Pagine

martedì 18 settembre 2012

Prometheus, di Ridley Scott (2012)



Nell'anno 2094, l'astronave Prometheus arriva, dopo un lungo viaggio, sul pianeta LV-233. A bordo è presente un equipaggio, riunito da un ricco imprenditore, che ha il compito di rintracciare gli "Ingegneri", una specie aliena umanoide, che secondo due archeologi presenti sull'astronave, ha dato origine alla razza umana sulla terra. 

Andrò per punti, per riflessioni sparse, rabdomantiche, per intuizioni. Non è facile accostarsi a un film come Prometheus in modo lineare o analitico. La prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver visionato l'ultima fatica del grande Ridley Scott, è che, girando questo film, il regista abbia voluto scrivere una sorta di autobiografia filmica, abbia voluto 
evidenziare l'importanza della rimemorazione storica, del passato, come a dirci che il passato è presente in questo presente, e sarà ancora presente nel futuro, ehi, non dimenticatelo mai. In ogni caso Scott non vuole dimenticare il suo passato filmico, il suo Sè-filmico genetico, le sue di origini (oltre a quelle dell'umanità), infatti ogni sequenza, ogni inquadratura di questa pellicola, trasuda dello stile narrativo di questo padre della sci-fi contemporanea: uso e descrizione degli spazi, tempi, movimenti di macchina, tutto sembra rimandare ad "Alien" (1979). "Alien è figlio mio", sembra volerci dire Scott, anzi, sembra gridarlo a gran voce lungo tutto il percorso del film, ma sembra volerci anche dire: "io sono il padre del cinema di fantascienza contemporaneo". E su questo ha ragione, siamo del tutto d'accordo con lui. Scott ha infatti "visto cose" che noi umani non osavamo immaginarci, come il mutante di "Blade Runner", prima di spegnersi sotto la pioggia scrosciante, sul tetto di un grattacielo. Ma Scott invece non si spegne, la sua fiamma è ancora accesa e desidera illuminarci di nuove epifanie fantascientiche, di non ancora viste visioni del futuro. Ma allora perché Scott si rivolge a Damon Lindelof per realizzare questo desiderio auto ed etero rigenerativo, che poi regala a tutti noi? Questa è la domanda che dobbiamo porci, la vera chiave per aprire le giuste porte interpretative di questo film, almeno secondo il mio modesto avviso. Sì, perchè Lindelof è uno dei creatori di "Lost", lunga, eterna, labirintica serie televisiva che tutti conosciamo, nonché co-writers di "Cowboys & Aliens" (2011), quindi non proprio vicino ad Asimov in quanto a talento narrativo specificamente fantascientifico. E, soprattutto, molto lontano dai climi claustrofobici e perturbanti di "Alien" (in quel caso lo script era di Dan O'Bannon, decisamente più esperto in fatto di storie spaziali cinematografiche,  non televisive). Continuiamo con le riflessioni sparse. Un altro elemento interessante è decisamente il cast: il volto giovane e fresco di Sigourney Weaver in "Alien", viene qui sostituito da quello di Noomi Rapace, nome al momento molto gettonato, dopo le buone performance di "Uomini che odiano le donne" (2009), di Niels Arden Oplev, e "La ragazza che giocava col fuoco" (2009), di Daniel Alfredson. Ma quali similitudini possiamo effettuare tra il volto terreo della Weaver in Alien, e lo sguardo da giovane fanciulla in fiore proustiana della Rapace, in "Prometheus"? Nessuna. La Rapace, semplicemente, in questo film non possiede il personaggio, non lo fa suo. Sembra un'attrice pirandelliana, che si rifiuta di vestire i panni del suo carattere (vedi Pirandello, "Sei Personaggi in cerca d'Autore", 1921). Zero espressività, zero pathos, che diventa poi grottesca messa in scena nella sequenza dell'operazione chirurgica all'interno della capsula medica robotica. Proprio su questa sequenza vorrei soffermarmi un pò, poichè, se usiamo una metafora spaziale, è un vero "buco nero" del film, un pasticcio tremendo entro cui tutte le buone intenzioni