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giovedì 23 gennaio 2014

"La zampa della scimmia": un interessante esempio di letteratura perturbante nel cinema



La letteratura horror-perturbante da sempre ha ispirato registi e sceneggiatori. "The Monkey's Paw", ad esempio, ultima fatica del regista statunitense Brett Simmons, è tratto dall'omonimo racconto dello scrittore inglese William Wymarck Jacobs, pubblicato in Inghilterra del 1902.

Suggestiva la storia e davvero ascrivibile al Perturbante freudiano classicamente inteso: nel suo racconto "The Monkey's Paw", rimaneggiato da Simmons, Jacobs narra dei coniugi White nel momento in cui giungono in possesso di un amuleto misterioso, la "zampa di scimmia". Il potere di questo oggetto deriva dall'incantesimo di un vecchio fachiro secondo il quale era possibile esaudire tre desideri attraverso la zampa stessa. 

I coniugi White, pur sapendo che il possessore dell'amuleto, dopo aver espresso il suo primo desiderio, si era suicidato,  esprimono come loro primo desiderio la richiesta di 200 sterline. Il giorno dopo i coniugi ricevono la notizia della tragica morte del figlio, un incidente sul lavoro per il quale riceveranno come compenso 200 sterline. Nel tentativo di rimediare al loro errore, i White esprimono come secondo desiderio quello di riavere indietro il figlio morto. Il ragazzo ritornerà infatti, ma come zombie. L'unica alternativa che rimane ai due genitori è quella di utilizzare il terzo desiderio per annullare il secondo. 

Il film di Simmons rielabora in chiave moderna questo interessante spunto narrativo perturbante che emerge dal racconto di Jacobs. Qui sotto potete leggere una mia riflessione più accurata dell'opera del regista americano. 

http://www.latelanera.com/cinema/recensioni/recensione.asp?id=4262

lunedì 13 gennaio 2014

Rituali esoterici ed esiti fallimentari del cinema perturbante


Il cinema horror-perturbante si è spesso fatto ispirare dalle dinamiche delinquenzial-gruppali, e in particolare è il tema della "setta" (satanica o meno) ad aver sedotto molti registi, non ultimo ad esempio Timo Tajianto che nel secondo capitolo di "V/H/S" scrive e dirige un corto molto omaggiante nei confronti di quel sottogenere, e ci riesce anche bene per certi versi, rinverdendo un campo sempre molto difficile da coltivare. Ci prova dunque anche l'americano Mickey Keating con "Ritual" del 2013, film purtroppo debolissimo sotto ogni profilo, ma direi soprattutto sul piano della semplice rappresentazione di una setta esoterica che definire improbabile è un eufemismo generoso. Il budget di questo film è inesistente, d'accordo, ma qui è l'economia delle idee e del talento registico a fare innanzitutto difetto. Tali bugs originari determinano in quest'opera, in modo cristallino, il fallimento totale di ciò che possiamo definire Perturbante, almeno rispetto a come lo ha definito Freud nel suo saggio del 1919. Si veda, per ulteriori approfondimenti, anche il link qui sotto, dove ne parlo molto più diffusamente.

domenica 2 gennaio 2011

Let me in, di Matt Reeves (2010)



In un quartiere periferico di Los Alamos, New Mexico (USA), il ritrovamento di cadaveri completamente dissanguati costringe la polizia a brancolare, come al solito, nel buio più fitto. Omicidi rituali? Un serial killer? Mentre nel quartiere comincia ad aleggiare la paura, un ragazzino locale, Owen, sogna di potersi vendicare dei sorpusi messi in atto ai suoi danni, da parte dei suoi compagni di scuola. Ma finalmente Owen trova un'amica, Abby, una coetanea che si è appena trasferita nel quartiere. Presto i due diventano più che semplici amici. C'è qualcosa di strano in Abby: ha il viso molto pallido, i capelli scuri e grandi occhi. Emana un cattivo odore, non patisce affatto il freddo di Los Alamos,  se salta sembra volare e, soprattutto, la puoi incontrare solo di notte.

