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venerdì 26 aprile 2013

Le Streghe di Salem, di Rob Zombie (2013)


Heidi Hawthorne fa parte di un gruppo di dj di una radio privata di Salem, Stati Uniti, i "Big H Radio Team". La sua vita quotidiana, tra un mix e l'altro di vari gruppi musicali locali, procede tranquillamente fino al giorno in cui una misteriosa cassa di legno contenente un vinile le viene recapitata presso la radio in cui lavora. Il disco è una produzione dello sconosciuto gruppo dei "Lords", "I Signori". Quando Heidi comincerà ad ascoltare la musica cupa e sinistra che si propaga dal disco, per lei inizierà un vero e proprio "trip" infernale che trasformerà la sua vita in un incubo...

"Le Streghe di Salem", ultima fatica di Rob Zombie, è un film horror-dadaista, più dadaista che horror per la verità, cioè molto più orientato da un intento visionario che perturbante. Siamo lontanissimi dai climi e dalle sequenze de "La casa dei 1000 corpi" (2003), ma anche dai pur diversi e discutibili "Halloween-The Beginning" (2007) e "Halloween II" (2009). La vena dadaista di Zombie è tuttavia molto debole sul piano estetico e ricorda certi scivoloni pseudoartistici della nota corrente culturale  dei primi del '900. Si vuole cioè produrre un pensiero avanguardistico (innestato sul genere horror), ma la montagna partorisce solo il famoso topolino. Un topolino per giunta vicino al grottesco se non al ridicolo, anche perché desidera chiaramente ispirarsi a grandi nomi del Cinema, senza tuttavia averne lo spessore stilistico e i numeri. Molti infatti sono i richiami a grandi Maestri quali Kubrick (vedi le  sequenze degli interni sostuosi e dorati del prefinale, che tendono a ricordarci "Eyes Wide Shut", senza però mai avvicinarsi alla potenza visiva ed evocativa dell'originale), Polanski, ma anche un certo buon Dario Argento di una volta (si vedano le sequenze del Sabba delle Streghe). Tutti questi rimandi sono tuttavia sostenuti da uno script banalissimo se non scialbo che, come saggiamente mi ha fatto notare un caro amico che era con me al cinema, "non si sprigiona". In accordo completo con il mio amico cinefilo, credo sia questo il problema capitale di questo film, e cioè appunto il suo non "sprigionarsi" mai, ovvero la non volontà di sviluppare delle potenzialità insite nella storia, potenzialità che vengono uccise nel momento del loro nascere. Tutto rimane sospeso, troppo sospeso e inutilmente mostrato: ogni sequenza non si risolve mai in momenti di climax e successiva catarsi. Tutto risulta quindi lento, circolare e monocorde, aspetto ben rappresentato dalle pur ottime inquadrature dal basso del corridoio che dà sul pianerottolo dell'appartamento di Heidi, che potrebbero produrre momenti di pathos perturbante quant'altre mai, ma che Zombi congela supponendo che la sola colonna sonora possa renderle inquietanti. E' molto probabile, credo, che il regista si sia affidato alla moglie Sheri Moon come protagonista che potesse portar via la scena a qualsiasi altro elemento filmicamente significativo, surrogandolo potremmo dire, ma è evidente che Sheri Moon da sola non è certo in grado di sostenere tutto il peso di una storia che in sè non