Pagine
venerdì 27 marzo 2015
lunedì 16 marzo 2015
Pausa musicale: "Caravan story"- Jovanotti, 2015
CARAVAN STORY (Jovanotti)
Lei arrivò che si sentiva stanca
entrò in quel bar come se fosse in fuga
la vita capita che a volte arranca
cerca una strada per dimenticare
ordinò un tè ma senza averne voglia
e vide lui con quel giubbotto orrendo
tutto il contrario di ogni suo percorso
c’era qualcosa però in quella sua posa da orso
pensò al suo uomo pieno di contegno
alla sua aura a quel suo grande impegno
che non gli aveva mai detto ti amo
col tono giusto che una donna sa
decise subito in mezzo secondo
quello che da una vita già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore
che una si sente dentro
lui stava zitto
ma accennò un sorriso
non era il massimo della prestanza
ma aveva addosso certe sue ferite
che si capiscono a chi sa cos’è
presero un autobus per la rotonda
che lui quel giorno aveva casa lì
gestiva un tagadà nel lunapark
l’idea le piacque e se ne impadronì
adesso vivono in un caravan
roba di lusso parabola satellitare
che prende internet e le TV
ma non la guardano quasi mai
le venne confermato nel profondo
quello che da una vita già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore che una si sente dentro
il suo ex marito la disprezza molto
parla di lei con commiserazione
ma certe volte gli ci va il pensiero
e sente un brivido di ammirazione
per quello spirito che non capiva
per quella donna che non tornerà
e a volte pensa di riconquistarla
comprando fabbriche di caravan
ma lei ora vive con il suo vagabondo
che le conferma ciò che già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile ad un po’ d’amore
ma lei ora vive con il suo vagabondo
che le conferma ciò che già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore
di aver quell’amore
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore che una si sente dentro
(2015)
venerdì 13 marzo 2015
Clown, di Jon Watts (2014)
Un padre molto affettuoso trova in un vecchio baule un costume da clown inutilizzato da tempo, e decide di travestirsi lui stesso, in occasione della festa per il sesto compleanno del figlio. Al termine della festicciola l'uomo scopre con terrore di non riuscire più a togliersi di dosso il costume, che è praticamente diventata una sorta di seconda pelle collocata adesivamente sulla sua. Ma quel che è peggio consiste nel fatto che la sua personalità sta cambiando inesorabilmente, fino al punto da fargli compiere azioni terribili...
"Clown" è un film dalla scrittura piuttosto semplice, che può apparire quasi ingenua per certi versi. Mette sul tavolo ingredienti molto comuni, poco ricercati: rimanda subito a "It" di Stephen King, alla mitopoiesi perturbante del clown cattivo, allo stevensoniano Dr. Jekill che contiene in sè la parte scissa ma attivissima (e cattivissima) di Mr. Hide (Mister "Nascosto"). Tutti elementi di primo acchito molto banali, quasi noiosi, superflui, superati. Tuttavia Watts sa mescolare e dosare con una certa perizia estetica questi elementi, producendo un complessivo effetto straniante e insieme cinematograficamente nostalgico.
L'ambientazione quotidiana, che descrive l'esistenza di una famigliola middle-class quale potrebbe essere anche la nostra, soprattutto se abbiamo figli (e solo i genitori sanno quanto possano essere estenuanti le festicciole di compleanno dei propri figli piccoli...), è il vero enzima catalizzatore di inquietudine di tutto il film. Infatti questo "mulino bianco" familiare è rotto in mille pezzi da una causalità banalissima, da un dettaglio (il ritrovamento casuale del baule contenente il costume), che però genera pura entropia, disastro, cambiamento - gradualmente - catastrofico. Il povero Kent è un padre qualunque, la quintessenza dell'impersonalità anonima, tutta spesa tra famiglia e lavoro: perché mai un demone dovrebbe infiltrarsi under the skin per rovinargli radicalmente l'esistenza? E invece è proprio così, accade, e Jon Watts sembrerebbe portarci giustappunto, a passi felpati, proprio nel territorio dell'imprevedibilità, di quella casualità che ci fa mettere poi inavvertitamente il piede sul burrone, facendoci precipitare di sotto, nostro malgrado.