Una premessa obbligatoria: per visionare questo film di Matt Reeves occorre mettere in atto preliminarmente  un'operazione di "rimozione volontaria". E' necessario, cioè, far finta di non aver mai visto il film precedente (“Låt den rätte komma in”, 2008) di Tomas Alfredson, tratto dall’omonimo romanzo-culto di John Ajvide Lindqvist. Operazione non facile, lo so, direi quasi impossibile, poichè non è semplice comandare l'astinenza assoluta al nostro preconscio, ma comunque essenziale, se si vuol dare "a Cesare quel che è di Cesare". Il film di Matt Reeves (“Cloverfield”, 2008) è ambientato a Los Alamos, New Mexico, ai nostri giorni. Los Alamos si trova ad un'altitudine di circa 2.200 metri, nel bel mezzo delle Jemez Mountains, nel New Mexico del nord, cosicchè fa comprensibilmente freddo, ed è probabilmente per questo genere di ragioni che le locations si sono concentrate qui. Ambientare la storia di Lindqvist negli Stati Uniti richiedeva cioè un luogo che si avvicinasse agli ambienti descritti nel libro. Ciò che vediamo nel film è infatti, potremmo dire, "isomorfo" a ciò che troviamo nel libro, sebbene lontano dalle atmosfere che può evocare il paesaggio invernale svedese che avvolge il sobborgo di Blackeberg, Stoccolma, negli anni '80 (il romanzo è tuttavia, ricordiamo, del 2004). C'è un bambino, Owen, interpretato da Kodi Smit-McPhee, teneramente torvo e pensoso, con quei due occhioni color cenere che hanno poco a che spartire con i suoi capelli neri che sparano ciuffi di qua e di là. C'è poi la sua vicina, una bambina misteriosa, Abby, (Chloe Moretz), che abita col suo anziano papà, e con la quale Owen fa amicizia nelle gelide serate passate nel cortiletto, sulle giostrine, a chiacchierare timidamente, mentre Abby risolve a velocità inquietante il cubo di Rubik di Owen. Abby non sembra inoltre patire il freddo,  giacchè cammina a piedi nudi sulla neve, come se nulla fosse. Accadono tuttavia fatti terribili quanto inspiegabili a Los Alamos: cadaveri dissanguati vengono scoperti nei boschi pieni di neve, e ben presto sapremo che l'artefice di tali sinistre manovre non è altro che il papà della ragazzina. Abby non è umana, e le burrascose litigate tra lei e il padre, all'interno delle mura domestiche, cominciano a inquietare anche Owen, quando, nelle sue sere di solitudine, sdraiato nel suo letto, sente dall'altra parte del muro, urla appunto inumane levarsi fino al soffitto.  Tutto procede mediante narrazione delicata, intimista, da parte di Reeves, fino a quando vediamo gli occhi grigi e maligni di Abby osservare il cadavere di un malcapitato che lei stessa ha appena ucciso, e di cui ha bevuto il sangue, nel buio di un tunnel in disuso. Abby è un vampiro. Un vampiro dalle sembianze esili e goffe di una preadolescente tremebonda, ma che in realtà ha centinaia d'anni, e che utilizza una sorta di "maggiordomo" umano, il finto "padre", per procurarsi il suo alimento emoglobinico preferito. Ulteriore svolta drammatica nella sceneggiatura può essere osservata nella sequenza (ben pensata, ottimamente girata) dell'incidente presso il benzinaio. Qui Reeves mostra una delle cose più pregevoli del film, che pur grondando di "americanata" lontano un miglio, e pur ponendosi agli antipodi di un testo quale l'originale di Lindqvist, sa integrare letteratura così tanto europea e gusto postmoderno statunitense, quant'altri mai. E lo fa manovrando un cast assolutamente yankee, come giustamente s'ha da fare, inserendo pure un sapore ebraico nella caratterizzazione fisica di Elias Koteas, il poliziotto, con quegli occhialoni neri, che più american-yddish non si poteva. Altra sequenza molto ben costruita è quella del dialogo tra Abby e il padre orrendamente sfigurato, sul davanzale della finestra, all'ospedale. Owen è poi il bambino meno "svedese" che si potesse trovare, tanto quanto Abby che è molto, molto over size (culturalmente parlando) rispetto alla Eli di Lindqvist. Ottima anche l'idea di modificare i nomi dei protagonisti, proprio per dare l'idea dell'interpretazione non pedissequa di una materia troppo "altra" da poter essere assorbita come tale, tout court, nello script. Questo è appunto "Let me in": una libera interpretazione, in chiave tutta americana, del commovente romanzo horror dello scrittore svedese. E a questo punto possiamo anche sospendere l'operazione di "rimozione volontaria" che suggerivamo all'inizio. Il film di Reeves nulla ha a che fare con il film di Alfredson, che possiede tutto un suo spessore europeo. Un film che ha dietro di sè tutta la Kultur europea. E che il film di Reeves ha la consapevolezza di non avere. E' cioè un film umile, che sa stare nei suoi confini, coi piedi per terra, pur ponendosi il legittimo obiettivo di interpretare un testo romanzesco, traducendolo in immagini. Le musiche di Giacchino e la fotografia buia, ma scarsamente contrastata di Greig Fraser, avvolgono con delicatezza un tessuto narrativo consapevole dei suoi limiti, ma che sa essere anche molto adeguato nel raccontare ai "fratelli americani" una storia tutta europea. "Let me in": da vedere, dopo aver rimosso Alfredson, il piccolo Oskar, e, soprattutto, la grandiosa Eli, Lina Leandersson, la più memorabile di quel cast. 
Regia: Matt Reeves Sceneggiatura: Matt Reeves Fotografia: Greig Fraser Musica: Michael Giacchino Cast: Chloe Moretz, Kodi Smit-McPhee, Richard Jenkins, Jimmy Pinchak, Sasha Barrese, Chris Browning, Cara Buono, Elias Koteas, Seth Adkins, Rachel Hroncich, Dylan Minnette Nazione: Gran Bretagna, USA Produzione: EFTI, Goldcrest Postproduction London, Hammer Film Productions Anno: 2010 Durata: 110 min.

  

lunedì 27 dicembre 2010

And Soon The Darkness, di Marcos Efron (2010)


Due giovani ragazze americane (Stephanie e Ellie) partono per  un viaggio in bicicletta lungo le strade di una remota parte dell'Argentina. Qui è scomparsa Camila, un’altra ragazza del luogo, rapida da non sappiamo chi. Quando anche Ellie scompare senza lasciare traccia, la superstite Stephanie si metterà alla sua disperata ricerca, incontrando sulla sua strada poliziotti poco rassicuranti e locali argentini per nulla ospitali.

