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domenica 22 dicembre 2013

Strenne cinematografiche 2013/2014




Dopo le strenne letterarie passiamo ora a quelle cinematografiche e di natura perturbante naturalmente, cioè a quei film, che a mio avviso promettono bene e che sperabilmente cercheremo di visionare al più presto. Ritengo alcuni di questi importanti e da vedere prioritariamente, altri meno, ma l'elenco qui sotto riportato non va in ordine di importanza, si tratta cioè di un ordine random. Se e quando riuscirò a vedere questi film, li troverete recensiti qui come al solito, come da tradizione. 

Cominciamo da Coherence (2013), di James Ward Byrkit, film sci-fi horror, nel quale si narrano gli effetti del passaggio di una cometa su un paesino norvegese nel lontano 1923. In quell'occasione gli abitanti del paese rimangono completamente disorientati, al punto che una cittadina chiamerà la polizia asserendo che l'uomo che è in casa con lei non è suo marito. Giunti ai giorni nostri un gruppo di amici durante una cena rievoca quel lontano e misterioso episodio, in attesa dell'arrivo di una nuova cometa che potrebbe generare effetti simili a quelli già provati negli anni '20. Film attraversato da una sottile atmosfera paranoide, premiato al Fantastic Festival 2013, e che propone quindi motivi di curiosità.



Passiamo invece a Oculus Mike Flanagan, che viene dato in uscita il 18 aprile 2014, e che quindi più che una "strenna" è una segnalazione, lo so, ma che mi sembrava comunque giusto fare in questa sede avendone l'occasione. Flanagan è, per intenderci il regista dell'interessante "Absentia" (2011), e qui ci parla del rapporto tra una sorella e un fratello accusato di omicidio, rapporto attraversato da emozioni complesse, ma anche toccato da misteriose forze sovrannaturali che ne sconvolgeranno l'assetto. Del film si sente parlare piuttosto bene nei corridoi del web e credo che questo regista meriti più di un'attenzione. Certo, dovremo aspettare qualche mese, ma speriamo che le nostre attese siano premiate. Vedremo. 



Che dire poi di The Station (2013), dell'austriaco Marvin Kren, elogiato in vari luoghi per aver creato un gradevole horror dal sapore antico, che rimanda ad altre basi artiche (qui siamo più tranquillamente sulle Alpi mitteleuropee) nello stile di "The Thing". Il trailer è intrigante, ma bisognerà ovviamente vedere la pellicola srotolarsi sotto le nostre attente pupille per poter generare poi un'opinione coerente. Naturalmente vedremo anche questo. 




Savaged, dello sceneggiatore e regista Michael S. Ojeda, è un revenge-thriller che, si narra, rinnovi un genere ormai stanco e sul quale si accumulano corsi e ricorsi, remake e sequel di ogni sorta da tempo immemore. Non amo particolarmente il genere, se non per quei film in cui la psicologia delle interazioni tra i protagonisti è ben sottolineata ed efficacemente costruita. Nell'orizzonte futuro sembrerebbe dunque utile dare un'occhiata a questo filmaker alle prime armi rispetto ad un lungometraggio, ma che potrebbe riservarci buone sorprese. 



Jess T. Cook, che proviene da dimenticabili prove tra cui "Scarce" (2008) e "Monster Brawl", (2011), si pone alla regia di Septic Man, sceneggiato dal pur ottimo Tony Burgess, a cui si deve il più che ottimo "Pontypool" (2008) di Bruce McDonald, interpretato da un ispiratissimo, profondissimo Stephen McHattie. La storia narrata da "Septic Man" ci parla di un operaio addetto ai pozzi di depurazione chimica che si trova intrappolato all'interno di una fossa settica nel bel mezzo di una contaminazione delle acque. L'uomo subirà trasformazioni spaventose e dovrà vedersela con strani e inquietanti personaggi. L'idea centrale che informa lo script mi sembra interessante e piuttosto evocativa sotto diversi profili. Vedremo poi se Cook, con l'aiuto del buon Burgess riuscirà nell'intento di allestire atmosfere perturbanti o meno.




