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sabato 6 settembre 2014

Moebius, di Kim Ki-duk (2013)


Una madre, rosa dalla gelosia nei confronti del marito che la tradisce, vuole vendicarsi tentando di evirarlo. Non riuscendo nel suo intento, evira il figlio adolescente e fugge dall' abitazione di famiglia. Il padre cerca in tutti i modi di restituire al figlio la sua virilità così tragicamente perduta... 


"Moebius", presentato al Festival del Cinema di Venezia nella scorsa edizione, ci dice essenzialmente due cose: la prima è che l'uomo non è linguaggio ma emozione e impulso che nessun linguaggio sarà mai in grado di mediare o contenere o trasformare; la seconda è che la famiglia è una struttura psicosociale fondata sull'erotismo e sul conflitto, e che tale organizzazione emerge nella sua durezza disgregante nel momento in cui all'interno della famiglia stessa compare per la prima volta quell'"enzima" fino ad allora silente, quanto destabilizzante, che si chiama Adolescenza. 

Fin dalle prime sequenze Kim Ki-duk afferma perentoriamente l'elemento fortemente conflittuale e dirompente dell'Adolescenza, presentandoci i primi piani intensi del figlio che assiste al litigio  tra madre e padre (quasi una lotta greco-romana, in verità), costruendo poi successivamente tutto il plot intorno alla figura del ragazzo, o meglio, della sua evirazione da parte della madre. Un pò come a voler attribuire-proiettare una colpa alla sessualità/sensualità nascente (rappresentata dal giovane figlio) come elemento distruttivo di un "presepe vivente" quale la famiglia era stata fino ad allora. Il Gesù Bambino che era stato fino ad un certo punto il figlio, diviene infatti un demoniaco virgulto in preda ad eccitazione priapica, variazione musicale insopportabile per una madre-Fedra corrosa da gelosie ingestibili. Anche il padre è radicalmente contagiato dall'Eros adolescenziale e si lascia presto travolgere da passione amorosa, adulterina e trasgressiva, per non essere da meno di chi ha messo al mondo (anche il padre è invidioso, dunque, sebbene tale corrente sotterranea sia più sottilmente espressa). 

Kim Ki-duk ci squaderna davanti agli occhi tutto questa turbolenza generazionale con magistrale ed efficacissima ruvidezza, anche tecnica, una tecnica volutamente facilona, tagliata a colpi d'ascia, a tratti apparentemente dozzinale nella fattura (vedi certe zoomate in avanti sui volti, che probabilmente a me riuscirebbero anche meglio), ma chiaramente (almeno a parere di chi scrive) ricercata. L'immagine tuttavia permane nella sua potenza: come colore, come movimento, come ponte per veicolare la creatività. Durante la visione di questo film in alcuni momenti ho pensato infatti di trovarmi di fronte ad una scultura più che a un lungometraggio, una scultura in presa diretta, in fieri, ripresa cioè nel momento stesso in cui lo scultore la crea. Oppure di essere di fronte ad un'"action painting" di Pollock, ma dove l'opera include anche Pollock mentre la sta creando. Penso alle sequenze della pratica di auto-scorticamento erotico con la pietra, ad esempio, estremismo estetico che può certo lasciare perplessi, ma che si inscrive perfettamente, splendidamente direi, nel disegno creativamente demistificatorio sulla famiglia che il regista sudcoreano si prefigge. 

Eros e Morte, Eros e Conflitto mortale: questo è la Famiglia, nella sua trama profonda: una istituzione sociale sempre seduta su un vulcano che l'adolescenza può spesso far esplodere. E curiosamente si tratta di un'adolescenza fallico/genitale. Mi viene da dire "curiosamente" poiché  Kim Ki-duk insiste su questo aspetto, quasi avesse letto gli scritti dello psicoanalista inglese D. Meltzer, che ha descritto l'adolescenza (molti anni prima del regista) proprio come struttura intrapsichica che idealizza l'area fallico-genitale in tutte le sue forme e declinazioni onnipotenti e ossessive. 

Il Fallo, a un certo punto del film diventa appunto un'ossessione, cui, si direbbe. la madre originariamente (sia nel film che archetipicamente) ha dato vita per poi abbandonarla-evirarla. Il padre cerca di far di tutto per restituire la virilità perduta a un figlio gemello speculare di sè, arrivando al punto di perdere la sua per donarla al ragazzo, in un atto di pura, purissima marca sado-masochistica. In realtà la vera iniziazione all'età adulta non sarà affatto fornita al figlio dal padre, ma dal gruppo dei pari (vedi la lunga, interessantissima sequenza dello stupro collettivo nel negozietto di periferia, dopo la "prima sigaretta", Una sequenza che ulteriormente sancisce il destino intrinsecamente fallimentare della famiglia, secondo la visione assolutamente pessimistica di Kim Ki-duk). 

Il film è completamente privo di dialoghi. E' per questo che dicevamo che uno degli intenti dell'autore è certamente quello di sottolineare la soverchiante ed incontenibile potenza dell'emozione e dell'azione-agito rispetto a quella del pensiero-simbolo-affetto. Penso che questo stilema rappresenti la forza maggiormente perturbante di tutto il film. Non sono tanto le crude sequenza di accoltellamenti, violenze sessuali, cannibalismi vari a generare inquietudine. E' l'assenza di speranza circa il potere di ciò che lega la pulsione, potere che, secondo Kim Ki-duk è del tutto effimero. La violenza delle emozioni è ciò che regge il mondo, nettunianamente, abissalmente. Il resto sono tutte sciocchezze. Da qui a condurre una regia che può apparire semplicistica e banale il passo è breve, ma è scelta stilistica invece oltremodo azzeccata, perché isomorfa e coerente al contenuto dell'idea di fondo. 