va da nessuna parte, se non nella direzione di raccontarci una scontatissima vicenda di streghe secentesche che trovano il modo di tornare nel 2013 per vendicarsi dei soprusi subiti. Un esprit narrativo di questo genere è troppo poca cosa per consentire ad un film di camminare speditamente con le sue gambe pensando di avere poi un impatto particolare sul pubblico che lo vede e sulle sue aspettative. Ma torniamo al "dadaismo" lisergico di Zombie che costruisce una catena di sequenza nelle quali domina l'elemento visionario, in alcuni punti anche ben congegnato (per esempio le sequenze blasfeme anticlericali sono piuttosto suggestive e fanno pensare ad una declinazione addirittura wharoliana e pop-artistica della texture visivo-filmica); tuttavia anche questo uso potremmo dire "pittorico" dello strumento cinematografico rimane totalmente fine a se stesso e non si integra affatto con gli elementi narrativi messi in gioco. A rendere tale integrazione ancor più ardua viene in aiuto per così dire la gestione dei personaggi, decisamente poco convincenti, a partire dalle tre donne di mezza età che abitano nell'edificio di Heidi, una delle quali è la portinaia dell'abitazione. Perché Zombie abbia optato per un casting di quel tipo solo Dio lo sa, facendolo poi muovere attraverso modalità così insipide e davvero grottesche. Climax finale di tali scelte disastrose di casting e conduzione è ben reso dalla sequenza in cui una delle tre donne uccide a padellate il povero vecchio Francis (un Bruce Davison che più scipito e vuoto non poteva mostrarsi). Ma, forse, il vero problema del film risiede nel fatto che non dà segni di movimento ansiogeno per tutto il corso del minutaggio: è un film che non spaventa affatto, tutto concentrato com'è sull'immagine allucinata, sul visivo-visionario, sulla fotografia dadaista. Uscendo dalla sala viene da pensare che Zombie proprio non volesse fare un film horror, che cioè non gli passasse neanche per l'anticamera del cervello di voler toccare le corde di qualsiasi tipo di inquietudine dello spettatore (e pensare che coi tempi che corrono, molte sono le inquietudini sociali e psicologiche che affliggono gli umani fruitori di cinema). Solo due parole prima di concludere, sul ruolo della protagonista, tanto fisicamente attraente, quanto invadente nella sua inconsistenza interpretativa sulla scena, al punto che il compagno Herman 'Whtey' (Jeff Daniel Phillips), pur comparendo molto meno di lei, certamente la surclassa in tema di spessore attoriale. Salviamo certo il sonoro, e ci mancherebbe, considerato il pedigree musicale del regista. "Le Streghe di Salem": film per nulla "perturbante", molto involuto e inutilmente visionario che si può fare tranquillamente a meno di vedere.  
Regia: Rob Zombie    Soggetto e Sceneggiatura: Rob Zombie   Fotografia: Brandon Trost     Musiche:  John 5, Griffin Boice    Montaggio: Glenn Garland   Cast: Sheri Moon Zombie, Ken Foree, Jeff Daniel Phillips, Torsten Voges, Bruce Davison, Dee Wallace, Patricia Quinn, Judie Geeson, Meh Foster, Maria Conchita Alonso Nazione: USA, UK, Canada     Produzione: Notorius Pictures, Alliance Films, Automatik Entertainment, Blumhouse Productions Durata: 101 min.

