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lunedì 9 novembre 2015

The Visit, di M. Night Shyamalan (2015)


Una giovane mamma manda i due figli, Becca, 15 anni e Tyler, circa 11, a trovare i nonni in campagna, mentre lei si gode una vacanza di una settimana in crociera col fidanzato. Becca e Tyler non avevano mai conosciuto i nonni prima di allora, poiché anche la mamma non li vede da circa 15 anni, ma non vuole rivelare a Becca i motivi di questa lontananza. Saranno i nonni stessi, se vorranno, a raccontare ai ragazzi la storia del travagliato rapporto tra loro e la mamma. Arrivati dai nonni, man mano che i giorni passano, Becca e Tyler si rendono conto tuttavia che i due anziani hanno comportamenti molto strani, soprattutto la nonna. La mamma e i due ragazzi si accorgeranno ben presto che nella loro famiglia d'origine c'è qualche problema...

La fresca onda di positive ispirazioni che ha investito il cinema perturbante in questo 2015 così fecondo di meraviglie inaspettate, sembra aver investito anche M.Night Shyamalan, che gira un film anche piuttosto lontano dai suoi stilemi tipici, ma assai intenso, pieno di cose nuove, e soprattutto molto perturbante. E ne siamo contenti, per lui e per noi.

Diciamo subito che, soprattutto dopo l'orrenda, insipida prova di E venne il giorno (2008), avevo messo Shyamalan (e altri insieme a lui), nello sgabuzzino delle scope, non aspettandomi da più di tanto da questo regista dai così felici esordi, quindi mi sono accostato a quest'ultima sua prova con un tantino di pregiudizievole sguardo. Il fatto che poi Shyamalan avesse deciso di utilizzare qui la stra-abusata tecnica del mockumentary, mi faceva financo tremare le vene ai polsi. Il film era però citato qua e là da diversi amici blogger di cui mi fido molto, e allora ho provato a guardarlo, scoprendo che sembrerebbe proprio che Shyamalan sia stato investito dalla brezza benefica che ha rinverdito i prati del Perturbante cinematografico di quest'anno. 

Intanto tutto parte da una "intervista" mocku, fatta da questa ragazzina, Becca, alla mamma, su "segreti" di famiglia molto semplici, molto usualmente vissuti da centinaia di giovani donne separate, che hanno conosciuto un giovanotto all'età di 19, come la mamma di Becca, e poi se ne sono andati con una commessa di Starbucks, abbandonando la fidanzata precedente al suo destino, e con due figli. Facilissimo immaginarsi il conflitto familiare esploso tra la 19enne e i genitori, così come il suo desiderio ribellistico di lasciarli nel loro brodo per 15 anni. Ma arriva l'adolescenza della figlia, Becca, e si sa, l'adolescenza è avida di tuffi nelle origini, di riorganizzazioni affettive, di ristrutturazioni storico-identitarie. L'adolescenza è un indomito, difficile, tormentoso percorso attraversato dall'assillante domanda "chi sono io?", e Becca, armata della sua videocamera, vuole a tutti i costi conoscerli questi nonni, e quindi intraprende questo viaggio su un treno della Amtrack che la porta tra le nevi della Pennsylvania col suo amato fratellino Tyler, amante dei rapper, e molto, molto simpatico. Il percorso storico-identitario dell'adolecenza però non è una passeggiata tra le margherite di un campo soleggiato. Al contrario è un incontro con angosce perturbanti, con inquietudini che diventano a volte mostruose, come le "creature cattive", invisibili, che la nonna di Becca a un certo punto le racconta di avere dentro di sè. E' per questo che ride sgangheratamente, sulla sedia dondolo, per tenerle a bada. E' per questo che si aggira per la casa, nuda, di notte, vomitando. 