Un'idea che porta il regista a massacrare i suoi personaggi, si potrebbe dire a de-animarli, a renderli prossimi al regno minerale, meri involucri di passioni bestiali, divorati da invidie e desideri mimetici shakesperiani, impossibilitati a qualsiasi progettualità, o come immobilizzati eternamente in un dramma beckettiano. "Moebius" è infatti un circolo vizioso che non potrà mai diventare virtuoso, che mai si potrà spezzare, come il famoso nastro di Moebius, illusione ottica ma anche concetto matematico molto pregnante nel suo rappresentare una superficie non orientabile, cioè priva di un "interno" e di un "esterno". 

Film afasico, eminentemente visivo-emotivo, dai toni tragici in senso più occidentale che orientale, "Moebius" si pone l'obiettivo di studiare la fastidiosa e sporca chimica degli elementi emotivi che la bile familiare secerne quotidianamente dai bassifondi inconsci del legame narcisistico che la fonda (una sorta di nastro di  Moebius affettivo a volte davvero inestricabile e violento, appunto). Film per tutti questi motivi da vedere.   


Regia: Kim Ki-duk Soggetto e Sceneggiatura: Kim Ki-duk   Fotografia: Kim Ki-duk Musiche: Park In-young  Montaggio: Kim Ki-duk  Cast:  Eun-woo Lee, Jae-hyeon Jo, Young-ju Seo   Nazione:  Corea del Sud  Produzione: Kim Ki-duk Film   Durata: 89 min.  
   

domenica 24 agosto 2014

Riflessioni su: il turismo italiano


Prima di riprendere la nostra solita attività recensoria, principale mission di questo blog, lasciatemi aggiungere un post del nuovo tag "Riflessioni su:", post dedicato alle strutture turistiche italiane, tentando di fare un confronto con quelle di un altro paese, specificamente la Francia, dove mi è capitato di sostare per circa 8 giorni.

L'opinione che mi sono fatto dopo questa esperienza che vado narrandovi, è che le strutture di accoglienza turistica italiane fanno semplicemente schifo. Mi chiedo infatti cosa possa pensare un turista tedesco o inglese che si trovi ad affittare un appartamento sulla riviera adriatica. Se fossi in lui non tornerei più in Italia, ma volgerei lo sguardo verso altri più confortevoli lidi. 

Il residence còrso nel quale ho passato una parte di vacanza, era un vero paradiso. La casa era una villetta dalle grandi persiane di legno azzurro e dai muri impreziositi da maestose edere rampicanti. La villa era fornita di ogni genere di utensileria domestica: servizio di piatti di porcellana per almeno 12 persone; caffettiera italiana e americana, a seconda dei gusti; forno a microonde ultimo modello; forno ventilato per cuocere qualsiasi cosa, pizza compresa; lavatrice; lavastoviglie; posate e attrezzi da cucina di ogni tipo non foss'altro che per caso avessi avuto voglia di cucinare una bouille a besse alla marsigliese, oppure delle tagliatelle fatte in casa con ragù di lepre.    

Il giardino della villetta verdeggiava di oleandri ed eucalipti profumati, a formare pagode arboree intorno alle quali si dispiegavano morbidi sentieri che conducevano insospettabilmente alla piscina del residence. Piscina perfettamente pulita, silenziosa, riposante. 

L'interno della casa era abbellito da un cotto a tratti mosaicato sul pavimento, fino ai bagni, che sembravano appena usciti dal progetto di uno studio di design. In sintesi un luogo nel quale il turista si sentiva davvero accolto, e nel quale si aveva voglia di tornare, la sera, pur provenendo dal mare cristallino delle coste della Corsica. 

Ma veniamo adesso all'appartamento che la mia famiglia ha successivamente affittato sulla riviera adriatica, tanto per fare un confronto, semplicemente perché la casa di famiglia che usualmente utilizziamo ospitava altri parenti che venivano in visita dall'estero. 

Entrare nell'appartamento, al quarto piano, è come fare un tuffo negli anni '70: anticamera buia arredata in stile location di film di Dario Argento, prima maniera. Salotto-pranzo con divano di vimini e cuscinoni sformati a fiori; tavolo di legno bianco con pianale in vetro e sedie in stile rococò veneziano; sempre veneziani i lampadari in vetro e ferro battuto (ciò che di più orrido abbia mai visto: forse Gillo Dorfles avrebbe scritto un secondo volume della sua opera sul kitsch, vedendoli). 

Reparto cucina: 3 pentole (tre), di cui due per friggere e una per cuocere la pasta; nessun tipo di forno; neanche l'ombra di una lavastoviglie; neanche il fantasma di una lavatrice; quattro piatti (4) fondi e quattro (4) piani; posate in alluminio da caserma militare. 

Il balcone: certo, molto ampio da poterci mangiare e con vista mare. Tuttavia utilizzabile solo di sera perché battuto da un sole accecante almeno fino alle 19,30. Ovviamente nessun tipo di tenda o riparo, da rendere così assolutamente inutilizzabile il terrazzo in questione. 

Non mi soffermo sulle camere da letto, con letti dai materassi così sfondati che forse neanche Fantozzi avrebbe voluto dormirci una notte. Fortunatamente il locatore ha accosentito ad inserire per noi sotto le brande delle assi di legno. Altrimenti avrei dovuto passare il mese di settembre dal fisioterapista. Detto in due parole: un disastro dal punto di vista dell'accoglienza turistica (non dirò il prezzo pagato per due settimane, in pieno agosto, in questo tunnel dell'orrore, prezzo che abbiamo tuttavia dovuto accettare perché costretti in qualche modo a prenotare all'ultimo momento).