di Scott vengono risucchiate via senza possibilità di recupero. Si tratta di una sequenza-chiave, perbacco, densissima di rimandi simbolici, e Scott la dirige in modo goffo, ultrarapido, spettacoloso, con un occhio al necessario gore che l'intertainment richiede a un film di questo tenore. Il risultato è una serie giustapposta di inquadrature senza spessore e tensione alcuna, alla quale andava dedicato più tempo, togliendone magari ad altre parti, superflue (come ad esempio quelle degli ologrammi umanoidi che corrono per i corridoi della postazione aliena). Sono portato a pensare che Sigourney Weaver si sarebbe rifiutata di girare quella scena, dopo aver letto lo script, dal momento che qui il "femminile" e la sua psicologia sono piegati all'immaginario hollywoodiano, sono davvero "prostituiti", e questo a mio avviso è molto grave, dopo prove mitiche come "Alien", alcuni suoi sequel, e "Blade Runner". Personalmente, una sequenza come quella della capsula medica, da Ridley Scott proprio non me la sarei aspettata. Sempre rispetto al cast, Michael Fassbender, l'androide David, tanto osannato da certa critica positiva, non mi è parso così profondamente pensato, come personaggio. Si perde anche lui nella magniloquenza e nella prosopopea dell'effettistica, come quasi tutti gli altri protagonisti. Sono presenti nel film, certamente, momenti di ispirazione visiva altissima, come le prime inquadrature ambientate in Islanda e in Scozia: senso delle panoramiche raffinatissimo, utilizzo di locations evocative di un Altrove che invece non è così lontano da noi, una sequenza iniziale che ci parla subito di trasformazioni psico-fisiche inquietanti. Ma è il raccordo (necessario!) tra sceneggiatura, regia e direzione del cast, poi, a condurre un film in una direzione sinfonica, oppure cacofonica. "Prometheus" non è quella "sinfonia" sci-fi che qualcuno vorrebbe descrivere. E' il tentativo, da parte di uno dei padri del cinema di fantascienza contemporanei, di produrre un'opera che contenga, biograficamente, tutto se stesso, cercando un rilancio di questa insigne biografia verso mete ulteriori. Il tentativo non riesce, perchè si impantana nella palude di uno stile seriale-televisivo lindelofiano, che nulla ha a che vedere con il Cinema. Che cosa evita che quanto detto sin qui, si trasformi in puro disastro? Direi la sedimentazione di un segno estetico che è depositato nell'inconscio dello spettatore: il tocco di Ridley Scott, la sua cifra stilistica, il ricordo dei suoi movimenti di macchina, che ci rimandano continuamente al nostro passato di spettatori. E quel passato è "Alien", con tutta la sua potenza evocativa. "Prometheus" è come l'androide David: è tenuto in vita dalla presenza dello spettatore, dal suo sguardo. Solo nell'inconscio dello spettatore trova un suo senso, un riverbero rimemorativo, una sorta di rispecchiamento narcisistico con la storia e la memoria di chi è seduto sulla sua poltrona, in sala. Forse è proprio per questo che si ha la tentazione di perdonargli le pecche di cui, a mio avviso soffre enormemente. Non credo, tuttavia che questa sua caratteristica di "specularità" sia sufficiente a descriverlo come un film di fantascienza riuscito. Anzi, direi che la sua apertura a vari sequel (è già infatti annunciato "Prometheus 2"), lo appiattiscono ancora di più a prodotto commerciale fra i tanti. "Prometheus": da vedere senza idealizzazioni preconcette, ma tenendo in conto di uscire dalla sala con una certa tristezza. Regia: Ridley Scott  Soggetto e Sceneggiatura:Jon Spaihts, Damon Lindelof   Fotografia: Dariusz Wolski  Montaggio: Pietro Scalia   Musiche: Marc Streitenfeld   Cast: Michael Fassbender, Noomi Rapace,Charlize Theron, Kate Dickie, Idris Elba, Sean Harris, Rafe Spall, Logan Marshall-Green   Nazione: USA   Produzione: Scott Free Productions, Brabdywine Productions  Durata:  124 min. 