lunedì 22 aprile 2013

The Call, di Brad Anderson (2013)



Jordan, una giovane operatrice del 911 del Dipartimento di Polizia di  Los Angeles, nel tentativo di salvare la vita di una ragazza che chiama il 911 per chiedere aiuto, finisce per doversi confrontare con un efferato serial killer con cui sciaguratamente aveva avuto a che fare anche in passato.

Ecco un'altra anteprima statunitense dopo la precedente di "Evil Dead". Brad Anderson si rimette dietro la cinepresa e gira questo "The Call",  thriller abbastanza classico che organizza il racconto intorno alle gesta dell'eroina Jordan (una brava ma anche un pò scolastica Halle Berry) contrapposta al serial killer cattivissimo sebbene soffertamente psicopatico Michael (un Michael Eklund ben indentificato nella sua parte, ma forse un pò troppo forzatamente). Quest'ultimo lavoro di Anderson viene dopo diversi, differenti e interessanti prove che non possiamo dimenticarci anche per capire meglio lo spirito di questo film (in ordine cronologico: "Session 9"-2001; "L'uomo senza sonno"-2004; "Transsiberian"-2008) e dove si pone rispetto al percorso artistico del regista. Ancora una volta il tema centrale, caro al regista, sembra essere la paranoia connessa al perpetuarsi inesorabile della violenza, aldilà dei tentativi delle istituzioni umane di frenare tale violenza generatrice di sentimenti persecutori e colpevolizzanti. Da un punto di osservazione psicoanalitico qualsiasi istituzione assume peraltro proprio il compito di proteggere i suoi membri dalle spinte emotive depressive e paranoidi che li attraversano: i lavori di Elliot Jaques, Tom Main e altri analisti anglosassoni, sono in questo senso emblematici. Anderson ambienta la sua storia in una continua oscillazione tra interno (la sala operativa del 911 dove lavora Jordan) ed esterno (le strade polverose della California battute dall'automobile del killer che trasporta la sua vittima), attraverso la mediazione di un montaggio alternato che a volte non fa che confondere le idee e la visione nonostante inoculi dosi di adrenalina di buona qualità nelle vene dello spettatore. Diciamo che è soprattutto quando siamo dalle parti del prefinale e del finale (quando cioè finalmente il cerchio si stringe attorno al killer, per merito di Jordan), che il film prende una piega molto interessante che ricorda a tratti la mano sapiente del David Fincher di "Seven" (1995) (vedi certi movimenti di macchina semicircolari intorno ai protagonisti collocati in esterni desertici e silenziosi). La colonna sonora di John Debney contrappunta con giusto ritmo e adeguata misura il lavoro della cinepresa e questo equilibrato balletto produce un'effetto di generale equilibrio tra sonoro, visivo e parlato. Il film in sintesi è un buon prodotto che si fa guardare con interesse e piacere, anche rispetto a un quadro complessivo dello script che traduce il trauma di Jordan in una storia, certo non troppo verosimile, ma che comunque possiede una accettabile verosimiglianza ben integrata con l'intrattenimento. Le performance di tutti gli attori sono buone: Abigail Breslin, la vittima, è una giovane donna per niente isterica anche nei momenti maggiormente ansiogeni (per lei e per noi), e che sa tirar fuori la sua parte di lottatrice nei momenti giusti; di Michael Eklund abbiamo già detto ma possiamo aggiungere che il suo carattere di serial killer è anche abbastanza nuovo e non trito e ritrito come molta altra cinematografia ci ha mostrato fin qui; Tara Platt, la supervisor della sala operativa del 911 non è la solita mammosa psicologa di turno che sostiene i suoi allievi e sa invece tenere una giusta e saggia distanza dai movimenti emotivi che attraversano Jordan. Per concludere, due parole sulle scelte stilistiche del finale di una storia che, almeno fino al 70esimo minuto sembrerebbe orchestrata come un normale thriller d'azione con leggère sfumature horror, ma che negli ultimi venti minuti cambia registro in modo radicale sotto diversi profili. In pratica Anderson decide di umanizzare  tutto il narrato, in tal modo ridimensionandone i connotati di puro intrattenimento, conferendo al testo filmico una nuance decisamente melanconica che produce un effetto sulle prime spiazzante. Anderson sposta cioè tutta l'attenzione sulle motivazioni e sulla storia personale del killer, non tanto per giustificarne le azioni delittuose, quanto appunto per umanizzarlo. Questo è tuttavia uno dei punti deboli del film, perché comprime troppo tale soluzione nelle ultime sequenze, non approfondendola come sarebbe stato opportuno, e rimandando velocemente in secondo piano tutto il narrato precedente, e di fatto facendocelo dimenticare. Tale finale è poi anche un pò tirato per le lunghe, e lo "scontro finale" tra Jordan e Michael non molto convincente. Aldilà di tale scelta relativa alla chiusura narrativa, scelta per certi versi anche originale e stilisticamente interessante, ma rischiosa, "The Call" rimane un film di buon impianto, condotto con buona mano registica, sebbene non rappresenti una svolta particolarmente significativa nell'evoluzione artistica di Anderson.  Il film è comunque un prodotto da vedere, sebbene non possa certo essere definito una pietra miliare indimenticabile del genere (ibrido) thriller-horror
Regia: Brad Anderson Sceneggiatura: Richard D'Ovidio  Nicole D'Ovidio, Jon Bokenkamp Cast: Halle Berry, Abigail Breslin, Morris Chestnut, Michael Eklund, David Otunga, Michael Imperioli, Justina Machado, José Zuñiga, Roma Maffia, Evie Thompson, Denise Dowse, Ella Rae Peck Musiche: John Debney  Montaggio:  Avi Youabian  Nazione: USA   Produzione:    Troika Pictures, WWE Studios, Emercency Films Durata: 94 min.   
  

sabato 13 aprile 2013

Evil Dead, di Fede Alvarez (2013)


I due fratelli Mia e David, hanno recentemente perso la madre, restando profondamente segnati dalla luttuosa vicenda. Mia, che è rimasta a lungo accanto alla madre in ospedale, vive un profondo tracollo psichico. La ragazza beve e si droga per trovare un possibile quanto illusorio conforto. Mia decide tuttavia di trascorrere un breve periodo di vacanza insieme al fratello e ad alcuni amici, in un cottage isolato nei boschi, per vedere di riuscire a ritrovare una lucidità ormai perduta. Il gruppo di giovani, arrivati alla casa, troveranno ben presto un antico e strano libro, la cui lettura si rivelerà la causa di avvenimenti raccapriccianti e distruttivi...

