parlano con tutti anche di sciocchezze qualsiasi, pur di aggiungere pagine al libro. Si vede poi lontano un miglio che ogni personaggio è costruito in modo scolastico e a tavolino, si pensi alla figura di Scott, pilota in congedo per aver causato un tragico incidente aereo nel quale sono morte molte persone, oppure al fratello di Chyna, Ned, tipico e banalissimo rappresentante della classe media-alta americana, dedito a passare le sue serate in famiglia a guardare le partite di baseball in tv. Ma sono in particolare le interazioni tra i personaggi sulla scena a non convincere nemmeno per un secondo, se si eccettuano le prime diciamo 50 pagine nelle quali la Thompson ci fa annusare la torta senza però poi mai sfornarla e lasciandoci così miserevolmente a bocca asciutta. L'esempio che segue può forse dare l'idea della inanità vanesia dei dialoghi. Si tratta di un incontro tra Rex, vecchio amico di famiglia e Chyna: 

"Credo sia stato il miglior barbecue del 4 luglio che abbiamo mai fatto qui. Tuo padre era tutto agitato per quell'ubriacone che palpeggiava le donne...". 
"Ron Larson". 
"Non ricordo il suo nome - solo che faceva il buffone . Sarei venuto alle mani con lui se tuo padre non si fosse intromesso e mi avesse fermato".
"Papà è sempre stato bravo a distendere le brutte situazioni".
Rex guardò di nuovo la foto. "Tu e la cara piccola Zoey. Dio, com'eri giovane. Non voglio dire che stai invecchiando in fretta - non ti darei mai ventott'anni - ma allora avevi ancora quello sguardo innocente".

Il libro è tutto così, mielosamente spalmato di belle parole quotidiane che esaltano la bellezza di Chyna, la sua bravura a scuola, l'affetto verso le sue amiche adolescenti, l'amore del suo cane Michelle verso di lei. Una melassa mortalmente indigesta, soprattutto per chi si attenderebbe, dietro l'angolo di ogni pagina, un qualche improvviso colpo di scena. I "colpi di scena" sono invece semplicemente dei brevissimi episodi in cui Chyna ha delle visioni o sarebbe meglio dire delle allucinazioni sensoriali: sente il freddo del cemento su cui è distesa una delle ultime vittime del rapitore-assassino; sente la voce in lontananza di una bambina che canta 'stella stellina, la notte si avvicina...', e così via. Non siamo attratti nè colpiti da alcuna situazione narrativa davvero perturbante, al contrario ci sembra di assistere ad un qualsiasi telefilm americano o meglio ad una situation comedy qualsiasi perché sciaguratamente abbiamo sbagliato canale mentre facevamo zapping. Già verso la metà del libro ti coglie una noia atroce e ti verrebbe volentieri voglia di buttar via il libro, ma la Thompson è subdola, e ti inietta piccole dosi di curiosità irrisolta, poiché vuoi pur sapere in fondo chi è l'assassino. Il problema anche qui è però che la rosa dei sospetti è assai ridotta: si tratta di tre uomini in tutto che possono essere papabili in questo senso. Il colpo di scena finale con la scoperta dell'identità dell'assassino, è costruito in modo semplicemente ridicolo ed è assolutamente inverosimile da qualsiasi punto di vista. Se un qualsiasi regista decidesse malauguratamente di usare questo libro come base di sceneggiatura per una sua trasposizione cinematografica, si condannerebbe di sicuro al disastro.  Insomma il mio consiglio è quello di non buttar via tempo e denaro con questo finto giallo estivo, ma piuttosto di utilizzare entrambe le risorse per dedicarsi a qualcosa di più impegnativo, per esempio l'ultimo libro di Cacciari, "Il potere che frena", Adelphi: e meno male che ci salva la filosofia.

martedì 12 febbraio 2013

Tu sei il male, di Roberto Costantini (2011)


Anno: 2011    Editore: Marsilio, Farfalle, i Gialli  Pagine: 669   ISBN: 978-88-317-1311-5   Euro: 14,00.


Roma, luglio 1982. La sera della vittoria italiana ai Mondiali di calcio, Elisa Sordi, giovane impiegata presso una società immobiliare del Vaticano, scompare nel nulla. L'inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario dal passato ambiguo, arrogante tardo adolescente svogliato, che prende sotto gamba il caso. Solo quando il corpo di Elisa Sordi viene trovato barbaramente seviziato sulle sponde del Tevere, Balistreri si butterà a capofitto nelle indagini, ma non riuscirà a risolvere il misterioso caso.
Roma, luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide buttandosi dal balcone di casa sua. Michele Balistreri, che nel frattempo è divenuto il capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, è molto cambiato da quel lontano 1982: trascina stancamente la sua vita facendo uso di antidepressivi, il ragazzo rancoroso, arrogante e sciupafemmine quale era non è per che un vago e colpevole ricordo. Il suicidio dell'anziana donna non fa altro che accentuare i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire il caso di Elisa. Riaprire il caso avrà un prezzo ben più alto del previsto. 

