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sabato 20 luglio 2013

V/H/S 2, di Simon Barrett, Adam Wingard et al. (2013)



Due giovani investigatori privati che stanno indagando sulla scomparsa di uno studente universitario, riescono a trovare l'appartamento in cui vive. All'interno dell'abitazione scoprono una serie di videocassette VHS molto particolari. I video mostrano infatti contenuti terrificanti, che fanno pensare che la scomparsa del giovane studente sia collegata ai terribili fatti mostrati dalle videocassette...

Il primo "V/H/S" era stato un esempio importante di avanguardia cinematografica in campo Perturbante. Il Collettivo di registi (tra cui anche Ti West, non so se mi spiego) aveva prodotto un mocku a episodi che rinfrescava le sorti del genere e trasmetteva nuova passione. Personalmente mi attendevo che il secondo esperimento del Collettivo, che comprende adesso il Sanchez di "The Blair Witch Project" (1999) fosse in verità almeno sulla stessa linea del primo, cioè che fosse guidato dalla stessa ispirazione. Purtroppo non è così, sebbene il raccordo tra i vari episodi mostrati dalle videocassette nel film risulti più coerente e narrativamente sensato: i due investigatori che entrano nell'appartamento risultano cioè abbastanza credibili nella loro funzione di Io narrante impersonale. Sono tuttavia gli episodi stessi a non convincere, a parte forse l'ultimo, di cui parleremo fra breve. La presenza di Edùardo Sanchez nel Collettivo di registi sostenuti da Bloody Disgusting e Co., appare ad esempio sbiaditissima, con quella storia improbabile e inutilmente splatter degli zombie nel bosco dove un ignaro ciclista va a farsi un giro ("A Ride in the Park"). Dico inutilmente splatter perché certo l'uso del gore è qui intenso e anche interessante sotto vari profili, ma il genere mocku, si sa, tende ad assorbire notevolmente ogni altro effetto, a meno che non sia utilizzato da mani sopraffine (come quelle ad esempio di  Barry Lavinson in "The Bay" - 2013). In "The Bair Witch Project" Sanchez e Myrick avevano poi usato maggiormente l'atmosfera che la carne per colpire lo stomaco dello spettatore, evocandone i fantasmi, più che le budella, come accade invece nell'episodio diretto da un Sanchez che sembra qui più attratto dal concreto che dall'elemento emotivo-peturbante. Anche il primo episodio, "Phase I, Clinical Trials", diretto da Adam Wingard, perde tutto il suo pathos sovrannaturale quasi subito, cioè dopo che il protagonista si guarda allo specchio nello studio medico e ci mostra un occhio protesico a telecamera appena impiantato nel suo cranio. Il tema dell'allucinosico poteva essere trattato ben diversamente, ma ancora una volta la concitazione dei movimenti di macchina, tipica del mocku, ammazza sul nascere l'evocazione appiattendola su un "realismo" che in fin dei conti distrae e basta. "Safe Haven" di Gareth Evans e Timo Tjahjanto, diciamolo francamente, è una storia banale: abbiamo la solita setta con il padre-guru psicotico, i due giornalisti che vanno ad intervistarlo e la successiva