Il tanto atteso remake del mitico "La casa" di Sam Raimi (1981) è uscito nelle sale statunitensi   la scorsa settimana, e ne vedete qui due locandine molto suggestive che ho voluto postare insieme perché già di loro meritano uno sguardo. Ma è soprattutto il film a meritarsi più di uno sguardo, e per vari motivi che di seguito elencherò. Fede Alvarez è un giovane regista uruguayano, alquanto sconosciuto ma che in questo sua prima e così impegnativa prova mostra del talento davvero considerevole. Innanzitutto porsi di fronte al progetto di un remake del film originario di Sam Raimi implica un coraggio non da poco, poiché si tratta di confrontarsi con un prototipo stilisticamente non facile, declinato sui registri dell'horror grottesco anni '80, e molto complesso da rivisitare in chiave odierna. Alvarez fa benissimo, quindi, a distanziarsi fin da subito dal modus operandi raimiano, costruendo una storia che possiede solo lo scheletro dello script di "La Casa", e che poi si muove su gambe proprie e va molto, molto lontano, pur rimanendo tranquillamente fedele alla storia iniziale. L'incipit segnala immediatamente questo voluto scarto dal Raimi che tutti conosciamo: un inizio che non lascia dubbi sulle intenzioni del regista, il quale allestisce una bella, potente sequenza dove domina il fuoco che carbonizza, senza tanti giri di parole, la prima povera e infelice vittima. 
Dopo questo chiaro biglietto da visita, ecco che siamo avvolti dai cupi colori verdastri di un bosco kubrickianamente ripreso in panoramica dall'alto, ambiente dal quale non usciremo più, insieme al gruppo dei giovani approdati col pick-up nel trasandato e inquietante cottage, peraltro molto simile a quello che avevamo visto nel film del lontano 1981. Ma è proprio sul gruppo che occorre spendere qualche parola, perché è la sua specifica caratterizzazione che fornisce al film molti elementi di novità è profondità. Si tratta infatti di un gruppo dominato dal sentimento aleggiante del lutto per la morte della madre di Mia; un gruppo che le sta intorno e la prende per così dire "in cura", dal momento che la ragazza attraversa un periodo di grande instabilità psicologica. Subito dopo aver aperto il libro dei morti trovato in cantina la situazione però precipita. Eric (Lou Taylor Pucci) cerca di fare l'intellettuale della banda, studiando il libro per estrinsecarne un senso aristotelicamente logico, ma naturalmente senza alcun risultato, mentre i demoni sorgono dai boschi e cominciano ad invadere le peraltro già fragilissime anime dei ragazzi. Mi sembra che qui Alvarez voglia veicolare un sottotesto, relativo alle nuove generazioni dei trentenni contemporanei, eterni adolescenti, persi nella bulimia eccitatoria del mondo-bosco che li circonda,  incapaci di tollerare il dolore luttuoso che la vita sempre impone, presi dalla tentazione inutile di farsi da genitori a vicenda, oppure in quella, più distruttiva, di annegare il senso di vuoto che sentono, nell'alcool o nella droga. L'atmosfera che si respira lungo tutto il film è esattamente questa, e sembra subito evidente che i demoni che Mia e gli altri evocano siano soprattutto dentro di loro, e ne sono perseguitati perché non vogliono affrontarli. Questo sottotesto gruppale gestito con grande maestria registica da parte di Alvarez, è sostenuto da un pavimento emotivo perturbante molto solido e straniante. Il grottesco raimiano proprio scompare per lasciare il posto a un mood sempre più destrutturante e melanconico che ricorda anche il von Trier di "Antichrist", senza mai voler scimiottare certi inutili cerebralismi del regista  danese. Infatti la psicoterapia di gruppo si trasforma rapidamente in un vero macello che a partire dal  40esimo minuto di pellicola si avvita in un climax horror magistrale, alla Carpenter di "The Thing" per intenderci, che ti incolla alla poltrona nonostante i sobbalzi cui ti sottopone inesorabilmente. Alvarez è molto bravo nel dispiegare i momenti più cruenti del plot secondo una ritmica sistematica e continua, nonostante alcuni buchi di sceneggiatura su cui l'intero esito del film permette di sorvolare grandemente (vedi ad esempio il punto in cui David cerca di chiudere una ferita nel petto di Eric con del nastro adesivo). Notevole l'uso di sequenze splatter, ben calibrate, ben dosate, quasi a diventare un omaggio a questo sottogenere in quanto tale (significativa in tal senso la sequenza dell'autoamputazione del braccio di Natalie, per non parlare dell'incredibile, inaspettata sequenza della sparachiodi). C'è dell'indubbio talento in questo giovane regista, che aggredisce una materia difficile come il new horror anni '80 con mano salda e innovativa, e bisognerà senz'altro seguirne gli sviluppi creativi, dopo questa prova interessante e che possiede un suo magnetismo particolare. Prova ne sia il rallentamento romanticheggiante del ritmo nel prefinale, che successivamente si trasforma nel convulso, ipersanguinolento e fusionale finale, con la bella, intensa sequenza delle due donne che lottano intorno all'automobile capottata. "Evil Dead" (2013): film catartico, che intrattiene ed evoca molti stimoli di pensiero per gli amanti del genere. Consigliatissimo.  
Regia: Fede Alvarez    Soggetto e Sceneggiatura: Fede Alvarez, Diablo Cody, Sam Raimi, Rodo Saygues Mendez Fotografia: Aaron Morton Montaggio: Bryan Shaw   Musiche:    Roque Baños Cast: Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore, Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Bruce Campbell   Nazione: USA    Produzione: FilmDistrict, Ghost House Pictures, TriStar Pictures Durata:  91 min.  