L'idilliaco incontro tra nipoti e nonni si trasforma infatti, ben presto, in un incubo fatto di sequenze mostrate da Shyamalan con la sua consueta delicatezza indiana. A tratti colpisce lo spettatore con pugni nello stomaco, non molto forti o dolorosi, ma sempre e comunque disturbanti, perché, diciamolo, lo stomaco è comunque un organo delicato. Quindi ad esempio la scoperta di cosa c'è sul tavolo del capanno, da parte di Tyler, non è particolarmente eccezionale, ma evoca comunque un fastidio non da poco, che si concretizzerà ulteriormente in una delle ultime sequenze, precisamente quella in cui il nonno e Tyler sono in cucina: questa sequenza è secondo me un vero colpo da maestro da parte di Shyamalan, perché coglie completamente impreparati nel suo far collassare i rapporti generazionali in modo così rude, senza filtri, allontanando tali rapporti dai consueti stereotipi cui siamo abituati da un certo Cinema. 

Allo stesso modo il "gioco al nascondino" nel basement della vecchia casa, genera decisamente spavento, in particolare per come si conclude, con quell'inquadratura della nonna che ritorna a casa salendo le scale con la gonna strappata. Com'è possibile pensare che una nonna mostri il sedere a un nipote? Shyamalan agisce invece appositamente su questo tipo di spaesamento basato sul confronto generazionale, capovolgendo le asimmetrie, e giocando su leggeri tocchi di cinepresa, ben collocati, armonici, toccanti (si veda ad esempio il cadavere della ragazza appesa all'albero, nel prefinale, mostrata due secondi due e non di più, ma sufficiente a stordire ancora una volta lo spettatore in modo rapidamente traumatico). 

Sia i nonni (Deanna Dunagan e Peter McRobbie), sia i ragazzi (i giovanissimi e bravissimi Olivia DeJonge e Ed Oxenbould) sono poi una scelta di casting molto accurata e indicata. In particolare McRobbie si avvicina alla figura di un villain che farei entrare di corso nella galleria storica dei villain più inquietanti del cinema horror contemporaneo. A tratti è capace di richiamare addirittura la figura di Freddie Kruger, ma in modo molto, molto sottile, evocativo, modalità che è un altro pregio di Shyamalan. 

La fotografia di Maryse Alberti e il montaggio di Luke Ciarrocchi aggiungono stile e compostezza allo stile del regista, sempre molto attento alla composizione dell'inquadratura, agli accostamenti cromatici, ai passaggi e alle dissolvenze da una sequenza all'altra. Ho trovato anche utile la dicitura che segnala il passare dei giorni, con quel rosso accesso e molto carico, in uno stampatello squadrato, come a voler dire "non c'è scampo". 

Ma, al di là degli aspetti puramente tecnici, quella di Shyamalan è una riflessione, a mio avviso molto acuta ed attuale, sulla non-linearità (affettiva, temporale, relazionale) del costruirsi del nucleo familiare, un tempo ritenuto dalla sociologia come principale "mattone costitutivo" della società. La "famiglia" che vediamo in "The Visit" è un oggetto misterioso, sfocato, frutto di rifrazioni e falsificazioni che si accavallano e la deformano in modo perturbante. Shyamalan manovra registicamente tali rifrazioni in modo efficace, utilizzando il mocku senza neppure farcene sentire l'invadenza, come spesso succede in opere di tale genere, e per giunta facendo vibrare le corde dell'inquietudine su registri davvero sinistri. Un plauso quindi a questo regista, che conosciamo da tempo, che avevamo messo (per colpa solo sua) nello sgabuzzino, e che qui ha ritrovato la giusta ispirazione. "The Visit": molto consigliato. . 