catastrofe-carneficina demoniaca. Il tutto è però risolto con uno stile molto adolescenziale e alla Creepshow, soprattutto nella sequenza finale dove dominano visivamente le bave sanguinolente del protagonista morituro, sovrastato dall'orribile mostro che gli impartirà la sua zampata finale. Parte bene e mantiene un'atmosfera molto suggestiva "Slumber Party Alien Abduction", girato da Jason Eisener, che ci mostra la quotidianità solitaria di un gruppo di preadolescenti e adolescenti lasciati da soli in casa dai genitori partiti per il week-end: ottimo uso del realismo delle riprese, bravissimi i ragazzi scelti come attori, con quegli apparecchi ortodontici così simili a quelli dei vostri figli o dei vostri nipoti. Buona, in questo episodio, anche la fotografia accesa e rutilante al punto giusto nel descrivere i vari giocattoli, i palloncini dei gavettoni e quant'altro. La soluzione narrativa della storia, che chiama in causa addirittura un'invasione aliena, non può tuttavia che ricordarci la mitopoiesi classica della fantascienza statunitense, con in prima fila "E.T.", aldilà della bella sequenza dell'improvvisa e scioccante invasione all'interno del salotto di casa. Ciò che in verità colpisce di questa seconda prova del Collettivo è la presenza, in ogni episodio, del mostrum, lovecraftiano, o alla Victor Salva se preferiamo, un monstrum sottolineato e rimarcato fino alla nausea nella sua matrice estetico-perturbante statunitense. Un omaggio a tale filone del cinema horror d'oltreoceano? Una sottile nostalgia del vecchio horror di Tobe Hooper, con i suoi motel vicino alla palude, i suoi Creeper, i suoi Tall Men? Non sappiamo, ma l'effetto generale di "V/H/S 2" è proprio questo, e cioè un'operazione mossa dal desiderio di rinverdire i desertici terreni del Cinema Perturbante, attraverso uno sguardo mockumentaristico su tutta la materia. Il risultato è però scarso soprattutto perché a mio avviso, il genere mocku è difficilmente integrabile a quel quid di onirico e insieme di piacevolmente inquietante che costituisce la filigrana peculiare di certo cinema perturbante statunitense degli anni d'oro. Rimane interessante la volontà di sperimentazione gruppale di questi giovani registi, la cui dedizione alla materia certo non difetta, e che sarebbe così bello poter vedere anche dalle nostre parti. "V/H/S 2": deludente rispetto al primo episodio, tuttavia consigliato per chi desidera tastare il polso della creatività registica perturbante contemporanea in suolo nordamericano.   
Regia: Simon Barrett, Adam Wingard, Edùardo Sanchez, Gregg Hale, Timo Tjahjanto, Gareth Huw Evans, Jason Eisener  Soggetto e Sceneggiatura:Simon Barrett, Adam Wingard, Edùardo Sanchez, Gregg Hale, Timo Tjahjanto, Gareth Huw Evans, Jason Eisener      Fotografia: Tarin Anderson, Stephen Scott, Seamus Tierney, Jeff Wheaton   Cast: Adam Wingard, Lawrence Levine, L.C. Holt, Kelsy Abbott, Hanna Hughes, Devon Brookshire, Samantha Gracie   Nazione: USA, Canada, Indonesia  Produzione: Magnet, The Collective, Bloody Disgusting, 8383 Productions  Durata:  96 min.



