Mi ricordo che negli anni ’70 uscì in Italia un film giapponese dal titolo “L’invasione degli astromostri” (1965, regia di Ishiro Honda). Lo andai a vedere con mio padre e mio fratello, entrambi grandi amanti del genere avventuroso e fantascientifico che in quel periodo andava per la maggiore. Avrò avuto circa 7-8 anni, ma quel film lo rammento ancora molto bene, con i due astronauti Fuji e Glenn che si spingono fino al misterioso pianeta X per negoziare con gli alieni il trasferimento di Godzilla sul pianeta extraterrestre, per combattere il terribile astro mostro King Ghidorah. I due astronauti terrestri scopriranno in seguito di essere stati truffati dagli alieni, che hanno invece l’unico scopo di distruggere l’umanità. Durante la visione di “Skyline” dei fratelli Strause (“Aliens vs Predators”, 2007), mi è tornato alla mente il vecchio film di Honda, datato, seppur intriso di un suo fascino d’antàn, anche nelle sue soluzioni pur patetiche ma comprensibili, considerato il periodo storico in cui è stato girato. Adesso invece abbiamo i meravigliosi effetti speciali e la CG più avanzata, quindi sulla base di queste nuove sicurezze tecnologiche, possiamo spingerci molto più in là dei primitivi godzilliani filmetti giapponesi di una volta. Esattamente questo ragionamento (tra lo sprezzante e il vanaglorioso) sembra aver attraversato le menti dei due fratelli Strause, sostenuti su questa linea dai due sceneggiatori, Cordes e O’Donnel, non accorgendosi, tutti quanti, che il loro film non si spinge affatto molto più lontano dal tessuto estetico di un film giapponese anni ’70. Questa mia piccola incursione recensoria nel mondo della sci-fi, un poco al di fuori dal cinema perturbante che di solito frequento, mi permette appunto di fare alcune riflessioni circa il significato dell’effettistica e della CG, strumenti che sempre più spesso vengono (vanamente) utilizzati per sopperire a vuoti estetici tremendi. E’ proprio questo il caso di Skyline. Ma veniamo alla storia, dunque: dopo una notte di bagordi, nella città di Los Angeles, un gruppo di amici riuniti in un appartamento di lusso ai piani alti di un grattacielo residenziale, nota strane luci azzure scendere dal cielo. I misteriosi raggi svegliano tutta la città, attirando verso l’alto gli attoniti cittadini, come falene attirate dalla luce di un lampione. I ragazzi, tra cui il ventiquattrenne Jarrod (Eric Balfour) e la sua fidanzata incinta Elaine (Scottie Thompson), scopriranno ben presto che è cominciata una guerra per la sopravvivenza contro mostruosi alieni che hanno appena iniziato a invadere la Terra. Su questa base narrativa, il film appare diviso in tre parti: nella prima assistiamo alla resistenza passiva del gruppo, chiuso all’interno dell’appartamento, un po’ come i protagonisti di “The Mist” (2007), chiusi dentro il supermercato. Nella seconda parte, il gruppo si riorganizza, con l’arrivo di un nuovo personaggio, Oliver (David Zayas), dai connotati paterni, protettivi, per poi subito scomporsi, aprendosi verso l’esterno, con la fuga di Jarrod e Alaine sui tetti, nel disperato tentativo di raggiungere un elicottero dell’esercito. La terza parte è la più orrida e incomprensibile, nella quale Elaine viene risucchiata all’interno di un’astronave aliena e ingaggia una lotta ultimativa con un alieno che più improbabile non si può. Su questo duello tra donna incinta e mostro, si chiude in modo bizzarro e squilibratissimo, un film caratterizzato da un andamento della storia altalenante, inframmezzato da dialoghi noiosi e poco credibili, nel quale vediamo mostri che scimmiottano il gigantesco alieno di “Cloverfield” (2008), per poi diventare dei pronipoti di Godzilla o di King Kong, dai quali sembrerebbe abbian ereditato il piacere di scalare grattacieli. Che senso poi abbia la luce azzurra che scende dal cielo con l’entrata in scena degli “astromostri”, nonché con tutto il resto, solo Dio lo sa, ma alla fine della fiera direi che è un semplice espediente per esibire qualche effetto speciale in più, tanto per gradire. Difatti è l’elemento special effects che evidenzia maggiormente, per contrasto, la debolezza complessiva di un prodotto che parte da un budget già ridotto (circa 500.000 dollari), e ha tuttavia la pretesa di stupire e innovare, ma semplicemente rimasticando stereotipi fantascientifici consumati, “vendendoli” come cosa nuova. Il risultato finale non è altro che una zuppa maleodorante nella quale gli ingredienti sono accostati e mischiati malissimo da uno chef che vuole rischiare a tutti i costi per risultare brillante. Dopo il niente affatto brillante “Aliens vs Predators”, i due chef Strause, avrebbero dovuto, al contrario, fermarsi ancora un po’ a riflettere sul loro precedente fallimento, nonché studiarsi la storia del genere sci-fi. I due maramaldi, non contenti, sembra invece stiano già pensando a un sequel. “Skyline”: del tutto sconsigliato. REGIA: Greg Strause, Colin Strause SCENEGGIATURA: Joshua Cordes, Liam O'Donnell CAST: Eric Balfour, Scottie Thompson, David Zayas, Donald Faison, Brittany Daniel, Neil Hopkins, Crystal Reed, J. Paul Boehmer, Tanya Newbould, Pam Levin, Phet Mahathongdy, Tony Black FOTOGRAFIA: Michael Watson MONTAGGIO: Nicholas Wayman-Harris PRODUZIONE: Black Monday Film Services, Hydraulx, Relativity Media NAZIONE: USA ANNO: 2010 DURATA: 92 Min FORMATO: Colore GENERE: Fantascienza, Thriller, Horror.