mercoledì 27 marzo 2013

New York, New York




Sabato 30 marzo parto per un viaggio a New York di una settimana. Spero vivamente di riuscire a trovare il tempo di andare al cinema a vedere almeno un film meritevole e non ancora uscito dalle nostre parti. L'ideale sarebbe che trovassi, a Manhattan, cinema che abbiano in programmazione film horror anche underground o indie, ma per adesso, spulciando la rete, non sono riuscito a trovare niente in questo senso. Nuova uscita statunitense, in sala è "The Call", di Brad Anderson, quello di "Session 9" (2001), "Transsiberian" (2008) e "The Machinist" ("L'uomo senza sonno") - 2001. "The Call" credo quindi che lo andrò a vedere, a Manhattan, appunto e al mio ritorno lo recensirò, spolverandomi la spalla perché l'avrò visto in originale in un vero cinema americano, magari nelle vicinanze di Broadway. Se tuttavia i miei  pazienti e colti lettori mi sapessero indicare altre uscite statunitensi perturbanti di questi prossimi giorni, siti dedicati a tali programmazioni, e magari cinema newyorkesi dove si possano visionare, sarei loro più che grato. Per ora auguro a tutti Buona Pasqua! 

sabato 16 marzo 2013

Antiviral, di Brandon Cronenberg (2012)



In un futuro non molto lontano, Syd March è un giovane che lavora per una società che fornisce servizi molto speciali: l'azienda commercia in malattie che hanno ucciso famose stelle del mondo della musica e dello spettacolo, e da cui i loro fan fedeli desiderano essere infettati per provare le stesse sensazioni psicofisiche dei loro idoli. Il lavoro di Syd consiste nel consigliare ai clienti il virus che fa per loro. Ma Syd non ne ha mai abbastanza di denaro, e così mette in piedi un'attività clandestina: ruba malattie e le spaccia a clienti ovviamente paganti, nascondendo tali traffici all'azienda. Quando tuttavia Syd si ammala della malattia della sua eroina preferita, la giovane e bella Hanna Geist, ecco che il giovane diventa bersaglio del desiderio feticistico di molti clienti. Per salvarsi la pelle dovrà svelare il mistero che avvolge la morte della ragazza...


