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sabato 4 febbraio 2017

Split, di M. Night Shyamalan (2016)


Kevin (James McAvoy) è un individuo nel quale convivono ventitré differenti personalità, e le ha mostrate tutte alla sua psichiatra, l'anziana dottoressa Fletcher (Betty Buckley). Tutte tranne una, la ventiquattresima, nascosta, che sta lavorando nell'oscurità della sua mente per esprimersi e dominare su tutte le altre. Dopo aver sequestrato tre ragazze adolescenti, guidate da Casey (Anya Taylor-Joy), ragazza molto intelligente e coraggiosa, nella mente di Kevin comincia una vera battaglia tra le molte personalità che coabitano in lui e i confini instabili della sua identità cominciano lentamente ad andare in pezzi.

È facile cadere nel ridicolo quando si mette al centro di uno script un protagonista che contiene dentro di sé ben 23 personalità, cioè un protagonista che di fatto è un paziente psichiatrico puro, affetto da Disturbo di Personalità Multipla, secondo i criteri diagnostici più diffusi e riconosciuti a livello internazionale. Si tratta, inoltre, di una forma di patologia epidemiologicamente piuttosto rara, dalle radici eziotologiche oscure, che si suole far risalire ad abusi infantili gravi, ma anche su questo aspetto tutto è relativo poiché il disturbo dipende quant'altri mai da una multifattorialitá intrinseca nella storia di ciascun soggetto preso singolarmente. Abbracciare un interesse psichiatrico di tale natura per un regista è cioè, di per sé, una decisione quantomeno coraggiosa, per non dire ardita, e che, se non portata avanti con un "grano salis" adeguato, può certamente presto condurre sul confine del ridicolo. 

M. Night Shyamalan prende un attore non particolarmente pregnante come James McAvoy, lo rade a zero, lo veste e traveste variamente, e lo piazza a dirigere l'orchestra di almeno 5 o 6 differenti personalità (tra cui quella di Hedwig, un bambino di 9 anni), affiancandolo per giunta a sole altre quattro co-protagoniste, di cui una anziana Betty Buckley (la psichiatra del "mostro", cioè la dottoressa Karen Fletcher). Messo in piedi tutto questo circo è persino capace, non solo di non cadere affatto nel ridicolo, ma per di più, di raggiungere una profondità e di instillare a piene mani un senso di cupezza perturbante che non si erano mai viste in nessuno dei suoi precedenti film. 

Per operare questo quasi-miracolo Shyamalan intanto genera, fin dalle prime sequenze, una dialettica geometricamente perfetta tra i caratteri delle due personalità più centrali della scena, e cioè quello di Kevin e quello di Casey (Anya Taylor-Joy), adolescente dallo sguardo scuro come il suo passato, tempo antico che Shyamalan ricostruisce a colpi di fini flashback collocati in forma di agnizione graduale lungo il corso di tutta la storia. Tali flashback sono fotografati magistralmente da quel grande fotografo che aveva già svolto un gran lavoro in "It Follows" (2014), e cioè Michael Gioulakis. Un fotografo che sa davvero "fotografare" le luci e le ombre dell'adolescenza quant'altri mai.

 La sconvolgente simmetria personologica tra Casey e Kevin, la risonanza profonda tra queste due personalità così diverse e insieme simili, la scopriamo tuttavia solo nel prefinale, che ci colpisce come una martellata su un piede, ma é questo il cuore del film, il suo compimento giustamente spiazzante, e amaro, molto amaro, tanto che vorremmo vomitarlo fuori al più presto se potessimo questo orrido boccone, ma non possiamo farlo, ahimè. Il tema dell'abuso perpetrato da adulti folli su minori fragili e indifesi per costituzione ed etá sembra essere molto caro a Shyamalan, perché anche nel suo precedente "The visit" (2015), avevamo visto capovolgersi le consuete trame affettive che vedono di solito nonni e nipoti avvolti in un amorevole abbraccio. In "Split" questo capovolgimento è denunciato a caratteri cubitali, forse anche mediante la scelta di un personaggio davvero "cubitale" come appunto Kevin. La sua 24esima personalità emergente, che lui stesso e la sua psichiatra, la dottoressa Fletcher, chiamano "La Bestia", infatti non appartiene in realtà a lui, al tessuto della sua personalità, bensì a quella del suo abusatore: si tratta cioè di una "identificazione con l'aggressore" (Ferenczi, 1932).