domenica 16 settembre 2012

Stacco musicale (in attesa di "Prometheus")

In attesa della recensione a "Prometheus", di Ridley Scott, cui sto lavorando, ma che ha bisogno di essere sedimentata e pensata (il film l'ho visto ieri in una bella e grande sala, insieme ad amici e a mio figlio), vi lascio all'ascolto di questo antico video dei Deep Purple, che suonavano più o meno nel periodo di uscita del primo Alien, che è del 1979 (il video è del 1973). "Blade Runner" è di circa dieci anni dopo (1982). Ritorniamo un pò, insomma, nel clima storico-culturale e psicologico del primo Scott. Questa rimemorazione mi sembra utile per prepararci a capire meglio l'attuale "Prometheus"

venerdì 14 settembre 2012

The Possession, di Ole Bornedal (2012)

Un giovane padre divorziato è preoccupato per Em, sua figlia minore, poichè da quando ha acquistato in un mercatino dell'usato di paese, un mobiletto di legno che porta incise inscrizione in ebraico, non sembra essere più la stessa. Si scoprirà ben presto che l'oggetto contiene un dybbuk, cioè uno spirito demoniaco capace di impossessarsi di chi lo rende libero, e questa volta è toccato di Em liberarlo...

Atmosfere cupe, script semplice e lineare, fotografia contrasta e plumbea, rendono "The Possession" di Ole Bornedal un film per certi versi apprezzabile nel generare un clima perturbante che non scivola via come acqua sui sassi, cosa che invece accade spesso, come ben sappiamo, a molta produzione mainstream. Il film è esteticamente molto curato, ben fotografato, allestito bene nell'alternanza di interni ed esterni, nonchè montato in modo scorrevole e attento alle svolte narrative principali. L'interpretazione della giovane protagonista,  Em (una Natasha Calis imprevedibile e sinistra come solo una adolescente può manifestarsi agli occhi degli adulti che hanno la ventura di frequentarla) è piuttosto inquietante, soprattutto nelle inquadrature di piano medio e primo piano, cioè quando Bornedal desidera soffermarsi sulla mimica facciale, che ha sempre molto da esprimere (molto bella la sequenza del garage della casa della mamma di Em, dove assistiamo ad una sorta di non-dialogo surreale, attraversato da emozioni potenti che sentiamo muoversi pur nel silenzio più assoluto, tra Em e il nuovo fidanzato della mamma). Oltre alla mimica ben gestita di Natasha Calis, risultano molto suggestive altre sequenze, sul piano perturbante, come quella, terribile, dei denti sanguinanti dello stesso malcapitato fidanzato materno. Il film, dunque, si fa visionare producendo nello spettatore una certa dose di curiosità, non solo perchè vogliamo sapere "come va a finire", ma anche perchè le atmosfere risultano molto evocative e trasmettono un senso di attesa continua, che da una parte inquieta, ma dall'altra non annoia mai. Complice di questa modalità estetica presente nel film è certamente il montaggio, di Anders Villadsen, che indugia a tratti su dialoghi e su spazi interni casalinghi, per poi smorzare di colpo la tensione, e aprire su successivi capitoli narrativi relativamente più tranquilli (per poi rilanciare verso nuovi colpi di scena, sempre parcamente oscillanti tra il risaputo e l'nnovativo). "The Possession" contiene tuttavia altri elementi non sviluppati ed elaborati a sufficienza, primo fra tutti il tema dell'esorcismo ebraico, in effetti nuova icona cinematografica, che poteva essere approfondita con mano sicuramente più decisa, da parte del regista. L'ambiente ebraico newyorkese chassidico, ad esempio, è tratteggiato a mio avviso in modo caricaturale, pur sottolineando climi misterici da setta imperscrutabile. C'è molta confusione qui, da parte di Bornedal, che a un certo punto sembra non sapere più se seguire la storia sul piano del perturbante in quanto tale, oppure se aprire sul versante ebraico e dirci qualcosa di più. I due aspetti rimangono però non integrati. L'ebraismo resta per così dire come "in orbita", lasciato lì come il personaggio secondario di una rappresentazione che parla decisamente d'altro. Probabilmente, comunque, l'aspetto più interessante del film è che non ricorda affatto illustri antecedenti, come "L'Esorcista" (1973) di Friedkin, cioè se ne smarca abbastanza bene, il che non è poca cosa. La pellicola risente invece (e questo è il secondo elemento di demerito rispetto a un'opera per altri versi interessante) dell'influsso dell'ultimo, consumistico, Sam Raimi, che produce questo film con la sua Ghost House Pictures. Da  Raimi il film di Bornedal deriva infatti una certa "patinatura", nonchè il guardare al "demoniaco", ma in modo piuttosto superficiale, non approfondendo culturalmente nessuna associazione o riflessione che vada aldilà dell'intrattenimento di un certo pubblico di adolescenti statunitensi di medio livello culturale. Direi che questa dipendenza dal clan di Raimi diventa una vera e propria palla al piede per questo film, che evidenzia peraltro un certo gusto visivo da parte del regista, che indubbiamente possiede un talento e un'ispirazione personale nel creare atmosfere angosciose. In tal senso direi anche che Bornedal deve ancora "crescere". Attendiamolo quindi alle prossime future prove filmiche . "The Possession": certamente da vedere, ma senza eccessivi entusiasmi e/o particolari aspettative. 
Regia:  Ole Bornedal Soggetto e Sceneggiatura: Leslie Gornstein, Juliet Snowden, Stiles White Fotografia: Dan Laustsen Montaggio: Anders Villadsen Musiche: Anton Sanko    Cast: Jeffrey Dean Morgan, Madison Davenport, Natasha Calis, Grant Show, Quinn Lord, Rob LaBelle, Jhon Cassini, Erin Simms   Nazione: USA  Produzione:  Ghost House Pictures, North Box Productions  Durata: 92 min.
   