Tutto il resto in questo film lo riterrei relativo. Make up, fotografia, sonoro, locations, sono tutti aspetti coreografici. Ho visto "mostri" molto più inquietanti del pagliaccio demoniaco disegnato dallo script di questa specifica pellicola. Il cuore dell'opera sembra invece consistere nella descrizione degli effetti di una serendipità perturbante. Kent ha cioè trovato il famoso ago nel pagliaio. Ma non solo l'ago, ma anche chi ce l'ha messo, e tutta la sua cattiveria, tutto il male che si cela sotto la punta dell'iceberg che quell'ago rappresenta, tutto l'impeto distruttivo che alberga "sotto la pelle".
Aldilà di questi elementi drammaturgici essenziali, semplici fino all'estremo, risultano a mio avviso interessanti anche le scelte registiche in quanto tali. Ad esempio l'inquadramento delle uccisioni dei bambini da parte del clown trasformatosi in demone, appaiono molto pensate e ben costruite. La sequenza della sala giochi per bambini è poi molto suggestiva, perché con pochi agili tocchi di montaggio sa trasmettere tensione a partire da un luogo che usualmente ha invece grande attrattiva per un bambino (un luogo cioè che di solito allontana il bambino da quelle che sono le sue più tipiche paure). E' come se Watts sapesse rappresentare una Gardaland che improvvisamente si trasforma in un covo di terroristi dell'Isis, all'insaputa dei turisti ivi riuniti per divertirsi. Anche la sequenza dello scivolo con le palline colorate (altro must di ogni bambino) mi è parsa inedita, originale, venata da un'ispirazione non facilmente reperibile in altri prodotti di genere. E non vorremmo certamente trovarci nei panni del bimbo che cammina carponi nei cunicoli dello scivolo alla ricerca del suo amico Dave...
In sintesi "Clown" è un film decisamente "minore", artigianale, ma che non manca di rimandi suggestivi, per esempio al mitico ed ineguagliabile "The funhouse-Il tunnel dell'orrore" di Tobe Hooper (1981). E quand'anche solo questo aspetto me lo ha reso piuttosto apprezzabile.
Da vedere.
L'ambientazione quotidiana, che descrive l'esistenza di una famigliola middle-class quale potrebbe essere anche la nostra, soprattutto se abbiamo figli (e solo i genitori sanno quanto possano essere estenuanti le festicciole di compleanno dei propri figli piccoli...), è il vero enzima catalizzatore di inquietudine di tutto il film. Infatti questo "mulino bianco" familiare è rotto in mille pezzi da una causalità banalissima, da un dettaglio (il ritrovamento casuale del baule contenente il costume), che però genera pura entropia, disastro, cambiamento - gradualmente - catastrofico. Il povero Kent è un padre qualunque, la quintessenza dell'impersonalità anonima, tutta spesa tra famiglia e lavoro: perché mai un demone dovrebbe infiltrarsi under the skin per rovinargli radicalmente l'esistenza? E invece è proprio così, accade, e Jon Watts sembrerebbe portarci giustappunto, a passi felpati, proprio nel territorio dell'imprevedibilità, di quella casualità che ci fa mettere poi inavvertitamente il piede sul burrone, facendoci precipitare di sotto, nostro malgrado.
Tutto il resto in questo film lo riterrei relativo. Make up, fotografia, sonoro, locations, sono tutti aspetti coreografici. Ho visto "mostri" molto più inquietanti del pagliaccio demoniaco disegnato dallo script di questa specifica pellicola. Il cuore dell'opera sembra invece consistere nella descrizione degli effetti di una serendipità perturbante. Kent ha cioè trovato il famoso ago nel pagliaio. Ma non solo l'ago, ma anche chi ce l'ha messo, e tutta la sua cattiveria, tutto il male che si cela sotto la punta dell'iceberg che quell'ago rappresenta, tutto l'impeto distruttivo che alberga "sotto la pelle".