A Field in England, di Ben Wheatley, già recensito ottimamente da Elvezio Sciallis sul suo blog (vi prego, andatevi a cercare da soli e a leggere quella recensione, chè non ho voglia di linkarla qui, adesso), appare come un horror innovativo e cinematograficamente assai raffinato. Intanto è ambientato nell'Inghilterra del 1600. La storia narra infatti di quattro uomini che decidono di prendersi una pausa dalla Guerra Civile inglese del 17° Secolo per andare a bersi una birra. Tra loro però c'è un alchimista che ne combinerà di tutti i colori. Film certamente da visionare.


                                                 


All Cheerleaders Die (2013), Lucky McKee e Chris Sivertson, è da vedere soprattutto per la co-direzione di McKee, autore di "Woman" (2011), "May" (2002), "Red" (2008) e "Roman" (2006), tutte opere per le quali è d'uopo dire "tanto di cappello" al regista californiano. La trama non sembrerebbe esaltante, tanto meno il poster, molto cool e piuttosto banalotto alla vista, ma un film di McKee occorre senza dubbio vederlo, per continuare a studiare con attenzione la parabola artistica di un regista che merita tutto il nostro riguardo. Anche Sivertson è da guardare con occhio attento, dopo "The Lost", tratto dal romanzo del grande Jack Ketchum (pubblicato nel 2001).



Chiudiamo questa nè lunga nè corta rassegna di strenne horror con Proxy (2013), di Zack Parker ("Quench", 2007; "Scalene", 2011) che ci parla di una donna agli ultimi mesi di gravidanza che viene brutalmente assalita da un uomo incapucciato mentre si reca ad un appuntamento. Tale evento terribile sortirà effetti inaspettati. E che noi invece ci aspettiamo, naturalmente, sempre attenti come siamo alle soglie dell'ignoto, del non pensato che il Cinema Perturbante esplora di continuo.



Per adesso mi fermo qui con segnalazioni e strenne. Auguro a tutti un ottimo Natale di riposo, di sogni e di visioni filmiche arricchenti, stimolanti ed emozionanti. 

Post Scriptum dell'ultim'ora: aggiungerei anche [Rec]4: Apocalipsis, di Jaume Balaguerò, questa volta senza il suo compare Paco Plaza (finalmente). Nel quarto capitolo della saga Angela Vidal è sopravvissuta alle terribili vicende narrate dal primo film. I soldati che la salvano la trasportano su una vecchia petroliera ancorata in mezzo al mare e lontana dalle coste: il terribile virus che l'ha infettata deve essere assolutamente isolato dal resto dell'umanità. Nonostante ciò, Angela e l'intero equipaggio, non saranno comunque al sicuro dal virus mortifero. Film da vedere sul piano filologico, sebbene lo script non faccia intuire cose particolarmente eccelse. Qui sotto poster e trailer:



sabato 21 dicembre 2013

Pausa musicale / 2, in attesa delle strenne cinematografiche 2013


Zen Circus /2



Al cinismo più bieco e posato 
tipo quello da cantautorato 
esser stronzi è dono di pochi 
farlo apposta è roba da idioti 

A chi è andato a vivere a Londra 
a Berlino, a Parigi, a Milano o Bologna 
ma le paure non han fissa dimora 
le vostre svolte son sogni di gloria 

A chi critica, valuta, elogia 
figli di troppo di madre noiosa 
l'arte è pensiero che esce dal corpo 
né più né meno come lo sterco 

Alle donne, agli uomini ai froci 
vi amo, vi adoro e ricopro di baci 
corpi ignudi sgraziati o armoniosi 
perdenti per sempre perfetti per oggi 