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domenica 28 novembre 2010
martedì 23 novembre 2010
Mirrors 2, di Victor Garcia (2010)
Pensato direttamente per il mercato dvd e blue-ray, questo “Mirrors 2” è di una inutilità sconcertante. Intanto si pone, con una notevole dose di malafede, come “sequel” del primo “Mirrors” di Alexandre Aja (2008), pur non essendolo affatto, facendo così un pessimo servizio al suo predecessore, per il semplice motivo che il film di Aja è solo un pretesto commerciale per vendere. Abbiamo qui il giovane Max, che dopo aver perso la ragazza in un tragico incidente da lui stesso causato, comincia a lavorare come guardiano notturno in un grande magazzino di Mayflowers, di proprietà del padre. Dopo aver preso servizio, comincia ad essere tormentato da visioni spettrali che gli appaiono nei soliti specchi dislocati nel centro commerciale. Il tema trito e ritrito della “colpa traumatica e persecutoria” è narrato con sciattezza imbarazzante da un Victor Garcia (che si è occupato degli effetti speciali in “Hellboy” nel 2004, per poi dedicarsi a mini-serie in tv) il cui scopo evidente è solo quello di confezionare un bel dvd, cioè uno specchietto per le allodole che gli faccia guadagnare un po’ di denaro. A tale scopo la fotografia molto ben curata di Lorenzo Senatore, le musiche stridenti di Frederik Wiedmann, e le scenografie molto fashion e trendy, diventano semplici espedienti diegetico-seduttivi per catturare l’occhio, a discapito di una coerenza estetica horror-oriented del tutto assente. Per esempio sono presenti alcune scene gore molto interessanti, nelle quali il sangue scorre, le teste sono abilmente mozzate (vedi la scena in cui Emmanuelle Vaugier è nella doccia), e il vetro degli specchi maledetti penetra nelle carni: tutta questa buona materia filmica è però subito raffreddata e resa inefficace, da un montaggio che corre come un cavallo imbizzarrito verso nuove seduzioni successive, nonché da una recitazione inesistente, da parte dei protagonisti. Max, interpretato da Nick Sthal, tenta di fare il tossico-in-psicoterapia, ma risulta solo inattendibile e dotato di uno spessore psicologico pari a quello di un paracarro. Sono anche ben costruite le sequenze in campo lungo degli esterni del grande magazzino, ma non si incastrano armonicamente con l’architettura visiva dell’insieme. Il film, per sovramercato, non spaventa affatto, ed è ben lontano dalle interessanti, morbose atmosfere del film di Aja. Si tratta quindi di una pellicola da vedere solo per amore di completismo filologico, oppure per la semplice curiosità di cogliere i movimenti antiestetici e puramente economici del mercato cinematografico statunitense. Per il resto siamo di fronte a spazzatura da buttare in discarica al più presto. Regia: Victor Garcia Sceneggiatura: Matt Venne Fotografia: Lorenzo Senatore Montaggio: Robb Sullivan Musica: Frederik Wiedmann Cast: Nick Stahl, William Katt, Emmanuelle Vaugier, Lawrence Turner, Stephanie Honore, Christy Carlson Romano, Jon Michael Davis, Evan Jones, Wayne Pere, Lance E. Nichols, Ann McKenzie, Jennifer Sipes Nazione: USA Produzione: Anno: 2010.