Al termine di questa breve, diaristica narrativa vacanziera, credo che la riflessione si delinei da sè senza doverla argomentare più di tanto. Non parlerò poi dei musei: dovrei scrivere, ad esempio un post a sè sul Museo del Vetro di Murano, che vi consiglio di visitare per capire lo stato in cui versano gli allestimenti museografici italiani, nonostante gli sforzi del buon vecchio Ministro Franceschini. Ma vi potrei anche narrare le vicende di amici che hanno visitato musei a Firenze, nei quali mancavano le etichette esplicative di molti quadri o reperti archeologici in esposizione. Lo stato penoso in cui versa il turismo italiano dipende solo dagli italiani. Comincio davvero a pensare anch'io che diventa ogni giorno sempre più opportuno ipotizzare l'idea di trasferirsi in uno stato estero.   

martedì 5 agosto 2014

Libri (e altro) per l'estate

Eccoci giunti, come di consueto (ma sì, usiamo questa metafora lisa e trita) alle porte dell'Estate, sebbene il clima metereologico faccia a tratti pensare di essere alle soglie di un freddo autunno che naviga inesorabilmente verso un altrettanto gelido inverno. Ma tant'è: il genere umano non è mai contento di niente (se piove perché piove, se fa un caldo estivo da sudare, perché fa caldo, e così via). Rimane il fatto che i giorni della feria d'agosto si avvicinano, l'ombrellone occhieggia disponibile sulla spiaggia, e quindi vengono alla mente titoli di libri letti e da leggere, che qui sotto mi permetto come di consueto di segnalare e suggerire.


Il primo è in realtà la raccolta dei primi tre romanzi della saga landsdaliana di "Hap & Leonard" (contiene "Una stagione selvaggia", "Mucho Mojo" e "Il mambo degli orsi", quest'ultimo il mio preferito dei tre). C'è poco da dire rispetto al buon vecchio Joe: bisogna leggerlo e basta, è puro miele mescolato a nitroglicerina. I personaggi che costruisce sono così "veri" che in certi momenti in cui si è persi nella lettura, ti viene il dubbio che esistano davvero, al punto che li cercheresti su internet (chissà che Hap ha un suo blog...). Linguaggio irriverente, schietto, chiaro e tondo; grasse risate viscerali che ti colgono all'improvviso dopo aver girato una qualsiasi pagina; storie dal sapore faulkneriano (vedi "Il mambo degli orsi", appunto); un Texas orientale flagellato dalla pioggia, in preda a scossoni metereologici, emotivi, culturali; una scrittura frizzante come una Perrier fredda in un afoso pomeriggio in pianura padana. Insomma un vero piacere del quale non possiamo che ringraziare lo scrittore di Gladewater, Texas. Si tratta dei primi tre romanzi della saga di Hap & Leonard, ricordo: siamo cioè solo all'inizio, a cui occorre ovviamente dare un meritato seguito, per poi passare agli altri, innumerevoli romanzi e racconti di Lansdale (in particolare "Il valzer dell'orrore").


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Libro molto intenso, poetico. Un romanzo autobiografico al centro del quale campeggiano la figura e il rapporto col padre, un padre ingombrante, assoluto, una quercia inchiodata dalle sue radici secolari alla terra argillosa ed eterna della collina. Un libro sulla trasmissione generazionale di valori, fantasmi, angosce, da leggere tutto d'un fiato. Scrittura molto colta, raffinata, cesellata con mano e mente sapienti, più poetica, appunto, che narrativa. Massimo Bocchiola è da sempre fine traduttore dall'inglese di numerosi Autori, soprattutto Kipling, Beckett, Martin Amis, F.S. Fitzgerald e altri. Vive e lavora a Pavia. 


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Spostiamoci ora in territori psicoanalitici e apriamo la mente a questo bellissimo libro di Luis Kanciper, psicoanalista argentino, studioso del tema della temporalità nello sviluppo del pensiero, che qui si interroga sulle declinazioni possibili del confronto tra generazioni. Vecchi e giovani, adolescenti e "adulti", nachtreglichtkeit freudiana calata nella contemporaneità. Tutti argomenti estremamente attuali, nella loro apparente ricorsività concettuale. Una scrittura fresca, veloce, con uno sguardo attento rivolto alla clinica. Molto utile soprattutto per chi si occupa di adolescenti, in tutti i campi del sociale. 


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Sempre in tema di temporalità e contemporaneità, consiglio vivamente l'ultimo numero della rivista Psiche, nella sua nuova forma edita da Il Mulino di Bologna. Estremamente interessante l'Editoriale di Maurizio Balsamo, in apertura, denso di stimoli, rimandi, pensieri liberi, "in cerca di un pensatore". Molti i saggi contenuti nella rivista: un dialogo di Matilde Vigneri con Michela Marzano; un intervento del filologo e antropologo Maurizio Bettini sull'etimologia latina della parola prae-sens; una riflessione di Anna Ferruta sul saggio di Joseph Ludin riguardante il "Disagio nella psicoanalisi contemporanea". E molto altro ancora. Non si tratta di una lettura da ombrellone, certo, ma è da leggere perché fa ben sperare in una certa vivacità del dibattito culturale e psicoanalitico in Italia. Un dibattito che in Psicoanalisi, ricordiamolo una buona volta, non si limita alle forme architetturali lacaniane di Massimo Recalcati, che più che interrogarsi sui molteplici "presenti" che viviamo e in cui siamo immersi, tesse un continuo elogio impossibile, e non so quanto utile, a un passato nostalgico in cui "c'era il Padre", che adesso non c'è più (se Il Mulino poi decide di pubblicare una "Rivista di cultura psicoanalitica", questo è direi un buon segno).

Detto ciò, vi informo che il blog chiude fino al 18 agosto.