Quando una squadra di ben tre sceneggiatori si mettono in pista per elaborare uno script, uno si aspetterebbe quantomeno una storia complessa, densa di svolte e colpi di scena, magari implausibili, magari confezionate in modo solamente esibizionistico e aventi il solo obiettivo di intrattenere l’occhio di chi guarda. Invece, purtroppo, non succede affatto così, e non succede per niente neppure in questo noioso “And Soon The Darkness”, che vorrei re-intitolare piuttosto, e per l’occasione: “And Soon the Sleep”. E’ probabile che Clemens,  Derwingson e Nation, i tre sceneggiatori, si siano fatti ispirare nel corso della scrittura dal noto romanzo “Desperation” (1996) di King,  pensando di riformularne in chiave più moderna l’idea di base. Tale ispirazione si ferma ad un puro atto parassitario verso un romanzo il cui livello non è neppure lontanamente paragonabile a questa floscia pellicola.  Rimane comunque il fatto incontrovertibile che il film di Marcos Efron (al suo primo lungometraggio) fa semplicemente venir sonno, almeno fino all’80esimo minuto di partita, e considerato che la “partita” dura 91 minuti…non so se mi spiego…. Efron prova a mantenere aperti gli occhi dello spettatore solo nei primi venti minuti, allorché ci piazza davanti i corpi ubertosi e silvani delle due belle, giovani e sode protagoniste, Amber Heard e Odette Yustam, davvero notevoli in costume, mentre prendono il sole accanto ad una remota cascata (vedasi il trailer più sotto, molto indicativo). Poi basta. Cala il sipario su tutto, e arrivano davvero le tenebre (Darkness) su tutto il resto del film, cioè tutto finisce nelle braccia di Morfeo, e noi con tutto il resto, naturalmente. La carenza totale di un qualche tipo di rimando immaginario filmico di minimo spessore, di tensione, di idee, vorrebbe essere sostituita dalle meravigliose locations naturalistiche che davvero belle sono, ma che potremmo anche visionare in un qualsiasi documentario della National Geographic Society. Bei tramonti fotografati e patinati, laghi desertici circondati da alberi secchi da cartolina di viaggio di nozze,  valli piene di sole, dove le due ragazze americane trascorrono tranquille le loro vacanze in bicicletta, alla ricerca di un aitante e virile argentino da portarsi a letto, perché, si sa, gli ormoni hanno ragioni che la ragione non conosce. E l’Argentina dei Videla? Dei Desaparecidos? Della feroce dittatura degli anni ’70? Che fine fa tutto ciò? Non si vede proprio, e quand’anche avessimo ipotizzato, nei primi cinque minuti di pellicola, che Efron desiderasse ambientare il suo film proprio in Argentina, anche per voler produrre un qualche embrione di riflessione storico sociale su quel paese, tale ipotesi si volatilizza molto rapidamente.  Inutile dire che lo spessore psicologico e le caratterizzazioni dei personaggi sono elementi sottili come carta velina che vola via e si perde in un giorno di pioggia. Si tratta di un film iper-patinato, vellutato come la pelle di pesca delle due giovani protagoniste, che il regista esibisce come in un banale videoclip pubblicitario, ma il cui valore estetico non va oltre tale velleità micro-estetica. Non è neanche un “film horror”. E’ la pubblicità di un’agenzia turistica che sponsorizza vacanze trekking sul Chaco, o sul fiume Bermejo. Non parlerò nemmeno dell’andamento narrativo del prefinale e del finale, che dire scontatissimi e banalissimi è come usare altrettanto scontati eufemismi. Speriamo soltanto che le “tenebre” si posino su questo stesso film, il cui titolo sembra essere la sua pietra tombale, facendolo al più presto  scivolare nell’oblio. Regia: Marcos Efron Sceneggiatura: Brian Clemens, Jennifer Derwingson , Terry Nation
Fotografia: Gabriel Beristain Montaggio: Todd E. Miller Cast: Odette Yustman, Amber Heard, Karl Urban, Adriana Barraza, Gia Mantegna, Michel Noher, Javier Luna, César Vianco, Daniel Figuereido, Hugo Miranda, Luis Sabatini Nazione: Argentina, USA, Francia Produzione: Abandon Pictures, Anchor Bay Entertainment, RedRum Films. Durata: 91 min. Anno: 2010

mercoledì 17 novembre 2010

Hellweek, di Eddie Lengyel (2010)