Pensato direttamente per il mercato dvd e blue-ray, questo “Mirrors 2” è di una inutilità sconcertante. Intanto si pone, con una notevole dose di malafede, come “sequel” del primo “Mirrors” di Alexandre Aja (2008), pur non essendolo affatto, facendo così un pessimo servizio al suo predecessore, per il semplice motivo che il film di Aja è solo un pretesto commerciale per vendere. Abbiamo qui il giovane Max, che dopo aver perso la ragazza in un tragico incidente da lui stesso causato, comincia a lavorare come guardiano notturno in un grande magazzino di Mayflowers, di proprietà del padre. Dopo aver preso servizio, comincia ad essere tormentato da visioni spettrali che gli appaiono nei soliti specchi dislocati nel centro commerciale. Il tema trito e ritrito della “colpa traumatica e persecutoria” è narrato con sciattezza imbarazzante da un Victor Garcia (che si è occupato degli effetti speciali in “Hellboy” nel 2004, per poi dedicarsi a mini-serie in tv) il cui scopo evidente è solo quello di confezionare un bel dvd, cioè uno specchietto per le allodole che gli faccia guadagnare un po’ di denaro. A tale scopo la fotografia molto ben curata di Lorenzo Senatore, le musiche stridenti di Frederik Wiedmann, e le scenografie molto fashion e trendy, diventano semplici espedienti diegetico-seduttivi per catturare l’occhio, a discapito di una coerenza estetica horror-oriented del tutto assente. Per esempio sono presenti alcune scene gore molto interessanti, nelle quali il sangue scorre, le teste sono abilmente mozzate (vedi la scena in cui Emmanuelle Vaugier è nella doccia), e il vetro degli specchi maledetti penetra nelle carni: tutta questa buona materia filmica è però subito raffreddata e resa inefficace, da un montaggio che corre come un cavallo imbizzarrito verso nuove seduzioni successive, nonché da una recitazione inesistente, da parte dei protagonisti. Max, interpretato da Nick Sthal, tenta di fare il tossico-in-psicoterapia, ma risulta solo inattendibile e dotato di uno spessore psicologico pari a quello di un paracarro. Sono anche ben costruite le sequenze in campo lungo degli esterni del grande magazzino, ma non si incastrano armonicamente con l’architettura visiva dell’insieme. Il film, per sovramercato, non spaventa affatto, ed è ben lontano dalle interessanti, morbose atmosfere del film di Aja. Si tratta quindi di una pellicola da vedere solo per amore di completismo filologico, oppure per la semplice curiosità di cogliere i movimenti antiestetici e puramente economici del mercato cinematografico statunitense. Per il resto siamo di fronte a spazzatura da buttare in discarica al più presto. Regia: Victor Garcia Sceneggiatura: Matt Venne Fotografia: Lorenzo Senatore Montaggio: Robb Sullivan Musica: Frederik Wiedmann Cast: Nick Stahl, William Katt, Emmanuelle Vaugier, Lawrence Turner, Stephanie Honore, Christy Carlson Romano, Jon Michael Davis, Evan Jones, Wayne Pere, Lance E. Nichols, Ann McKenzie, Jennifer Sipes Nazione: USA Produzione: Anno: 2010.
venerdì 19 novembre 2010
Breve storia del verbo essere, di A. Moro ( Adelphi 2010)
"Breve storia del verbo essere" (2010), di Andrea Moro. Casa Editrice Adelphi. Collana: Biblioteca Scientifica. ISBN: 978-88-459-2493-4. Euro 26. "Breve storia del verbo essere" è un libro che mi ha entusiasmato, ed è per questo che ho deciso di proporne una recensione. Si tratta di un saggio di linguistica generale, piuttosto difficile soprattutto nella seconda parte, nella quale diventa assai denso di riferimenti linguistico-formali. Tuttavia, se si ha la pazienza di seguire il filo del ragionamento, pagina dopo pagina, si ha come l'impressione di essere guidati da un Virgilio all'interno delle strutture linguistiche di cui ci serviamo quotidianamente quanto inconsapevolmente. Andrea Moro poi lo conosco, seppure non ci siamo mai frequentati, poichè faceva il mio Liceo, due classi più avanti della mia. Lui è diventato un Linguista, mentre il sottoscritto uno Psicoanalista, ma entrambi, da versanti diversi, condividiamo un grande amore verso il Linguaggio. Moro, in questo libro, approfondisce il suo studio della Linguistica Formale nella elaborazione del suo maestro Noam Chomsky, occupandosi del verbo Essere, usualmente utilizzato come copula. Ma sottolinea anche le sottili anomalie di un verbo che si muove secondo linee strutturali diverse, a seconda di come è inserito in una architettura frasale, a differenza di tutti gli altri verbi. La prima parte del libro è interamente dedicata ad una interessantissima ricognizione storica