Buona Estate! 




martedì 29 luglio 2014

The Machine, di Caradog W. James (2013)



In un futuro non lontano due bio-ingegneri esperti in intelligenza artificiale, lavorano insieme per costruire il primo prototipo di cyborg dotato di autocoscienza. Vincent, l'ingegnere più anziano, spera segretamente di poter sviluppare una tecnologia per aiutare sua figlia, affetta da una grave sindrome neurologica, sebbene questo significhi per lui accettare dei finanziamenti dal potente e spregiudicato Ministro della Difesa che si trova impegnato in una sorta di nuova Guerra Fredda contro la Cina. La nuova compagna di Vincent, Ava, scopre alcuni insospettabili segreti all'interno del database del Ministero e viene così uccisa dagli agenti del controspionaggio. Nel frattempo il Ministro decide di porre in essere un piano militare di cui aveva tenuti nascosti i particolari a Vincent, allo scopo di trasformare i cyborg in micidiali macchine da guerra...

Continuiamo il nostro percorso all'interno del cinema sci-fi/horror anglosassone contemporaneo, ed ecco che ci imbattiamo in questo "The Machine" del giovane regista gallese Caradog W. James. Film molto british, completamente (ed orgogliosamente) low-budget, intenso in alcune sequenze, discutibile in altre, ma che comunque riflette una vitalità del cinema europeo che dalle nostre parti semplicemente possiamo solo sognarci, di notte. La storia è di una linearità quasi disarmante: Vincent è un ingegnere specializzato in biotecnologie avveniristiche centrate sulla creazione di umanoidi militari utilizzati dal Ministero della Difesa inglese per combattere una nuova guerra fredda contro la Cina. L'uomo è interpretato da un Toby Stephens (lo avevamo visto in Space Cowboys di Clint Eastwood, 2000) intimistico e dalla faccia stropicciata e quasi sempre sofferente. Sua figlia è affetta da Sindrome di Rett, una grave malattia neurologica infantile di tipo congenito, e lui la accudisce da solo, senza cioè figure femminili di sorta. 

Questa base esistenziale molto dura e senza sconti lo porta a sottostare ai voleri di Mister Thomson, il freddo e spregiudicato funzionario del Ministero della Difesa, che utilizza le sue sopraffine conoscenze per manipolare cyborg e prepararli alla guerra. Questo patto, mai esplicitato chiaramente nel film, ma sottilmente sempre presente come un mortifero background, consente a Vincent di portare avanti i suoi studi nel disperato tentativo di trovare una cura idonea per sua figlia. L'aspetto interessante del film consiste nel fatto che James riesce a incastonare questo filone appunto intimistico del suo script, all'interno di un'ambientazione che si situa per la quasi totalità del girato nei laboratori militari segreti del Ministero della Difesa inglese: ogni tanto compiano sequenze in cui vediamo Vincent con la figlia, ma sono sempre molto brevi, sebbene molto intense, soprattutto nella rappresentazione della sintomatologia di cui è affetta la bambina. Sia il montaggio (di Platts-Mills) che il lento andamento della storia, alternano morbidamente i due principali filoni del racconto (complotto fantascientifico e relazione padre-figlia) facendoli coesistere senza eccessi di intimismo da una parte, o di azione e violenza dall'altra. 

Lo script possiede un carattere complessivo di tipo drammaturgico-teatrale, tanto che potrebbe, io credo, essere tranquillamente tradotto a teatro, così com'è. A James interessano infatti le interazioni, non certo le azioni, che lo spettatore si aspetterebbe, come un bambino che vuole vedere se Babbo Natale ha portato i doni belli impacchettati sotto l'albero. James prende per mano questo bambino e con gentilezza lo accompagna fuori dalla stanza spiegandogli educatamente che Babbo Natale non esiste. Da questo punto di vista "The Machine" può risultare piuttosto freddo, ma d'altra parte l'opera di James discute proprio di "coscienza", pur toccando temi cari alla cultura (sia cinematografica che letteraria) anglosassone, come quello del pigmalionismo (nel film si coglie un pigmalionismo al contrario, in verità). Si tratta di un mitema che ha interessato, ricordiamo, ad esempio Edgar Allan Poe, ma soprattutto George Bernard Shaw. James sembra guardare a quel mitema e lo fa in modo originale, in continuità coi suoi illustri predecessori, ma in qualche modo anche rinnovandolo mediante la sua inserzione in ambito sci-fi. 

Un'ulteriore pregio del film è che propone un finale aperto, con quella sequenza dove domina un sole che non capiamo se sia al tramonto oppure sorga, e nel quale comunque domina l'idea di una nuova nascita, quella della donna umanoide che alla fine ha davvero coscienza dei suoi sentimenti, addirittura del suo amore nei confronti dell'uomo. Questo tema è a mio avviso trattato con una certa finezza, da parte del regista, e permette l'accensione di riflessioni interessanti nella mente dello spettatore. Una di queste riflessioni può ben riguardare il tema del narcisismo imperante (la Sindrome di Rett può dunque essere vista anche come metafora molto pregnante delle difficoltà di riconoscimento delle proprie emozioni da parte dell'uomo contemporaneo, nonché dei problemi di comunicazione ai propri simili di tali emozioni. Si tratta di un vasto arcipelago clinico che riguarda le cosiddette "nuove patologie" che la psicoanalisi contemporanea sta osservando, curando e studiando da un pò di tempo a questa parte). Da una prospettiva psicoanalitica potremmo dire che in questo suo film James si pone una domanda cruciale circa la possibilità di Ava, trasformata in umanoide, di uscire dal proprio narcisismo robotico e di sperimentare un transfert nei confronti di un Vincent-analista (è la stessa domanda che spesso gli analisti si pongono di fronte a certi pazienti chiusi in corazze narcisistiche molto coriacee). Perché la risposta a questa domanda sul transfert sia positiva, occorre che un bambino simbolicamente muoia (la figlia di Vincent), cioè che l'analista-scienziato elabori con attenzione il suo controtransfert, le sue emozioni, i propri lutti interni: si lasci cioè "toccare" e trasformare a sua volta dalle modalità aliene del transfert di Ava. 