A voi che vi piace di farvi fregare 
dai nati vincenti, dal navigatore 
dalla macchina nuova e dal suo fetore 
dalla prova finale dall'uomo che muore

lunedì 9 dicembre 2013

Strenne natalizie 2013




Come ogni anno, avvicinandosi il Natale, il blog propone alcuni titoli di libri che il tempo più lasso delle festività invernali consente di prendere più agevolmente in considerazione nonché di leggere con tranquillità, magari seduti morbidamente sul divano di casa, accanto al camino, sgranocchiando pan pepat(io ho una stufa a pellet, ma fa lo stesso). Partiamo sicuramente dall'ultimo libro di Stephen King, "Doctor Sleep", considerato il sequel di "Shining", e uscito in questi giorni nei paesi anglosassoni, quindi per ora disponibile  solo in inglese. Sembra che la critica americana (vedi il New York Times) ne abbia parlato piuttosto bene, ma naturalmente attendiamo di leggerlo in italiano, per i tipi di Sperling&Kupfer nei primi mesi del 2014.

 

Decisamente consigliato poi da questo blog è l'ultimo libro di Maurizio De Giovanni, e cioè "Buio per i bastardi di Pizzofalcone" (Einaudi, Stile Libero), sempre della serie del commissario Giuseppe Lojacono, che avevamo raccontato e recensito nella sua penultima prova "I bastardi di Pizzofalcone", libro molto intenso e narrativamente ben riuscito. Ritroveremo quindi gli agenti Aragona, Di Nardo, Romano e tutti gli altri alle prese con un nuovo killer travestito da Batman.



Non posso evitare di suggerire anche l'ultima, notevolissima, coinvolgente, astuta prova di Jussi Adler-Olsen, "Il messaggio nella bottiglia" (Marsilio, Farfalle), grandioso affresco thriller congegnato con maestria scandinava, molto cupo in alcune sue parti, ma anche assai intrigante e stimolante dal punto di vista dei sottotesti socio-psicologici che in scena. Ma ne parleremo ancora, attraverso apposita recensione, a tempo debito, dal momento che credo che questo autore danese meriti una certa attenzione perchè davvero brilla come una stella nel panorama thriller contemporaneo. 



"Sogni 1875-1931", di Arthur Schnitzler (Il Saggiatore) è una interessantissima raccolta di sogni annotati dell'autore di "Doppio Sogno". La scrittura di Schnitzler è ondivaga, onirica, abitata da personaggi importanti della cultura mitteleuropea dei primi del Novecento: Freud, Klimt, Mahler. Il testo è pubblicato in versione integrale, con un saggio introduttivo di Agnese Grieco e Vittorio Lingiardi sulla figura dello scrittore viennese. Un libro che, direi, non può mancare nella propria biblioteca, soprattutto approfittando del Natale imminente. 




Passiamo ad una donna di grande spessore e cioè a Lou Andreas Salomè, di cui Mimesis pubblica "Riflessioni sull'amore". La Salomè, intellettuale e psicoanalista di origine russa trasferitasi in Francia, che affascinò Nietzsche, Freud, Rilke, in questo libro riflette sulla natura dell'amore e sulle sue diverse forme. In particolare l'autrice si sofferma su quelle forme di divaricazione tra amore completo, che coinvolge mente e corpo e la passione puramente carnale. 



Concludiamo con un testo per "addetti ai lavori", ma che potrebbe anche incontrare l'interesse dei più perchè tratta temi molto attuali, sebbene declinati su un piano puramente clinico e terapeutico. Si tratta del libro "La psicoterapia nell'età del narcisismo. Modernità, scienza e società" di Joel Paris (Raffaello Cortina Editore), che riflette sul Disturbo narcisistico di personalità, una delle patologie più diffuse nella società contemporanea. Il libro si avvale di studi tratti dalla ricerca empirica in psicoterapia e in psicologia. Molto attuale e denso di stimoli anche per riflettere su fatti politici e sociali quotidiani che ci coinvolgono. 