Raramente mi era capitato di vedere un brutto pasticcio come questo “Hellweek” di Eddie Legyel, dj a tempo pieno a Cleveland, che di punto in bianco fonda una casa produttrice, la “Fright Teck Pictures” e impiega ben tre anni per sfornare davanti ai nostri occhi, con un budget da due lire, quello che potremmo definire il peggior film “horror” del novecento cinematografico mondiale. Lo script (dello stesso Lengyel e di April Needham) vuole parlarci di una urban legend più suburbana che cittadina, secondo la quale una gang di pazzi sadici e omicidi utilizza un magazzino abbandonato per rapire e  torturare i giovani rampolli del college locale. Ciò è accaduto in passato (sussurra la leggenda), ma accadrà anche oggi, quando alcuni studenti organizzeranno una sorta di rito iniziatico adolescenziale che consiste nel passare una settimana nel magazzino suddetto. E - finezza sopraffina – proprio durante la settimana di Halloween. Fin qui niente di nuovo sotto il sole, e tanto di cappello per il coraggio nel voler affrontare un mercato cinematografico che è un far west, ma qui non siamo neppure lontanamente vicini a un cinema "indie” che cerca di trasformare il deficit economico che lo caratterizza, in virtuosismo estetico o in idea innovativo-avanguardistica di qualunque genere. Qui siamo di fronte a una videoregistrazione amatoriale molto, molto noiosa, che per lunghe sequenze assomiglia maledettamente al “Grande Fratello”. Probabilmente Lengyel vuole inconsciamente farci vivere la noia da lui stesso provata mentre struscia i dischi sullo stereo, durante qualche festicciola di cheerleaders di Cleveland. La tragedia è che Lengyel riesce benissimo nel suo intento vendicativo. Dopo più di un’ora di pellicola vediamo infatti solo ragazzoni stravaccati su divani che dialogano sul nulla in un vuoto pneumatico, e ci domandiamo perché stiamo vedendo tutto questo. Perché ci stiano infliggendo questa cattiveria sotto forma di noia esistenziale. Le sequenze sono inoltre del tutto sgangherate, ripetitive, e non conducono a nessuno sviluppo narrativo anche minimamente coinvolgente. Tutto lo script è accartocciato sul prefinale e sul finale nel quale (finalmente) assistiamo al sequestro di alcuni studenti da parte di improbabilissimi aguzzini che indossano maschere da pagliaccio al solo scopo evidente di scimmiottare in modo patetico i tre famosi personaggi di “The Strangers”. Tra vuoti a perdere, pantomime inutili, dialoghi da latte alle ginocchia, e scimmiottamenti patetici, il film procede verso la sua deriva definitiva con le ultime sequenze che arrivano a un punto tale di presunzione da voler strizzare l’occhio al soprannaturale. Film senza alcuno spessore estetico, senza capo né coda, e che motiva una recensione solo per avvertire gli amanti del genere di starne a debita distanza. Regia: Eddie Lengyel Sceneggiatura: Eddie Lengyel, April Needham Fotografia: William A. Alexander Montaggio: Bobby Jones, Aaron Tomaselli Cast: Rob Jaeger, Karen Fox, Michael Reddy, Robyn Griggs, Stebe Thomlin, Breanne Racano Nazione: USA Produzione: Fright Teck Pictures Anno: 2010 Durata: 99

After.Life, di A. Wojtovicz-Vosloo (2009)

Ho visionato “After.Life” della giovane regista polacca Agnieszka Wojtovicz-Vosloo tamburellando nervosamente i polpastrelli della mano destra sul bracciolo della poltrona, per tutto il tempo della visione. Non è un buon segno, questo, quando guardo un film cosiddetto “horror”, poiché tale reazione neuro-vegetativa automatica non fa che segnalarmi che mi sto annoiando. Nel film si narra di una giovane donna, creduta da tutti morta in un violento incidente stradale, che in realtà si trova sospesa tra la vita e la morte, in un limbo fantasmatico cui può avere accesso un austero funzionario delle pompe funebri (Liam Neeson) che possiede, non si sa perché, lo “shining” di “parlare” con le anime perdute e più riottose al trapasso. Vediamo quindi Anna (Christina Ricci) ancora lucida, che dovrà lottare strenuamente per non essere sepolta viva. Si tratta di una “morta” che si comporta come una donna viva ma come se fosse sequestrata da un sadico serial-killer che si accanisce su di lei con tanto di bisturi e arnesi similari per “prepararla” al suo ingresso nella bara così come al mondo dell’aldilà. La storia è raccontata in modo dilungato e noioso, con la complicità di un montaggio alternato estremamente discontinuo, che tenta di far convergere la lotta per la vita di Anna e il senso di colpa del fidanzato Paul (Justin Long, un attore che meno credibile in questa sua parte non si poteva davvero scovare). L’atmosfera generale del film è poi rappresentata dalla legnosità assoluta del volto di un Liam Neeson spentissimo e monocorde, che si rivolge all’anima-nomade di Anna come potrebbe fare un qualsiasi assicuratore di provincia, venuto a riscuotere la polizza. Non sappiamo bene cosa abbia spinto questa semi-sconosciuta regista di Varsavia alla sua prima prova in lungometraggio, a confezionarci questo crisantemo finto, di plastica e strass. Forse appunto il suo interesse per il bricolage floreale gothic-style risalente a quando faceva le scuole medie. Null’altro sembra infatti ispirarla, soprattutto se pensiamo al fatto che la sceneggiatura è tutta sua, e quindi se ne assume, ahilei, la responsabilità in toto. Un film più vuoto e superficiale nel trattare il fondamentale tema horror del confine tra vita e morte, non si era mai visto, un film la cui supponenza è  irritante, visto che non si pone lontanamente neppure l’obiettivo di rielaborare qualche mito, oppure solo qualche stereotipo del genere “ghost-story”, oppure anche del genere "serial killer". “After.Life” vuole volare come Icaro al di sopra di tutto, supponendo altezzosamente di dire qualcosa di nuovo, che in verità non dice mai: vola come Icaro, e poi si perde nel cielo come un palloncino da fiera. Non parliamo del ruolo di Jack (Chandler Canterbury), il bambino, studente di Anna, che a un certo punto dello script scopre confusamente di possedere lo stesso “shining” di Neeson. Il dialogo tra i due, nel quale Neeson parla a Jack del potere di Gesù di parlare a Lazzaro, fa pensare che la cultura cattolico-polacca della  Wojtovicz-Vosloo, qui si faccia sentire, ma il riferimento cristologico-wojtyliano non fa che ammorbare ulteriormente un’acqua già grigia e stagnante di per se stessa. Il corpo di Christina Ricci non ha alcun effetto sia pur distraente se non seduttivo, per cui ci si possa almeno consolare con quello. Il finale è sulla stessa linea di scontata banalità cui il film ci aveva fin lì abituato. “After.Life”: da evitare con cura.  Regia: Agnieszka Wojtovicz-Vosloo Sceneggiatura: Agnieszka Wojtovicz-Vosloo Fotografia: John Mathieson Montaggio: Niven Howie Musica: Paul Haslinger Cast: Liam Neeson, Christina Ricci, Justin Long, Josh Charles, Chandler Canterbury, Celia Weston, Shuler Hensley Nazione: USA Produzione: Llju Productions, Harbor Light Entertainment, Plum Pictures Anno: 2009 Durata: 104.