di come la Linguistica abbia considerato il verbo Essere, a partire da Aristotele, per poi passare al Medioevo di Abelardo, alla prestigiosa Scuola di Port-Royal, al pensiero cartesiano, al novecento delle discussioni logico-matematiche di B. Russel, per poi arrivare al linguista danese Otto Jespersen, e concludere il tragitto fornendoci preziose informazioni circa gli sviluppi attuali della Linguistica, nati negli Stati Uniti, al MIT, sotto l'egida di Chomsky. Che cosa scopriamo, leggendo questo libro? Che la struttura del linguaggio che noi tutti utilizziamo in ogni momento della giornata, è infinitamente più complessa e organizzata di quanto possiamo immaginare. Il Linguaggio si comporta come materia biologica, oppure come un cristallo, un "frattale" (Mandelbrot, 1984) ricorsivo che si autogenera in forme quasi-perpetue, e che nasconde scarti e anomalie che nessuna "teoria unificata" è in grado di sussumere euristicamente in modo esaustivo. Questa grande complessità (meraviglia delle meraviglie!) è tuttavia appresa velocemente e quasi come fosse una "competenza biologicamente innata", dal bambino. Moro tenta in questo affascinante, difficile libro, di giungere proprio ad una "teoria unificata" che sciolga le anomalie del verbo essere, e sembra riuscirci, umilmente, da studioso, in particolare quando smonta alcuni assiomi di origine aristotelica, quale per esempio il "postulato del soggetto", analizzando il comportamento delle "frasi copulari inverse" (un esempio di "frase copulare inversa" è la seguente coppia di frasi simmetriche: "la causa della rivolta era una foto del muro" e "una foto del muro era la causa della rivolta": frasi simili, se non semanticamente identiche, ma nelle quali il verbo essere-copula dà luogo a due strutture differenti nelle rispettive versioni. Una di queste strutture è illogica e agrammaticale, l'altra no. E questo accade misteriosamente solo per il verbo essere, "mistero" che Moro prova e riesce a risolvere in questo libro). In ogni caso non mi dilungo oltre nel descrivere le meraviglie cui ci si imbatte durante la lettura di questa bellissima opera. Mi limito dunque a consigliarla vivamente, soprattutto perchè obbliga a pensare, caratteristica rara e preziosa in un'epoca come la nostra in cui la "cultura" mass-mediatica imperante tende a frammentare il Pensiero, piuttosto che a irrobustirlo.
mercoledì 17 novembre 2010
Hellweek, di Eddie Lengyel (2010)
Raramente mi era capitato di vedere un brutto pasticcio come questo “Hellweek” di Eddie Legyel, dj a tempo pieno a Cleveland, che di punto in bianco fonda una casa produttrice, la “Fright Teck Pictures” e impiega ben tre anni per sfornare davanti ai nostri occhi, con un budget da due lire, quello che potremmo definire il peggior film “horror” del novecento cinematografico mondiale. Lo script (dello stesso Lengyel e di April Needham) vuole parlarci di una urban legend più suburbana che cittadina, secondo la quale una gang di pazzi sadici e omicidi utilizza un magazzino abbandonato per rapire e torturare i giovani rampolli del college locale. Ciò è accaduto in passato (sussurra la leggenda), ma accadrà anche oggi, quando alcuni studenti organizzeranno una sorta di rito iniziatico adolescenziale che consiste nel passare una settimana nel magazzino suddetto. E - finezza sopraffina – proprio durante la settimana di Halloween. Fin qui niente di nuovo sotto il sole, e tanto di cappello per il coraggio nel voler affrontare un mercato cinematografico che è un far west, ma qui non siamo neppure lontanamente vicini a un cinema "indie” che cerca di trasformare il deficit economico che lo caratterizza, in virtuosismo estetico o in idea innovativo-avanguardistica di qualunque genere. Qui siamo di fronte a una videoregistrazione amatoriale molto, molto noiosa, che per lunghe sequenze assomiglia maledettamente al “Grande Fratello”. Probabilmente Lengyel vuole inconsciamente farci vivere la noia da lui stesso provata mentre struscia i dischi sullo stereo, durante qualche festicciola di cheerleaders di Cleveland. La tragedia è che Lengyel riesce benissimo nel suo intento vendicativo. Dopo più di un’ora di pellicola vediamo infatti solo ragazzoni stravaccati su divani che dialogano sul nulla in un vuoto pneumatico, e ci domandiamo perché stiamo vedendo tutto questo. Perché ci stiano infliggendo questa cattiveria sotto forma di noia esistenziale. Le sequenze sono inoltre del tutto sgangherate, ripetitive, e non conducono a nessuno sviluppo narrativo anche minimamente coinvolgente. Tutto lo script