Direi che per adesso ci fermiamo qui per quanto riguardi i libri. Potrebbe essere che prossimamente, e magari prima di Natale inserisca altre strenne riguardanti l'ambito cinematografico perturbante, che rimane uno dei motori centrali di questo blog. A presto.

domenica 1 dicembre 2013

Tulpa, di Federico Zampaglione (2013)




Lisa Boeri è una giovane donna in carriera, completamente assorbita dal lavoro, ma che conduce una seconda vita notturna nella quale dà sfogo ai più perversi desideri. Lisa frequenta infatti un locale notturno a luci rosse molto equivoco, gestito da una sorta di guru. A un certo punto però tutti gli amanti occasionali conosciuti da Lisa nel locale andranno incontro ad una fine turpe. Tentata di rivolgersi alla polizia, la donna si trattiene tuttavia dal farlo per non svelare al mondo la sua seconda vita. Comincerà così lei, da sola, ad investigare sulle tremende morti dei suoi sconosciuti partners, ma dovrà confrontarsi con qualcosa di più grande di lei... 

"Tulpa" rappresenta un apprezzabilissimo tentativo di rimaneggiamento creativo e di rilancio del thriller italiano anni '70, con particolare riferimento alle sperimentazioni del primissimo Argento. Sia i movimenti di macchina, che le ambientazioni claustrofobiche, tanto quanto la fotografia e i costumi (soprattutto la caratterizzazione "in grigio" dell'assassino) rimandano infatti a quelle lontane, ormai per noi tutti ataviche atmosfere che ai più anziani come il sottoscritto ricordano la propria infanzia e i suoi miti cinematografici. Ma ho detto che "Tulpa" rappresenta un tentativo, seppur apprezzabilissimo nelle intenzioni, e non  ho però detto che questo tentativo risulti riuscito. Zampaglione, è vero, ce la mette tutta sul piano registico a dosare movimenti lenti di piani sequenza a tratti impeccabilmente costruiti, soprattutto negli interni casalinghi, così come ci sa fare molto bene ad allestire un'estetica complessiva degli ambienti illuminandoli con la fotografia gelida e appositamente àtona di Giuseppe Maio, evocando suggestioni interessanti sotto il profilo globale del suo chiaro intento perturbante. Tuttavia altri elementi rovinano l'esito di un esperimento che poteva elevarsi di molte spanne al di sopra di un risultato finale che, tristemente, delude. Direi che è il montaggio, particolarmente, a gravare la pellicola di un andamento spezzettato, superficiale e troppo rapido nell'evoluzione del racconto: vediamo passaggi da interni notturni ad esterni diurni che non sono legati armoniosamente tra loro; vediamo apparire e scomparire personaggi chiave con un timing che non rispetta (e non ci fa approfondire sufficientemente) il loro ruolo nella storia; osserviamo la vita di Lisa scorrere senza realistico costrutto dall'ambiente di lavoro al locale gestito da Nuot Arquint attraverso concatenazioni di sequenze che sembrano solo parentesi superflue tra un omicidio e l'altro. Non sono tanto soggetto e sceneggiatura ad essere discutibili o viziati da buchi o incoerenze strutturali particolarmente gravi ( a parte la sequenza finale piuttosto abborracciata e scricchiolante come altre mai), quanto piuttosto la modalità dell'assemblaggio sequenziale, una giustapposizione di inquadrature e sequenze che non sembra