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lunedì 10 luglio 2017

Letture estive 2017

Come di consueto, con l'avvicinarsi dell'estate, cioè di quell'oasi sempre e comunque breve, in cui riposiamo le nostre stanche membra su spiagge il più possibile cristalline, oppure all'ombra di una quercia secolare, su qualche picco montano, ecco che attraverso il blog, giungo a proporvi alcune letture estive a mio avviso utili ad accompagnarci nel corso della nostra inesausta ricerca di un meritato riposo. E' anche un'occasione per riprendere in mano le sorti di questo ormai desertico blog, cui ho pochissimo tempo da dedicare, cosa che mi dispiace molto. 

Comincio anche a provare invidia verso alcuni amici blogger, e soprattutto per la portentosa amica Lucia Patrizi, che riesce a postare valanghe di recensioni interessantissime ogni giorno che passa, magari dopo aver fatto 25 chilometri in bicicletta, e per di più in salita.

E' vero che in questi ultimi anni ho scritto due libri, uno da solo e l'altro con colleghi, più vari articoli. E' vero anche che questo è stato un anno in cui ho svolto 5 conferenze e interventi pubblici di vario tipo in vari luoghi. E' vero che sono impegnato su vari fronti professionali, ma una potenza di fuoco come quella della Lucia Patrizi non ha in sè assolutamente rivali. Da qui la mia invidia, naturalmente. Ma cominciamo con i titoli di cui vi parlavo.


Questo libro si meriterebbe in verità una lunga recensione, non solo queste due righe di commento. Dal mio punto di vista l'ho trovato un libro straordinario. Il fisico teorico Carlo Rovelli è uno dei massimi studiosi italiani di "gravità quantistica a loop", membro dell'Institut universitaire de France e dell'Académie international de philosophie des sciences, è inoltre responsabile dell'èquipe di gravité quantique del Centre de physique theorique dell'Università di Aix-Marseille. Riesce in questo libriccino ad essere divulgativo e metaforico al massimo grado possibile rispetto alla complessità teorico-filosofica che ci vuole raccontare. E' un libro entusiasmante (difficile in alcuni punti, che però si possono tranquillamente saltare, sebbene io suggerisca di leggere tutto: tanto poi l'inconscio del lettore capisce lo stesso), che ci parla del nostro rapporto col tempo. Non è un libro solo scientifico, contiene anche molte profondissime riflessioni di ordine filosofico e sulla natura della soggettività umana, dai toni addirittura struggenti e poetici, in alcuni punti, come questo: "Il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie per noi stessi. Racconti. Io non sono questa istantanea massa di carne sdraiata sul sofà che batte la lettera 'a' sul computerino portatile; (...) sono le carezze di mia madre, la dolcezza serena con cui mio padre mi ha guidato, sono i miei viaggi adolescenti, le mie letture che si sono stratificate nel mio cervello, i miei amori, le mie disperazioni, le mie amicizie, le cose che ho scritto, ascoltato, i volti che sono impressi nella mia memoria" (p. 152). Notevole. Davvero notevole. Un libro da portarsi in vacanza come un prezioso dono del pensiero umano, da leggere possibilmente su un'isola deserta, all'ombra di una palma, perdendosi tra le sue pagine, mentre ogni tanto si solleva lo sguardo per guardare il mare di fronte a noi.




Gunnar Staalesen, padre del giallo norvegese è naturalmente molto conosciuto in patria, dove scrive dagli anni '70, ma molto meno conosciuto da noi, dove Iperborea sta cominciando a tradurre la sua sua sterminata produzione di libri gialli che hanno come protagonista il romantico detective privato Varg Veum. Drammaturgo e scrittore di pieces teatrali, Staalesen crea un personaggio molto originale, lontano dal classico e risaputo detective dal passato traumatico e controerso. Varg Veum ha invece un passato da Assistente Sociale, si prende a cuore i suoi clienti e svolge il suo lavoro con una inclinazione particolare per il sociale. In questo romanzo (del 1981, ma che sembra scritto l'altro ieri), Veum è alle prese con una losca banda di affaristi che tengono in pugno Stavanger, città arricchitasi improvvisamente grazie al petrolio. Troverà addirittura il cadavere di una donna in un frigorifero, e ci porterà, attraverso continui colpi di scena, verso un finale assolutamente imprevedibile.