lunedì 15 luglio 2013

Pacific Rim, di Guillermo del Toro (2013)


Il film racconta di come intere legioni di mostruose creature mutanti, denominate Kaiju, emerse dalle profondità dell'Oceano Pacifico, stiano mettendo in pericolo il nostro pianeta. Per combattere i selvaggi mostri sono stati ideati degli enormi robot chiamati Jaegers guidati da due piloti che comunicano tra loro mediante la connessione delle loro rispettive reti neurali. Ma persino gli Jaegers sembrano impotenti di fronte alla violenza degli attacchi da parte dei Kaiju. Sul confine della loro definitiva estinzione agli umani non resta che affidarsi a due poco affidabili eroi: uno scapestrato ex-pilota traumatizzato dalla morte del fratello durante uno scontro con uno dei mostri marini, e una allieva dall'animo emotivamente fragile. Saranno loro le ultime speranze del genere umano...

"Pacif Rim" è un film olimpico, mitologico in chiave moderna, nel quale Guillermo del Toro, o meglio il bambino che è in lui, sembra voler travasare tutta la fantasia preadolescenziale dell'umanità degli spettatori convenuti a guardarlo. Ma è soprattutto il preadolescente che alberga negli anfratti inconsci e preconsci del regista a muovere la macchina, i personaggi e i mostri sul set. A me sembra che questo sia il pregio maggiore di questo film così magniloquente e solo all'apparenza molto simile ad altri "robot movie" o cartoons che abbiamo visto fin qui (da Goldrake a Transformers - 2007). Fin dalle prime sequenze la pellicola si posiziona appunto sulla cima di un Olimpo storico-sociale molto improbabile, come molto improbabile è anche tutta la faccenda relativa alla "connessione neurale" dei due cervelli dei piloti che guidano dal loro interno i robot. Su questa improbabilità totale è centrata tuttavia tutta la potenza evocativa del film, che introduce e sviluppa quella che potremmo definire una grande metafora centripeta, una figura retorica che cioè cerca di fondere insieme due aree semantiche lontanissime: la concretissima tecnologia fantascientifica e la fragile, impalpabile soggettività dell'individuo. I due piloti guidano infatti dei robot d'acciaio e titanio, ma essi possono funzionare al meglio se i ricordi dei piloti scorrono fluidi e senza alcuna resistenza, dall'uno all'altro. Quest'ultimo sembrerebbe il particolare insignificante di un'altrettanto insignificante sceneggiatura da film estivo qualsiasi, invece Del Toro  rimane saldamente agganciato al suo (al nostro) immaginario infantile mostruoso-rutilante, e lo fa lavorare secondo le sue logiche non lineari, fregandosene bellamente di ogni raziocinio narrativo, e raggiungendo un risultato non paragonabile ad altre pellicole similari. Il risultato finale di questo lavoro è ovviamente un grande, grandioso divertissement assolutamente fine a se stesso, che al massimo ricorda il Godzilla/Gojira (1954) di Ishiro Honda, ma neanche ha la pretesa di rinfrescarne i fasti. Del Toro non ha qui alcuna pretesa in verità, se non quella di divertirsi e stupirci con effetti speciali. Desidera semplicemente far spalancare gli occhioni del bambino che è in noi, molto simile alla Mako bambina, con quel suo paletot azzurrino con le cuciture in evidenza, alle prese con il mostro che la rincorre per le strade della città deserta per mangiarsela. Anche tutto l'apparato pseudoscientifico che ci mostra gli encefali dei vari mostri Kaiju messi in formalina nei laboratori militari, appartengono alla stessa filigrana immaginifica, con quei gangli proboscidiformi che si appiccicano ai vetri delle teche in cui sono confinati. Queste immagini ci rimandano direttamente a quelle di Hellboy (2004), ma in "Pacific Rim" il tutto è trattato in modo ancor più proteiforme e mucillaginesco, in modo cioè cinematograficamente più libero, onirico e fantasticato, senza remore, attraverso l'utilizzo di una