particolarmente coerente né pensata. Il soggetto infatti è decisamente interessante, molto attuale, aggettante una luce davvero veritiera su certe sindromi perverse che albergano in un certo tipo di ceto sociale contemporaneo. Lisa ben rappresenta la donna in carriera, "drogata di lavoro", dall'Io scisso e completamente perso nella bulimia di un piacere che la corrode dall'interno, rendendola sempre più sola e priva di ogni legame affettivo. I suoi sono amanti occasionali, compagni di una notte, perfetti sconosciuti che vengono dal nulla e dal nulla ritornano (cioè allo stato indifferenziato, poiché troveranno tutti la morte per mano di un assassino), e il pessimismo di Zampaglione nell'affrontare tali temi non dà tregua, anzi porta ad una conclusione della storia che più pessimistico, sul piano psicosociale, non si può. Oltre aI montaggio, i problemi di "Tulpa" sono però anche molti altri: dialoghi e interazioni tra i personaggi di una banalità infinita e che non lascia alcuna traccia sui neuroni dello spettatore (si veda come solo esempio il litigio tra Lisa e una collega d'ufficio che sembra quello che può svolgersi tra due liceali gelose del fidanzatino); costruzione degli omicidi attraverso una dinamica vuota e ricorsiva che non possiede nemmeno la forza di rivolgersi a un qualsivoglia stimolo splatter per dare vigore al narrato; scelta del cast che muove un Michele Placido  e una Claudia Gerini piuttosto spenti, scolastici nei modi, dalle occhiaie pesanti e dal trucco che vuole farli inutilmente apparire stressati e angosciati; finale con scoperta dell'assassino buttata lì tanto per finire una storia facendola volgere verso un sovrannaturale di cui si coglie un breve cenno e di cui non si comprende per niente la motivazione all'interno di tutto lo script; resa dell'elemento libidico-perverso molto sciatta e per nulla seduttiva: le sequenze di quelli che non sono altro che mimiche ridicole di amplessi che vorrebbero mostrarsi come il massimo della trasgressione, sono ciò che mi hanno maggiormente deluso di un regista che mi aspettavo osasse di più, anche sul piano della sperimentazione e, appunto della trasgressione, e soprattutto dopo film come "Shadow" (2009), che ha fatto fare un briciolo di strada in più al genere horror italiano, e "Nero bifamiliare" (2007), interessante seppur tiepida sperimentazione che si pone come curioso mix tra commedia all'italiana e noir. "Tulpa", come dicevo all'inizio possiede buone intenzioni di base, ma arranca per tutto il minutaggio alla ricerca vana della resurrezione del genere thriller italiano d'altri tempi. Tempi andati, ormai, che Zampaglione sembra proustianamente voler rinverdire dopo aver intinto non so quale madelaine nel caffellatte del mattino. Il risultato è un'insipida, praticamente inutile prova registica che fa rimpiangere il pur modesto "Shadow". Si salvano, forse, le musiche, dei fratelli Zampaglione, che credo sarebbe meglio si dedicassero maggiormente alla carriera di musicisti, probabilmente per loro foriera di ben maggiori soddisfazioni artistiche. In sintesi il mio personale consiglio è di non perdere il proprio tempo, oggigiorno sempre più prezioso e scarso nel visionare un film come questo, ma di dedicarsi a più amene attività.