Regia: M. Night Shyamalan    Soggetto e sceneggiatura: M. Night Shyamalan   Fotografia: Maryse Alberti  Montaggio: Luke Ciarrocchi  Musiche: Susan Jacobs  Cast: Olivia DeJonge, Ed Oxenbould, Deanna Dunagan, Peter McRobbie,Jathryn Hahn, Celia Keenan-Bolger, Samuel Stricklen, Patch Darragh, Jorge Cordova, Steve Annan, Benjamin Kanes    Nazione: USA  Produzione: Blinding Edges Pictures, Blumhouse Productions Durata: 94 min.  


domenica 1 novembre 2015

Tales of Halloween, The October Society (2015)



Dieci brevi segmenti di puro cinema in stile Halloween, girati da 11 registi che desiderano condividere una loro personale visione del giorno consacrato al "Trick 'r Treat". Dieci punti di vista differenti, accomunati da una location mitica: un sobborgo della provincia americana, luogo magico, in cui è assolutamente normale vedere comparire dal nulla killer spietati, demoni, extraterrestri assassini, zucche che divorano bambini...

E' inutile negarlo: quello che sta per chiudersi è stato un ottimo, ottimo anno cinematografico perturbante. E' c'è un'altra buona notizia, cioè il fatto che un certo cinema statunitense dello stesso filone a noi caro, gode di splendida salute. Ne è esempio mirabile l'antologia di segmenti narrativi che porta il titolo di "Tales of Halloween", girato da undici filmaker, alcuni dei quali di un certo (e notorio) spessore, vedi Lucky McKee e soprattutto quel Neil Marshall, che dalla remota cittadina inglese di Newcastle upon Tyne ne ha poi fatta di strada, accidenti. E speriamo che ne faccia ancora molta.  

Come scrive saggiamente la mia amica Lucia Patrizi, che vi invito a leggere, "Tales of Halloween" è un insieme ben integrato di "fiabe horror", che non ha alcuna pretesa, se non quella di costruire un omaggio al rito annuale di Halloween, così caro ai bambini e agli adolescenti, ma anche a quegli adulti che non hanno nessuna intenzione di perdere il loro contatto più profondo con quelle parti di sè in cui la giocosità del Perturbante continua ad abitare  e prosperare, se sanamente nutrita. Non tutti i corti sono naturalmente alla stessa altezza, e direi subito che il primo ("Sweet Tooth" di Dave Parker) e l'ultimo ("Bad Seeds" di Neil Marshall) già di per sè valgono non una ma più visioni. 

Ciò che ho trovato molto interessante della linea narrativa che accomuna tutti i segmenti girati, è in ogni caso l'attenzione rivolta da ciascun regista, e secondo il suo stile peculiare, ad aspetti dell'infantile usualmente lasciati in disparte dalla cinematografia che non si occupa questo tipo di genere. Ad esempio "Ding Dong", di quel vero maestro del Perturbante odierno che è Lucky McKee, è in grado di ripescare direttamente dalla fiaba di Hansel e Gratel, per architettare una breve ma efficacissima storia che io credo solleticherebbe la vis associativa di molti psicoanalisti, perché capace di generare un disegno moderno, evocativo - e davvero diabolico - delle dinamiche edipiche declinate nel contemporaneo. 

Sul piano dell'analisi dell'"infantile", anche nelle sue dimensioni più angoscianti, soprattutto se connesse ai rapporti con il tema del fraterno, ho trovato eccellente "The night Billy raised hell", di Darren Lynn Bousman. Il contributo di Bousman racconta di Billy, ragazzino preso in giro da due più grandi che, con lo spirito sadico dei "fratelli maggiori", sottolineano la sua incapacità di bussare da solo alle porte del vicinato. Per affrontare questa sfida generazionale, Billy busserà inconsapevolmente alla porta di Satana, che gliene combinerà delle belle, ovviamente. Bousman confeziona un corto scoppiettante, dai colori lisergici, montato con fulminante maestria: un piccolo vero capolavoro di perfidia. Complimenti.