In questo plot così fosco, scritto completamente dallo stesso Shyamalan, tutto centrato sul l'esito di traumi psicologici e fisici perpetrati a gravissimo danno dell'infanzia, grande, grandissima rilevanza possiede la caratterizzazione della dottoressa Fletcher, psicoterapeuta che si muove certamente in un alveo teorico psicoanalitico. Shyamalan riesce a costruire i densi e profondissimi dialoghi tra la dottoressa e Kevin, durante le loro sedute, con finezza incredibile, soprattutto agli occhi di uno psicoanalista, poiché in quei colloqui c'è davvero studio e tecnica psicoterapeutica non da poco. La Fletcher accompagna Kevin attraverso il labirinto delle sue scissioni multiple interne, con modalità niente affatto lontane da quelle utilizzate realmente da un terapeuta di oggi con un suo paziente anche grave come Kevin. E lo accompagna come prendendo davvero per mano un bambino solo e disperato, di stanza in stanza, nella sua casa degli orrori interna. La finezza empatica dimostrata dalla Fletcher e sottolineata dai notevoli, a volte insistenti primi piani di una bravissima Betty Buckley, raccontano il lavoro mentale immersivo e difficilissimo che un terapeuta svolge tutti i giorni nel suo studio, un racconto molto più significativo e potente di quelli raccontati nella tanto osannata serie televisiva di "In Treatment". 

Insomma, Shyamalan ha dei numeri nel descrivere sia la patologia che la cura, mostrandone la dialettica insieme simmetrica e asimmetrica, elemento che non si ritrova così facilmente in certo cinema che vuole rappresentare ad esempio la psicoanalisi. In questo senso "Split" è fortemente un film sulla psicoterapia intesa davvero come un "Dangerous Method", per parafrasare il notissimo film di David Cronenberg su Jung del 2011. Ritengo che se "A Dangerous Method" fosse un film notevole sul piano della ricostruzione storica del metodo psicoanalitico, "Split" è sommamente la rappresentazione plastica dell'esperienza reale di una psicoterapia, con tutti i suoi slittamenti intersoggettivi benigni ma anche maligni che avvengono tra paziente e terapeuta, slittamenti che possono diventare smottamenti e terremoti, perché mossi essenzialmente da quella "Bestia" pericolosissima è distruttiva che è il trauma infantile. 

La giovane Casey e la sua storia sono in questo senso raccontate con grande poesia e intensità da uno Shyamalan, che, nel descrivere nello specifico la figura dello zio John, sembra proprio voler denunciare il tema dell'abuso, neanche come "sottotesto", ma come testo dichiarato, seppur in un contesto di cinema di fiction. La storia di Casey è, anche in questo caso, molto realistica, una storia cioè che ai terapeuti (come il sottoscritto) che lavorano spesso con ragazzi abusati e traumatizzati, risulta purtroppo molto familiare, cioè per nulla "cinematografica", nonché raccontata con venature pessimistiche, per nulla edulcorate, come dimostrano le ultime sequenze composte dalle inquadrature di Casey, tristemente seduta su una automobile della polizia, luogo rappresentativo di una Legge che dovrebbe alfine proteggerla, ma che in realtà non la protegge affatto. 

Shyamalan raggiunge una grande maturità di pensiero e di poetica in questo suo film, che ha inoltre il merito non secondario di fornire un' immagine autentica, realmente operativa della psicoanalisi e della psicoterapia, nonché della lotta disperata dell'individuo contro il male che gli può essere inflitto proprio dalle persone che dovrebbero amarlo di più, e che si deposita dentro di lui, come una “bestia”, distruggendolo. "Split" è dunque un film da vedere, più e più volte per poi discuterne insieme lungamente con amici, parenti, colleghi - anche non psicoanalisti.

Regia: M. Night Shyamalan  Soggetto e Sceneggiatura: M.Night Shyamalan Fotografia: Michael Gioulakis Cast: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Brad William HenkeSebastian Arcelus  Nazione: USA  Produzione: Blinding Edge Pictures, Blumhouse Productions  Durata: 1 h e 57 min. 



1 commento:


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