lunedì 3 settembre 2012

Straw Dogs, di Rod Lurie (2011)


David Sumner sceneggiatore di Los Angeles, si trasferisce nella città natale di sua moglie, nel profondo sud degli Stati Uniti. A poco a poco la conflittualità della coppia aumenta, intrecciandosi con la propensione alla violenza degli abitanti locali. Questo cocktail emotivo si rivelerà ben presto molto pericoloso per i nuovi arrivati...

Il film di Rod Lurie è un remake-omaggio del violento (per l'epoca) film del grande Sam Peckinpah (1971), sebbene le locations siano state spostate da Lurie, dall'originale Cornovaglia al Mississipi. Sul piano drammaturgico la sceneggiatura non è molto lontana da quella del primo film, solo che il protagonista, David, non è un matematico, ma a sua volta uno sceneggiatore. Un "intellettuale", comunque. Lurie dà inoltre più spazio all'environment comunitario locale, con tanto di messa domenicale nella quale il pastore benedice la squadra di football della città, e partita serale annessa. Credo che di questo remake non ci fosse molto bisogno, tuttavia il film è costruito con una certa sapienza nella conduzione dei dialoghi, e nella creazione di un'atmosfera di conflitto che aumenta in modo esponenziale nel corso del minutaggio, fino alla sequenza dell'impiccagione del gatto Flutie, ritrovato nell'armadio, da David. Tale sequenza è il vero spartiacque narrativo del film, poiché da questo punto in poi il "darwinismo" ormonale del gruppo dei violenti locali, abbandona del tutto i propri freni inibitori, e si dirige a vele spiegate verso un orizzonte del tutto delinquenziale, aprendo la storia al suo drammatico finale. La psicologia dei personaggi è molto attentamente amministrata dal regista, che dipinge il "ritorno a casa" di Amy Sumner (una Kate Bosworth molto seduttiva e che esprime, anche nel suo muoversi corporeo, tutto il suo passato controverso) come una sorta di affronto inconscio nei confronti dei "ragazzi" del luogo, "abbandonati" a suo tempo dalla reginetta locale che li ha lasciati per andare a sposarsi il professorino senza palle della grande città. Un pò come dire che "il primo amore non si scorda mai", con tutte le relative conseguenze. Il "nocciolo" del plot è tutto qui, ma anche il famoso "complesso di Edipo" è in fondo una storia semplicissima, con tre soli personaggi sulla scena, ma che ha fatto tremare le vene ai polsi del '900 europeo, e questo tremore non è certo ancora cessato. Lurie si muove in questi paraggi, cercando di essere fedele allo script originario di D. Zelag Goodman, ma anche innovando la storia, inserendola in un presente che contiene comunque emozioni primitive, mai estinte, dell'umanità. Oltre alla Bosworth e a James Marsden (David), che non possiede la potenza espressiva di Dustin Hoffman, ma è ugualmente bravo, il cast è scelto con cura: il  "cattivo" Alexander Skarsgard aggetta sguardi assassini conditi in salsa di testosterone puro, e fa paura, perchè è una macchina da guerra ormonal-fascista irrefrenabile, cresciuta nella povertà di una provincia che certamente non può che allevare i suoi figli secondo tali orientamenti antropologici atavici. I suoi compari non sono da meno, veri e propri "cani di paglia", usati cioè come manovalanza e carne da macello, da una mentalità di gruppo intrisa di razzismo e di odio verso l'altro, fin dalle origini della fondazione del gruppo stesso. La Natura paludosa del Mississipi fa la sua parte diegetica, come sfondo simbiotico che ingloba una storia di pura violenza che questa Natura stessa ha generato: la notevole sequenza finale della tagliola (sebbene poco legata al corso delle concitate inquadrature precedenti) evidenzia ancora di più, metaforicamente, l'indifferenziazione tra umano e animale, rimarcando il messaggio pessimistico che Lurie ci invia. Come avrete notato non ho volutamente fatto confronti tra questo film e l'originale di Peckinpah, poichè ritengo che le due pellicole non vadano affatto paragonate. Il film di Lurie si fa infatti guardare dal primo all'ultimo minuto, e pur essendo chiarissimamente un remake del primo, tuttavia desidera ritagliarsi un suo spessore artistico autonomo rispetto al prototipo, e riesce benissimo in questo suo intento. Lo ritengo un prodotto  apprezzabile, anche se non proprio necessario, come dicevo più sopra, perchè Lurie, dirigendolo con buona mano e buon movimento di macchina, ci ricorda alcune tematiche legate all'aggressività umana, già affrontate magistralmente da Peckinpah a suo tempo, sottolineando con questo suo gesto che certe peculiarità "primitive" dell'uomo è meglio tenersele a mente, rimemorarle, non gettarle facilmente nell'oblio (anche consumistico-cinematografico hollywoodiano), perchè possono tornare a galla nel corso della storia dell'umanità, e molto più velocemente di quanto ci potremmo aspettare. "Straw Dogs" (2011): film inconsapevolmente molto edipico, e (consapevolmente) molto attuale. Da vedere. 
Regia: Rod Lurie  Soggetto e Sceneggiatura: Rod Lurie, David Zelag Goodman  Cast: James Marsden, Kate Bosworth, Alexander Skarsgard, James Woods, Dominic Purcell, Rhys Coiro, Billy Lush, Laz Alonso, Willa Holland, Walton Goggins, Anson Mount, Drew Powell,     Nazione:  USA  Produzione: Screen Gems, Battleplan Productions Durata: 110 min. 

