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domenica 5 aprile 2015

The Canal, di Ivan Kavanagh (2014)



David, di professione archivista di una cineteca, sta passando un brutto periodo: sospetta che la bellissima moglie Alice lo tradisca con Alex, cliente della donna. Il tutto peggiora drasticamente nel momento in cui una collega di David, Claire, gli sottopone una bobina dei primi del '900 in cui si narra di un efferato delitto avvenuto proprio all'interno della casa in cui David abita adesso. La vita di David si disorganizza sempre più: scompare sua moglie, e contemporaneamente strane visioni cominciano ad impossessarsi di lui. Si convince lentamente che una presenza spettrale si muova dentro casa sua, mentre la polizia comincia seriamente a sospettarlo della scomparsa di Alice...

L'irlandese Ivan Kavanagh ha diretto dal 2003 in poi ben 10 film e 5 corti, dei quali nulla vi so dire non avendoli visti, e come suggerisce saggiamente Ludwig Wittgenstein "ciò di cui non si può parlare si deve tacere". Il mio sguardo ha catturato solo il suo ultimo film, questo "The Canal", che vado a recensire, ma già la sua filmografia mi fa dire che ci troviamo di fronte ad un filmaker piuttosto prolifico, piuttosto riservato (non ho trovato notizie sulla sua età e sul suo curriculum da nessuna parte in rete, a parte una scarna pagina di Facebook che non dice più di tanto), e soprattutto molto interessato ad approfondire (si direbbe) tematiche Perturbanti che, se ho ben capito leggendo i vari script dei suoi precedenti film, esplorano principalmente il tema del cambiamento repentino e traumatico nella vita dei suoi protagonisti.

Anche "The Canal" prosegue questa linea prospettica. David fa l'impiegato all'interno di un archivio che conserva vecchie bobine di film, in particolare quelle che ricostruiscono omicidi presumibilmente insoluti e registrano i particolari di scene del crimine. Ha una collega molto carina, giovane e seduttiva, Claire, che un bel giorno sottopone alla sua attenzione una bobina che racconta di un omicidio avvenuto i primi del novecento proprio nella via dove David risiede proprio ora. Ma David ha soprattutto una moglie molto carina, Alice, che improvvisamente scompare dopo una festa in società cui partecipa anche lui, lasciandolo poi solo con il figlio Billy (bellissimo bambino dai capelli rossicci dai tratti che più irlandesi non si può e che è un vero gioiello di casting perfettamente riuscito). 

Bobina maledetta e scomparsa improvvisa di Alice si intrecciano come cromosomi impazziti in una bizzarra fecondazione di destini incrociati, generando quella che potremmo descrivere sul piano psicopatologico come una "destrutturazione melanconica" a tinte paranoidee che si impossessa di David. Intanto è la gelosia ad essere rappresentata in primo piano, vero motore immobile della destrutturazione depressiva di David. La sequenza della festa in società, fotografata magistralmente da Piers McGrail e girata con molti densi, sensorialissimi primi piani da Kavanagh, è stata una meravigliosa scoperta che a un amante del genere come me non capita spesso di fare. Le inquadrature a piano medio in cui Alice parla con l'affascinante latino Alex non hanno molto da invidiare a "Eyes Wide Shut" (1999), e inoltre Hanna Koekstra non ha proprio nulla da invidiare alla bellezza di Nicole Kidman, dimostrando così ulteriormente la genialità da parte di Kavanagh nel costruire un casting perfettamente congeniale all'impianto narrativo (complice il bravissimo casting director Colin Jones). Vogliamo andare avanti con questo paragone ardito con Kubrick? Ma sì: e chi ce lo vieta? Rupert Evans (David) è interpretativamente molto più intenso e sofferto di Tom Cruise, e la sua "follia" ingravescente è a tratti davvero spettacolare (vedasi ad esempio la sequenza in cui parla con Billy su Skype e intravede dietro il bambino l'ombra del fantasma assassino). 