"The Machine" risente notevolmente di un budget ridottissimo, sebbene James non rincorra affatto la spettacolarità dell'effetto speciale, ma anzi lo sappia usare con finalità anzi finemente estetiche (si veda la sequenza della danza di Ava tra le pozze d'acqua mentre il suo corpo si illumina di scariche elettriche di colore rosso). Viene quasi da pensare che i pochi momenti d'azione siano del tutto superflui, e che in qualche modo James li abbia voluti inserire per omaggiare la produzione, che gli ha pur consentito di installare il suo dispositivo cinematografico. 

Aldilà di certe lentezze, di alcune ingenuità proprio nelle sequenze d'azione, di una certa povertà d'insieme dell'allestimento scenografico, e di una colonna sonora (di un Tom Raybould ahimè molto piatto e per niente ispirato) a tratti completamente dissintona rispetto al visivo che accompagna, in definitiva "The Machine" rimane un interessante esperimento, forse un pò freddo, forse un pò troppo asciutto per chi non è nato e cresciuto a Cardiff, ma che è in ogni caso da vedere anche per cogliere il buono stato di salute del cinema inglese di oggi. 

Regia: Caradog W. James    Soggetto e Sceneggiatura: Caradog W. James     Fotografia: Nicolaj Bruel  Montaggio: Matt Platts-Mills    Musiche: Tom Raybould    Cast:  Caity Lotz, Toby Stephens, San Hazeldine, Denis Lawson, Pooneh Hajimohammadi, Lee Nicholas Harris, Sule Rimi, Ben McGregor   Nazione:  UK   Produzione: Red & Black Films   Durata: 91 min.  


domenica 20 luglio 2014

Under the skin, di Jonathan Glazer (2013)




Isserly è un'affascinante automobilista dai neri capelli e dalle rosse labbra seducenti. Viaggia per le strade di una Scozia dei giorni nostri dando confidenza ad autostoppisti di vario tipo, ma anche a gente poco di buono. Isserly non è un essere umano: sotto le apparenze di una sensuale fanciulla, si cela infatti il segreto della sua vera identità, che è quella di un freddo, robotico alieno giunto sulla Terra per studiare le abitudini degli umani. Ma il suo scopo fondamentale è quello di rapirli, metterli all'ingrasso e trasformarli in carne da macello da inviare sul suo pianeta d'origine. Il lavoro implacabile di Isserly procede senza scrupoli e, ovviamente, senza nessuna umana empatia, ma a un certo punto qualcosa sembra trasformarsi: il comportamento dei terrestri è troppo complesso e distante da quello dei simili della bellissima e terribile donna, e ben presto questo comincerà ad influire sulla sua fredda mente aliena... 

Tratto dal romanzo "Sotto la pelle" (2000) dello scrittore olandese Michel Faber, il film dello scozzese Jonathan Glazer utilizza la storia originaria come semplice track per esplorare nuove vie sperimentali del genere sci-fi. Il libro di Faber possiede infatti una cifra narrativa molto diversa da quella del film: il romanzo parla di molte cose, annoda molti sottotesti, dalla critica agli allevamenti industriali, all'inquinamento dell'ambiente, al tema del rapporto tra i sessi, a quello dell'assenza di empatia nei rapporti umani (con termine psicoanaliticamente più moderno si potrebbe dire che Faber indaga le difficoltà di "mentalizzazione" nell'uomo contemporaneo). Il racconto dell'olandese non indulge mai, e mai sconfina, nel puro horror, poiché semplicemente non è la sua mission. Diciamo che Faber si pone su una linea narrativa che (forse) parte da Ian McEwan, passa da Martin Amis e arriva alla notevole scrittrice scozzese Laura Hird, tutta gente che ha fatto egregiamente evolvere il Perturbante nordico (in particolare anglosassone) in letteratura. E' il senso di solitudine e straniamento che interessa a uno scrittore come Faber, nel senso di una riflessione in tema di alienazione, o per meglio dire su ciò che di "alieno" è presente nell'umano. Jonathan Glazer, come dicevamo, afferra questi cospicui spunti letterari e li inocula in un dispositivo cinematografico che prende altre vie, più dirette ad una esplorazione del visivo cinematografico fantascientifico, aldilà (anzi, aldiqua) degli intenti di Faber (in qualche modo in fondo anche autoironici). Sto dicendo che Glazer, a mio avviso, si prende qui un pò troppo sul serio, e il primo immediato effetto di tale auto celebrazione  è quello di snaturare completamente il messaggio di Faber. Ma certamente questo non è un problema in sè (chi l'ha detto che un'opera cinematografica debba essere copiativa e ricalcante la sua fonte "naturale" d'ispirazione?). Il problema