Aldilà di questi elementi drammaturgici essenziali, semplici fino all'estremo, risultano a mio avviso interessanti anche le scelte registiche in quanto tali. Ad esempio l'inquadramento delle uccisioni dei bambini da parte del clown trasformatosi in demone, appaiono molto pensate e ben costruite. La sequenza della sala giochi per bambini è poi molto suggestiva, perché con pochi agili tocchi di montaggio sa trasmettere tensione a partire da un luogo che usualmente ha invece grande attrattiva per un bambino (un luogo cioè che di solito allontana il bambino da quelle che sono le sue più tipiche paure). E' come se Watts sapesse rappresentare una Gardaland che improvvisamente si trasforma in un covo di terroristi dell'Isis, all'insaputa dei turisti ivi riuniti per divertirsi. Anche la sequenza dello scivolo con le palline colorate (altro must di ogni bambino) mi è parsa inedita, originale, venata da un'ispirazione non facilmente reperibile in altri prodotti di genere. E non vorremmo certamente trovarci nei panni del bimbo che cammina carponi nei cunicoli dello scivolo alla ricerca del suo amico Dave...
In sintesi "Clown" è un film decisamente "minore", artigianale, ma che non manca di rimandi suggestivi, per esempio al mitico ed ineguagliabile "The funhouse-Il tunnel dell'orrore" di Tobe Hooper (1981). E quand'anche solo questo aspetto me lo ha reso piuttosto apprezzabile.
Da vedere.
Regia: Jon Watts Soggetto e sceneggiatura: Jon Watts, Christopher D. Ford Fotografia: Matthew Santo Montaggio: Robert Ryang Musiche: Matthew Veligdan Cast: Eli Roth, Peter Stormare, Laura Allen, Elizabeth Whitmere, Christian Distefano, Andy Powers, Sarah Scheffer Nazione: USA, Canada Produzione: Cross Creek Pictures, PS 260, Vertebra Films Durata: 100 min.
lunedì 2 marzo 2015
Exists, di Eduardo Sànchez (2014)
Cinque ragazzi decidono di trascorrere qualche giorno presso la baita dello zio di uno di loro. Il luogo è davvero selvaggio e desolato, ma immerso in una natura davvero incontaminata nella quale rilassarsi tuffandosi in torrenti dalle acque cristalline, oppure facendo gite in mountain-bike. Nel corso della loro permanenza diverranno tuttavia, loro malgrado, vittime di una creatura mostruosa che abita nei boschi, che ha tutte le caratteristiche del leggendario e crudele Bigfoot...
Avevo letto alcune recensioni non molto entusiastiche dell'ultimo lavoro di quello che potremmo definire uno dei padri fondatori del genere mockumentary, e cioè di Eduardo Sanchez, vedi ad esempio l'interessante articolo di Simone Corà a tale proposito. Avevo lasciato dunque il film in salamoia per qualche mese, meditando tra me e me se meritasse il tempo di una recensione. Lascio alla lettura della bella recensione di Simone i precisi e imprescindibili riferimenti ai precedenti lavori di Sanchez (e cioè The Blair Witch Project, 1999, Lovely Molly, 2011 e uno dei corti di V/H/S 2, 2013), e passo ad esprimere il mio parere su un film a mio avviso importante, poiché appartiene comunque alla storia di un filone perturbante che ha inciso parecchio nel tessuto dell'immaginario di noi spettatori.
Penso che "Exists" sia un film importante essenzialmente per motivi drammaturgici. Nel senso della drammaturgia del Perturbante, intendo dire. Sembra intanto voler calcare la mano, non tanto sul tema del "realismo" (aspetto molto sottolineato in "TBWP", ad esempio), quanto su un pessimismo nella risoluzione della vicenda, cioè sulla costruzione del Terzo Atto drammaturgico, che secondo me è magistralmente evocato, dosato e "cucinato" dal regista.
E' tutto il prefinale e soprattutto il finale a spingermi a dire questo: scusatemi se parto dalla fine, ma tutta la sequenza dei cadaveri distesi sul prato nel bosco incenerito, con l'unico superstite di cui seguiamo (identificandoci) le vicende finali, è degno di una rappresentazione scenica da tragedia greca. Con la differenza che non sono le Erinni ad essere chiamate in scena dal tragediografo, bensì una creatura primitiva iperbolica, insensata, neanche inscrivibile nella mitopoiesi antropologica statunitense classica del Bigfoot. Il registro retorico dell'"iperbole" mi sembra infatti la tecnica principe utilizzata da Sanchez in questo film: a partire dalla sequenza dell'ingresso invasivo del mostro dalla porta semidistrutta del cottage, assistiamo ad un'escalation disegnata appunto attraverso l'uso dell'amplificazione. Ad un mostro ne segue un altro ben più spaventoso, ad un colpo di scena un altro ancor più catastrofico (vedi la sequenza della roulotte, girata in un modo assolutamente ottimo, nella quale il senso di uno "sconquassamento" materiale, concreto riverbera in maniera straniante la perdita di senso ineluttabile cui vanno incontro i protagonisti).