è accartocciato sul prefinale e sul finale nel quale (finalmente) assistiamo al sequestro di alcuni studenti da parte di improbabilissimi aguzzini che indossano maschere da pagliaccio al solo scopo evidente di scimmiottare in modo patetico i tre famosi personaggi di “The Strangers”. Tra vuoti a perdere, pantomime inutili, dialoghi da latte alle ginocchia, e scimmiottamenti patetici, il film procede verso la sua deriva definitiva con le ultime sequenze che arrivano a un punto tale di presunzione da voler strizzare l’occhio al soprannaturale. Film senza alcuno spessore estetico, senza capo né coda, e che motiva una recensione solo per avvertire gli amanti del genere di starne a debita distanza. Regia: Eddie Lengyel Sceneggiatura: Eddie Lengyel, April Needham Fotografia: William A. Alexander Montaggio: Bobby Jones, Aaron Tomaselli Cast: Rob Jaeger, Karen Fox, Michael Reddy, Robyn Griggs, Stebe Thomlin, Breanne Racano Nazione: USA Produzione: Fright Teck Pictures Anno: 2010 Durata: 99
Shadow, di Federico Zampaglione (2010)
E’ questo, dunque, il “new horror” italiano? E’ meglio chiarire subito che non si tratta di una domanda banalizzante e tantomeno liquidatoria, intendiamoci. E’ invece una domanda molto seria che dobbiamo porre preliminarmente all’analisi del nuovo film di Federico Zampaglione, soprattutto per evitare il rischio di cadere in facili “tifoserie” nazionalistiche, sterili quanto dannose, e mantere invece una distanza emotiva necessaria per una equilibrata analisi filmica. “Shadow” è infatti film attesissimo dagli italici “fan dell’horror”, e proprio in un momento in cui la produzione cinematografica horror italiana tocca uno dei punti storicamente più bassi in fatto di idee e di realizzazioni esteticamente pregevoli delle stesse. L’ultimo film di Argento, “Giallo”, sembrava poi aver collocato sul suolo natìo la definitiva lapide di una debacle artistica che durava da decenni. Al solo confronto con la potenza creativa europea, al momento c’è solo da mettersi le mani nei capelli e piangere a dirotto. Ecco dunque che lo scatto d’orgoglio di Zampaglione, leader dei Tiromancino, grande appassionato del non-genere a noi caro, reduce come esordiente dalla black-comedy “Nero bifamiliare” (film fragilotto e dalla sceneggiatura piuttosto abborracciata), sembrava a tutti noi arrivare come una ventata d’aria fresca in questa italica valle di lacrime cinematografica. Ahinoi la “new wave” tanto attesa di Zampaglione si dimostra in verità una tranquilla e ininfluente brezza marina, come quei refoli leggermente salmastri che sentiamo arrivare sulle colline liguri, in certi giorni afosi d’agosto. Un venticello che ti dà un momentaneo sollievo, ma non è certo sufficiente a spazzar via la pesantezza del clima. Non è tuttavia solo questo elemento “di contesto” che mi ha fatto inarcare il sopracciglio critico, dopo aver visionato “Shadow” in sala. Guardando al film come prodotto artistico in sé, troppe cose non mi hanno infatti convinto. Vediamole con attenzione, una a una, metodicamente. 1) Sceneggiatura: la base narrativa la conosciamo. David (Jake Muxworthy), giovane americano reduce dall’Iraq, parte per l’Europa per una lunga pausa in mountain-bike. In una remota località friulana, a due passi dal Tarvisio, si scontrerà con due cacciatori di frodo dai modi violenti, per difendere una ragazza, innescando un rocambolesco inseguimento nelle zone più oscure del bosco, dove aleggiano antiche leggende nonché la presenza di un terribile villain sadico e psicopatico. Fino a un certo punto Zampaglione e gli altri due sceneggiatori (D. Zampaglione e G. Gensini) costruiscono un perfetto ambiente d’elezione horror, attraverso un incastro di situazioni che vediamo avvitarsi e scattare in modo aritmico attraverso colpi di scena generatori di qualche brivido ben assestato sul cranio dello spettatore, in modo ruvido e spiccio. Lo script raggiunge un buon livello di tensione cumulativa fino al punto in cui i quattro protagonisti si perdono nel bosco nebbioso, sotto i grigi piloni del cavalcavia in disuso. A questo punto la scrittura diventa un bullone avvitato bene fino a quel momento, che poi però si svita lentamente e si disperde come i personaggi nel bosco. Si cerca di porre rimedio allo sfarinamento narrativo soprapponendo sequenze derivative, apparentemente “omaggi” ad altri film, quali probabilmente “Wrong Turn”, “The Descent” (la sequenza finale della miniera) e opere del vecchio Argento (l’ossessione per gli oggetti bizzarri nell’antro del killer). Tale sovrapposizione diventa un vero sovraffollamento subliminale, quasi “memetico” nel prefinale, facendo perdere del tutto coerenza, leggerezza ed evocatività ad uno script che sembrava promettere ben altro, nella prima parte. Ma il dramma avviene nel finale, vera e propria sconfessione di qualsiasi regola aurea che presiede alla costruzione di un horror. Ci accorgiamo cioè, tristemente, che Zampaglione voleva parlarci d’altro, e ha usato il nostro genere preferito per esporci il suo pensiero su altri temi (che non cito, per evitare spoiler). Ci sentiamo quindi defraudati, derubati come spettatori, e la domanda che ci sorge spontanea a fine proiezione è semplice: “Perché ci hai fatto questo?”