L'impatto estetico-perturbante di quest'ultima opera di Brandon Cronenberg è considerevole. A partire dalla locandina, potremmo dire, che evoca un'aura sanitaria asettica e insieme misteriosa, che è poi lo spirito che aleggia in tutto il film, un perfetto mix di immagini algide e decomposizione corporea, da sembrare ispirato alle opere di Francis Bacon. Il sottotesto principale che muove le fila della narrazione filmica è senza dubbio una riflessione sulle nuove, moderne, attuali forme di feticismo diffuso, planetario. Un feticismo non più chiuso nella psicopatologia del singolo, non più eccezione alla regola, alla normalità dei più, bensì "malattia" psichica delle masse, dei gruppi, forse dell'umanità, sebbene Cronenberg non si spinga in territori antropologici o filosofici nella sua personale riflessione sul tema, e giustamente. Cronenberg si limita a girare una storia che rivitalizza lo stile di suo padre, le sue intuizioni geniali, la sua estetica. Tale operazione viene effettuata essenzialmente attraverso un lavoro sull'immagine, sempre luminosissima, asettica, fredda, ma che subito abbraccia l'orrido-perturbante generando un equilibrio visivo che si fa tuttavia portatore di profonde inquietudini. E' come se fossimo portati in un perfetto giardino zen che rimane sempre lindo e pulito, ma nel quale appaiono improvvisamente i segni inesorabili di un'infezione mortale, senza scampo. Bellissime le sequenze in cui vediamo i giovani dipendenti della Lucas Clinic che chiacchierano tranquillamente di autopsie e intossicazioni alimentari, mentre camminano su sfondi immacolati e vestono sobriamente in giaccia e cravatta. Crononberg non utilizza mezzi splatteriformi o effetti speciali particolarmente raffinati per stupire quel tanto che basta  e  condurci così al botteghino. Anzi, al contrario centellina sangue e carne come un vino pregiato d'annata; ma è giustappunto questa ritmica lenta ed equilibrata tra stile zen e feticismo del corpo a generare una sottile, continua e persistente inquietudine nello spettatore. "Antiviral" è in ogni caso un film sul feticismo, sulla presenza di questo elemento sottotestuale non abbiamo dubbi, e anche da questo versante (cioè da quello dell'osservazione psicopatologica da parte di un medium artistico quale è un film) il film assolve egregiamente la funzione di lente di ingrandimento estetico di uno squilibrio psichico molto studiato dalla psicoanalisi di tutti i tempi, a partire naturalmente da Freud, e sul quale si fonda grande parte della teoria psicoanalitica stessa (basti pensare a tutto il filone freudiano relativo ai legami tra feticismo e negazione della castrazione, oppure al tema della perversione come difesa dalla psicosi). A tale proposito mi pare molto significativa la sequenza in cui Syd entra nella stanza dove trova un grande schermo digitale in cui vede il suo idolo femminile, Hanna Geist, completamente nuda. La Tv è avvolta da drappi di velluto rosso che dominano la scena con la loro purpurea presenza cardinalizia: siamo di fronte ad un contrasto estetico radicale, ulteriore declinazione della fissità mortifera del feticcio. Siamo di fronte ad un'immagine che ricorda certi quadri di Magritte, e che potrebbe certamente essere oggetto di studi psicoanalitici. Sulla stessa linea  narrativa "magrittiana" e bizzarra, vanno collocati i dialoghi, surreali e potenti come palle di piombo: "Sei consapevole che stanno ancora coltivando le cellule tumorali di una donna morta negli anni '50, Henrietta Lacks? Sì, le usano per la ricerca. Quindi quelle sue cellule sono ancora vive e si moltiplicano in tutto il mondo. La vita dopo la morte sta diventando estremamente perversa", racconta a Syd un ricercatore nel suo laboratorio nel quale vengono trattate le cellule di divi e dive. Naturalmente anche Syd, il protagonista (un Caleb Jones altrettanto perfattemente ossimorico nel vestire i panni di una specie di cantante rock britannico anno '80, ma in giacca e cravatta), si troverà avvolto dalle spire fatali del mondo perverso che abita. Sarà costretto a farsi detective, ricercatore a sua volta di una verità che si perde nei gorghi della finzione e della simbiosi con la superstar idealizzata. Tornando al girato, la mano di Cronenberg scandisce la storia mediante una tempistica volutamente lenta, cerebrale, come a voler ribadire che il tempo del feticcio è un tempo immobile, è il Tempo dell'Inconscio. Da questo punto di vista il film può apparire lento ed involuto, ma ad esempio l'uso molto statico dei piani medi è a sua volta studiatamente voluto e volto a dare voce all'immagine in quanto tale. La fotografia dell'ottimo Karim Hussain (già egregiamente all'opera in "The Theatre Bizarre", di Buck, Giovinazzo et al., 2011) e le musiche, molto cupe, di E.C.Woodley, accompagnano magistralmente tutto il racconto. Per concludere, nonostante i suoi lunghi, impegnativi 108 minuti di pellicola, "Antiviral" mantiene sempre una linea narrativa che si fa ben seguire, a tratti anche come un romanzo giallo, a tratti come un romanzo di fantascienza suburbana in stile China Mieville, oltre che come un horror pur molto "di pensiero" più che di "effetto". I rimandi al corporeo e alle sue trasformazioni sono infine ancorati al codice stilistico paterno (il David Cronenberg di "Inseparabili" - 1988, per esempio, se guardiamo al tema della simbiosi patologica), ma sono elaborati con piglio personale e niente affatto derivativo. "Antiviral": tra i film di genere Perturbante più interessanti degli ultimi anni, quindi da vedere assolutamente.  
Regia: Brandon Cronenberg  Soggetto e Sceneggiatura: Brandon Cronenberg Fotografia:    Karim Hussain Montaggio: Mattew Hannam   Musiche: E.C. Woodley  Cast: Caleb Landry Jones, Sarah Gadon, Malcolm McDowell, Douglas Smith, Joe Pingue, Nicholas Campbell   Nazione: Canada, USA  Produzione: Rhombus Media  Durata: 108 min.  


sabato 2 marzo 2013

Hansel And Gretel - Witch Hunters, di Tommy Wirkola (2013)



Circa quindici anni dopo essere scappati dalla casa di marzapane, e dopo aver ucciso la strega che li segregava, Hansel e Gretel sono diventati due spietati cacciatori di streghe che rapiscono bambini per mangiarseli. Per loro è un duro lavoro. 