Un libro per psicoanalisti? Forse sì, ma anche per chi psicoanalista non è. Dal sottotitolo molto evocativo e ossigenante, il saggio curato da Graziano di Giorgio, contiene interessantissimi contributi di molti analisti italiani assai attivi nell'ambito della psicoanalisi dell'arte. Contributi di: Hugo Aisemberg, Cecilia Alvarez, Simona Argentieri, Stefano Bolognini, Giorgio Callea, Marta Capuano, Domenico Chianese, Giuseppe Civitarese, Philippe Daverio, Graziano De Giorgio, Paola Golinelli, Rita Manfredi Gervasini, Elisabetta Marchiori, Valeria Egidi Morpurgo, Fausto Petrella, Stefano Pozzoli, Cosimo Schinaia. Dalla presentazione del libro sulla pagina di Franco Angeli: "Le parole, il discorso verbale possono esprimere tutto? O vi sono esperienze che le parole non riescono a veicolare, né a farci sentire? Il contatto con le realtà umane più profonde, ci dice la psicoanalisi, provoca eccitazione ed emozioni che vanno dal piacere al sollievo fino all'angoscia e al terrore. I sogni e le fantasie possono creare uno schermo che protegge dall'incontro ravvicinato con sentimenti troppo intensi e dal perturbante di freudiana memoria.
La stessa funzione ce l'hanno le opere d'arte e le produzioni artistiche: dalle arti visive, al cinema, alla parola letteraria, alla musica. La creatività umana prende forma conoscibile e comunicabile nei sogni e nelle fantasie così come nelle rappresentazioni artistiche. Queste costituiscono il respiro della psiche, e permettono l'avvio di un lavoro di elaborazione e di trasformazione dei materiali psichici grezzi perché, come i sogni e le fantasie, sono portatrici di elementi inconsci universali. In virtù della loro struttura dinamica, le produzioni e rappresentazioni artistiche non solo danno voce a sentimenti ed emozioni ma costituiscono il mezzo attraverso cui un osservatore può riconoscere un movimento psichico originario.
Sono quindi i linguaggi dell'arte, nelle varie forme espressive, a suggerirci sentieri nuovi per avvicinarci alla lingua segreta della psiche. Nel suo seminario parigino del 1978 Wilfred Bion comparava gli psicoanalisti all'artista e invitava gli psicoanalisti a riflettere in quale tipo di impresa essi fossero coinvolti: "Che tipo di artista siete voi? Vasai, pittori, musicisti, scrittori? Nella mia esperienza, alcuni psicoanalisti non sanno che tipo di artista essi siano... Se essi non riescono a vedere loro stessi come artisti, essi stanno sbagliando lavoro".
Ritornare ad incontrare la creatività, in questo periodo in cui lo spazio e il respiro del pensiero e dell'arte sembrano sempre più sequestrati dall'economia, mi sembra un obiettivo essenziale, soprattutto durante lo spazio delle vacanze estive.



Il ritorno di Harry Hole in un romanzo giallo che non ho ancora letto, ma che mi è stato consigliato da alcuni pazienti. Jo Nesbø in questo romanzo sembra voler ridimensionare la figura del controverso detective della polizia di Oslo, amante dell'alcool e delle situazioni più pericolose da cui fa spesso fatica a stare alla larga. Infatti lo allontana dal vizio alcolico e lo mette a fare l'insegnante presso la scuola di polizia. Ma naturalmente tale ridimensionamento non può reggere all'entropia narrativa che caratterizza lo stile dello scrittore scandinavo. Hole si lascia ben presto coinvolgere nelle indagini relative alla morte violenta di due donne. Da qui nascerà tutto l'intreccio che questa nuova crime story sembrerebbe egregiamente estrinsecare. Mi ero in verità decisamente allontanato da Nesbø dopo alcune sue prove secondo me molto deludenti (vedi ad esempio il pessimo e noiosissimo "Il pipistrello"), ma siccome mi fido del fiuto dei miei pazienti, nonchè di quello di Andrea, il mio libraio di fiducia, ritorno a lui speranzoso.