. Zampaglione ci sveglia bruscamente da un sogno, mentre noi eravamo lì al cinema per sognare. Non si fa così. E’ disonesto. E per giunta nei titoli di coda ci ringrazi pure, insieme a Dario Argento, come “fan dell’horror”?: questa sì che è vera ipocrisia. 2) Regia e Montaggio: movimenti di macchina, inquadrature e brevi flash-back sulla guerra in Iraq, risentono dell’incoerenza di uno script che il regista non interpreta ma sembra inseguire pedissequamente, rimanendo appiattito su di esso, per non dire incollato. Il montaggio è frettoloso e a tratti sembra tagliato con la scure, soprattutto nella seconda parte del film. 3) Fotografia: Marco Bassano ce la mette tutta a illuminare location suggestive nelle quali domina una Natura intrisa di segreti atavici. Non possiamo quindi attribuire a lui la responsabilità di non riuscire a creare l’atmosfera e l’inquietudine che l’idea di base del film voleva portare avanti. 5) Cast: la scelta di Nuot Arquint è decisamente azzeccata, e forse l’aspetto più “forte” e “nuovo” del film di Zampaglione. Il problema è che al cospetto di un attore così espressivamente perturbante, così “espressionista”, tutti gli altri, in primis Jake Muxworthy e Karina Testa, sembrano dei nani sulle spalle di un gigante. Decisamente il regista avrebbe dovuto effettuare un più profondo lavoro di caratterizzazione intorno a un personaggio come quello di Nuot, un vero Max Schreck (“Nosferatu”, 1922) dei nostri giorni, perché davvero avrebbe meritato molto di più. Ma forse il regista romano avrebbe dovuto scrivere un altro film, e non questo. 6) Sonoro: al contrario rispetto al film d’esordio, non é Zampaglione ad occuparsi della colonna sonora. Le musiche sono state curate da The Alvarius, gruppo nato per questa occasione, composto da Francesco, fratello del cantautore, e Andrea Mossanese. Si tratta di un sound sperimentale e psichedelico, che crea rimandi al rock e ricorda le colonne sonore anni ‘70 e ‘80 del cinema italiano. Un omaggio ad Argento, quindi, soprattutto come contrappunto ad alcune sequenze claustrofobiche all’interno della casa delle torture. Ma, a furia di omaggi, anche la cura ossessiva delle musiche non fa altro che appesantire uno script che aveva invece bisogno di una libertà d’ispirazione registica che non riesce invece a trovare. 7) Effetti Speciali e Make Up: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una nota dolente. Francamente ci aspettavamo qualche colpo d’acceleratore in più, perché, a parte la sequenza in cui Ottaviano Blitch viene abbrustolito come San Lorenzo sulla graticola, il resto della tecnica effettistica risulta misurata e parca, rispetto al contesto inquietante della “camera degli orrori” che ci viene mostrata. In conclusione, mi sembra del tutto legittimo affermare che “Shadow” sembra un soufflé che si è sgonfiato velocemente nel forno, per colpa di un cuoco completamente assorbito ad aggiungere tanti, troppi ingredienti, un po’ per omaggiare i maestri, un po’ per fare l’originale a tutti i costi, un po’ per la presunzione di voler resuscitare d’un sol colpo un “genere horror italiano” in così avanzato stato di decomposizione, dimenticandosi che questo genere di operazione culturale richiede invece tempo, studio, e lunga, sofferta perizia. “Shadow” arriva così a deludere i molti fan raccolti in trattoria per assaggiare il tanto, troppo sospirato soufflé. Dati questi presupposti, non ci voleva certo la sfera di cristallo per profetizzare un esito infausto di questo tipo. Regia: Federico Zampaglione Sceneggiatura: Federico Zampaglione, Domenico Zampaglione, Giacomo Gensini Fotografia: Marco Bassano Montaggio: Eric Strand Interpreti: Jake Muxworthy , Karina Testa, Chris Coppola, Ottaviano Blitch, Emilio de Marchi, Nuot Arquint, Matt Patresi, Gianpiero Cognoli Nazione: Italia Produzione: Blu Cinematografica Anno: 2009 Durata: 80 min.