verve visiva completamente, e appositamente lanciata a briglia sciolta. Anche le caratterizzazioni dei personaggi, molto tarate sull'"eroico", cioè su uno stile pomposo americaneggiante con tanto di sacrificio umano da parte del comandante supremo, vanno in questa direzione, che può irritare certamente i più, sono messe in scena intenzionalmente, perché c'è un bambino che sta giocando, che sta leggendo un fumettone adrenalinico, mica un professore di filosofia di Berkeley, accidenti! "Pacific Rim" è dunque un'operazione totalmente ludico-libidinale e su questa linea rimane dal primo minuto all'ultimo di girato. Come pensare altrimenti un finale happy end come quello di questo film, finale preceduto da un prefinale sottomarino e abissale che allestisce lo scontro definitivo coi mostri in un modo all'apparenza così puerilmente hollywoodiano? Anche il tema del lutto di Becket (Charlie Hunnam) per il fratello ucciso durante lo scontro iniziale con un Kaiju, viene posto subito su uno sfondo temporale sfocato e ininfluente, là dove deve trionfare l'effetto speciale, il colore, la lotta, la sequenza con "il mostro in primo piano" (magistrale nell'ottica di questa estetica assolutamente ludica è la sequenza in cui si scopre che un Kaiju appena ucciso, porta dentro di sè un cucciolo che nascerà e combinerà subito pantagruelici danni). Del Toro in "Pacific Rim" decide di dedicarsi al piacere di girare un monster movie grosso, grasso e completamente sganciato da qualsiasi messaggio: è questa infatti la quintessenza del gioco in quanto tale. Provate a chiedere a un bambino perché gioca. Credo che vi risponderà, alzando le spalle: "perché di sì", ed è quanto basta a giustificarne il senso. Ma dobbiamo passare ora ad un aspetto che non mi ha completamente convinto di questo film. Del Toro ha grande libertà di mezzi e di movimento, ma allora perché non si (ci) intrattiene di più intorno alla figura del mostro? Perché non lo caratterizza con più cura, curiosità, come aveva fatto ad esempio nel memorabile Hellboy? E' vero che il regista vuole porsi agli antipodi di un film stile Alien (1979), e ciò è evidentissimo, ma il preadolescente che è in noi non è stupido, anzi al contrario è curioso e vuole guardare bene, ad esempio, come sono fatti i parassiti dei Kaiju, che gli vengono solo fugacemente mostrati. Vuole sezionarli per capirne il funzionamento, vuole vedere come sono i loro denti, così come gradirebbe cogliere sostanziali, polimorfe differenze tra i vari Kaiju. Allo stesso modo vorrebbe partecipare alla costruzione dei Jaegers, entrare nell'officina, cogliere bene come funzionano le giunture delle grosse gambe, annusarne l'odore d'olio e di titanio. Del Toro sembra invece timoroso di realizzare tali curiosità e sembra avere fretta di condurre avanti la storia per arrivare allo scontro finale, alla soluzione dell'enigma catastrofico cui tutta l'umanità sta partecipando. Mi sembra che in altri suoi film, come appunto il già citato Hellboy, Del Toro usi il tempo del racconto in modo più misurato e lento, allo scopo di prendersi cura proprio della curiosità creativa dello spettatore. In "Pacific Rim" il regista appare più distratto, proprio in un territorio in cui è molto, molto più libero di lavorare una materia tutta sua e che conosce molto bene, una contraddizione che non ho ben capito, in verità. In ogni caso il film è da vedere, certamente con bambini, soprattutto preadolescenti. Consigliato.
Regia: Guillermo del Toro Soggetto e Sceneggiatura: Travis Beacham, Guillermo del Toro Fotografia: Guillermo Navarro Cast: Charlie Hunnam, Diego Klattenhoff, Idris Elba, Rinko Kikuci, Charlie Day, Burn Gorman, Max Martini, Ron Perlman, Robert Kazinsky, Clifton Collins Jr., Brad William Henke, Larry Joe Campbell  Nazione: USA  Produzione: Warner Bros., Legendary Pictures  Durata: 132 min.   