Confesso che non amo affatto il Maurizio De Giovanni della serie del commissario Ricciardi, tanto quanto lo amo per la serie de "I Bastardi di Pizzofalcone". E non lo amo semplicemente perché non mi piacciono i romanzi a sfondo storico (non chiedetemi il perché: non lo so nemmeno io. Fatto sta che preferisco decisamente i romanzi che guardano al presente e al futuro, vedi ad esempio Jonathan Lethem, di cui parlerò più sotto). Enunciata questa premessa, non posso tuttavia non segnalare quest'ultimo libro di De Giovanni, della serie Ricciardi, primo perché mia moglie ama questo personaggio di amore infinito (e forse questo è un altro dei motivi per cui io non lo sopporto...), secondo perché (segue spoiler: ATTENZIONE!), se ho capito bene questo dovrebbe essere l'ultimo libro che chiude il ciclo della serie. In attesa di un nuovo libro dei "Bastardi", possiamo dunque dare un'occhiata anche a questo. 





Thomas Ogden è uno tra gli psicoanalisti più in vista nel panorama analitico internazionale. Dopo Grotstein forse il clinico più fine, sensibile e che più di ogni altro sa interpretare e portare avanti l'insegnamento di Wilfred Bion. Questo libro è molto denso, toccante, commovente soprattutto nelle lunghe vignette cliniche presentate, che ci mostrano un analista "immersivo", nel pieno del suo lavoro e del suo coinvolgimento inconscio e cosciente all'interno della seduta. Raro trovare scritti psicoanalitici di questo tipo, e ancor più raro incontrare una generosità espositiva di tale genere. Interessante poi l'idea-cardine sulla quale si muove tutto il libro: che l'inconscio sia da trovare nel futuro, e in ciò che di "nuovo" si muove nello spirito dell'uomo, non tanto nel passato, come sosteneva Freud. Non lo si può definire certamente un "libro da ombrellone", ma se si ha tempo a disposizione è un vero peccato non dedicargliene. E l'estate si ha di solito più tempo a disposizione




Non so se ve lo avevo già detto, ma io amo Jonathan Lethem, soprattutto il Lethem dei racconti, e vedi soprattutto la meravigliosa raccolta "L'inferno comincia nel giardino" (2001, Minimum Fax). I suoi racconti, più che i romanzi posseggono uno stile variegato. Il newyorkese è capace di utilizzare stilemi e generi letterari tra i più vari per dipingere affreschi narrativi che spaziano dall'horror al fantascientifico, al giornalistico, all'elegiaco, sempre con l'obiettivo di dipingere l'imprevedibilità proteiforme e spesso inquietante della vita umana. In questa raccolta leggiamo molte storie: un padre con l'esaurimento nervoso perché le vacanze di famiglia iniziano a prendere una piega sinistra; un critico del porno che, nonostante le migliori intenzioni, viene perseguitato dalla sua fama - oltre che dalla montagna di oscenità che riempiono il suo appartamento; una banda di personaggi di vecchi fumetti bloccati su un'isola deserta; un neonato portato in salvo durante una tempesta di neve; un prigioniero politico in un buco di una strada cittadina. La creatività letteraria di Lethem è stupefacente: da manovrare con cura quindi, e da prendere a piccole dosi, soprattutto d'estate, proprio come un buon vino bianco sorseggiato sotto il sole cocente di una spiaggia greca. Un racconto al giorno, cioè, direi che è più che sufficiente. 