mercoledì 29 agosto 2012

Lovely Molly, di Eduardo Sànchez (2011)



I novelli sposi Molly e Tim, subito dopo i festeggiamenti per il loro modesto matrimonio, si trasferiscono nella casa dei genitori defunti di Molly. Ma non molto tempo dopo il trasloco, cominciano a riaffiorare ricordi inquietanti nella mente di Molly. Tim fa il camionista, e mentre lui è lontano da casa per lavoro, Molly comincia a sentire e vedere cose che non riesce a spiegarsi. Per sedare le sue ansie, Molly inizia a fumare marjuana e a far uso di altre sostanze, mentre sua sorella Hanna comincia seriamente a preoccuparsi per lei. Gradualmente la verità comincia ad emergere, nel modo più orribile, e un senso di cupa insicurezza invade, piano piano, la vita di tutti. 

Il co-autore (insieme a Daniel Myrick) di "The Blair Witch Project", torna a noi dopo circa cinque anni, con questo "Lovely Molly", scritto con Jamie Nash. Il film ripresenta il tema  della "leggenda sovrannaturale", cui tutta la filmografia di Sànchez rimane fedele, al punto che potremmo definirlo un "tema ossessivo", che il regista, a partire da "TBWP" studia e ristudia, con indubbia padronanza. Stiamo in particolare parlando di un sovrannaturale di stampo spiccatamente statunitense, radicato nella provincia povera e ignorante degli States, terreno di coltura ideale del magico-fideistico. D'altra parte anche "TBWP", nasce da un soggetto che desidera lavorare in modo innovativo proprio quella materia, e ci riesce molto bene, inventando di sana pianta, e non è poca cosa, il noto innesto horror-mockumentary. L'effetto è straniante proprio perchè il "primitivo" magico si integra, ma in modo inquietante, con il moderno della tecnica di ripresa. "Lovely Molly" cala questa struttura di base all'interno, non della storia di una comunità, bensì all'interno di una rete familiare, quella di Molly. "Familiare" in due sensi ambivalenti e collocati su due coordinate temporali distinte: la sua famiglia d'origine, e la sua famiglia attuale, cioè la coppia costituita da Molly e Tim. Da un certo punto di vista verrebbe in mente una sorta di declinazione al femminile di Amleto, poichè in effetti il film appare come venato da un sottile spirito shakespeariano, anche nelle ambientazioni cupe, tutte costruite tra boschi e interni di una casa davvero spaventosa, abitata da ricordi genealogici tremendi, tradimenti, soprusi, vendette. Ma elemento interessante del film è la costruzione (lenta, al limite della pazienza visiva di un spettatore di genere horror qualunque) di un'atmosfera di complessiva regressione e destabilizzazione psichica inesorabile a carico della protagonista, Molly, una Gretchen Lodge molto brava, soprattutto a porsi egregiamente come rappresentante della low class americana: le sequenze iniziali del matrimonio sono di una tristezza tremenda, dal punto di vista sociologico, a questo proposito. Sànchez è molto, molto sapiente nel disvelare la storia di Molly, intrecciando il diegetico del presente, con un diegetico (improprio) del passato, raccontato attraverso i dialoghi tra Molly e sua sorella. Il disvelamento è graduale, inesorabilmente pessimistico, e ciò che mostra, alla fine è un vuoto sociale assoluto, pneumatico, nel quale Molly sprofonda, senza poter dire nè a nè ba. Che