Ulteriore menzione agli episodi "Grim Grinning Ghost", della talentuosa Axelle Carolyn e "Trick" di Adam Gierasch. Al primo, un premio speciale per una sceneggiatura che è capace di far crescere una suspense angosciosissima nel giro di pochissimi minuti, per poi risolverla con un rapido colpo di scena finale secondo me esteticamente perfetto. Al secondo, il secondo premio alla sceneggiatura per aver saputo incastonare un capovolgimento di prospettiva notevole, sempre in un tempo brevissimo. Ma è decisamente la Carolyn, che coordina tutta la produzione di questo interessante gruppo di registi autonominatosi per l'occasione "The October Society", ad essere per me una scoperta inaspettata quanto felice, e che cercherò di seguire nei suoi sviluppi poetico-filmici.

Chi invece non mi ha convinto è certamente Paul Solet con il suo "The Weak and the Wicked", che si conclude in modo molto, troppo soft, considerato il materiale fiammeggiante (in tutti i sensi), che aveva dispiegato davanti ai nostri occhi. Anche "This means war", di Andrew Kash e John Skipp, non convince fino in fondo perché vuole mettere troppa carne al fuoco, arrivando al solo risultato di far bruciare le braciole sul barbecue.  

Forse ho dimenticato qualcuno: certo, "The Ransom of Rusty Rex" di Ryan Schifrin, puro divertissement nel quale i veri protagonisti sono i dialoghi telefonici tra gli sfortunati rapitori del piccolo Rusty e il padre del "bimbo"; e "Friday the 31st" di Mike Mendez, omaggio a tutto lo splatter girato nella storia del cinema horror, ma in fondo niente di più. 

In sintesi "Tales of Halloween" è la prova interessante, pensata, ma insieme anche - e giustamente -  sorniona di un collettivo di registi che amano il Perturbante declinandolo in questo caso sul versante del macabro umoristico in stile "Creepshow", ma ripescando questo sottogenere nel quale si identifica la pop culture statunitense, ridandogli nuova, inaspettata freschezza. Film antologico dunque consigliatissimo, aldilà di Halloween, e da vedere prima, durante o dopo Halloween. Come vi pare. 

Regia: Darren Lynn Bousman, Axelle Carolyn, Adam Gierasch, Andrew Kash, Neil Marshall, Lucky McKee, Mike Mendez, Dave Parker, Ryan Schifrin, John Skipp, Paul Solet  Soggetto e Sceneggiatura: Clint Sears, Axelle Carolyn, Andrew Kash, Neil Marshall, Lucky McKee, Mike Mendez, Dave Parker, Ryan Schifrin, John Skipp Cast: Booboo Stewart, Ben Woolf, Cerina Vincent, Grace Phipps, Sam Witwer, Lisa Marie, Adrienne Barbeau, Pollyanna McIntosh, Barry Bostwick, Greg Grunberg, Keir Gilchrist  Nazione: USA   Produzione: Epic Pictures Group, Film Entertainment Services   Durata: 92 min.

domenica 18 ottobre 2015

Knock Knock, di Eli Roth (2015)


Evan Webber è un architetto ed ex-dj, ed è il tipo di uomo che, a 43 anni sembra aver avuto tutto dalla vita: una casa da sogno nei dintorni di Hollywood, una giovane e bella moglie che fa la scultrice, due figli che lo adorano. Mentre sua moglie e i suoi figli partono per una gita già da tempo programmata su una spiaggia dei dintorni, Evan, rimasto solo, si dedica a un nuovo progetto cui sta lavorando, e all'ascolto della musica.. Karen, la moglie, lascia al suo assistente Louis il compito di spostare una sua nuova scultura in una galleria d'arte.  La stessa sera della partenza della moglie, due giovani donne, Genesis e Bel, bussano alla sua porta grondanti di pioggia che nel frattempo sta cadendo abbondantemente, e scusandosi del disturbo gli chiedono di poter usare il suo telefono poichè hanno perso l'indirizzo di una casa vicina dove stavano recandosi per una festa. Evan le fa gentilmente entrare e si offre di chiamare un taxi per loro. Nel frattempo le ragazze si mettono comode, e cominciano a sedurre in modo subdolo Evan, che casca nella trappola, perché, si sa, la carne è debole. Il mattino seguente, dopo una notte di sesso sfrenato con entrambe le giovani, Evan trova le ragazze che gozzovigliano in cucina, quindi decide di chiamare la polizia, ma le due lo informano di essere minorenni e che quindi ad avere guai con la giustizia potrebbe in verità essere proprio lui. In qualche modo Evan riesce a riportarle in macchina a casa loro, in un quartiere degradato in cui presumibilmente vivono. Tornato a casa Evan inizia a riassettare la sua abitazione, ma dopo qualche ora le due diaboliche ragazza si introducono di nuovo in casa, lo assalgono e lo legano. 
Comincia così una lunga avventura fatta di maltrattamenti e umiliazioni, durante la quale Evan si trova a fare i conti con il lato borderline delle due adolescenti.  