Psicosi e televisione



“Fino a non molto tempo fa, ve lo ricorderete, tenevamo la televisione accesa e nel frattempo ci facevamo un caffè, rammendavamo un calzino, facevamo del sesso; oggi noi siamo seduti lì, davanti immobili e dentro lo schermo si fanno un caffè, rammendano un calzino e fanno del sesso
                Sabina Guzzanti (Reperto Raiot, Rizzoli, 2005).

Perché esiste un parallelismo netto tra psicosi e televisione? Innanzitutto perché la caratteristica principale, il parametro, l’invariante funzionale che caratterizza entrambi i fenomeni (uno più psicopatologico-individuale, l’altro più sociale-gruppale) è quello di porsi in conflitto distruttivo con il pensiero. Se, come afferma Bion, la “mente è un apparato per pensare i pensieri” (Bion, 1967), la malattia psicotica è una ribellione permanente, onnipotente e onnipervasiva contro tale apparato. Anzi, diciamo che la psicosi desidera distruggere, tale apparato, sostituendolo con un altro, fatto di immagini alternative alla realtà (l’allucinazione), e di convinzioni erronee (il delirio).  Tale sostituzione avviene innanzitutto confendondo l'esterno con l'interno, capovolgendone funzioni e ruoli, intime connessioni, distinzioni e confini. L’uso che si fa della TV è isomorfo a tale struttura, nel senso che la TV si è da tempo ormai immemore, completamente sostituita alla realtà, alterandone  i confini come sua mission (il concetto delirante di "reality-show" è una evidente dimostrazione di questa strategia dereistica): la TV è una realtà “altra” cui consentiamo di entrare in casa nostra, 24 ore su 24, molto più della realtà in carne ed ossa delle relazioni umane. Una realtà (quella propagandata dalla TV) fatta di desiderio sempre allucinato, mai reale, e che tende a generare convinzioni, ideali e valori totalmente svincolati dall’asse temporale su cui si fonda la memoria, e di conseguenza il pensiero, e di conseguenza l’identità. Il “pensare”  parte da (e mette in scena un) distacco, da un’assenza, da una separazione; proprio in funzione di tale “vuoto”, si dà pensiero, altrimenti assistiamo semplicemente a un amorfo, liquido e continuativo scorrere di immagini (come accade in TV) che portano il segno di un atto feticistico, dove l’immagine è lì per se stessa, e non si pone come evocazione, metafora, rimando, ma come statico peso autoreferenziale. E’ lecito dunque domandarsi come sia possibile che la tv possa diventare generatrice di pensiero (nel caso del “pubblico” ricevente) se questo sfondo depressivo-luttuoso del distacco (il “lutto originario” di cui parla lo psicoanalista e psichiatra francese Sassolas) è forcluso psicoticamente dalla fruizione televisiva. E’ una domanda centrale. Infatti la in-cultura post-moderna tende, come sua strategia di base, a nascondere artatamente questo aspetto, che è come dire cancellare la memoria (le immagini sono sempre, per così dire “in diretta”) per cancellare-non soffrire-il lutto di ciò che è assente, di ciò che non-è-più-in-diretta. La TV-come-psicosi tende a sostituire il lavoro continuo del lutto, attraverso cui, nel corso del tempo, decanta l’atto di pensiero , con “superfici” piatte e liquide, generando l’illusione onnipotente dell’assenza del dolore, cioè del piacere continuo. E’ un illusione, appunto feticistica, che a voler ben guardare, ha somiglianze incredibili con una configurazione tossicomanica, psicotica dove “la droga” assume un significato di feticcio, che garantisce l’illusione di una potenza sempre perennemente ai massimi livelli, la cui “dose” deve essere continuamente aumentata. Per ottenere tale effetto, la cultura televisiva, lavora malignamente sul confine delicato e soffuso tra lutto e creazione, operando principalmente attraverso gli strumenti difensivi individuali della scissione, della scotomizzazione e dell’iperstimolazione, estendendoli dall’individuo alla massa. Nel prossimo editoriale studieremo più da vicino tali meccanismi patologici (Articolo pubblicato sulla rivista online "Agli Incroci dei Venti").

mercoledì 10 novembre 2010

Time of Darkness (Pora Mroku) di Grzegorz Kuczeriszka (2008)