è invece una certa autoreferenzialità dell'immagine, che spesso evoca Kubrick e molte sue suggestioni (vedi "2001- Odissea nello spazio"), ma lo fa peccando un tantino di presunzione. E' un'opinione ovviamente del tutto soggettiva, come sempre soggettiva è la visione di qualsiasi produzione filmica, da Pippi Calzelunghe alla Corazzata Potemkin, il che non significa che "Under the skin" abbia dei pregi non secondari, uno dei quali è senz'altro la fotografia molto sensoriale e "corposa" di Daniel Landin (il quale non mi sembra noto per cose significative - aldilà della sua partecipazione tecnica al mediocre "The Uninvited", 2009). Le sequenze in notturna per le strade di amorfe cittadine scozzesi, nonché la luce lattiginosa delle sequenze sulla spiaggia invernale battuta da onde minacciose, sono fotografate con grande occhio clinico, e suggeriscono molto bene un senso di generale spaesamento ed epochè perturbante. Non nego di aver trovato piuttosto originali anche le inquadrature a sfondo nero, glaciali, con il sangue dei malcapitati rapiti che scorre verso una sorta di chiusa in lontananza. Tuttavia tali sequenze, lunghe, prive di dialoghi, accompagnate dalla fredda musica sintetizzata di Mica Levi, mi sono apparse più idonee a comparire come installazioni scultoree alla Biennale di Venezia, che a rappresentare una storia di fantascienza in un film. Appare più che evidente che Glazer usi questa apposita cifra stilistica per sottolineare che siamo di fronte a una sua singolare, originale interpretazione del romanzo di Faber (vedi ad esempio anche la scarsità dei dialoghi, la assoluta assenza di informazioni circa la provenienza di Isserly, oppure l'enigmatica funzione narrativa del motociclista che la segue nelle sue peregrinazioni di cacciatrice nomade per le strade di una grigia Scozia). Ma è appunto questo ribadire con insistenza una differenza, un allontanamento dal testo originale, che ha reso questo film non apprezzatissimo ai miei occhi. Come se mi fossi trovato di fronte ad un pittore che vuole esibire a tutti i costi che lui fa davvero avanguardia, e gli altri molto meno. L'opera di Glazer è stata osannata come un capolavoro da molti critici, ma anche fischiata lungamente al Festival di Venezia dell'anno scorso. Nel mio piccolo orto di blogger personalmente lo ritengo interessante come operazione sperimentale, in particolare rispetto alle sequenze in cui la "seduzione" da parte di Isserly è raffreddata attraverso modalità aliene, previa immersione degli uomini sedotti in una specie di lago materno-femminile, nero e petroleoso. Si tratta di sequenze molto suggestive che consentono una prospettiva altra e interessante sulla relazione tra i due sessi, usualmente raccontata al cinema (soprattutto in quello di genere perturbante) con toni prosopopeici o iperbolici o banalmente pornografici. Pensiamo ad esempio all'incontro di Isserly con l'uomo deturpato da una grave malattia dermatologica: troviamo qui sottili rimandi a Cronenberg, assai inquietanti e davvero iniettati nello spettatore "under the skin". Ulteriore aspetto positivo del film è la resa della trasformazione, del contagio umano che avviene all'interno di Isserly. Emblematica a tale proposito è la sequenza della torta, una semplice fetta di torta con panna, che determina immediatamente una prima, angosciante forma di rigetto in Isserly. Il contagio trasformativo risucchia la bellissima donna-mostro nella palude delle bassezze umane, che la porteranno velocemente al tragico finale. Il messaggio che in definitiva Glazer ci invia attraverso questo film, forse risiede per lo più in una amara riflessione circa un "umano, troppo umano" che da sempre ci rende ostaggi di noi stessi, più che degli alieni (oppure degli alieni che siamo noi stessi). Tale messaggio è tuttavia confezionato in un velluto di snobismo artistico autocelebrativo che il regista avrebbe potuto risparmiarci, e che giustifica in parte i fischi dei critici veneziani. "Under the skin", da vedere, senza idealizzazioni di nessun tipo.  
Regia: Jonathan Glazer  Soggetto e Sceneggiatura: Michel Faber, Jonathan Glazer, Walter Campbell  Fotografia: Daniel Landin     Musiche: Mica Levi   Montaggio: Paul Watts  Cast: Scarlett Johansson, Antonia Campbell-Hughes, Paul Brannigan, Joe Szula, Krystòf Hàadek, Lynsey Taylor Mackay, Scott Dymond    Nazione: UK, USA, Switzerland  Produzione: Film4, British Film Institute, Silver Reel   Durata: 108 min. 