Questa volta Eli Roth ci azzecca, accidenti. Dopo varie prove (praticamente tutte) che mi avevano fatto decisamente storcere il naso, a partire dai vari, debolissimi Hostel, per poi passare dalla inutile produzione di Aftershock (2012) di Nicolàs Lòpez, per giungere al discutibile e superficiale The Green Inferno (2013), ecco che Roth si inventa una sua personale visione dell'home invasion, visione molto pensata, carica di pathos, venata da un pessimismo e da una cupezza che sono fatti risaltare con particolare intensità perturbante anche dalla fotografia brillante, accesa e molto colorata di un ispiratissimo Antonio Quercia.            .   

La sceneggiatura, del terzetto costituito da Roth, Lopez e Amoedo (lo stesso signore che aveva messo mano a "The Green Inferno", ma con risultati decisamente inferiori), non è certamente perfetta: alcuni passaggi, come quello, a titolo di esempio,  dell'aggressione di Evan con la forchetta da parte di Genesis, non convince molto, a meno che non accertassimo che le forchette di casa Webber siano tutte particolarmente affilate. Tuttavia la storia scorre fluida come un torrente di emozioni fastidiosamente disturbanti che lambisce lo spettatore piano piano e con gradualità inesorabilmente continua,  fin dall'ingresso delle due adolescenti borderline all'interno della casa. Le due sono appunto un ottimo esempio di adolescenti borderline-sociopatiche. Roth è molto bravo, inoltre, a non caratterizzarle su un piano biografico e ambientale. Il regista rimane, al contrario, su un piano per così dire fenomenologico nel presentarci dei comportamenti imprevedibili, cangianti, spiazzanti, seduttivi, sadomasochistici, come a voler creare due personaggi che rappresentino la quintessenza del lato trasgressivo-distruttivo-pulsionale dell'adolescenza. E direi che ci riesce benissimo. 

Chi ha avuto a che fare con adolescenti psicotiche, sa bene quanto il modus operandi di Genesis e Bel non sia poi così lontano dalla realtà, sebbene il film generi una sorta di comprensibile iperbole narrativa circa i comportamenti delle due. Ma questo è ovvio, dal momento che stiamo guardando un film, cioè un'opera di fiction, e di questo sembra che Roth  sia qui perfettamente consapevole. Ciò che ritengo più riuscito di Knock Knock è proprio il suo saper rendere in modo molto preciso e chiaro, quello che potremmo definire il fondamentalismo psicopatologico che caratterizza un certo tipo di comportamenti adolescenziali, fondamentalismo che si evidenzia sia sul piano della sensualità seduttiva, sia su quello della distruttività e della relazionalità di tipo narcisistico sado-masochistico. Le due infatti si scopano Evan senza nessun tipo di remora valoriale di sorta (versante libidico-sensuale), per poi accusarlo di pedofilia punendolo per questo (versante distruttivo-sadico), ma entrambe le modalità di interazione sono appunto estreme, di stampo integralista. Questa forma del pensiero ha una natura intrinsecamente virante sul versante psicotico della personalità, una forma che spesso colonizza un certo tipo di personalità adolescente.  