sabato 6 luglio 2013

Ancora viva, di Carlene Thompson (2013)


Anno: 2013  Editore: Marcos Y Marcos Traduzione: Silvia Viganò  Pagine: 444  ISBN: 9788871686233    Euro:14,50 

Dov'è sparita la giovane Zoey, in quella strana, lontana sera dell'appuntamento al lago con un misterioso innamorato? Cosa si nasconde dietro le altrettanto misteriose sparizioni di altre ragazze di Black Willow in circostanze mai chiarite? E come mai Chyna Greer, ora che è tornata al suo paese dopo la morte della madre, continua a sentire la voce di Zoey, sua amica del cuore, che le chiede di aiutarla?


Dopo una pausa di vacanza abbastanza rigenerante, diamo il via a una serie di recensioni librarie, come si conviene approssimandosi l'estate. Mi ero approcciato a questo libro di Carlene Thompson, acclamata come nuova "regina del brivido", anche perché il suo nuovo romanzo "Ancora viva" era segnalato da varie fonti come molto particolare nonchè venato da un filone sovrannaturale piuttosto perturbante. A fronte di tali aspettative, non posso che giungere al termine del romanzo afflitto da cocente delusione. Sebbene la storia parta bene, con certe intense descrizioni dell'autunno nella cittadina statunitense di Black Willow, luogo attraversato da mille, lontane, adolescenziali malinconie, il racconto procede lentissimo, drasticamente rovinato da un'insistenza sui dialoghi che risulta alla fine solo irritante. Siamo dalle parti di un minimalismo americano che tuttavia viene solo scimiottato e mai risolto in modo originale: la Thompson non è certo Susan Minot e neppure Franzen. La scrittrice si limita a diluire una storia che vuole avere la presunzione di essere quella dell'omicidio seriale, dentro un brodo dialogico insulso e da telenovela, nel quale tutti parlano con tutti anche di sciocchezze qualsiasi, pur di aggiungere pagine al libro. Si vede poi lontano un miglio che ogni personaggio è costruito in modo scolastico e a tavolino, si pensi alla figura di Scott, pilota in congedo per aver causato un tragico incidente aereo nel quale sono morte molte persone, oppure al fratello di Chyna, Ned, tipico e banalissimo rappresentante della classe media-alta americana, dedito a passare le sue serate in famiglia a guardare le partite di baseball in tv. Ma sono in particolare le interazioni tra i personaggi sulla scena a non convincere nemmeno per un secondo, se si eccettuano le prime diciamo 50 pagine nelle quali la Thompson ci fa annusare la torta senza però poi mai sfornarla e lasciandoci così miserevolmente a bocca asciutta. L'esempio che segue può forse dare l'idea della inanità vanesia dei dialoghi. Si tratta di un incontro tra Rex, vecchio amico di famiglia e Chyna: 

"Credo sia stato il miglior barbecue del 4 luglio che abbiamo mai fatto qui. Tuo padre era tutto agitato per quell'ubriacone che palpeggiava le donne...". 
"Ron Larson". 
"Non ricordo il suo nome - solo che faceva il buffone . Sarei venuto alle mani con lui se tuo padre non si fosse intromesso e mi avesse fermato".
"Papà è sempre stato bravo a distendere le brutte situazioni".
Rex guardò di nuovo la foto. "Tu e la cara piccola Zoey. Dio, com'eri giovane. Non voglio dire che stai invecchiando in fretta - non ti darei mai ventott'anni - ma allora avevi ancora quello sguardo innocente".

Il libro è tutto così, mielosamente spalmato di belle parole quotidiane che esaltano la bellezza di Chyna, la sua bravura a scuola, l'affetto verso le sue amiche adolescenti, l'amore del suo cane Michelle verso di lei. Una melassa mortalmente indigesta, soprattutto per chi si attenderebbe, dietro l'angolo di ogni pagina, un qualche improvviso colpo di scena. I "colpi di scena" sono invece semplicemente dei brevissimi episodi in cui Chyna ha delle visioni o sarebbe meglio dire delle allucinazioni sensoriali: sente il freddo del cemento su cui è distesa una delle ultime vittime del rapitore-assassino; sente la voce in lontananza di una bambina che canta 'stella stellina, la notte si avvicina...', e così via. Non siamo attratti nè colpiti da alcuna situazione narrativa davvero perturbante, al contrario ci sembra di assistere ad un qualsiasi telefilm americano o meglio ad una situation comedy qualsiasi perché sciaguratamente abbiamo sbagliato canale mentre facevamo zapping. Già verso la metà del libro ti coglie una noia atroce e ti verrebbe volentieri voglia di buttar via il libro, ma la Thompson è subdola, e ti inietta piccole dosi di curiosità irrisolta, poiché vuoi pur sapere in fondo chi è l'assassino. Il problema anche qui è però che la rosa dei sospetti è assai ridotta: si tratta di tre uomini in tutto che possono essere papabili in questo senso. Il colpo di scena finale con la scoperta dell'identità dell'assassino, è costruito in modo semplicemente ridicolo ed è assolutamente inverosimile da qualsiasi punto di vista. Se un qualsiasi regista decidesse malauguratamente di usare questo libro come base di sceneggiatura per una sua trasposizione cinematografica, si condannerebbe di sicuro al disastro.  Insomma il mio consiglio è quello di non buttar via tempo e denaro con questo finto giallo estivo, ma piuttosto di utilizzare entrambe le risorse per dedicarsi a qualcosa di più impegnativo, per esempio l'ultimo libro di Cacciari, "Il potere che frena", Adelphi: e meno male che ci salva la filosofia.