Non mi risulta che il cinema horror polacco abbia mai dato grandi prove della sua esistenza nel panorama europeo contemporaneo. Siamo quindi autorizzati a  pensare che Grzegorz Kuczeriszka (fino a ieri cineoperatore ed elettricista di scena) tenti di rivitalizzare il genere nel suo paese, innestandolo su uno stile europeo molto vivo oggigiorno,  e guardando ad esso come modello. Il tentativo tuttavia non sembra riuscire, complice una sceneggiatura piuttosto banale che ricalca alcuni risaputi stilemi statunitensi, primo fra tutti quello del “gruppo di amici on the road”, sebbene diversificando tale impostazione dello script con il fragile espediente della “ricerca dell’amico scomparso”. Recitazione e dialoghi non portano poi acqua al mulino di una buona riuscita complessiva di questo “Time of Darkness”, che non ha certo lo spessore di altre opere europee, per esempio francesi, inglesi o spagnole. La storia è presto riassumibile:  quattro giovani (due ragazze e due ragazzi) arrivano nella zona di una vecchia fabbrica abbandonata nella Bassa Slesia, dove un anno prima è scomparso un loro amico. Cercando di svelare il mistero della sua scomparsa, e dopo aver fatto conoscenza con i rustici villici locali, scoprono loro malgrado una terribile verità: un’èquipe medica che gestisce un misterioso ospedale psichiatrico, utilizza cavie umane per trasferire anime da un corpo ad un altro e così vendere l’immortalità ad anziani clienti d’oltreoceano. In alcuni momenti del film la tensione è peraltro ben costruita, ma finisce ben presto col disperdersi nelle fosche location da archeologia industriale, e lungo i rivoli di un montaggio sgangherato che ricorre troppo all’uso di flashback visivi assolutamente inutili se non disturbanti rispetto allo scorrevolezza della narrazione. E’ poi evidente il tentativo di Kuczeriszka di appoggiarsi a mitologie horror ormai sedimentate nella mente dello spettatore, per innescare brividi che da solo non riesce a produrre (vedi la sequenza descentiana dell’ascensore che porta nella stanza delle torture). Il gruppo di  ragazzotti in vacanza oscilla tra l’essere un gruppo alla Scooby-Doo, e delle improbabili vittime alla “Hostel”, senza mai riuscire a prendere una sua forma distinta e specifica.  Colonna sonora ininfluente ed effetti torture-oriented decisamente poco evocativi e perturbanti, rendono infine questo polish-horror, esperienza che non cattura affatto lo spettatore, e anzi, alla lunga lo annoia.  Potremmo forse vedere questo film , a sua volta come un primo, embrionale esperimento, operato dal regista, di horror-film su suolo polacco. Un modo per misurarsi, cioè, con un filone horror europeo assai promettente. Il problema è che  l’esordiente Kuczeriszka, nel condurre questa operazione sperimentale, non riesce sufficientemente a sganciarsi da certi tòpoi cinematografici, anzi ne dipende totalmente, sacrificando così qualsiasi sua personale vena creativa. Un peccato e un’occasione sprecata, considerate anche le suggestive locations archeologico-industriali e la buona fotografia di Mateusz Skalski. Regia: Grzegorz Kuczeriszka Sceneggiatura: Dominik Wieczorkowski-Rettinger Montaggio: Jacek Tarasiuk Fotografia: Mateusz Skalski Cast: Jakub Wesołowski, Jan Wieczorkowski, Natalia Rybicka, Ewa Kolasińska, Karolina Gorczyca Nazione: Polonia Produzione: Polski Instytut Sztuki Filmowej, Vision Film Distribution Company Anno: 2008 Durata: 95 min.

martedì 9 novembre 2010

30 giorni di buio II, di Ben Ketai (2010)