Chiudiamo questa lista (nè lunga nè corta) di piccoli suggerimenti libreschi per l'estate con questo gustosissimo e insieme profondissimo libro di Antonino Ferro, insieme a Ogden e a Bollas, uno dei maggiori maestri viventi della psicoanalisi contemporanea, che ho l'onore di conoscere personalmente. Il libro è curato dall'amico carissimo e collega modenese Luca Nicoli, mente tanto giovane quanto creativa e vivace, che pone molte domande a Ferro circa le trasformazioni (a tratti rivoluzionarie) cui è andata incontro la Psicoanalisi negli ultimi vent'anni. Libro in apparenza molto irriverente nei confronti di Freud, ma che in realtà ne sottolinea (a mio avviso inconsapevolmente) il ruolo di apripista di sentieri poi esplorati da molti altri maestri. Il vero piacere nel leggere questo libro sta nello scoprire la capacità di Ferro di creare metafore e produrre immagini assai pregnanti per descrivere le modificazioni teoriche e tecniche cui è andata incontro la psicoanalisi contemporanea intesa come cura della sofferenza psichica dei pazienti che le si rivolgono. 

Bè, a questo punto direi che auguro ai miei 25 lettori un'estate piena di emozioni profonde, sentite, e di relazioni piacevoli e arricchenti. Buone vacanze!

venerdì 19 maggio 2017

Alien Covenant, di Ridley Scott (2017)


Nel flashback introduttivo Sir Peter Weyland, fondatore della Weyland Corporation, si rivolge ad un androide che entra a far parte della spedizione Prometheus. Weyland chiede all'androide di scegliere un nome per se stesso e lui sceglie 'David'.
Nel 2104 l'astronave USCSS Covenant, in missione di colonizzazione planetaria, è in viaggio verso il pianeta Origae-6 con a bordo oltre 2.000 coloni in stato di ipersonno. Una tempesta di neutrini colpisce l'astronave provocando ingenti danni e la morte di 47 coloni oltre a quella del capitano Branson. L'androide Walter si ritrova così costretto a svegliare l'equipaggio dal sonno criogenico.
Il primo ufficiale della Covenant, Chris Oram, assume il comando della missione. Mentre sta riparando l'astronave, l'equipaggio intercetta una trasmissione radio proveniente da un vicino pianeta e decide di indagare sulla sua provenienza.
Raggiunto il pianeta, Tennessee, Ricks e Upworth rimangono a bordo della Covenant in orbita nello spazio mentre il resto dell'equipaggio si dirige sul pianeta per esplorarlo. Essi si ritrovano su un pianeta verdeggiante privo però di forme di vita animali. Durante l'esplorazione, un membro della squadra di sicurezza, Ledward, calpesta piccoli baccelli neri, causando la fuoriuscita di alcune spore che penetrano nel suo orecchio senza che egli se ne accorga. Nel corso di ulteriori ricerche la squadra scopre il relitto di un'astronave precipitata e al suo interno trova una piastrina identificativa appartenuta ad una certa "Dr.ssa E.Shaw" nonché la fonte della trasmissione che hanno captato. Ledward inizia a sentirsi male e Karine lo riconduce alla navetta di sbarco. Karine lo porta con urgenza nell'infermeria della navicella. Dalla schiena di Ledward fuoriesce una mostruosa creatura aliena, il Neomo che aggredisce ed uccide Karine. Nel disperato tentativo di uccidere la creatura, il pilota della navetta Faris, spara accidentalmente a diversi serbatoi infiammabili collocati a bordo della nave, provocando così un'esplosione che la uccide e distrugge completamente la navetta. Il Neomorfo riesce però a fuggire. Nel frattempo Hallett, rimasto anch'esso infettato dalle spore, rimane ucciso quando dalla sua bocca fuoriesce un secondo Neomorfo...

Questa è una recensione che definirei necessaria ma non sufficiente: necessaria per il dato storico stesso dell’uscita in sala di un’opera di Ridley Scott, maestro indiscusso e indiscutibile, opera che riprende e continua la mitopoiesi di Alien, cominciata nel lontanissimo 1979. Non sufficiente per motivi intrinseci alla lunghezza media di una recensione, e per il suo stile, che non può che essere ahimè un po' tecnico, scarsamente emotivo. Questo film meriterebbe invece uno stile più poetico, letterario, meritando un “parlare come sognare”, se utilizziamo la nota frase dello psicoanalista americano Thomas H. Ogden. Infatti partirei col dire che “Alien Covenant” è un “sogno delle origini”, o meglio un sogno che Scott fa sull' “origine” intesa come operatore concettuale e culturale. Non solo cioè, origine dell’uomo, oppure origine del male eccetera, ma anche origine del Cinema, della visione, della capacità dell’uomo di sognare, cioè di “ri-vedere” e di rielaborare continuamente, poeticamente la propria vita. 