sabato 8 giugno 2013

The Bay, di Barry Levinson (2013)



A Claridge, piccola città sulla baia di Chesapeake, nel Maryland, sono in corso i festeggiamenti per il 4 luglio. E' una bellissima giornata di sole e tutti gli abitanti stanno invadendo gioiosi le piazze e le strade. Ma tutto non è come sembrerebbe: i cittadini di Claridge non sono consapevoli che un grave pericolo che viene dal mare incombe su di loro: un tipo di parassita marino, la Cimothoa Exigua, ha invaso le acque del luogo, introducendosi nei pesci . La situazione sfugge di mano alle autorità locali quando si scopre che il parassita è passato ad infestare anche il corpo degli umani...

Molti complimenti a Barry Lenvinson, regista di un certo valore e merito ("Rain Man", 1988, "Sleepers", 1996) che con questa sua ultima operazione di taglia e cuci mockumentaristico pone un'altra pietra miliare sul sentiero del found footage horror, iniziato possiamo dire con "The Blair Witch Project" (1999) di Myrick e Sànchez, continuato con "Rec" (2007) di Balaguerò e Plaza, e portato avanti egregiamente da "Cloverfield" (2008) di Matt Reeves. Lenvinson propone una variazione horror su tematiche ecologiche, costruendo un collage di finti video amatoriali, filmati di videoconferenze tra autorità locali, riprese di videocamere a circuito chiuso, spezzoni di telegiornali e così via, un puzzle composito e polimorfo in cui tutti i pezzi sono montati e scanditi con mano da vero maestro, a partire dall'idea portante dell'intervista via Skype della giornalista unica testimone non silenziata dall'FBI (una giovane e bravissima Kether Donohue che in quell'unico continuo primo piano costituisce da sola una vera e notevole innovazione del concetto di "Io narrante"). Nel caso di "The Bay" il found footage viene appositamente sgravato dai soliti difetti di eccessivo "realismo" da videocamera mossa e saltellante, e viene invece proposto attraverso una coerente e fluida continuità narrativa che con determinazione procede inesorabilmente ad instillare nello spettatore una sottile inquietudine generata proprio dal perfetto realismo delle sequenze (impressionanti gli spezzoni in cui vediamo la bambina in connessione Skype con l'amica a cui mostra le vesciche che il parassita le ha procurato, e a cui racconta quanto dolore fisico sta soffrendo). Levinson sa creare un'atmosfera sempre più mortifera e catastrofica ma attraverso modalità stilistiche evocative, suggestive, mai violente (a parte la sequenza del suicidio del poliziotto). Il mosnstrum rappresentato dalla Cimothoa Exigua mutante, parassita peraltro realmente esistente in natura e dalle abitudini di per sé poco raccomandabili (si installa sotto la lingua dei pesci divorandola dall'interno e sostituendosi alla lingua stessa del malcapitato) , non è sbattuto in faccia allo spettatore, ma è mostrato come una sorta di normale scarafaggio casalingo, ma proprio per questo assume valenze angoscianti nel momento in cui è associato ad una sua penetrazione nel corpo umano. Levinson in tal senso riesce ad evocare angosce molto primitive in chi guarda, cioè nel bambino che ha paura del buio mentre scende in cantina da solo e che vive in noi aldilà delle nostre adulte rimozioni. Lenvinson riesce cioè a muovere davvero quei fantasmi che in tutti noi albergano, che sono poi derivati emotivi dell'angoscia di morte infantile, quell'angoscia, quel