Regia:  Federico Zampaglione   Soggetto e Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Federico Zampaglione, Giacomo Gensini   Fotografia: Giuseppe Maio Musiche: Federico Zampaglione, Francesco Zampaglione, Andrea Moscianese   Cast: Michele Placido, Claudia Gerini, Nuot Arquint, Crisula Stafida, Michela Cescon, Ivan Franek   Nazione: Italia  Produzione: Italian Dreams Factory  Durata: 84 min.


domenica 17 novembre 2013

Come cerchi nell'acqua, di William McIlvanney (2013)


Anno: 2013     Editore: Feltrinelli  Traduzione: Alfredo Colitto    Pagine: 266     ISBN: 978-88-07-02012-4     Euro: 12,00. 

Jack Laidlaw, ispettore della polizia di Glasgow, si trova ad indagare sulla morte di una ragazza adolescente, stuprata, uccisa, e abbandonata dietro una siepe in un parco cittadino. Laidlaw conosce molto bene la città e soprattutto i suoi bassifondi, abitati da gangster locali violenti e senza scrupoli, e si muove tra squallide periferie e locali equivoci alla ricerca della verità. 

Quella di McIlvanney è una prosa poetica, altamente metaforica, quasi eccessivamente metaforica potremmo dire, al punto che in alcuni passaggi della sua scrittura ci troviamo a chiederci quale genere letterario stiamo temporaneamente abitando. O almeno così a me succede, avendo letto quasi tutti i suoi romanzi tra i quali non posso non citare i seguenti, aventi come protagonista sempre Jack Laidlaw: "Laidlaw. Indagine a Glasgow" (1977); "Le carte di Tony Veitch" (1983); "Oscure lealtà" (1991). Pubblicato anch'esso nel 1977, "Come cerchi nell'acqua" arriva in Italia solo oggi per i tipi della Feltrinelli. Rispetto ai successivi che ho citato, sembra scritto in modo più "grezzo", meno "limato" e pensato, è cioè più passionale e immediato nella scrittura. Tuttavia la cifra stilistica di McIlvanney rimane sempre la stessa, ed anzi sembra qui accentuarsi l'elemento poetico, meno filtrato da necessità particolari di razionalizzazione e sequenzialità del plot. Vi sono infatti pagine assolutamente liriche, in particolare nella prima parte del romanzo, che tra poco andremo a citare. Lo scrittore scozzese dipinge ambienti, caratteri, situazioni, come un pittore dalla mano ferma ma anche molto trasgressiva rispetto al genere "thriller" nordeuropeo. Si discosta decisamente, sideralmente oserei dire dagli Autori scandinavi ad esempio, e non vuole avere nulla a che vedere con la tradizione del classico giallo inglese, moderno o contemporaneo che sia. McIlvanney scrive storie, descrive spazi umani, usa il linguaggio per creare dimensioni emotive. Che poi la cornice in cui si colloca la sua fabula sia quella del genere giallo, è un fatto tutto sommato secondario. Ma veniamo a qualche concreto esempio del mood poetico che attraversa le pagine del nostro scozzese. Andiamo a pag. 13: 

"Come eri riuscito a nasconderti per tanto tempo? Un giocoliere che lancia in aria una ruota di sorrisi, cenni del capo, coltelli e forchette, e due passi fino all'autobus, e sfogliare il giornale, per vent'anni, facendo della tua vita una macchia indistinta dietro la quale nascondere il vero te stesso"

Un giocoliere che lancia in aria una "ruota di sorrisi". Non è meravigliosa questa metafora? E tutte quelle virgole, messe nei punti esatti in cui far cadere le pause, obbligando il pensiero del lettore a fermarsi, a dare peso ad ogni parola, una parola piena, assolutamente e sempre significante, mai superflua, e soprattutto poeticamente evocativa. Ma leggiamo ancora tra le pagine 13 e 14: 

"Era strano quanto fosse poco il sangue, appena qualche macchiolina scura sui pantaloni, così potevi immaginare che non fosse mai successo. Ma era successo. Tu eri lì. Il corpo era come una lebbra, e tu eri il lebbroso, un contagio accucciato a terra, che dondolava sui talloni. 
Eri diventato la solitudine. Il freddo era la cosa giusta. Da ora in poi saresti stato solo" .