Una delle prime associazioni che mi sono venute in mente mentre ero in sala con mio figlio, mi ha rimandato infatti al libro di Philip Dick, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, opera visionaria, che parla del rapporto tra robotica e un’umanità ormai perduta nella notte dei tempi, libro che è stato essenziale per la scrittura di “Blade Runner”. Dicevo che il dato che mi è parso essenziale di quest’ultimo film di Ridley Scott è il suo far convergere tutta la sua potenza sinfonica verso il tema delle origini, “sognando” le origini di quel primo Alien che abbiamo visto nel 1979. E’ un film che va visto almeno due volte, non ci si può accontentare di vederlo una volta sola e poi averne un quadro sufficientemente chiaro per poterlo valutare con tutta la serenità necessaria. Come una sinfonia, appunto, occorre farne esperienza -emotiva, sensoriale, cognitiva- adeguatamente immersiva, facendo sedimentare le sue molte suggestioni e facendole agire col tempo dentro di noi.

Tutto sommato la trama è semplicissima, riguarda l’esplorazione delle origini del mostro alieno invincibile, dal sangue fatto di acido che compare nel primo film della serie e contro cui Ripley-Sigourney Weaver si troverà a combattere per lunghi anni. Queste origini risiedono, aldilà delle varie forme di mutazione incontrate dal mostro sul suo cammino, principalmente in una fantasia inconscia di onnipotenza. C’è un qualcosa, da qualche parte, in un altrove sconosciuto – sembra volerci dire insistentemente Scott in questo suo ultimo film- che spinge verso la realizzazione di una fantasia di potere assoluto, incontrastato, famelico e onnivoro, un potere che desidera togliere di mezzo il senso del limite che caratterizza l’umano. Tale limite, heideggerianamente rappresentato dalla morte, esperienza che sottolinea continuamente la fragilità dell’uomo, lotta altrettanto continuamente con l’illusione dell’eternità, orizzonte non ancora conosciuto dall’uomo, ma, forse attingibile in un futuro robotico-tecnologico. “Alien Covenant” ruota intorno a questa idea, insieme fascinosa e terrificante: in fondo idea di derivazione faustiana, laddove Ridley Scott diventa il nostro attuale Goethe cinematografico a indicarci un Mefistofele che si trova all’interno del DNA dell’uomo stesso. La prima introduttiva sequenza dove vediamo l’androide David e suo padre, un umano, ci pone subito nel bel mezzo di questa idea ispiratrice del film: negli intensi dialoghi tra i due, venati da un sottile senso del tragico, cogliamo l'idea di un rispecchiamento mortifero tra uomo e androide ultra-umano, e il significato profondo di questo dialogo ci ritorna in mente solo a termine del film. Ridley Scott dirige un'opera pluristratificata: uno dei molti strati è appunto costituito dal tema dei possibili tragici effetti dello sviluppo scientifico-tecnologico, che tende di per sé ad andare oltre l’umano attraverso la promessa seducente e onnipotente dell’eternità, del controllo del Tempo. In estrema sintesi “Origine” e “Telos” umani sono i cardini centrali della poetica di questo film, e non so se questo vi sembra poco.