resto traumatico che non è mai stato possibile bonificare del tutto, neanche da parte della madre più buona, consolante e sollecita. Si tratta di un'angoscia sia ontogenetica che filogenetica, sembrerebbe, infatti non è un caso ad avviso di chi scrive, che il regista abbia preso come protagonisti maligni della storia proprio i pesci, i nostri veri progenitori biologici, facendoli diventare i portatori di una morte che dall'interno divora le sue vittime. Un'autodistruttività, sembra volerci dire Lenvison, già insita nell'uomo stesso che per via della sua avidità di denaro e di potere non esita ad inquinare il mare, grembo materno da dove filogeneticamente deriva, pur di mantenere vivo un modello illusorio di onnipotenza e megalomania. E' il modello consumistico americano della deregulation, del liberismo reaganiano, che produce come unico effetto quello di creare ipertrofia narcisistico-distruttiva. La Cimothoa Exigua rappresenta tutto questo e altro ancora, ma è l'estetica complessiva del film a lasciare una traccia indelebile sullo spettatore, poiché molte sequenze contengono una certa poesia perturbante raramente visibile in altri prodotti di genere. Ci riferiamo ad esempio alle sequenze in cui Stephanie, dopo la morte in diretta, ancora una volta su Skype, del marito Sam, con il suo bambino si incammina sulle buie strade di Claridge alla ricerca di un'automobile per sfuggire dal pericolo: sono sequenze asciutte, semplicissime, ma simultaneamente molto forti ed emblematiche. Notevoli sono anche gli scambi in videoconferenza tra il dottor Jack Abrams dell'ospedale di Claridge, e le autorità sanitarie dello Stato, molto professionali, secche e insieme potenti. Molte angolature perturbanti vengono poi trasmesse mediante i dialoghi, senza che nulla venga mostrato, come nella bellissima sequenza con inquadratura a camera fissa in notturna della casa in cui i due poliziotti sono entrati, mentre noi sentiamo il dialogo agghiacciante tra loro due e gli abitanti feriti a morte della casa. Ulteriore merito del regista è quello di aver condotto un casting magistrale perché sa rendere molto bene il senso della normalità quotidiana della middle class americana di provincia "reale". In sintesi l'ottimo esito di questo film risiede nella perfetta integrazione tra ancoraggio al "reale" (ricordiamoci che lo schifosissimo parassita di cui si parla nel film esiste veramente) ed evocazione di angosciosi fantasmi inconsci impalpabili ma altrettanto emotivamente reali, utilizzando il genere mockumentary con rara maestria, delicatezza e grande attenzione alla scelta del cast. Il mood musicale orchestrato da Marcelo Zavros, e il montaggio coerentissimo di Aaron Yanes, incorniciano l'opera in un complessivo e felice equilibrio d'inquietudine. "The Bay", film toccante che sa muovere acque e sedimenti antichi e fa riflettere sul futuro. Da vedere. (N.B. Il doppiaggio italiano in sala purtroppo è pessimo e non rende l'originale, che suggerisco vivamente).
Regia: Barry Levinson   Soggetto e Sceneggiatura: Michael Wallach, Barry Levinson   Fotografia: Josh Nussbaum   Montaggio: Aaron Yanes  Musiche: Marcelo Zarvos  Cast: Kristen Connolly, Jane McNeill, Anthony Reynolds, Christopher Denham, Michael Beasley, Stephen Kunken, Frank Deal, Justin WelbornStacy Rabon  Nazione: USA  Produzione:  Automatik Entertainment, Hydraulx  Durata: 84 min.  