L'elemento perturbante caratteristico del film fa leva giustappunto su questo modo di essere psicotico-borderline di certe adolescenze declinate su un piano essenzialmente clinico, ma Roth non ha naturalmente nessun intento descrittivo-psichiatrico, e invece a convincere di più è  proprio questo suo guardare essenzialmente alla "fenomenicità" rappresentativa della distruttività umana. Porre in contrasto netto, conflittuale, sul piano dello script, la freschezza adolescenziale, vitalistica, di Genesis e Bell, con la stabilità del costrutto familiare della coppia Evan-Karen, avvicina questo film a Funny Games (1997) di Haneke, pur rimanendo all'interno di un contesto di intrattenimento che non ha la pretesa di una profondità alla Haneke. Roth  è come se infatti ammettesse con onestà, in questo suo ultimo film,  che la sua cinematografia è tutta situata all'interno dello stream post-moderno, e non ha nessun intento di approfondimento o di riflessione che riguardi ciò che post-moderno non è. Un prodotto culturale post-moderno di qualsiasi natura esso sia, non vuole infatti avere nessun intento didascalico, ma semplicemente desidera raffigurare lo stato delle cose, in modo "liquido", come direbbe il filosofo Zygmut Bauman, senza spessore alcuno. Quindi possiamo dire che Roth vuole presentarsi a noi come un Haneke post-moderno, e nel suo ultimo film riesce a raggiungere questo intento con grande determinazione, cui gli va dato atto.

Dal punto di vista estetico-narrativo Roth ingaggia tre protagonisti che sanno il fatto loro. Al di là del redivivo Keanu Reeves, che non eccelle per particolari e significative performances interpretative, sono invece Lorenza Izzo (Genesis), ma soprattutto Ana de Armas (Bel)  ad essere qui utilizzate in modo formalmente solido nel rappresentare una pulsionalità giovanile che, legata saldamente alla fantasia di invulnerabilità onnipotente e senza limiti, anch'essa tipicizzante alcuni quadri adolescenziali, può dare origine a una miscela davvero esplosiva, destrutturante, perturbante in senso radicale. 

Sono presenti nel film lontani echi cinematografici che Roth sa evocare in modo sottile, sempre attinenti al filone home invasion, ma suggestivamente declinati, come abbiamo avuto modo di indicare, con una sguardo attentamente rivolto all'adolescenza . Sto parlando in particolare, oltre che del già citato Funny Games,  anche del richiamo a Them (2006) di Moreau e Palud, del quale condivide la tematica dell'invidia psicotica distruttiva verso la coppia edipica e la sua generatività, ma naturalmente sto pensando anche ad Hard Candy (2005), di David Slade. "Knock Knock" aggiunge agli spunti che ritroviamo nei film citati, anche un sottile rimando ai rapporti intergenerazionali tipici dell'era post-moderna in cui viviamo, rapporti ormai privi di qualsiasi tipo di regolamentazione valoriale, di qualsiasi asimmetria e distanza che fondino una comunicazione socialmente condivisa e generatrice di senso storico e insieme affettivo. Interessante, e centrale a questo proposito, nel film, la "bugia"  di Genesis (nome molto evocativo di un "origine" mitica quanto misteriosa ed autogenerata, cioè senza generazioni precedenti alle sue spalle) e Bel circa la loro vera età. Dopo la folle notte di sesso, le due giovani maghe Circe al cospetto di quell'Ulisse decaduto che è Evan, gli annunciano che Bel ha 15 anni, dopo avergli raccontato le loro imprese sessuali con uomini diversi e sconosciuti. Dove sta quindi veramente la "colpa" di un azione dalle valenze intrinsecamente e inconsciamente incestuali? Dov'è il potere? Chi comanda? Roth sembra voler rispondere che oggigiorno comanda il potere della seduzione in quanto tale, del godimento puro e senza filtri inibitori, consumato nel qui e ora, un potere che sovverte le consuete, rassicuranti (e ormai defunte) asimmetrie generazionali, travolgendole con una furia cieca alla quale non possiamo porre nessun limite.