"Come cerchi nell'acqua" parte in quarta, con la figura di un assassino che fugge da se stesso senza poterlo fare, come schiacciato da un senso di colpa raskolnikoviano da cui non è possibile separarsi, un personaggio tratteggiato a rapidi colpi di pennello su una tela ruvida, che ci mostra tuttavia solo la piccola parte di un affresco che andrà delineandosi sotto i nostri occhi pagina dopo pagina. Un affresco abitato da personaggi che è difficile dimenticare, come Bud Lawson, il padre della ragazza uccisa, la cui rabbia "si era spostata. Era in transito, come un camion carico di ferro in cerca di qualcuno da investire", personaggio che Laidlaw si immagina "strappare uno spago che non si era annodato bene o schiacciare sul pavimento un tubetto di dentifricio rotto" (pagg. 18 e 19). Oppure Harkness, braccio destro di Laidlaw, ragazzo di buona famiglia, messo alle calcagna dell'ispettore per monitorare le sue bizzosità costituzionali, ma che dall'ispettore sarà sedotto (e non abbandonato). Tutti si muovono come su un palcoscenico fatto di strade, vicoli bui, vecchi capannoni dismessi, locali notturni e pub da dove transita tutta l'umanità dolente di una città scozzese alla deriva, e il movimento è ottimamente orchestrato e coerente come in una coreografia dai toni foschi e drammatici. La trama si sviluppa attraverso un intreccio che certamente vira presto verso il noir pur mantenendo un costrutto classicamente thriller . Costrutto narrativo che tuttavia sfocia in un finale da pura letteratura in quanto tale, aldilà del genere che desideriamo chiamare in causa. Lo spessore psicologico dei protagonisti è poi sempre tweed dello spirito, tweed originale, lavorato artigianalmente da vere pecore scozzesi, e scusate se uso anch'io metafore un pò ardite per descrivere un romanzo dalle tonalità così profondamente poetiche. Suggerirei quindi al lettore di non accostarsi a questo romanzo ( e a nessun altro di McIlvanney) come ad un semplice "romanzo giallo", ma come ad un romanzo di pura letteratura e basta. Il recinto del "giallo" è infatti troppo stretto per contenere l'ispirazione di McIlvanney che, come un cavallo libero e spumeggiante della sua naturale bellezza, galoppa nella pianura all'imbrunire. Grande potenza di scrittura, grande spirito evocativo, che a tratti rimanda a qualcosa di metafisico, come a un quadro di De Chirico. "Come cerchi nell'acqua": caldamente consigliato. 

mercoledì 30 ottobre 2013

Grabbers, di Jon Wright (2012)


Una bucolica e serena isola irlandese viene improvvisamente invasa da mostruose creature tentacolari che seminano il panico tra la popolazione. Ma fuggire dall'isola è impossibile, dal momento che una violenta tempesta scuote le acque del mare circostante. Quanto tutto sembra ormai perduto, si scopre che le malefiche creature sono allergiche all'alcool, e anche a coloro che ne assumono una certa quantità. I superstiti decidono quindi di barricarsi dentro un pub, e per resistere agli attacchi degli alieni cominciano a bere a più non posso... 