Fatte queste preliminari e necessarie premesse, veniamo ora alle considerazioni tecniche. Sul piano della regia credo che Ridley Scott si sarebbe benissimo potuto fermare alla sequenza della prima traumaticissima mutazione (nell'infermeria della navetta in esplorazione sul pianeta sconosciuto, ammarata sul lago e all'interno di scenari naturalistici a loro volta sinfonici, wagneriani). Poteva fermarsi lì, e ci avrebbe già regalato molto. Invece il nostro prosegue omericamente la sua storia, una specie di metafora uliseea al contrario, al negativo, in cui sono gli androidi a voler superare le Colonne d’Ercole, a dire “fatti non foste a viver come bruti", ma dal loro intrinseco punto di vista, cioè dall’interno del loro sogno "elettrico". Perchè, si sa, “gli androidi sognano pecore elettriche” e di quello sono capaci. Ma torniamo alla sequenza dell’infermeria: una sequenza epocale, da storia del Cinema sci-fi, memorabile e da studiare lungamente, sia nei movimenti di macchina, sia nel montaggio rapidissimo, chirurgico, privo della pur minima sbavatura, che ci incolla allo schermo, opera di un Pietro Scalia che è un vero mostro, come giustamente ci ricorda l’amica Lucia Patrizi nella sua ottima recensione; sia nell’uso superbo, raffinato degli effetti speciali (realizzati da una crew molto vasta); sia nell’uso di una fotografia da parte di Dariusz Wolski all’inizio dalle tonalità essenziali, quasi zen, della prima sequenza, per poi virare al grigio-verde piuttosto saturato delle sequenze d’azione sul pianeta: sequenze da “film di guerra”, che confluiscono tutte, nella prima parte del film, giustappunto nell'infermeria, dove si consuma il tragico parto alieno, e dove la luce ritorna ad essere intensa, ipoilluminante, iperrealistica; sia, per finire, attraverso un accompagnamento musicale (di un ispiratissimo Jed Kurzel, musica che, soprattutto nella prima parte, diventa co-protagonista di un’immersione emotivo-percettiva a mio avviso unica nel suo genere (la sequenza del dispiegamento delle vele solari dell’astronave dei coloni, accompagnata da un sonoro con leggere trombe di sfondo, non ha nulla da invidiare secondo me a “2001 Odissea nello spazio”).

Tutti i comparti tecnici (scenografie naturalistiche e cosmiche comprese) lavorano come in un perfetto gioco d’orchestra che mi fa tornare ancora una volta al termine “sinfonico”.

Due parole finali, su quelli che a me appaiono essere gli unici difetti di un film peraltro ineccepibile, a tratti grandioso, sempre abissale nella profondità di riflessione e sottotestualità che si muovono sotto la superficie del visivo: 
a) la sceneggiatura di Dan O’Bannon e Ronald Sushett (su un soggetto di John Logan e Dante Harper, e su una story rimaneggiata anche da Jack Paglen e Michael Green quindi organizzata da ben sei mani) , contiene qualche buco, che naturalmente passa inosservato di fronte al mastodontico e raffinato lavoro di tutto il gruppo di produzione e post-produzione (vedansi le sequenze in cui la nave madre si avvicina alla tempesta e nelle quali i contatti con l’equipaggio sul pianeta non fanno minimamente emergere, inspiegabilmente, la gravità della situazione sul pianeta; oppure quelle in cui si costruisce l’interazione tra David e Walter; oppure le inquadrature di raccordo storico con “Prometheus”, che potevano essere narrate in modo decisamente più fluido);
b) il casting (a cura di Carmen Cuba), che vede spiccare in modo sublime l’interpretazione di Michael Fassbender, un algido e primitivamente mortifero David, ma che non è capace di conferire particolare espressività ad altri personaggi, soprattutto in Daniels (una Katherine Waterston che ci saremmo aspettata non diciamo all’altezza di una Sigourney Weaver inarrivabile, ma un po' meno melanconica e più determinata).

Come dicevo all’inizio, anche ora che sto per concludere la mia recensione all’ultimo “figlio” di Ridley Scott, sento che questo scritto non sia sufficiente, sebbene necessario. Molte cose infatti andrebbero ulteriormente osservate, come ad esempio il nesso (centrale) con “Prometheus”, oppure il significato molto profondo, dalle valenze simboliche tutte da analizzare, della sequenza relativa alla morte del capitano dell’astronave – il film si apre infatti con un lutto, non dimentichiamolo, e da quel lutto, da quella tragica assenza iniziale, si sviluppa poi tutta la narrazione. Preferisco tuttavia accomiatare il lettore con un senso di incompiuto, di insaturo, poiché, come la poesia, anche il cinema, e soprattutto questo film, è vera poesia solo se promuove aperture di senso e di pensiero. 