"Knock Knock" è dunque un film che mi fa rivalutare positivamente la poetica di Roth, al quale, dopo la visione di questo film, consiglierei però di attestarsi  sui temi, sui personaggi e sulle interazioni che racconta in quest'ultimo film, senza spingersi pure lui in modo adoloscenziale, onnipotente, verso inutili spiagge esotiche amazzoniche. Rimanga dunque nel grigio inferno dei territori simil-simbiotici che la famiglia postmoderna di oggi dipinge sulle tele del suo vivere quotidiano, ed eviti accuratamente le tribù cannibali di qualsiasi altro omaggiante "Green Inferno".  


Regia: Eli Roth Soggetto e Sceneggiatura: Eli Roth, Nicolàs Lòpez, Guillermo Amoedo Fotografia: Antonio Quercia  Musiche: Manuel Riveiro   Cast: Keanu Reeves, Lorenza Izzo, Ana de Armas, Ignacia Allamand, Aaron Burns, Colleen Camp   Nazione: Cile, USA  Produzione: Black Bear Pictures, Camp Grey, Dragonfly Entertainment  Durata:  99 min.  


martedì 1 settembre 2015

Tempi glaciali, di Fred Vargas (2015)


Anno: 2015    Editore: Einaudi, Collana Stile Libero Big   Traduzione: Margherita Botto   Pagine: 443  Isbn: 978-88-06-22773-9   Euro:  20,00

Si è mobilitata tutta l'Anticrimine del tredicesimo arrondissement  di Parigi sul caso di due apparenti suicidi. Il coltissimo capitano Danglard, grande estimatore del vino bianco, l'energetica Violette Ratancourt, lo specialista in pesci d'acqua dolce Voisenet. Ma soprattutto lo svagato, irresistibile "spalatore di nuvole", il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Tutto inizia col ritrovamento di due corpi e la scoperta di uno strano simbolo scarabocchiato accanto a ciascuno di essi. Ma come sempre accade nelle storie di Fred Vargas, questo non è che l'avvio di una avventura che finirà per snodarsi in mezza Europa tra una balzana setta di adepti della Rivoluzione francese e una gita in Islanda finita in tragedia. 

Proveniamo dalle vacanze estive, un'estate quindi anche di letture. Avevo pianificato di portarmi sulle spiagge la trilogia di Pierre Lemaitre, ma mi sono dovuto purtroppo fermare a "Irène" perché i miei librai di fiducia mi hanno tutti in coro informato che gli altri due ("Alex" e "Camille") erano in ristampa, quindi a un certo punto ho dovuto partire portandomi dietro altre cose, che avevo comunque intenzione di leggere. Prima fra tutte "Tempi glaciali", come no, l'ultimo romanzo della mia amata, adorata Fred Vargas, dalla quale mi aspettavo giorni di sognante, rilassante lettura.

Detto fatto. Inizio il libro, avendo alle spalle notevoli romanzi del ciclo di Adamsberg, quali ad esempio "Nei boschi eterni" (2007), "Sotto i venti di Nettuno" (2005), "La cavalcata dei morti" (2011). Sono molto legato in particolare a "Nei boschi eterni", grande affresco letterario non inscrivibile in nessun genere, magrittiano, oserei dire, onirico, con quel gran bel colpo di scena finale che parla di desiderio di eternità e inanella simboli e miti mitteleuropei mescolandoli in una ricetta molto gustosa e dai sapori inediti. E' forse per questo che "Tempi glaciali" mi è parsa come una sorta di doccia fredda, di battuta d'arresto dell'ispirazione della Vargas. Un romanzo cioè, come sembra recitare il titolo, più "glaciale degli altri", nel quale il pathos oniroide della Vargas si perde nei labirinti di una trama a tratti schematica, rigida, che sfocia in un finale sottotono, con un assassino non molto credibile, troppo ben nascosto dalla folla di personaggi distribuiti lungo il sentiero della narrazione. 