Uscito direttamente per il mercato DVD e Blue-Ray, il sequel di “30 Days of Night” (2008, diretto da David Slade) è una mediocre prova registica che si fa guardare svogliatamente e semplicemente per rispetto all’opera cui si ispira, che è molto al di sopra  di questa inutile seconda parte. Lo script è confuso, soprattutto perché ambienta la storia nella città di Los Angeles, dove Stella si rifugia per cercare di farsi una nuova vita, dopo il massacro vampiresco di Barrow e l'atroce ed insieme eroica morte del marito Eben.  Los Angeles è una città molto lontana e differente dalla location provinciale e claustrofilica della originaria cittadina in Alaska, e  già questa scelta, dettata solo da stoltezza mentale, trasforma iconograficamente il film , avvicinandolo alle atmosfere di un “Blade” (1998), oppure di un “Daybreakers” (2009),  e rovinando così tutto il concept che stava alla base del film di Slade. L’originalità del primo “30 Giorni di buio” consisteva infatti nel circoscrivere una “storia di vampiri”, che avrebbe potuto risultare vieta e risaputa, all’interno di una comunità isolata e immersa dal gelo invernale. I vampiri erano lì poi fotografati in modo piuttosto innovativo, descrivendone bene l’inumanità e cattiveria, cioè il loro essere davvero “altri”, alieni, rispetto alla trista specie umana cui apparteniamo. In questo noioso film di Ben Ketai, nel quale le psicologie dei personaggi, nonché gli spentissimi dialoghi tendono ad addormentare lo spettatore, anche la potenza cieca e animalesca dei vampiri viene piegata all’espediente narrativo di far “incontrare” umani e alieni, riducendo così quasi a zero  il potenziale perturbante dei secondi. E’ questa una pessima scelta diegetica, un ingrediente ambiguo e confusivo che, unito al carattere inconsistente del gruppo di “eroi” umani cui si legherà Stella, produrrà l’effetto di far afflosciare velocente nel forno il soufflé.  Se andiamo poi a guardare nello specifico le sequenze “topiche” di film di questo genere, e cioè le scene di attacco da parte dei vampiri, non possiamo che registrare una distanza estetica siderale rispetto alle sequenze perfettamente tensiogene del film di Slade. Ketai sembra voler dirigere più uno zombie-movie freddo e derivativo, piuttosto che un sequel. Questi vampiri losangelini non esprimono affatto l’onnipotenza nietzschiana di quelli caduti dai cieli dell’Alaska. Sono vampiri “cittadini”: giungono a compromessi, intessono improbabili contratti spionistici con poliziotti psicolabili, si perdono in giochini sadomaso con alcuni umani catturati lì per lì, e partecipano alle conferenze tenute da Stella, per poi farsi abbrustolire come cretinetti qualsiasi dalle lampade alogene che Stella accende sull’uditorio. Rispetto all’originale, questo sequel è dunque un’isipida messinscena che si limita a scimmiottare le interessanti intuizioni di Slade, buttando a mare pietosamente l’originalità di molti suoi spunti. L’ambientazione quasi sempre notturna e infossata all’interno di improbabili cunicoli fognari, non consente alla fotografia di Eric Maddison, né alle musiche di Andres Boulton di arricchire il prodotto di una pur minimale nota tecnica di merito. “30 Days of Night: Dark Days”: un prodotto puramente consumistico e pre-halloweeniano, del tutto superfluo e deludente. Regia: Ben Ketai Sceneggiatura: Steve Niles, Ben Ketai Fotografia: Eric Maddison Musica: Andres Boulton Cast: Mia Kirshner, Kiele Sanchez, Diora Baird, Harold Perrineau, Monique Ganderton, Rhys Coiro, Ben Cotton, Katie Keating, Troy Ruptash, James Pizzinato Nazione: USA Produzione: Stage 6 Films, RCR Capital Partners I, Ghost House Pictures Anno: 2010. 

Paranormal Activity 2, di Tod Williams (2010)

“Paranormal Activity 2” è un raro caso di prequel migliore del film originario. Il regista Tod Williams, insieme alla squadra di sceneggiatori Michael R. Perry, Christopher B. Landon, Tom Pabst, e Oren Peli, per quanto riguarda un’inserzione finale tratta dal suo primo film, organizzano una storia che vuole decisamente mettere ordine e dare senso allo sconclusionato inizio di quel mediocre esperimento in stile mokumentary. Rispetto a “Paranormal Activity” (2007), la seconda puntata prequel è molto meno noiosa, e ci presenta i componenti di una normalissima famiglia di classe media americana, alle prese con la nascita del loro primogenito maschio. La casa è la tipica dimora statunitense: una villettona con piscina, ovviamente attrezzata di televisori lcd a 50 pollici, forni a microonde di ultima generazione, e videocamera a infrarossi per filmare la quotidianità del lieto evento della nascita. L’architettura del film è simile a quella del primo, con la differenza che le riprese notturne e diurne sono effettuate da videocamere di sorveglianza fatte installare dal padrone di casa dopo una intrusione da parte di improbabili “ladri” che mettono a soqquadro le stanze durante una loro assenza. L’aspetto poi interessante del film di Williams è che il climax è costruito con una certa sapienza narrativa, e i momenti di tensione sono distribuiti in modo ponderato ed efficace nel corso di tutta la pellicola. Ovviamente non dobbiamo aspettarci nulla di eccezionale dal punto di vista degli effetti speciali o del gore, ridotti all’osso e concentrati negli ultimi venti minuti, ma l’interesse che ha suscitato in me la visione di questo film consiste appunto in questa sua capacità (inaspettata) di produrre angoscia a partire da un quadro di banale vita quotidiana. Ci troviamo di fronte a una semplice porta che sbatte, oppure a una pentola appesa che cade nel silenzio notturno, ma queste “paranormal activities” sono inserite in un contesto cosi “normale” da far pensare che proprio non dovrebbero esserci. E questo semplice espediente relativo all’allestimento complessivo della scenografia, rende il film a tratti molto perturbante. In questo senso anche i dialoghi sui “demoni” tra la giovane figlia di primo letto del padrone di casa e il suo fidanzatino, di fronte al pc portatile, sono ben congegnati, e si inseriscono bene, nella loro semplicissima discorsività conversazionale, all’interno della costruzione filmica dell’angoscia. Risulta chiaro, tuttavia, che maneggiare un tema così difficile a abusato come quello del “soprannaturale” demoniaco, attraverso lo stile mokumentary, non mette al riparo da scivoloni derivativi ineluttabili. Le sequenze con videocamera amatoriale in visione notturna ad esempio non possono che far emergere dal nostro preconscio tutta la mitologia filmica di [Rec.], nonché riferimenti al mito prototipico di “The Blair Witch Project”, soprattutto quando ascoltiamo le urla isteriche della giovane figlia, al buio, nel finale. Finale che è poi un doppio finale che connette il film al primo lungometraggio di Oren Peli, cercando di dare appunto ordine, senso, e portanza estetico-narrativa a tutta la storia. Si tratta comunque di un finale che, nell’economia di una sceneggiatura condotta peraltro non malaccio, arriva troppo frettolosamente a chiudere la partita e a dare spiegazioni rispetto a ciò che era stato fino a quel punto solo vagamente evocato: una mancanza di equilibrio che non possiamo esimerci dal sottolineare. In ogni caso “Paranormal Actrivity 2” è un film che mi sento di segnalare, se non altro perché dimostra un certo impegno creativo da parte del regista, e di tutto il cast and crew, a generare visioni perturbanti e a muovere le emozioni e l’inconscio dello spettatore. Regia: Tod Williams Sceneggiatura: Michael R. Perry, Oren Peli Fotografia: Michael Simmonds Montaggio: Gregory Plotkin Cast: Katie Featherston Nazione: USA Produzione: Blumhouse Productions, Room 101, Paramount Pictures Anno: 2010