siano i fantasmi che possiedono la casa maledetta, oppure una famiglia d'origine che nasconde fantasmi muti e mai elaborati, poco importa: il matrimonio di Molly con l'inconsistente Tim non servirà a riscattare quel vuoto di cui Molly è vittima, un vuoto che ha respirato fin da quando è venuta al mondo, che la sostanzia e circola dentro di lei da sempre. Perchè è poi questo che Sànchez vuole dirci, cioè che Molly è una vittima. Se possiamo infatti segnalare una differenza essenziale tra questo film e i precedenti di Sànchez,  in particolare  "The Blair Witch Project", tale differenza è rappresentata da un taglio decisamente sociologico del film, aldilà del tema "possessione", che è lasciato (volutamente) in secondo piano. Anche il grigio rapporto tra Tim e Molly segnala la stessa tematica, ripresa anche nelle sequenze in cui viene ritratto lo squallidissimo e impersonale ambiente lavorativo di Molly, in cui la solitudine sembra essere l'unica compagna della ragazza. Sono molto penetranti, e metaforiche, a tale proposito, le sequenze in cui vediamo Molly gettare le immondizie in grandi container posti nel cortile del luogo in cui lavora. Molly non si accorge che la sua stessa vita, e lei stessa sono un' immondizia gettata in un container matrimoniale (ora) e familiare (allora). Lo spettatore se ne accorge eccome, invece, accompagnato per mano da un Sanchez che orchestra tutta la sua musica sul livello della solitudine affettiva dell'individuo, lasciato solo ad affrontare mostri più grandi di lui, che alla fine, dunque, e necessariamente lo divoreranno. Il film lascia con una forte sensazione di "pessimismo storico", rispetto al quale il regista non ci lancia nessuna àncora di salvezza. Ben congegnato, sebbene a mio avviso troppo lento in alcune soggettive, nonchè in molti dialoghi, e  forse inutilmente sovraccaricato dall'uso mockumentaristico della cinepresa amatoriale, in altri punti, "Lovely Molly" lascia certamente un segno su chi guarda, e muove riflessioni profonde sul tema polisemico della "famiglia". E' apprezzabile, da parte di Sànchez, oltre all'andamento drammaturgico costruito su svelamenti successivi, anche l'evitamento accurato del maledetto "spiegone finale", che proprio non c'è, nel senso che molti "segreti" vengono lasciati insaturi, non chiariti. Sul piano extra-diegetico, Sànchez decide poi,  giustamente, di tacitare il sonoro, nelle sequenze di climax, il che aumenta di molto la tensione e il coinvolgimento soggettivo dello spettatore. La fotografia, di John W.Rutland, dai costanti toni grigio-giallognoli, incentiva un senso di degrado socio-psichico in modo molto efficace, così come il montaggio lentissimo di Vona e del regista, ci costringe a stare con i piedi nella storia dal primo minuto fino all'ultimo. "Lovely Molly" è dunque un film decisamente consigliato. 
Regia: Eduardo Sànchez    Soggetto e Sceneggiatura: Eduardo Sànchez, Jamie Nash      Fotografia: John W. Rutland     Montaggio:  Andrew Vona. Eduardo Sànchez     Cast:        Gretchen Lodge, Alexandra Holden, Johnny Lewis, Daniel Ross, Brandon Thane Wilson, Lauren Lakis, Tara Garwood,  Nazione: USA Produzione: Amber Entertainment, Haxan Films  Durata: 99 min.   
   

venerdì 24 agosto 2012

The Tall Man, di Pascal Laugier (2012)