Regia: Ridley Scott Soggetto e Sceneggiatura: Dan O’Bannon, Ronald Sushett, John Logan,  Dante Harper Fotografia: Dariusz Wolski Montaggio: Pietro Scalia Musiche: Jed Kurzel Cast: Michael Fassbender, Katherine Waterstone, Billy Crudup, Danny McBride, Demian Bichir, Carmen Ejogo, Jussie Smollett, Callie Hernandez, Amy Saimetz, Nathaniel Dean, Uli Latukefu Nazione: UK, Australia, New Zealand, USA  Produzione: Twenthieth Century Fox Film Corporation, Brandywine Productions, Scott Free Productions  Durata: 2h e 2 min.

sabato 4 febbraio 2017

Split, di M. Night Shyamalan (2016)


Kevin (James McAvoy) è un individuo nel quale convivono ventitré differenti personalità, e le ha mostrate tutte alla sua psichiatra, l'anziana dottoressa Fletcher (Betty Buckley). Tutte tranne una, la ventiquattresima, nascosta, che sta lavorando nell'oscurità della sua mente per esprimersi e dominare su tutte le altre. Dopo aver sequestrato tre ragazze adolescenti, guidate da Casey (Anya Taylor-Joy), ragazza molto intelligente e coraggiosa, nella mente di Kevin comincia una vera battaglia tra le molte personalità che coabitano in lui e i confini instabili della sua identità cominciano lentamente ad andare in pezzi.

È facile cadere nel ridicolo quando si mette al centro di uno script un protagonista che contiene dentro di sé ben 23 personalità, cioè un protagonista che di fatto è un paziente psichiatrico puro, affetto da Disturbo di Personalità Multipla, secondo i criteri diagnostici più diffusi e riconosciuti a livello internazionale. Si tratta, inoltre, di una forma di patologia epidemiologicamente piuttosto rara, dalle radici eziotologiche oscure, che si suole far risalire ad abusi infantili gravi, ma anche su questo aspetto tutto è relativo poiché il disturbo dipende quant'altri mai da una multifattorialitá intrinseca nella storia di ciascun soggetto preso singolarmente. Abbracciare un interesse psichiatrico di tale natura per un regista è cioè, di per sé, una decisione quantomeno coraggiosa, per non dire ardita, e che, se non portata avanti con un "grano salis" adeguato, può certamente presto condurre sul confine del ridicolo. 

M. Night Shyamalan prende un attore non particolarmente pregnante come James McAvoy, lo rade a zero, lo veste e traveste variamente, e lo piazza a dirigere l'orchestra di almeno 5 o 6 differenti personalità (tra cui quella di Hedwig, un bambino di 9 anni), affiancandolo per giunta a sole altre quattro co-protagoniste, di cui una anziana Betty Buckley (la psichiatra del "mostro", cioè la dottoressa Karen Fletcher). Messo in piedi tutto questo circo è persino capace, non solo di non cadere affatto nel ridicolo, ma per di più, di raggiungere una profondità e di instillare a piene mani un senso di cupezza perturbante che non si erano mai viste in nessuno dei suoi precedenti film. 

Per operare questo quasi-miracolo Shyamalan intanto genera, fin dalle prime sequenze, una dialettica geometricamente perfetta tra i caratteri delle due personalità più centrali della scena, e cioè quello di Kevin e quello di Casey (Anya Taylor-Joy), adolescente dallo sguardo scuro come il suo passato, tempo antico che Shyamalan ricostruisce a colpi di fini flashback collocati in forma di agnizione graduale lungo il corso di tutta la storia. Tali flashback sono fotografati magistralmente da quel grande fotografo che aveva già svolto un gran lavoro in "It Follows" (2014), e cioè Michael Gioulakis. Un fotografo che sa davvero "fotografare" le luci e le ombre dell'adolescenza quant'altri mai.