Il pessimismo, non solo "storico", ma "cosmico" cui potremmo dire un film perturbante si dirige nel suo incedere verso le angosce più profonde di uno spettatore, e che il più delle volte è caratteristica estetica che lo rende un'opera psicologicamente interessante, nonchè "sonda" esplorativa importante per indagare il tessuto delle angosce umane più inconsce, è qui sparso a piene mani, con un'amplificazione detonante nelle ultime scene. Tale aspetto estetico-filmico dell'opera di Sanchez me lo ha fatto molto apprezzare.
Sanchez viene da una prova come "Lovely Molly", nella quale lascia stare la camera amatoriale e si addentra nel "cinema puro" producendo effetti molto positivi. In "Exits" riprende questo suo grande amore delle origini (peraltro mai dismesso) e usa il mocku come mezzo di riflessione sul Perturbante cinematografico, più che come tecnica in sè. Non gli interessano i protagonisti della storia, non guarda allo spessore psicologico dei personaggi, che potrebbero essere stati scelti anche con un casting del tutto diverso. L'orizzonte di Sanchez in questo film è, potremmo dire, decisamente più "filosofico".
E si tratta di una filosofia che permettetemi di definire "leopardiana", nel senso che Sanchez in questo film ci sta parlando per l'appunto dell' "infinita vanità del tutto" di una condizione umana dominata dall'"impersonale" che la attraversa. Così come è impersonale la Pulsione, è impersonale anche la Morte, tanto quanto, paradossalmente, il legame familiare che unisce nella loro intrinseca diversità il terribile Bigfoot e lo zio che ospita a sua insaputa il nipote e gli amici tardo-adolescenti nella sua baita. Il mostro dei boschi credo possa essere visto come personificazione di tale aspetto di impersonalità che se ne frega bellamente del soggetto, dell'individuo e del suo desiderio, come accade anche alla Natura circostante, eternamente solo legata a se stessa e ai suoi violenti ritmi di nascita, morte, organicità e putrefazione. Il film si conclude infatti in un'atmosfera cimiteriale, mortifera in modo radicale. Ma è proprio questa radicalità del pessimismo di Sanchez (un'assolutizzazione del concetto di "rimozione originaria"?) che permette un'apertura al costruirsi di nuove storie: e questa è esattamente la funzione narrativa più intrinseca alla drammaturgia propria di un film horror. Infatti Bigfoot, l'Impersonale non muore mai (è pura mitopoiesi), è sempre lì nei boschi, e proprio perchè non muore mai consente la possibilità di un rilancio narrativo, di una nuova storia, di un nuovo film nel quale (chissà?) magari un giorno sarà davvero sconfitto come "lato oscuro della forza".
"Exists" parla di tutte queste cose, attraverso la creazione infiltrativa e tendenzialmente esponenziale di un mood pessimistico che apre a riflessioni molto interessanti. Per questi motivi è da considerare come una nuova declinazione del mocku che non può mancare nella collezione degli amanti del genere.
E si tratta di una filosofia che permettetemi di definire "leopardiana", nel senso che Sanchez in questo film ci sta parlando per l'appunto dell' "infinita vanità del tutto" di una condizione umana dominata dall'"impersonale" che la attraversa. Così come è impersonale la Pulsione, è impersonale anche la Morte, tanto quanto, paradossalmente, il legame familiare che unisce nella loro intrinseca diversità il terribile Bigfoot e lo zio che ospita a sua insaputa il nipote e gli amici tardo-adolescenti nella sua baita. Il mostro dei boschi credo possa essere visto come personificazione di tale aspetto di impersonalità che se ne frega bellamente del soggetto, dell'individuo e del suo desiderio, come accade anche alla Natura circostante, eternamente solo legata a se stessa e ai suoi violenti ritmi di nascita, morte, organicità e putrefazione. Il film si conclude infatti in un'atmosfera cimiteriale, mortifera in modo radicale. Ma è proprio questa radicalità del pessimismo di Sanchez (un'assolutizzazione del concetto di "rimozione originaria"?) che permette un'apertura al costruirsi di nuove storie: e questa è esattamente la funzione narrativa più intrinseca alla drammaturgia propria di un film horror. Infatti Bigfoot, l'Impersonale non muore mai (è pura mitopoiesi), è sempre lì nei boschi, e proprio perchè non muore mai consente la possibilità di un rilancio narrativo, di una nuova storia, di un nuovo film nel quale (chissà?) magari un giorno sarà davvero sconfitto come "lato oscuro della forza".