Cold Rock è una piccolissima cittadina di provincia situata a pochi chilometri da Seattle. Qui regnano la povertà e la disoccupazione più nere, da quando la miniera è stata chiusa, molti anni prima. Ma Cold Rock è anche il teatro di segreti inquietanti. Nel giro di alcuni anni sono scomparsi già 18 bambini, e l'ombra di uno spietato serial killer grava sulla dimessa vita quotidiana di ogni famiglia. Vani sono gli sforzi della polizia locale, e in particolare del luogotenente Dodd, di andare a capo di tutta questa tragica situazione. Una leggenda metropolitana locale, incolpa di queste sparizioni il misterioso "Tall Man", l'"Uomo Alto", un criminale malvagio e sfuggente che rapisce i bambini senza lasciare la minima traccia. Julia Denning, giovane madre e infermiera che vive da anni a Cold Rock, non crede a queste superstizioni, ma quando una notte scopre che il letto di suo figlio David è vuoto e che la baby-sitter è stata imbavagliata, legata, e nascosta in uno sgabuzzino, comincia la  disperata ricerca di David, all'interno dei fitti boschi che circondano la casa...

Il cinema di Pascal Laugier è struttura, non contenuto. E' lavoro di pensiero, attento, maniacale, e sul soggetto, e sulla sceneggiatura. E' costruzione non lineare di un racconto che muta di sequenza in sequenza, obbligando lo spettatore a cambiare continuamente l'ottica attraverso cui sta guardando un suo film. A Laugier non interessa - ormai è chiaro come il sole - l'effetto perturbante sul pubblico. "Martyrs" (2008), e lo si capisce molto meglio alla luce di "The Tall Man", piega l'effetto drammatico e violentissimo, all'inquadramento strutturale di una storia, che è "quella" storia che Laugier vuole raccontare. "Martyrs" non è un film violento e inquietante perchè Laugier desidera colpire lo spettatore con un pugno nello stomaco gratuitamente. Solo adesso lo capiamo bene. Il pugno allo stomaco è l'ultima cosa che interessa al regista francese, a dispetto dell'effetto emotivo "reale" che fa su chi guarda: è - tutto al contrario - lo svolgimento narrativo ad interessargli, o, meglio,  l'avvitamento narrativo straniante che il mezzo cinematografico e l'uso della macchina riescono a produrre nelle sue mani di artigiano ossessivo. Il suo ultimo "The Tall Man" è un esempio mirabile di tale atteggiamento estetico-filmico, che mette  in casseruola, parecchi ingredienti narrativi, per poi farli svaporare nel nulla, proprio perché Laugier non guarda a "temi" specifici, a "contenuti", bensì allo svolgimento a salti, a permutazioni, a "scatole cinesi" del racconto. Nei primi 25 minuti di pellicola noi vediamo una storia, quella di Julia Denning (una Jessica Biel a mio avviso meravigliosamente bella, e scelta magistrale di casting da parte del regista), che al 30esimo minuto diventa un'altra storia, attraverso un passaggio virato completamente sul puro onirico, dalla lunga, enigmatica sequenza dell'inseguimento nel bosco. Qui Laugier sa creare un ambiente che possiamo definire "sognante"  in senso stretto, perchè è capace di generare un'atmosfera di attraversamento narrativo che scioglie in pochissimo minuti le certezze che aveva fatto acquisire illusoriamente allo spettatore poco prima. Ci troviamo con Julia a vagare nel bosco, ad incespicare nel fango, a non capire. Dal 30esimo minuto in poi la storia continua a virare lentamente, ma inesorabilmente, in modo labirintico, così come avevamo visto in "Martyrs", ma rispetto a "Martyrs" l'onirico serpeggia fino all'ultima sequenza, e, nelle inquadrature intense dell'interrogatorio condotto dal luogotenente Dodd, ci vengono in mente alcune associazioni con Lynch. Tutto è però più freddo e calcolato di un film di Lynch. Quella che Laugier utilizza è una modalità onirica di condurre il gioco, che è per lui è una "storia vera" da raccontare, senza alcun ammiccamento al noto surrealismo lynchiano. D'altra parte è proprio così che funziona l'attività onirica umana: l'elemento più importante di un sogno non sono i suoi contenuti narrativi, bensì l'evidenziarsi dell'attività di un sognatore, di un artista che  dentro di noi dipinge affreschi onirici, mentre noi dormiamo, e a nostra insaputa, sebbene quel "pittore" siamo poi sempre noi stessi. E' questa presenza "artistica" inattingibile, a rappresentare l'elemento più interessante ed enigmatico di un sogno, e a questo enigma universale Laugier sembra fare costante riferimento in "The Tall Man". A quale codice ascrivere, ad esempio, il notevole dialogo tra Julia e Mrs. Johnson, se non al linguaggio onirico? La fotografia, eccellente, di Kemal Derkaoui, le musiche struggenti di Todd Bryanton, e soprattutto il montaggio vellutato del grande Sébastian Prangère, aiutano oltremodo alla creazione di atmosfere sensorialmente molto intense.  