lunedì 3 giugno 2013

Iron Doors, di Stephen Manuel (2010)



Un uomo si sveglia all'interno di una cella chiusa da una solida e irremovibile porta d'acciaio. Deve trovare a tutti i costi il modo di uscire da lì, altrimenti morirà di fame e di sete...

Il giovane regista tedesco-irlandese Stephen Manuel mette in scena la scarna ed enigmatica sceneggiatura di Peter Arneson rappresentandoci una storia che potrebbe tranquillamente essere trasposta a teatro. Anzi, nel corso della visione di questo film ci si chiede perché Manuel non abbia preferito appunto un teatro di Dublino o di Berlino piuttosto che mettere in moto tutto l'ambaradàn cinematografico (molto più costoso, tra l'altro) per raffigurare una storia che forse avrebbe reso molto di più, su un piano drammaturgico, come piece per un pubblico più ristretto. "Iron Doors" è praticamente il mito di Adamo ed Eva capovolto: là dove i due nostri antenati sono scacciati dal Paradiso Terrestre, che presto diventa "Paradiso Perduto", qui i due soli protagonisti del film sono costretti ad una convivenza drammaticamente claustrofobica per poi raggiungere un paradiso (allucinosico? extraterrestre? Non importa a nessuno, e soprattutto non importa ad Arneson, lo sceneggiatore) di cui vediamo peraltro solo pochi secondi di un'inquadratura fissa nel finale. Il film è un beckettiano "Aspettando Godot", solo che alla fine Godot arriva, e questo è uno dei problemi principali della pellicola. Arneson scrive un film tutto proteso all'enigmaticità narrativa, all'evocazione simbolico-magrittiana, come testimoniano le sequenze in cui il prigioniero (Axel Wedekind) riesce ad aprire l'armadietto di metallo e trova le bombole di gas della fiamma ossidrica: scopriremo presto che la fiamma ossidrica non servirà certo a fondere la pesante porta in stile caveau di banca, ma a ben altra funzione (sebbene similare). Tale sequenza a me ha fatto venire in mente il famoso quadro di Magritte che rappresenta una pipa con la didascalia paradossale "Questa non è una pipa". Il film si dispiega tutto su questa linea, percorso nel quale le immagini assumono subito una valenza ipersimbolica (vedasi la bara e il paralume), eccessiva tuttavia, iper-astratta potremmo dire, al punto che al termine del film lo spettatore si sente semplicemente truffato, perché pensava di visionare un film horror di genere claustrofobico e invece scopre di aver visitato un allestimento artistico alla Biennale di Venezia. Non si fa così, caro Manuel, anche perché qua e là ci fai sentire il profumo dell'antico "Cube" di Vincenzo Natali (1997), per poi aspirarlo via tutto con un finale inspiegabile e al confine con il new-age.  Montaggio, fotografia e sonoro sono peraltro ineccepibili, e scandiscono la tempistica narrativa in modo denso e mai annoiante (a parte il secondo atto, forse un pò troppo tirato per le lunghe, ma bisogna pur arrivare agli '80 minuti canonici, altrimenti si faceva un cortometraggio, no?). Oltre a ciò il film parte bene, in modo utilmente straniante, con quel topo morto brulicante di vermi steso a terra, quasi a rappresentare un memento mori al prigioniero, ma ben presto lo script si annoda su se stesso  e diventa esercizio puramente autoreferenziale, fino all'auto ingessatura vera e propria. Un'ingessatura che, nell'economia della storia, in effetti non può che avere uno sbocco completamente eccentrico rispetto al girato precedente, ma che demistifica del tutto l'unico elemento su cui poggia il plot, e cioè l'angoscia claustrofobica di cui non capiamo l'origine. E' come se Manuel ci facesse girovagare per un'ora  in un ristorante indiano, per poi farci inopinatamente sedere in giardino dove ci serve invece i pizzoccheri con del buon vino rosso, cercando di convincerci che in simile contrasto risieda la vera e profonda natura di un'opera d'arte. Gli attori eseguono il copione in modo piuttosto scolastico e, come si diceva più sopra, teatrale: Wedekind si atteggia ad eroe prometeico in un contesto che meno mitopoietico non si potrebbe immaginare e per giunta non rende affatto l'idea della condizione umana in situazioni estreme. La bella Rungano Nyoni fa da spalla a Wedekind e rappresenta la pura "insostenibile leggerezza dell'essere" di kunderiana memoria, più di ogni altra cosa. Che dire? Un film che vorrebbe a tutti i costi rappresentare l'atopìa e lo straniamento, sfiorando tangenzialmente (e sideralmente) il genere horror, ma che sortisce poi solo l'effetto di apparire amorfo e senza spina dorsale. "Iron Doors": pellicola inutile e vuota, quindi da evitare. 
Regia: Stephen Manuel  Soggetto e Sceneggiatura: Peter Arneson Fotografia: Jan Reiff   Musiche: The Vibez, Stefan Ziethen  Cast: Axel Wedekind, Rungano Nyoni Nazione: Germania  Produzione: Fullfeedback Productions, Water Bear Productions Durata: 80 min.