"Exists" parla di tutte queste cose, attraverso la creazione infiltrativa e tendenzialmente esponenziale di un mood pessimistico che apre a riflessioni molto interessanti. Per questi motivi è da considerare come una nuova declinazione del mocku che non può mancare nella collezione degli amanti del genere.
Regia: Eduardo Sanchez Soggetto e Sceneggiatura: Jamie Nash Montaggio: Andrew Eckblad, Andy Jankins Fotografia: John W. Rutland Musiche: Nima Fakhrara Cast: Brian Steele, Dora Madison Burge, Samuel Davies, Roger Edwards, Chris Osborn, Denise Williamson Nazione: USA Produzione: Court Five, Haxan Films, Miscellaneous Entertainment Durata: 81 min.
domenica 15 febbraio 2015
Cannibal, di Manuel Martìn Cuenca (2013)
Carlos è uno dei sarti più prestigiosi e quotati di Granada ma, in gran segreto, è anche un crudele e metodico assassino che pratica quotidianamente il cannibalismo. La sua esistenza però cambia quando Nina, una ragazza in cerca della sorella gemella scomparsa, appare nella sua vita: quanto Carlos incarna inconsapevolmente il male, tanto Nina è il simbolo della pura innocenza. Facendogli capire la vera natura dei suoi atti, Nina risveglierà in Carlos sentimenti d'amore a lungo sopiti.
Basterebbero i soli primi dieci minuti di pellicola a rendere degno di attenzione quest'ultimo film dello spagnolo Martìn Cuenca. La sequenza del tavolo di marmo antico e bianco dal cui angolo intagliato scivola inesorabile un rivolo di sangue color rosso rubino è un pezzo di cinema davvero da segnalare e mettere bene in memoria. Scrivere e girare un film in tema di cannibalismo, si sa, non è di per sè operazione semplice, a meno di non avere la mano salda ed esperta del Jim Mickle di "We are what we are" (2013). Cuenca ci riesce invece benissimo, lasciando per di più il cannibalismo molto sullo sfondo e dando spessore, (potremmo dire in questo contesto, uno spessore "corposo") alla figura di Carlos, un Antonio de la Torre in stato di pura grazia nei panni di un sarto di provincia completamente assorbito da due interessi assoluti, ideali: il suo lavoro e la cucina carnivora (umana).
Ma prima di addentrarci nella storia e nei suoi sviluppi, peraltro molto molto semplici, se non addirittura minimalisti, soffermiamoci ancora un attimo sulle prime lunghe sequenze che si chiudono sull'inquadratura in primo piano del tavolo di marmo sul quale è distesa una delle vittime di Carlos. Da questi primi movimenti di macchina capiamo subito che anche Cuenca è un sarto molto raffinato, per il quale ogni millimetro di pellicola possiede una sua peculiare importanza: basta vedere la sequenza successiva ai titoli di testa, in notturna, in cui l'auto di Carlos è ferma di fronte al casolare diroccato: una sequenza lunghissima, per certi versi fin troppo diluita, ma utilissima a generare un pathos che Cuenca vuole centellinare insieme a noi fino all'ultima goccia.
Potremmo fare ovviamente molti altri esempi, ma sempre e solo per dire che "Cannibal" è un film molto raffinato sotto il profilo visivo e della complessiva gestione della regia, una gestione operata su vari registri, in particolare su quello dei contrasti di una fotografia che inquadra ambienti diversi (dalle montagne innevate, alle stradine tortuose e petrose di Grenada; dai primissimi piani sulle forbici da sartoria, ai luminosi, solari primi piani di Olimpia Melinte, etc.).