"Tempi glaciali", rispetto a tutti gli altri della Vargas, è a mio avviso un romanzo che non si fa facilmente seguire, che non seduce come invece capita agli altri. Mi sono domandato se questa sua caratteristica non derivasse dalla traduzione, ma Margherita Botto aveva tradotto anche gli altri romanzi, con esiti davvero felici (soprattutto in "Nei boschi eterni"), eccetto "Sotto i venti di Nettuno", tradotto in italiano da Yasmina Melaouah, qundi è un pò difficile pensare che l'esperienza pregressa della Botto l'abbia indotta a rovinare quest'ultima pièce della scrittrice e ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche. 

No, non si tratta della traduzione. E' proprio la struttura narrativa del romanzo che prende le distanze dalla matrice ispirativa originaria. Tale distanza (emotiva della Vargas rispetto ai suoi personaggi, io credo) è forse anche rappresentata dall'idea stessa (centrale nel romanzo) di inviare Adamsberg, Retancourt e Voisenet in Islanda, sulla sperduta isola di Grimsay, dalla quale li fa per giunta partire in barca verso un'isolotto perennemente avvolto da pericolose nebbie. Sull'isola, poi, la Vargas fa sì che li attenda l'afturganga, essere malefico che abita l'isolotto e difende con le unghie e con i denti la "pietra tiepida", il cui tocco infonde energie vitali potenti. 

Gli ingredienti tipici, tipicizzanti lo stile e la poetica della Vargas sono in verità tutti presenti, in particolare lo spostamento della narrazione in un "altrove" immaginario e insieme reale (l'Islanda, funzione geografico-narrativa che in altri romanzi aveva la Normandia, ad esempio), che è teatro di vicende oltremodo perturbanti, in questo caso di atti di cannibalismo avvenuti anni prima sull'isolotto dell'isola di Grimsay. Gli altri ingredienti sono la svagatezza assoluta, distratta, di Admsberg, metaforizzata fortemente dall'immagine, più volte reiterata nel libro, dalla "matassa di alghe" che per lui rappresenta il caso complesso al quale sta lavorando tutta l'Anticrimine. Dunque cos'è che non va, questa volta? Qual'è la matassa inestricabile di alghe in cui si trova avviluppata la Vargas?

Come abbiamo detto, non va innanzitutto il rapporto tra la Vargas e i suoi personaggi. Questa volta li tratta male, è gelida con loro. Organizza ad esempio un alterco molto grave tra Adamsberg e Danglard, risolvendolo in modo rapido nelle ultime pagine del libro, tenendo il lettore in sospeso fino all'ultimo. Poi struttura dei dialoghi tra i personaggi, freddi come stoccafisso norvegese appeso ad essiccare al pallido sole dell'estate scandinava, cosa che non era mai accaduta prima d'ora. Per sovramercato la Vargas intreccia una storia, parallela a quella della gita islandese, nella quale fa entrare tutto il tema della Rivoluzione francese e il personaggio di Robespierre, in un contesto narrativo che alla fine di tutto non trova integrazione sufficiente (almeno a mio parere). In sintesi la Vargas impegna tutto un gruppo di personaggi, efficaci, poetici, innovativi, così amorevolmente costruiti  nel corso di più di un decennio, facendoli questa volta recitare su un palcoscenico piuttosto traballante, probabilmente messo in piedi in modo troppo rapido e pensato in modo meno libero e creativo rispetto ai precedenti romanzi.

Un peccato davvero, soprattutto per il fatto che la carica evocativa e perturbante messa in scena nelle altre opere del ciclo Adamsberg, qui viene meno, disperdendosi in dialoghi inutili, nonché in considerazioni storiografiche sulla figura di Robespierre, che mancano notevolmente di attrattiva. Attendiamo nuovi e meno "glaciali" sviluppi dal genio di questa grande scrittrice francese.