"Grabbers" di Jon Wright, è un simpatico, pacioso film che secondo me solo una mente irlandese poteva partorire, cioè una mente anglofona ma non proprio inglese. Gli irlandesi sono infatti, a mio avviso, i meridionali dell'area nordica: amano far caciara, bere, suonare la sera i loro allegri e insieme malinconici reel nei pub godendosi le fresche brezze serali che provengono dal mare. Il mio cane, poi, è proprio un Setter irlandese e quindi personalmente ce l'ho un pò in casa l'Irlanda e ho ben presente il suo carattere, la sua indole, nel caso del mio cane insieme dolce e burrascosa, affettuosa e testarda. Questo film è esattamente così, è come un Setter irlandese che scorrazza dolcemente in su e in giù, selvaticamente, senza la pretesa di un messaggio "alto", ma al contrario solo desideroso di proporre un'opera di "cultura popolare", quasi fumettistica, ricorsiva, anche ripetitiva nelle stereotipie di genere, ma confezionandola con gusto, con un sapore come può essere quello di un appetitoso ma popular Irish Stew servito in un pub del Donegal  insieme ad una buona pinta di Smitwicks. E' quello che ci vuole, ogni tanto, per farci assaggiare appieno il sapore della vita che scorre nei suoi fiumi carsici sotterranei che poi risalgono inaspettatamente, disordinatamente in superficie sorprendendoci, tanto quanto fanno, potremmo dire,  i mostruosi alieni che affiorano dal mare che circonda nel film la dolce e bucolica isola di Erin. "Grabbers" è cioè un film senza alcuna pretesa, una fiaba nordica come tante altre attraversata inoltre da una deliberata ironia che sfiora il comico in molti punti, che rimanda ai vari "Creepshow" degli anni '80, che omaggia il "mostro" tentacolare, mucillaginoso e alieno di molti altri film di questo genere che abbiamo visto. Ulteriore elemento interessante di questa pellicola è la volontà di Wright (il quale viene peraltro, non dimentichiamolo, dal teen movie "Tormented" - 2009, che si muove in un ambito più "serio" di critica sociale rispetto al tema delle psicopatologie dei gruppi giovanili), consiste nel legare insieme il tema del piacere per il bere  socialmente condiviso, al limite dell'alcolismo nei paesi nordici, Irlanda compresa, a quello del genere horror su impianto mitografico lovecraftiano. Anche qui abbiamo infatti una specie di "mostro di Dunwich" che "impreca e gorgoglia al centro dell'oscurità", dell'abisso marino, ma questo mostro viene subito demistificato mediante il registro retorico dell'ironia, versata a dosi industriali. Il mostro è infatti allergico all'alcol, sostanza naturale tra le più amate da Irlandesi e anglosassoni in generale. Questo escamotage drammaturgico di per sè demenziale e divertentissimo, permette così di creare un link improbabile quanto solidissimo all'interno di uno script di questo tipo. Ma credo che il protagonista principale del film sia decisamente il gruppo, la comunità di Erin, eccezionale cast che dà il meglio di sè nelle lunghe, chiassose sequenze della festa alcolica al pub, organizzata da i due poliziotti della Garda locale, Cìaran O'Shea (Richard Coyle) e Lisa Nolan (Ruth Bradley): vecchi pescatori dalla folta barba bianca vestiti con maglioni pesanti delle Isole Aran, vecchiette con cappellino stile Regina Elisabetta che si scolano pinte di birra rossa, ragazzi ubriachi che si baciano dietro i separé del pub, biologi un pò ossessivi completamente brilli che affrontano il mostro nel più completo delirio alcolico. Ma direi che è Ruth Bradley, la giovane poliziotta Lisa Nolan, a splendere come un'alba sulle Cliffs of Moher presso Doolin. La sequenza in cui si ubriaca per la prima volta mi ha fatto subire una meravigliosa regressione nel ricordo della mia prima (e praticamente unica) sbronza, quando avevo 17 anni, in un locale di Varsavia, nel quartiere centrale di Stare Miasto. E per questo la ringrazio di cuore. "Grabbers" è un film certamente da vedere in questi giorni di Halloween che stanno arrivando, magari sorseggiando  una birra rossa con accanto il proprio cane vicino al camino acceso (se non fa troppo caldo come nei giorni di questo ottobre insolito). E' un film che genera davvero spensieratezza, che libera la mente da tutta la spazzatura che ci riversa addosso la televisione ogni giorno. Per non parlare dei paesaggi irlandesi che i lunghi piani sequenza di Wright ci mostrano delle coste irlandesi, dei sassi levigati e scuri come appoggiati sulle spiagge di sabbia, delle balenottere spiaggiate sulla rena. Con un prefinale e un finale da fuoco d'artificio comico-orrorifico, "Grabbers" non spaventa affatto, sia chiaro, pur costruendo alcune sequenze ben fatte ed efficaci (come l'attacco del mostro nel bagno di Paddy Barrett), ma ci lascia con un sorriso sornione sulle labbra al termine della visione, effetto dovuto al semplice fatto che è il film stesso a sorriderci e a farci ridere in modo disarmante dall'inizio alla fine della pellicola. "Grabbers": consigliato soprattutto per la sua sapida, sconclusionata, eccentrica, joyciana "irlandesità". 
Regia: Jon Wright   Soggetto e Sceneggiatura: Kevin Lehane   Fotografia: Trevor Forrest  Montaggio: Matt Platts-Mills     Musiche:  Christian Henson   Cast: Richard Coyle, Ruth Bradley, Rissel Tovey, Lalor Roddy, David Pearse, Bronagh Gallagher, Pascal Scott, Clelia Murphy    Nazione: UK, Irlanda   Produzione: Forward Films, High Treason Productions, Irish Film Board   Durata:   94 min.