Tommy Wirkola non è un regista qualunque. Ha diretto il nazi-horror "Dead Snow" (2009), prova interessante e creativamente anomala, ma ancora immatura rispetto a quest'ultimo film nel quale il gusto dell'intrattenimento è in primo piano, ma realizzato con mano seria e con tutti i comparti realizzativi che fanno il loro dovere nel modo migliore. Lo script non è poi da meno, soprattutto perché riprende la fiaba tedesca di "Hänsel e Gretel", riportata dai Fratelli Grimm, molto evocativa e perturbante. La fiaba, che presenta numerosi punti di contatto con il "Pollicino" di Charles Perrault, è densa di rimandi simbolici che toccano le corde dell'immaginario infantile, mettendo in scena un negativo materno rappresentato dalla strega, intenso archetipo di un seno materno che apparentemente nutre (la casa di marzapane) ma in realtà avvelena e inghiotte, capovolgendo le aspettative di qualsiasi bisogno infantile. Il Perturbante di questa fiaba risiede proprio in questo capovolgimento di prospettiva (la mamma-fata turchina che diventa strega divoratrice) utile a raffigurare e a mettere in scena profonde angosce primitive di ogni bambino e, in qualche modo a "esorcizzarle" attraverso il setting narrativo nel quale si sviluppa e si risolve. Lo script di questo film di Wirkola riprende fedelmente nelle prime sequenze il testo dei Grimm, conferendo alla struttura della fiaba tedesca, uno spessore visivo che attinge molto suggestivamente al repertorio horror, scelta stilistica che ci fa capire subito la linea creativa su cui Wirkola ha intenzione di far procedere il film. Le prime sequenze sono infatti molto ben girate. Fanno rivivere la fiaba originaria immergendola in un'atmosfera sulfurea entro cui la strega fa davvero paura: non è una vecchietta rattrappita come la strega di Biancaneve. Al contrario è una specie di orribile zombie che non ci piacerebbe proprio incontrare, soprattutto in un bosco, magari ai confini della Foresta Nera. E' molto forte il contrasto tra i due fratellini abbandonati dal padre in una radura isolata, e questo essere inquietante e sdentato; un contrasto che  produce un effetto notevole sullo spettatore, immettendolo subito in media res, senza bisogno di ricorrere a inutili fronzoli romantico-fiabeschi. A partire da questa storia archetipica la sceneggiatura prende poi una via tutta sua, nuova, impensata e "attuale", nel senso che trasforma la fiaba spostandola a quindici anni dopo e rendendola terreno fertile per generare un fantasy-horror molto ben ambientato, costruito e narrato. La ricostruzione scenica del villaggio tedesco in cui Hansel e Gretel, ormai divenuti adulti e diventati cacciatori di streghe sulla base del loro trauma originario, è perfetta, raffinatissima. Notevoli le sequenze che riprendono momenti della vita quotidiana del villaggio, con i bambini per strada che giocano con le spade di legno, nonché quelle del mercato col banco del fruttivendolo e le oche che camminano per strada. Sembra di assistere, mi perdoni Ermanno Olmi, a una sorta di "Albero degli zoccoli" (1978) virato decisamente all'horror, ma anche all'azione pura, al puro intrattenimento. Tutti ingredienti che producono ottimi effetti sul nostro immaginario filmico e, direi, lo nutrono di nuova linfa, integrandosi tra loro in modo sintonico. Non mancano infatti rimandi e citazioni all'enciclopedia cinematografica horror di tutti i tempi, basti solo pensare alla sequenza dei fili di acciaio tirati tra gli alberi, e che tagliano a fette le streghe mentre volano sulle loro scope, chiaro riferimento a una nota e topica sequenza di "The Cube" di Vincenzo Natali (1997). Molte sequenze si avvicinano poi addirittura a un gusto splatter, senza mai eccedere o toccare le corde del grottesco, rischio molto presente nel costruire una storia così, davvero, e totalmente immaginaria (per quanto riguarda lo splattersi veda la sequenza dell'uomo il cui corpo letteralmente esplode all'interno della locanda, imbrattando di sangue e frattaglie una Gretel comunque avvezza a frammentazioni e teste di streghe mozzate, e che quindi, giustamente, non fa una piega. Tale sequenza fa pensare ad "Hatchet" di Adam Green, 2006, ma si tratta di un gore utilizzato senza ironia alcuna, e finalizzato a cementare un racconto ben organizzato e serio). Siamo di fronte ad un immaginario cinematografico che tuttavia ha qualcosa da dire anche sul piano psicologico: Hansel e Gretel non sono dei semplici vendicatori alla Tarantino. Le loro azioni nel presente partono da un grave trauma abbandonico del passato che diventa tensione affettivo-riparativa rivolta ai bambini del loro tempo presente, che i due eroi vogliono sottrarre alla crudeltà da loro stessi vissuta. Da un certo punto di vista si potrebbe anche interpretare tutto il film come una riflessione sul tema del Trauma in sè, e sulla necessità di una sua trasformazione che necessita comunque e sempre un dolore e una lotta interiore, affrontabili solo da una coppia, da una relazione, da una "fratellanza", e mai in solitudine, pena il ripetersi coattivo e immodificabile di fantasmi inconsci angoscianti e paralizzanti (le streghe). Gli attori, soprattutto un sofferto e concentrato Jeremy Renner (Hansel), ma anche la bellissima e implacabile Gemma Arterton (Gretel), sono bravi e capaci integrare gli elementi del trauma (e della sua elaborazione), con quello dell'intrattenimento in chiave gotico-perturbante, mantenendo sempre alto il livello di attenzione dello spettatore. Musiche (di Atli Örvarsson) e fotografia (di Michael Bonvillain) forniscono solide sponde a una storia che sorprende per coerenza e resa narrativa. Complimenti a Tommy Wirkola, dunque, che in futuro ci piacerebbe però vedere un pò meno impegnato a inseguire l'action movie, e un pò più rivolto all'approfondimento del Perturbante in quanto tale. "Hansel e Gretel - Witch Hunters": decisamente consigliato.
Regia: Tommy Wirkola Soggetto e Sceneggiatura: Tommy Wirkola  Fotografia: Michael Bonvillain Montaggio: Jim Page Musiche: Atli Örvarsson Cast: Gemma Arterton, Jeremy Renner, Famke Janssen, Peter Stormare, Minique Ganderton, Ingrid Bolsö Berdal Nazione: Germania, USA Produzione: Paramount Pictures, Metro-Goldwyn-Mayer, Gary Sanchez Productions Durata:  88 min.