domenica 6 luglio 2014

All Cheerleaders Die, di Lucky McKee e Chris Sivertson (2013)




L'eterna lotta tra un gruppo di cherleaders e i giocatori di una squadra di football di un college americano tra i tanti, si trasforma in tragedia nel momento in cui il gruppo dei maschi provoca un incidente stradale in cui muoiono le cheerleaders più avvenenti e in vista del gruppo. Hanna, l'unica sopravvissuta, pratica la magia nera e attraverso i suoi insospettabili poteri riporterà in vita le sue amiche. Le ragazze potranno così realizzare i loro desideri di vendetta...

Presentato al Toronto Film Festival 2013, "All Cheerleaders Die" dell'interessante duetto McKee (May, 2002; Red,  2008; The Woman, 2011) - Sivertson (Jack Ketchum's The Lost, 2006; I know who killed me, 2007), solleva più di una curiosità a chi gli si avvicina. La prima è sicuramente relativa al percorso artistico di McKee, regista che coi tre film sopracitati infonde nuove profumazioni al bouquet sempre piuttosto ricorsivo e stantio del genere horror statunitense. Con May e Red McKee diventa poi un interprete molto fine dell'anima oscura della provincia sottoproletaria americana, quindi non si può certo girare la faccia dall'altra parte quando ti sforna un nuovo film. Vi ricordate le luci acide e la fotografia liquida, ameboide di May? Piccoli ma intensi elementi che fanno del suo cinema qualcosa di particolare. Lo sposalizio con Sivertson (anch'egli interprete a tratti interessante del Perturbante cinematografico yankee) non sembra però arrecare grandi vantaggi al regista nato e cresciuto nella sperduta cittadina di Jenny Lind, Contea di Calaveras, California. Diciamo che McKee sembra con quest'ultimo film, voler uscire dal natio borgo selvaggio, che tanto, saggiamente, pensiamo avesse ispirato le sue produzioni precedenti, per andare a conoscere il grande spazio mondano che si apre laggiù, dopo l'ultima stazione di servizio e il silos con l'acqua dove lui giocava ai cow-boy e agli indiani, da piccolo. Sì, certo, il mood provinciale permane e caratterizza anche "All cheerleaders die" (pensiamo agli allenamenti sul campo da football della scuola, oppure ai dialoghi da covo di vipere tra le ragazze), ma è un mood molto meno denso, molto meno protagonista dell'intera vicenda. Sivertson e McKee, uniti da una strana alchimia che non capiamo da dove possa essere nata, sembrano presi dal sacro fuoco della contaminazione dei generi, e si divertono un mondo, sembrerebbe, a mescolare trash e pulp, horror-comedy e zombie-movie, alla ricerca di un sapore nuovo con cui creare un nuovo cocktail. In effetti "All cheerleaders die", soprattutto alla luce delle precedenti opere di McKee, non può che essere visto come un puro e semplice divertissement senza pretesa alcuna, una pausa metacinematografica non paragonabile ad altri più "alti momenti": un pò come imparagonabili risultano ad esempio gli hitchcockiani "La congiura degli innocenti" (1955) e "Psycho" (1960), per dire. Un discorso a parte va però fatto per la colonna sonora, nella quale spiccano canzoni come "Look out young son" dei Grand Ole Party che accompagna egregiamente l'ingresso trionfale al college delle cheerleaders resuscitate (si veda il video più sotto). La scelta delle canzoni è cioè a mio avviso ottima. Sono canzoni che possiedono, scusate l'ossimoro, una loro potenza sensoriale, un loro pathos molto idoneo a rendere il tourbillon ormonale che attraversa tutti gli studenti. Si procede infatti dai Grand Ole Party ad A Giant Dog con "Teasin Ass Bitch", titolo senza peli sulla lingua, appunto, uno "Smell like a teen spirit", come direbbero i Nirvana. Credo sia anche questo uno degli intenti principali del film di McKee-Sivertson, non sappiamo quando consapevole: fare un film che sia un inno agli spettatori d'elezione del genere cinematografico di cui i due registi si occupano, cioè un inno al vitalismo libidico di cui solo gli adolescenti conoscono la potenza. La sequenza della seduzione di uno dei ragazzi nei bagni della scuola, da parte di una delle più sensuali ed erotizzate tra le cheerleaders-zombie, è la chiara dimostrazione di questo intento. La sequenza successiva mostra il lato mortifero della potenza sessuale, quando vediamo lo stesso ragazzo, attaccato da un'altra cheerleaders, da lui invece rifiutata, che lo solleva di peso scagliandolo contro un albero da cui poi ricade sanguinante: siamo dalle parti di un pulp quasi alla Tarantino, come suggestione, intendo (non dimenticate che ho detto "quasi", e lo sottolineo). Forse c'è qualcosa che richiama anche il Joe Landsdale delle scazzottate di Hap & Leonard, intendo dire, ma comunque il film a tratti mostra panorami nei quali il tocco da maestro (di McKee in particolare, diciamolo) si coglie appieno. Tutte le scelte "di contenuto" sono infatti completamente eccentriche, non sono cioè il baricentro concettuale del film: tematica zombie, elemento voodo, viraggio pulp, sono solo le quinte più esterne di un teatro al centro del quale è lo stesso sguardo ormonale, eccitato, febbrile, voyeuristico dello spettatore adolescente ad essere il vero protagonista. Il risultato finale di questa nuova sonata a quattro mani, risulta tuttavia, ad una lettura d'insieme, frammentato e disarmonico. Il prefinale e il finale caricano troppo sui toni del puro grottesco, rischiando di buttare via il bambino con l'acqua sporca, pericolo che s'insinua (inutilmente) in altri punti nodali del film, come ad esempio l'utilizzo da parte di Hanna delle pietre voodo, che si accendono come luminarie natalizie quando uno meno se lo aspetta. In sintesi "All cheerleaders die" è una prova controversa, di difficile lettura e valutazione, che certamente incuriosisce e che, alla fine, si mostra troppo poco uniforme per poterne dare un giudizio complessivamente positivo. Rimangono certo nella memoria certe sequenze ottimamente girate (come quella già citata dell'ingresso delle ragazze redivive al college, oppure quella del dissanguamento del vicino di Hanna), così come una colonna sonora che è un puzzle di canzoni di gruppi "alternative" contemporanei molto interessanti, tutti aspetti che rendono gradevole il film. Si tratta comunque di aspetti singolari e separati che non aiutano però a delineare una gestalt narrativa globalmente unitaria ed equilibrata. "All cheerleaders die": una specie di gita fuoriporta di McKee insieme ad amici in vena di revival studenteschi. Attendiamo che torni dalla gita con un pò più di ispirazione.   
Regia: Lucky McKee e Chris Sivertson    Soggetto e Sceneggiatura:  Lucky McKee e Chris Sivertson    Fotografia: Grag Ephraim   Musiche: Mads Eldtberg    Cast: Caitlin Stasey, Sianoa Smit-MvPhee, Brooke Butler, Amanda Grace Cooper, Reanin Johannink, Tom Williamson, Chris Petrovski, Leigh Parker, Nicholas S. Morrison, Jordan Wilson, Felisha Cooper,  Nazione: USA   Produzione:  Moderciné   Durata: 90 min.




domenica 8 giugno 2014

Blutgletscher, di Marvin Kren (2013)



Janenk lavora come tecnico presso una stazione glaciologica sulle alpi austriache, nella quale un gruppo di scienziati sta studiando il ritiro dei ghiacciai. Mentre il gruppo sta aspettando la visita del Ministro dell'Ambiente, Janek si accorge che la parete di un ghiacciaio ha improvvisamente assunto una strana coloritura rossastra...