Paranormal Activity 2 Trailer ita HD 

My Soul to Take, di Wes Craven (2010)

Mentre il suo “Scream 4” è in post-produzione, Wes Craven firma questo ritorno sentimentaloide allo slasher scream-style, e lo fa come un anziano pensionato che torna sui luoghi ameni della sua fanciullezza a rimirare nostalgicamente un’età dell’oro che ormai non è più. “My Soul to Take” è infatti un omaggio che Craven fa  solo a se stesso, soprattutto se pensiamo che per la prima volta dopo anni, firma sia la regia che la sceneggiatura di un film che sembra un album di sue vecchie foto. Si tratta di una più che legittima operazione autobiografico-narrativa, ma il problema è che il valore estetico di quest’opera ultima di Craven non va oltre queste suggestioni neocrepuscolari. Il filone è quello classicamente teen-slasher, e la storia si inscrive in modo rispettoso, quasi filologico, nel canone originario:  a Riverton, una tranquilla cittadina di provincia, esiste una terribile leggenda metropolitana secondo cui un serial killer chiamato The Ripper, morto sedici anni prima, tornerà in vita per uccidere i 7 bambini che sono nati il giorno in cui è stato "ucciso". Non appena scattano i famosi sedici anni alcuni ragazzi del liceo locale iniziano a scomparire. Il filone horror-slasher è da sempre molto interessante dal punto di vista psicosociale, poiché si pone come rappresentazione artistica del gruppo degli adolescenti di una comunità, raccontandolo in un periodo storico definito. La componente fallico-sessuale tipica dell’adolescenza è sublimata (ma rappresentata) attraverso la personificazione delle spinte erotiche e aggressivo-trasgressive che confluiscono nella figura del maniaco slasher. Il serial killer è poi di solito nascosto dietro una maschera (vedi i vari e craveniani “Scream”, 1996, 1997, 2000), elemento che rimanda all’identità e al suo nascondimento/svelamento, cioè ad un altro importante aspetto dell’evoluzione psichica di un teenager. Nelle opere precedenti, tuttavia, Wes Craven allestisce il racconto slasher con una certa leggerezza e autoironia, innovando così, a modo suo, il sottogenere horror che tanto gli piace. In questo “My soul to take”, sembra invece voler dire altro, e con una seriosità che non ce lo rende affatto simpatico. Nonostante il cast sia scelto e diretto con una certa cura dei dettagli, anche psicologici, nella caratterizzazione dei differenti personaggi, tutti ragazzi piuttosto rappresentativi della middle-class statunitense di provincia di oggi, il tutto è condotto da Craven in modo stancamente autocelebrativo, e non produce nessuna emozione. L’anziano regista di “Scream”, insiste molto, per esempio sulle scene di gruppo-classe al liceo, e sull’intreccio di relazioni tra i protagonisti, in particolare quelle tra il controverso e combattuto Bug (Max Thieriot), il saggio Jerome (Denzel Whitaker), la bella Brittany (Paulina Olszynski), Brandon (Nick Lashaway), ma tende poi a perdersi in un labirinto di immagini  autoreferenziali che spegne ogni tensione o suspence. L’”album di fotografie” della sua lunga carriera cinematografica (anche come produttore: ricordiamo per esempio il remake de “L’ultima casa a sinistra”, di Dennis Iliadis, del 2009) diventa così per Craven un bagno caldo in cui cullarsi e nulla più, deludendo assai gli amanti dello slasher, nonché buttando via un’occasione d’oro per dire qualcosa di nuovo nell’ambito di questo filone che è da sempre stato tra i più produttivi e suggestivi della cosiddetta “cultura popolare”. In ogni caso, ciò che irrita di più della visione di questi film dei “Grandi Maestri” horror, è che costoro non riescano a dire ormai nulla di nuovo, nonostante le montagne di dollari a loro disposizione, e le potenzialità tecniche ed artistiche che hanno maturato in un’intera vita dietro la cinepresa.  "My soul to take": un film da vedere  solo per amore filologico,  per poi buttarselo rapidamente dietro le spalle. (Naturalmente non ho visto il film in 3D, ma anche questa scelta, dettata solo da esigenze di commercializzazione consumistica, fa sorridere, oppure piangere: vedete voi).  Regia: Wes Craven Sceneggiatura: Wes Craven Fotografia: Petra Korner Montaggio: Peter McNulty, Todd E. Miller Musica: Marco Beltrami Cast: Max Thieriot, Nick Lashaway, Denzel Whitaker, Jessica Hecht, Zena Grey, Frank Grillo, Dennis Boutsikaris, Shareeka Epps Nazione: USA  Produzione: Rogue Pictures, Relativity Media, Corax Corvus Productions Anno: 2010.