Harpoon, di Julius Kemp (2009)
Il regista islandese Jùlìus Kemp, al suo terzo film (preceduto dalle scarsamente significative commediole “Veggfodur”,1992, e “Blossi/810551”,1997), decide improvvisamente quanto improvvidamente di dedicarsi all’horror, e in questo “Harpoon” pensa di fare l’originale ambientando un “Texas Chainsaw Massacre” dei nostri giorni, su una rugginosa baleniera al largo di uno sperduto fiordo islandese. Il risultato estetico finale ci porta però agli antipodi delle buone intenzioni del regista, poiché non appare efficace né convincente l’idea di sequestrare una decina di sconosciuti turisti e di inscatolarli dentro una vecchia nave abitata da tre villain a loro volta per nulla convincenti. Paradossalmente sono proprio le suggestive locations nordiche e marinare a rendere fatuo il tentativo video-perturbante di Kemp e della sua crew. La messa in scena è infatti gelida e l’occhio fugge spesso al di fuori della storia, tendendo a perdersi nei colori insaturi della bella e a tratti poetica fotografia di Jean Noel Mustonen, ma così facendo l’occhio si distrae spesso e tende a lasciare al loro destino preconfezionato quei banalotti dei protagonisti. Il casting è appunto un'altra nota dolente di questo film: personaggi che più sciatti e insipidi non si potevano scegliere, a parte le tre signore tedesche, che naturalmente saranno le prime ad essere eliminate a colpi di piccone sul cranio. E’ piuttosto evidente che Jùlìus Kemp desidera a tutti i costi inventarsi “il primo slasher islandese”, ma inseguendo questo suo orgoglioso desiderio, finisce semplicemente con lo scimmiottare mimeticamente un qualsiasi (il più banale) slasher statunitense. Si vede lontano un miglio che il nostro regista è un USA-addicted, ma di quel cinema horror americano deteriore, stereotipato e insulso, e qui per sopramercato, precotto e affumicato come un’aringa, perché si tratta di uno slasher “spiegato agli islandesi”. Il tentativo di uno slasher, diremmo meglio, che peraltro non vuole riscaldare le locations iperboree con qualche effetto splatter significativo: ad esempio la morte del capitano del "Poseidon" è semplicemente ridicola, sia per la gratuità della sequenza, sia per l’inconsistenza perturbativa che produce. Nel tessuto filmico di “Harpoon” tutto il narrato rimane piatto come uno stoccafisso appeso al sole pallido del grande nord, e anche le sequenze più tese (come quella di uno dei villan che va a fuoco), sono come immerse nel grasso di balena e scivolano via senza colpo ferire. Gli unici due elementi che ho trovato interessanti, sono la bella e atavica sonorità della lingua islandese (sottotitolata) e le immagini di repertorio iniziali sulla cattura delle balene. Un vero disastro ecologico-cinematografico quest’opera di Kemp, coronato da una improbabile Natura vendicatrice nel finale, e che non nasconde inoltre una certa malafede nel proporci come novità la fredda brutta copia di un qualcosa di visto e stravisto provenire dagli States. “Harpoon”: film per soli completisti del genere slasher, altrimenti da evitare con cura. Regia: Julius Kemp Sceneggiatura: Sigurjón B. Sigurdsson Fotografia: Jean Noel Mustonen Montaggio: Sigurbjorg Jonsdottir Musica: Hilmar Örn Hilmarsson Cast: Gunnar Hansen, Pihla Viitala, Nae, Terence Anderson, Miranda Hennessy, Aymen Hamdouchi, Carlos Takeshi, Miwa Yanagizawa, Halldóra Geirharðsdóttir, Guðlaug Ólafsdóttir, Snorri Engilbertsson, Ragnhildur Steinunn Jónsdóttir Nazione: Islanda Produzione: Icelandic Film Company, Kisi, Film & Music Entertainment Solar Films, Anno: 2009 Durata: 90
Camp Hell, di G. VanBuskirk (2010)