C'è del buono in questo Blutgletscher del regista austriaco Marvin Kren (Rammbock, 2010), film che sembra un vero e proprio omaggio a "The Thing" di John Carpenter, e certamente anche lo è, pur non essendo solo questo, naturalmente. La pellicola risente sommamente di un budget generale ridotto all'osso, ma proprio per questo va dato atto a Kren di possedere talento registico non comune, perché sa far girare la macchina in modo egregio con soli due soldi, aldilà di parecchie ingenuità di script e di regia sulle quali ci soffermeremo tra breve. Fin dai primi minuti di girato ci accorgiamo di essere dalle parti di un ambiente horror tipicamente carpenteriano: Kren non dissimula affatto questa scelta, e tale decisione appare molto saggia, poiché sposta subito la sua opera da territori derivativi e/o da compiacenze idealizzanti nei confronti della genialità dei Maestri. C'è un cane, ci sono "gli scienziati" isolati in una base per l'osservazione dei mutamenti climatici, c'è "la cosa venuta dall'altro mondo", ci sono le trasformazioni corporee derivanti da un contagio che avviene attraverso il sangue. Gli ingredienti sono sempre quelli, ma il cuoco è diverso, è austriaco, e non frequenta basi polari, bensì, più modestamente, il sud-Tirolo, le sue nebbie alpine, i sassi grigi dei suoi ghiacciai. Penso infatti che questo film potrebbe innanzitutto piacere per un'ambientazione che rimanda a un "gotico rurale" alla Baldini, tanto per intenderci. E proprio a Baldini e ai suoi racconti horror "ambientali" e provinciali è andata subito la mia mente dopo aver visionato il film di Kren. Sto parlando quindi di una capacità (non proprio comune) di fare trapelare il Perturbante dalle crepe di un quotidiano comunissimo, anche solo da un microcosmo dove vivono quattro persone, e da lungo tempo (Janek abita sul ghiacciaio da ormai sei anni, che non sono certo pochi dato l'ambiente isolato e gelido). Chi conosce la montagna e ama scalate e passeggiate ad altitudini considerevoli, si troverà bene in questo film, della montagna riconoscerà i silenzi, i colori, il tempo rallentato e come immobilizzato in un quadro di Magritte. Anche i personaggi sono "isomorfi" all'ambiente allestito da Kren: non sembrano scienziati, ma sgarrupati e malpagati ricercatori universitari di qualche sperduto dipartimento di geologia (ne conosco personalmente alcuni, appunto geologi, e vi assicuro che sono molto simili ai personaggi del film).   Anche il casting, quindi, possiede una coerenza notevole rispetto all'importanza data dal regista alla risonanza e all'tmosfera dell'ambiente che circonda gli attori di tutta la vicenda. Vicenda risaputa, come abbiamo detto, ma presentata con accenti originali, attraverso sfumature di script intelligenti (si veda soprattutto l'idea di presentarci un ghiacciaio "rosso sangue" nel bel mezzo delle Alpi sudtirolesi). L'inserzione della storia d'amore tra Janek e Tanja, per esempio, si inscrive con delicatezza e sensatezza all'interno dell'intero tessuto narrativo, e ha un rimando un pò tagliato a colpi di scure nel finale, ma che mantiene e sviluppa comunque una coerenza narrativa che molti filmacci mainstream hollywoodiani si possono solo sognare. Sto dicendo che dietro questo film è presente un pensiero filmico molto solido, anzi, direi proprio uno studio degli stilemi drammaturgici horror-perturbanti nel cinema che rende quest'opera, solo per questo, piuttosto apprezzabile. D'altra parte Schnitzler era austriaco, come Kren, ricordiamolo, e se scomodo il grande scrittore viennese di "Doppio Sogno" (1926) è perché Kren manovra inoltre la materia onirico-immaginaria in modo assai creativo. Anche qui si parte da "residui diurni" cinematografici piuttosto banali, come quello del parassita alieno che genera mutazioni nell'umano. Tuttavia la "formazione di compromesso" creativa che ne deriva, in particolare il mostro, è, ancora una volta, un qualcosa di molto quotidiano, e appunto perciò, molto più perturbante. Non si tratta di strane creature aliene, bensì di volpi che si trasformano in volpe-scarafaggio, oppure di caprioli che diventano caprioli-mosche, e così via, come in un circo cronenbergiano allestito in minore su un bivacco montano qualsiasi. E vi par poco?
Purtroppo Kren cade più volte in alcune buche sul sentiero dello script, errori dovuti a mio avviso principalmente al risicatissimo budget. ad esempio l'operazione chirurgica effettuata dal Ministro Bodiceck sulla giovane ragazza attaccata dall'aquila mutante, è del tutto inverosimile (perché la ragazza urla di dolore solo in fase di cauterizzazione della ferita e non durante il taglio della gamba, in assenza di anestesia? E com'è che troviamo attrezzi chirurgici in una stazione scientifica dove si studiano i ghiacci?). Kren poteva tranquillamente evitare quella sequenza, e probabilmente il film avrebbe guadagnato cento punti in più. Un'attenzione maggiore ad alcuni dialoghi (specie quelli tra il Ministro dell'Ambiente e gli altri personaggi) li avrebbe resi più efficaci e autentici. 
Anche gli effetti speciali potevano essere decisamente meglio curati, sebbene, a fronte del budget ridotto, Kren riesca comunque a fare cose egregie (come la sequenza delle mosche infette che fuoriescono dal volto tumefatto di Urs). 
In sintesi "Blutgletscher" è un'ottima prova per quanto riguarda il quadro narrativo d'insieme: riesce a costruire atmosfere perturbanti all'interno di ambienti "semplici" e quotidiani, avendo poi a disposizione pochissime risorse; riesce a narrare la storia scritta dal bravo Benjamin Hessler, sviluppando il racconto in modo persuasivo e a tratti toccante (vedi il rapporto tra Janek e il suo cane). Sarebbe davvero bello se Kren potesse venire in Italia per trasmettere almeno un briciolo della sua sensibilità artistica ai nostri scalcagnati e zampaglioneschi registi. Film da vedere, assolutamente. 

Regia: Marvin Kren  Soggetto e Sceneggiatura: Benjamin Hessler  Musiche: Marco Drekkötter, Stefan Will  Cast: Gerhard Liebmann, Edita Malovcic, Brigitte Kren, Hille Beseler, Peter Knaack, Felix Römer, Wolfgang Pampel, Murathan Muslu, Michael Fuith, Adina Vetter.  Nazione: Austria  Produzione: Allegro Film, Filmfonds Wien. Filmstandort Austria,   Durata: 98 min.