Sul piano della costruzione e dello sviluppo filmico dello script, la genialità di Cuenca (e dello scrittore cubano Arenal, dal cui racconto è tratto il film, nonché di Hernàndez, già sceneggiatore di quell'ulteriore gioiello iberico che porta il nome di "Eskalofrìo"di Isidro Ortiz, 2008) consiste nel porre l'aspetto apparentemente più centrale dello script, e cioè le abitudini cannibaliche di Carlos, come cornice appositamente non indagata e/o approfondita. Il cannibalismo diventa così una sorta di metafora evocativa, un tratto caratteriale come un altro, una "perversione" come un'altra, mentre tutta l'architettura del film si va costruendo su altre direttrici, decisamente più "spirituali", psicologiche, relazionali. Cuenca gioca tutta la sua partita su un uso, che qui potremmo definire creativo, della scissione. Il cannibalismo di Carlos sembra cioè in uno stato di freezing psicologico, ghiacciato come le nevi perenni della Sierra Nevada, che circondano sontuosamente la città.
E' l'incontro tra Carlos e la sua vicina di casa, Nina, ciò che interessa di più a Cuenca. Gli interessa cioè cogliere il possibile processo di incrinatura della scissione adamantina che caratterizza il modus vivendi e la forma mentis di un personaggio come Carlos. Tale incrinatura viene mostrata con gradualità ed è operata con sottigliezza seduttivamente inconsapevole da parte della ragazza, a partire dal suo primo ingresso nella sartoria, quando proporrà candidamente a Carlos un suo "massaggio".
Credo che l'aspetto perturbante di questo film, cioè l'elemento che può interessare un blog come questo che state leggendo, e che si dedica da anni al Cinema Perturbante, consista precisamente nell'idea di accostare mondi lontani, nell'avvicinamento di aree scisse, mute, incistate e criptiche, usualmente eteromorfe ed incomunicabili. Tale accostamento è decisamente acrobatico e insieme straniante, e infatti durante la visione del film ci chiediamo spesso dove il regista vuole andare veramente a parare. Gli interessa l'estetica dell'allestimento complessivo? Gli interessa l'ambientazione? Gli interessa una riflessione sull'isolamento sociale di una certa provincia iberica (tema caro a molto altro cinema perturbante ispanico)?.
Penso che la mira fondamentale di Cuenca sia invcece quella di approfondire il tema dell'Amore come Ideale ossessivo-divorante. Il cannibalismo è infatti una pratica che in realtà divora dall'interno chi ne è praticante. Ma anche l'Amore "normale", nella figura di un oggetto che si presenta (o ri-presenta) dall'esterno(interno), può trasformarsi in un'ossessione altrettanto divorante-seduttiva. Questa prospettiva porta in sè valori intrinseci del Cinema Perturbante spagnolo: si vedano i fondamentali lavori di Nacho Cherdà a tale proposito. Tuttavia Cuenca decide di declinare il Perturbante tutto in chiave psicologica, come dimostra l'uso diffuso, da un certo punto in poi del minutaggio, dei (lunghi) dialoghi tra Carlos e Alexandra/Nina.
E' probabile che gli amanti dell'horror duro e "splatteroso" rimangano assai delusi da questo film spagnolo minore, dai toni sussurrati, che vuole amalgamare cannibalismo e storia di sentimenti d'amore serpeggianti tra uomo e donna. Il film, come dicevo più sopra, è inoltre diluitissimo in alcune sequenze, sulla quali Cuenca permane lungamente, in modo a tratti estenuante per qualsiasi spettatore medio (vedi la sequenza della donna che nuota nel mare di sera mentre Carlos la osserva come un predatore nel buio di una spiaggia deserta). Il film dura poi ben 116 minuti, tempo inusuale per qualsiasi film cosiddetto horror. Ma sotto questi chiari di luna artistico-cinematografici così avari di novità interessanti, "Cannibal" si staglia come un contributo davvero originale al nostro genere preferito. Da vedere.
Regia: Manuel Martìn Cuenca Soggetto e Sceneggiatura: Humberto Arenal, Alejandro Hernàndez Fotografia: Pau Esteve Birba Montaggio: Angel Hernàndez Zoido Musiche: Eva Valino, Pelayo Gutiérrez, Naco-Royo Villanova Cast: Antonio de la Torre, Olimpia Melinte, Maria Alfonsa Rosso, Florin Fildan, Manolo Solo, Delphine Tempels, Gregory Brossard, Cedric Sester, Carlos Aceituno Nazione: Spagna, Romania, Russia, Francia Produzione: Promociones Urbanìstica La Loma Blanca, Mod Producciones, Libra Film Durata: 116 min.
mercoledì 11 febbraio 2015
Perchè apriamo quella porta - Intervista a Converso
Desideravo sommessamente segnalarvi una intervista, fatta al sottoscritto, sui rapporti tra Cinema Perturbante e Psicoanalisi, da Martino Pinna del magazine online Converso. La trovate a questo link: Perchè apriamo quella porta
mercoledì 4 febbraio 2015
Rassegna CINEMENTE 2015
Avendo avuto l'onore di fare parte della Giuria del Premio cinematografico Spi-Cinemente, segnalo questa rassegna di Cinema e Psicoanalisi.