Lo script è sviluppato con tratti di montaggio (di Robin Hill) che, senza che ce ne accorgiamo, rapidamente avvitano la storia attraverso salti temporali che man mano procedono, sempre più rendono la vicenda misteriosa, cupa, visionaria. La qual cosa è notevole se pensiamo che il soggetto in sé è abbastanza banale: siamo dalle parte di una semplice storia di fantasmi, di una haunted house irlandese. Ma Kavanagh declina il tutto in una dimensione erotico-sentimentale come generatrice di Perturbante puro, quasi lovecraftiano direi, con tutte quelle visioni e l'angoscia di impazzimento che attraversa David sequenza dopo sequenza. E' questo uno degli aspetti più interessanti del film, evidenziatore di una mano registica assai esperta ed ispirata. 

L'alternarsi di sequenza in interno con sequenze naturalistiche (la dialettica tra il canale d'acqua che cupamente scorre accanto alla casa di David, e gli interni della vecchia casa in cui David affonda come se nuotasse lui in un altro tipo di suo interno canale...), possiedono un ritmo che imprime alla storia un mood particolare, straniante, come l'aprirsi di un "altrove" inquietante nel quale gradualmente Kavanagh è capace di avvolgerci.  

Difetto del film è forse proprio nel suo indulgere un pò troppo sullo straniamento: il prefinale è troppo diluito, quasi a voler rallentare il corso degli eventi, e avrebbe forse potuto essere gestito in modo più dinamico e meno ricorsivo. Tuttavia i colpi di scena e alcune sequenze da brivido dalle tempistiche perfette, fanno giungere il film ad un finale molto, molto suggestivo ed esteticamente curatissimo quanto drammaticissimo, in cui assistiamo ad una ricapitolazione della storia che mette ordine alle cose "realmente" avvenute. Storia dai sottotesti sociali anche molto attuali, elemento non poco apprezzabile in un film Perturbante, soprattutto se parliamo del rapporto uomo-donna, del tema del maltrattamento, della gelosia che diventa iperbolicamente (e psicopatologicamente) tensione verso un possesso illusorio dell'oggetto, la cui frustrazione intollerabile è anche in grado di portare all'omicidio (come le cronache ci mettono sotto gli occhi molto spesso, quasi fosse un atteggiamento primitivo mai elaborato davvero e che permane sotto la superficie della cultura tecnologica) "The Canal" si pone come prova di notevole valore, soprattutto se guardata come opera che dà una scossa estremamente vitale al Cinema Perturbante di marca europea. Da vedere senza ombra di dubbio.

Regia: Ivan Kavanagh   Soggetto e Sceneggiatura: Ivan Kavanagh   Fotografia: Piers McGrail   Montaggio: Robin Hill   Musiche: Ceiri Torjussen  Cast: Antonia Campbell-Hughes, Rupert Evans, Hannah Hoekstra, Calum Heath, Kelly Byrne, Steve Oram, Carl Shaaban, Sinead Watters, Maura Foley    Nazione:  Irlanda   Produzione: The Orchard, Park Films, Treasure Entertainment   Durata:  92 min.  


5 commenti:

  1. È ovvio che non ho letto "i vari script dei suoi precedenti film" , bensì le sinossi.

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  2. Uno di quei film in cui la perizia tecnica e le scelte formali/tonali riescono a farti perdonare l'essere (anche troppo) derivativo. C'è un tentativo di comunicazione visiva dell'inconscio che mi ha spesso ipnotizzato. Inoltre ha uno dei finali che più ho gradito di recente.

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  3. @ Lennynero: grazie della visita. Poi concordo con le tue essenziali quanto profonde parole. Mi piacerebbe conoscerti di persona.

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  4. Potrebbe succedere. Ma non tentare di psicanalizzarmi. Non ti piacerò quando mi sentirò psicanalizzato. ;) (E' una citazione dalla serie Hannibal, eh!).

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  5. Caro Lennynero: io faccio lo psicoanalista SOLO dentro al mio studio. Fuori sono solo il mio nome e cognome, quindi non non hai da preoccuparti (in una lettera a Pfister degli anni '20, poi Freud scriveva: "Un'analisi non richiesta risulta sempre molto sgradita"):)

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