Va dato merito a George VanBuskirk, giovane esordiente regista di Brooklyn, di gettare con questo suo “Camp Hell” (o "Camp Hope", come è stato alternativamente distribuito), uno sguardo acuto e profondo sul mondo dell’adolescenza, già a partire da un ottimo e fresco casting composto da giovani attori sconosciuti e ben selezionati. Lontano mille miglia dalle stereotipie adolescenziali cui il cinema hollywoodiano ci ha abituato ormai da tempo immemore, VanBuskirk descrive attraverso tonalità drammatiche i turbamenti di un “giovane Törless” proveniente da una famiglia cattolica iperbigotta, che lo costringe a frequentare il solito ritiro spirituale annuale presso “Camp Hope”, comunità religiosa guidata da un prete molto carismatico quanto dannoso per le fragili menti dei ragazzi ivi convenuti. Thomas è turbato da pensieri peccaminosi, cioè dall’idea della masturbazione, dalla sessualità il cui richiamo comincia a farsi prepotentemente sentire, nonché dalle seduttive movenze di Melissa (Valentina de Angelis), una ragazza conosciuta a Camp Hope, con cui avrà la sua prima esperienza erotica. Il tutto è raccontato da Van Buskirk con una sguardo ispirato da grande tenerezza. Sguardo che si fa poetico proprio nelle scene d’amore tra Thomas e Melissa, raccontate con una dolcezza che è raro vedere di questi tempi, e soprattutto nel “cinema adolescente” (il confronto con i vari Twilight è semplicemente stridente e fa diventare i soliti vampiri della Meyers, degli stolidi pezzi di legno: da ardere, naturalmente). E’ molto interessante in questo film anche l’uso narrativo dell’ambiguità nel presentare una storia che già nel titolo introduce un enigmatico paradosso, dal momento che la comunità cattolica si chiama “Camp Hope”, mentre il film s’intitola “Camp Hell”. La dialettica linguistico-significante tra Inferno e Speranza rende bene, già di per sé, la tensione interna delle varie e polimorfe anime dell’adolescente, soprattutto (e saggiamente) sul versante dell’introspezione psicologica, impreziosita da dialoghi e interazioni tra personaggi assai ben costruiti, poiché fotografa con precisione l’adolescenza intesa come trauma e come ritraumatizzazione della relazione. Il ruolo dei genitori, narcisisti in quanto interessati al loro ideale sociale e religioso, piuttosto che al benessere psicologico dei propri figli, è a questo proposito centrato e psicologicamente ben calibrato, anche all’interno di una storia che sottolinea la separazione dalla famiglia come “rito di passaggio” (ci troviamo infatti in un bosco isolato, metafora dell’essere abbandonati come Pollicino coi propri fratelli, e messi a contatto con la foresta pulsionale e aggressiva del proprio inconscio, senza più l’alone protettivo di mamma e papà). Il viraggio “horror-demoniaco” non è poi troppo calcato, ma ugualmente produce un effetto di straniamento inquietante, visto che non è mai del tutto chiaro e “spiegato”, per fortuna, cosa accade sotto i nostri occhi: si tratta di allucinazioni di Thomas? Oppure il Demonio è entrato davvero a Camp Hope e utilizza la fisiologica angoscia adolescenziale per manifestarsi? Qualunque cosa stia accadendo, il messaggio che VanBuskirk desidera trasmetterci è quello di una ferma denuncia del devastante effetto traumatico dell’ideologia religiosa sulla mente delle giovani generazioni, non importa se musulmane, cattoliche, o di altra confessione. E’ l’anti-naturalità dell’indottrinamento e della Fede a distruggere la coscienza, che invece segue sue vie naturali, vitali, nelle quali l’inconscio, il desiderio e la sessualità giocano un ruolo fondamentale che non si può negare o manipolare, pena la morte psichica di chi si trova in un momento fisiologico di grande vulnerabilità. E questo vale per il giovane kamikaze indottrinato da Al Qaeda, come per il giovane cristiano della provincia americana. Elemento ulteriormente interessante ed esteticamente rilevante di questo film è anche il fatto che è capace di evocare tutta questa linea di associazioni, nonché di far vibrare una certa inquietudine (si pensi alla sequenza delle tre colombe insanguinate che il prete trova sotto il suo cuscino, oppure all’uso di un sonoro che si avvale di scricchiolii sinistri e altri suoni perturbanti) nonostante un budget ridottissimo e un cast di attori non professionisti, ma condotti da una mano registica ferma e sapiente. Un film “minore”, certamente, ma che vale la visione. Regia: George VanBuskirk Sceneggiatura: George VanBuskirk Fotografia: Michael McDonough Montaggio: Misako Shimizu Musica: Gary DeMicheleCast: Jesse Eisenberg, Dana Delany, Andrew McCarthy, Spencer Treat Clark, Connor Paolo, Bruce Davison, James McCaffrey, Valentina de Angelis, Drew Powell, Will Denton, Christopher Denham, Ato Essandoh Nazione: USA Produzione: Holedigger Films, New Films Cinema Anno: 2010 Durata: 91
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