Palazzo
delle Esposizioni - Sala Cinema
27
febbraio – 8 marzo 2015
CINEMENTE
rassegna
di psicoanalisi e cinema - 2015
E
se domani… vite precarie
promossa
da
Società
Psicoanalitica Italiana, Cineteca
Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia, Azienda Speciale
Palaexpo
INGRESSO
LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
Una
nuova sfida si pone oggi a chi voglia comprendere le ragioni del
nostro disagio, per raccontarle in immagini o alleviarle. Fino ad ora
psicoanalisi e cinema hanno cercato essenzialmente nel passato di
ogni individuo, o di un’intera società, le esperienze traumatiche
all’origine di blocchi e sofferenze. Ora la vera emergenza è
un’altra: il presente. Instabile e vuota, frutto di legami
individuali e sociali disgregati, la nostra è l’epoca della
precarietà, non solo dal punto di vista materiale ma anche emotivo.
Al centro di questa edizione di Cinemente
il nostro fragile presente, indagato in ogni ambito, dal lavoro alla
famiglia, dall’amore all’integrazione, dalla malattia alla
vecchiaia. Dopo il successo delle edizioni precedenti, una nuova
occasione per guardarci allo specchio e comprendere la nostra
condizione, accostando alla visione di film il dialogo tra registi,
sceneggiatori e psicoanalisti, messi a confronto per stanare il tarlo
della precarietà, che lentamente sta corrodendo le fondamenta del
nostro futuro.
Venerdì
27 febbraio, ore 20.00
ALLE
ORIGINI
L'ultima
risata
di
Friedrich Wilhelm Murnau (Germania, 1924, 75’)
segue
incontro con Lucio
Russo
Dramma
di umiliazione e riscatto: il portiere di un lussuoso hotel,
declassato per anzianità a guardiano dei bagni, perde il rispetto
della collettività e l’affetto delle persone care. Capolavoro tra
i più importanti della storia del cinema, nel quale il genio del
cinema muto supera lo stile espressionista, per indagare i problemi
sociali dei personaggi con realismo partecipe delle umane sofferenze.
Sabato
28 febbraio, ore 20.00
ADOLESCENZA
L’estate
del mio primo bacio
di
Carlo Virzì (Italia,
2006, 84’)
segue
incontro con Anna
Nicolò e il regista
Mare,
sole e musica anni ’80, con la leggerezza della commedia, Virzì
racconta con partecipazione l’educazione sentimentale a ostacoli di
un’adolescente. Un percorso di crescita in solitudine, se il mondo
adulto, irrisolto e superficiale, rivela la propria immaturità e
l’assenza di modelli di riferimento da offrire.
Domenica
1 marzo , ore 18.00
MIGRANTI
Il
resto della notte
di
Francesco Munzi (Italia, 2008, 100’)
segue
incontro con Sarantis
Thanopulos e
il regista
Un
fatto di cronaca nera offre uno spaccato tragico della nostra Italia
presente, con lo scontro tra la borghesia nevrotica e gli "altri",
gli affamati delle promesse dell'Occidente. In una rapina in villa,
assediati e assedianti sono gli attori di un mondo senza uscita: nei
saloni di lusso come nelle palazzine ghetto tra le tangenziali,
nessuno è innocente e nessuno si salva.
Martedì
3 marzo, ore 20.00
MALATTIA
PSICHICA
Un
silenzio particolare
di
Stefano Rulli (Italia, 2004, 75’)
segue
incontro con Vincenzo
Bonaminio,
Gianluca Nicoletti
e
il regista
Storia
di Matteo, affetto da problemi psichici, e dei suoi genitori, che
decidono di creare un agriturismo “speciale”, dove tutti possano
trascorrere una vacanza senza rischio di ghettizzazione. Il film
racconta con grande coraggio una patologia, troppo spesso
rappresentata in modo fantasioso e iperbolico, oggi diffusissima: una
vera e propria emergenza sociale, la prima causa di handicap in
Italia.