Detto questo, credo che "The Tall Man" possa aver comunque deluso le aspettative di molti suoi cosiddetti fan, che forse pretendevano da lui un pathos come quello presente nel film precedente. Ma di "Martyrs" se ne può fare solo uno, e dopo "Saint Ange" (2004), "Martyrs" e "The Tall Man", adesso capiamo molto meglio la poetica del regista, che potremmo appunto definire una poetica struttural-funzionalistica della sceneggiatura. L'occhio di Laugier sembra guardare più alla letteratura che al cinema: ricorda molto lo scrittore spagnolo Xavier Marias, ad esempio,  quelle sue pagine che sembrano pure associazioni libere che si fanno e si disfanno di riga in riga, di capitolo in capitolo, e che si aprono così verso l'ignoto creandolo e destrutturandolo al contempo.  Non è probabilmente un caso che Laugier fosse partito dallo studio di un racconto di China Mieville, "Details", che poi aveva abbandonato per dirigersi su questa strana storia che di horror ha davvero ben poco. Ma adesso veniamo giustappunto ai problemi di "The Tall Man", poichè di problemi ce ne sono. Il primo problema consiste nel fatto che Laugier azzera completamente la dimensione dell'intrattenimento, e il film risulta alla fin fine molto "freddo", nonostante sia totalmente dominato dal e centrato sul tema del dolore della perdita, la perdita peggiore, quella di un figlio. Ma se l'attenzione essenziale del regista è la struttura linguistica, allora lo spettatore non crede più alla partecipazione emotiva dei personaggi: le lacrime di Julia, la voce roca di Dodd, gli occhi tristi dei bambini rapiti, non emozionano più, perché non sono lì per emozionare, per intrattenere. Sono solo personaggi-funzione della struttura dello script. In questo modo, man mano che la pellicola procede nel suo lungo minutaggio, l'investimento partecipativo dello spettatore decade, o permane solo in funzione della curiosità che lo muove, curiosità che viene drasticamente frustrata al termine del film. Il secondo problema è il ricorso, in stile "Martyrs", al tema cospiratorio di gruppo, adombrato nel prefinale e sviluppato nel finale, rimando di cui non si sentiva affatto la necessità, dal momento che genera un legame poco comprensibile e ridondante con "Martyrs", laddove è evidentissimo che si tratta di due film molto diversi e lontani. "Martyrs" è poi un film molto più "caldo", nel quale il tema del dolore, fisico e psichico, e i sottotesti sociologico-filosofici sono molto più pregnanti, e nel quale emozione e struttura tendono ad integrarsi saldamente, cosa che non avviene per niente in "The Tall Man". In sintesi, la poetica cinematografica di Laugier, con quest'ultima sua pellicola, sembra spostarsi sempre più verso uno strutturalismo visivo-onirico, che raffredda tuttavia la performance complessiva e il pathos emotivo dell'opera. "The Tall Man" resta in ogni caso, un film ottimamente girato, nonché costruito con grande ponderazione analitica dal regista, la cui mano è magistrale nello studio preliminare e nell'elaborazione successiva della sceneggiatura. Di tale maestria occorre senza dubbio, a mio avviso, dargli atto, poiché muove pensieri e associazioni relative alle dimensioni creative e sognanti della nostra mente. Il film è quindi certamente da vedere. Regia: Pascal Laugier Soggetto e Sceneggiatura:  Pascal Laugier  Fotografia: Kamal Derkaoui   Montaggio:  dSébastian Prangère Musiche:  Todd Bryanton  Cast: Jessica Biel, Jodelle Ferland, Stephen McHattie, William B. Davis, Samantha Ferris, Katherine Ramdeen  Nazione: Canada, USA   Produzione: Cold Rock Productions BC, Forecast Pictures, Iron Ocean Films  Durata:  106 min.