Chi mi conosce sa, penso, che mi piace leggere mattoni di seicento e rotti pagine alla volta, soprattutto se ascrivibili al genere thriller, ma devono essere storie meritevoli come cose  scritte ad esempio da Larrson , oppure Nesbo. Raro peraltro che un italiano srotoli seicento pagine di un libro che sappia tenermi incollato alla vicenda che va narrando, come invece di solito sanno fare i giallisti scandinavi, con qualche eccezione recente di Indridason e con assoluta eccezione della tremenda Holt. Con il suo romanzo d'esordio, "Tu sei il male", Roberto Costantini riesce nell'intento di catturare decisamente la mia attenzione, attraverso una scrittura precisa, dettagliata nella descrizione di ambienti degradati e altolocati di Roma in un arco di tempo che va dal 1982 ai giorni nostri, e pur diventando prolisso intorno a pagina 400, sa riafferrare il mio interesse a pagina 500, mediante la costruzione di una storia avvincente che qui da noi da tempo non si leggeva. Costantini squaderna un foltissimo gruppo di personaggi e li fa vivere nelle sue pagine con una facilità e serietà invidiabili, pur diventando un pò pedante e leggermente legnoso in alcune caratterizzazioni. Questo difetto glielo si perdona tuttavia, proprio perché si tratta del suo primo romanzo, e sfido chiunque a evitare qualche sbavatura dopo aver prodotto un numero di pagine che si avvicina molto a quelle de "I fratelli Karamazov" (che sono 1.120 nell'Edizione tascabile Einaudi). Ma veniamo alla storia. L'impianto è decisamente solido, si fonda essenzialmente su una ricostruzione minuziosa  degli ambienti curiali e nobiliari romani degli anni '80, evidenziandone vizi e trame oscure in cui si intrecciano i rapporti tra Vaticano e Stato italiano. All'interno di tali ambienti, la Roma degli indigenti e quella dei ricchi arrivisti si incontra su un terreno di soprusi e di potere nel quale nasce e cresce il germe distruttivo di un serial killer, l'"Uomo Invisibile", come lo chiamerà Michele Balistreri, perfetto protagonista a sua volta figlio di questo ambiente malato. Balistreri si renderà conto tuttavia solo trent'anni dopo gli avvenimenti che fanno da sfondo alla prima parte del libro, che ha a che fare con un serial killer. Divorato dai rimorsi e dal senso di colpa, cercherà dopo tanti anni un riscatto, non solo rispetto al suo aver preso sotto gamba il caso di Elisa Sordi, ma anche rispetto alla vita precedentemente vissuta con cinismo e malafede. Da questo plot deriva la buona caratterizzazione del personaggio di un poliziotto dolente, depresso, che si confronta edipicamente con un fratello uomo di successo e felice della sua vita. Un personaggio molto italiano, nel quale è facile identificarsi, forse un pò troppo tormentato per i miei personali gusti, che preferiscono detective più surreali come l'Adamsberg della Vargas, oppure quel buontempone di Maigret, ma comunque intenso e credibile. Balistreri regge bene la scena fino all'ultima pagina, sebbene nell'ultima concitata parte, Costantini  descriva i cambiamenti fisici e psicologici di Michele in modo troppo frettoloso e funzionale all'intreccio (si vedano gli interrogatori a Marius Hagi nel carcere di Regina Coeli, dove Balistreri mostra una stanchezza e un discontrollo emotivo narrati con modalità piuttosto spicce che ne danno un'immagine poco credibile). I personaggi femminili sono invece, tutti, molto ben curati, e sono molti, di età, estrazione, cultura tra le più varie, ma tutti molti credibili, vivi, reali. Quello che interessa a Costantini è tuttavia anche il sottotesto sociopolitico, elemento che non disturba affatto la struttura tipologica del thriller, ma al contrario propone e consente riflessioni profonde al lettore, soprattutto in relazione al problema dell'integrazione degli extracomunitari e al rapporto tra immigrazione, mancata integrazione e criminalità. Forse un pò debordante in alcuni punti, come una quiche lorraine nella quale il cuoco ha messo troppa panna, questo "Tu sei il male" di Roberto Costantini merita comunque e senza dubbio tutta la nostra attenzione. C'è passione in questo libro, c'è amore sincero per il proprio paese, c'è senso di responsabilità, tutti elementi preziosi come il pane in tempo di guerra, in questa fase storica complessa e insicura che stiamo attraversando (da tutti i punti di vista: politico, economico, culturale, valoriale). Bisogna però armarsi di pazienza, tempo e uguale amore per la lettura, se si vuole arrivare alla fine delle lunghe seicento pagine del volume. Siete avvertiti.