Mercoledì
4 marzo, ore 20.00
FAMIGLIA
Io
sono l’amore
di
Luca Guadagnino (Italia, 2009, 120’)
segue
incontro con Andrea
Baldassarro e la sceneggiatrice del film Barbara Alberti
Gruppo
di famiglia in un interno milanese, tra formalità e riti borghesi
ricostruiti con attenzione elegante e maniacale in omaggio a
Visconti. Un’analisi impietosa del nucleo familiare come gabbia di
ovattato benessere, puntellata da aridità e ipocrisie affettive, ma
tragicamente fragile di fronte alla sovversione dell’amore.
Giovedì
5 marzo, ore 20.00
AMORE
Riprendimi
di
Anna Negri (Italia, 2008, 93’)
segue
incontro con Manuela
Fraire e
la regista
Due
documentaristi, seguendo le difficoltà lavorative di una coppia di
giovani precari, si ritrovano improvvisamente a documentare la loro
crisi amorosa, certamente legata alla fatica di vivere soli e
instabili nella società di oggi. Un racconto universale sulla
fragilità dei rapporti sentimentali, che incrocia finzione e realtà,
con inventiva e libertà espressiva.
Venerdì
6 marzo, ore 20.00
VECCHIAIA
Pranzo
di Ferragosto
di
Gianni Di Gregorio (Italia, 2008, 75’)
segue
incontro con Mario
Rossi Monti
e
il regista
Esilarante
avventura a Ferragosto di quattro vecchiette e di un cinquantenne
sornione e fallito. Rivelazione del nostro cinema, geniale e
pluripremiata (Migliore Opera Prima a Venezia), ha il coraggio di
mostrare la vecchiaia in modo esplicito tra rughe, pillole e manie,
svelando le energie ancora potenti e vitali della fase più
vulnerabile di ogni esistenza.
Sabato
7 marzo, ore 17.00
CORTI
SULLA PRECARIETA’
segue
incontro con Fabrizio
Rocchetto e
i registi
Anche
quest’anno Cinemente
rivolge lo sguardo alle energie creative delle nuove generazioni, con
una selezione di cortometraggi di giovani registi, che testimoniano
capacità inventiva e determinazione nell’indagare le
contraddizioni del presente, che li coinvolgono in prima persona. Si
ringraziano: Scuola Nazionale di Cinema - Centro Sperimentale di
Cinematografia, Libera Università del Cinema.
Sabato
7 marzo, ore 20.00
LAVORO
Volevo
solo dormirle addosso
di
Eugenio Cappuccio (Italia, 2004, 97’)
segue
incontro con Anna
Ferruta e il regista
Con
la freddezza di un giocatore di videogame, un giovane manager,
addetto al personale di una multinazionale, deve “far fuori” 25
dipendenti in breve tempo: nessun cedimento o coinvolgimento sono
concessi nel gioco, pena la sconfitta. Una lucida radiografia delle
condizioni lavorative in tempo di crisi e un’analisi profonda delle
conseguenze alienanti delle logiche aziendali.
Domenica
8 marzo, ore 18.00
PREMIO
SPI - CINEMENTE
Miele
di
Valeria Golino (Italia, 2013, 96’)
consegna
il premio Tiziana
Bastianini
Il
progetto si arricchisce quest’anno di una nuova iniziativa nella
valorizzazione delle connessioni tra cinema e psicoanalisi in Italia:
un premio che una giuria di membri della Società Psicoanalitica
Italiana assegna a un’opera prima, per la capacità di penetrare
con sguardo sensibile le problematiche esistenziali più attuali,
esprimendo un’analisi profonda dei conflitti operanti nella nostra
società.
Presenta
e coordina gli incontri Fabio
Castriota
Informazioni
Palazzo
delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata
di via Milano 9 A, Roma
www.palazzoesposizioni.it
tel.
Palazzo delle Esposizioni 06 39967500, Società Psicoanalitica
Italiana 06 8415016,
Centro
Sperimentale di Cinematografia 06 72294301 - 06 72294389
INGRESSO
LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
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