giovedì 28 febbraio 2013

Bentornato Malpertuis!


E' con grande piacere che scrivo questo post, perché riguarda un blogger che ritengo uno dei più interessanti pensatori presenti sulla rete, in ambito cultural-cinematografico-perturbante. Sto parlando naturalmente di Elvezio Sciallis che l'anno scorso aveva chiuso il suo blog, nauseato da vari aspetti della blogsfera, nonché da certi ambienti editoriali in particolare italiani. Sono stato un follower del suo blog di recensioni cinematografiche e altro quasi da sempre, anzi lo ringrazio ancora oggi per avermi fatto conoscere territori filmico-artistici sconosciuti, elementi che hanno influenzato grandemente il taglio del mio artigianale blog. Quando ha chiuso il suo, tutti i suoi lettori hanno decisamente avvertito un senso di perdita, di mancanza: il suo stile corrosivo e implacabile, la sua lucidità di pensiero e scrittura, il suo essere schivo in modo così acutamente "anti-postmoderno", sono aspetti del suo muoversi che me lo hanno sempre reso simpatico. Adesso ha deciso di riaprire un suo blog senza possibilità di commenti, ma che è possibile naturalmente seguire pubblicamente, e nel quale trovate recensioni di film e molto altro ancora. Suggerisco vivamente (ma dei miei suggerimenti Elvezio non ha certo bisogno)  di linkarlo e leggerlo con molta attenzione: i suoi post sono di solito molto lunghi e pensosi, ma appunto per questo motivo vanno letti con cura e attenzione, cioè perché promuovono il pensiero, sono stimolanti e contengono spesso paradossi che aprono a ulteriorità enigmatiche di cui abbiamo tutti bisogno come ossigeno in questi mefitici e precari tempi che viviamo. Tempi di novità e cambiamenti comunque interessanti cui il contributo di pensiero di Elvezio credo sia molto, molto utile, e quindi da segnalare come sto facendo con questo post. Non ultimo aspetto importante che desideravo sottolineare qui è lo stile di scrittura di Elvezio, uno stile che trasmette una pacata forza tranquilla e insieme illuminante relativamente ai territori che esplora. Non dimentico di linkare qui l'indirizzo del suo blog Worpress, ma lo trovate anche sul mio blogroll: http://malpertuis.org/ . Bentornato, Malpertuis!