 La sconvolgente simmetria personologica tra Casey e Kevin, la risonanza profonda tra queste due personalità così diverse e insieme simili, la scopriamo tuttavia solo nel prefinale, che ci colpisce come una martellata su un piede, ma é questo il cuore del film, il suo compimento giustamente spiazzante, e amaro, molto amaro, tanto che vorremmo vomitarlo fuori al più presto se potessimo questo orrido boccone, ma non possiamo farlo, ahimè. Il tema dell'abuso perpetrato da adulti folli su minori fragili e indifesi per costituzione ed etá sembra essere molto caro a Shyamalan, perché anche nel suo precedente "The visit" (2015), avevamo visto capovolgersi le consuete trame affettive che vedono di solito nonni e nipoti avvolti in un amorevole abbraccio. In "Split" questo capovolgimento è denunciato a caratteri cubitali, forse anche mediante la scelta di un personaggio davvero "cubitale" come appunto Kevin. La sua 24esima personalità emergente, che lui stesso e la sua psichiatra, la dottoressa Fletcher, chiamano "La Bestia", infatti non appartiene in realtà a lui, al tessuto della sua personalità, bensì a quella del suo abusatore: si tratta cioè di una "identificazione con l'aggressore" (Ferenczi, 1932).

In questo plot così fosco, scritto completamente dallo stesso Shyamalan, tutto centrato sul l'esito di traumi psicologici e fisici perpetrati a gravissimo danno dell'infanzia, grande, grandissima rilevanza possiede la caratterizzazione della dottoressa Fletcher, psicoterapeuta che si muove certamente in un alveo teorico psicoanalitico. Shyamalan riesce a costruire i densi e profondissimi dialoghi tra la dottoressa e Kevin, durante le loro sedute, con finezza incredibile, soprattutto agli occhi di uno psicoanalista, poiché in quei colloqui c'è davvero studio e tecnica psicoterapeutica non da poco. La Fletcher accompagna Kevin attraverso il labirinto delle sue scissioni multiple interne, con modalità niente affatto lontane da quelle utilizzate realmente da un terapeuta di oggi con un suo paziente anche grave come Kevin. E lo accompagna come prendendo davvero per mano un bambino solo e disperato, di stanza in stanza, nella sua casa degli orrori interna. La finezza empatica dimostrata dalla Fletcher e sottolineata dai notevoli, a volte insistenti primi piani di una bravissima Betty Buckley, raccontano il lavoro mentale immersivo e difficilissimo che un terapeuta svolge tutti i giorni nel suo studio, un racconto molto più significativo e potente di quelli raccontati nella tanto osannata serie televisiva di "In Treatment". 

Insomma, Shyamalan ha dei numeri nel descrivere sia la patologia che la cura, mostrandone la dialettica insieme simmetrica e asimmetrica, elemento che non si ritrova così facilmente in certo cinema che vuole rappresentare ad esempio la psicoanalisi. In questo senso "Split" è fortemente un film sulla psicoterapia intesa davvero come un "Dangerous Method", per parafrasare il notissimo film di David Cronenberg su Jung del 2011. Ritengo che se "A Dangerous Method" fosse un film notevole sul piano della ricostruzione storica del metodo psicoanalitico, "Split" è sommamente la rappresentazione plastica dell'esperienza reale di una psicoterapia, con tutti i suoi slittamenti intersoggettivi benigni ma anche maligni che avvengono tra paziente e terapeuta, slittamenti che possono diventare smottamenti e terremoti, perché mossi essenzialmente da quella "Bestia" pericolosissima è distruttiva che è il trauma infantile. 

La giovane Casey e la sua storia sono in questo senso raccontate con grande poesia e intensità da uno Shyamalan, che, nel descrivere nello specifico la figura dello zio John, sembra proprio voler denunciare il tema dell'abuso, neanche come "sottotesto", ma come testo dichiarato, seppur in un contesto di cinema di fiction. La storia di Casey è, anche in questo caso, molto realistica, una storia cioè che ai terapeuti (come il sottoscritto) che lavorano spesso con ragazzi abusati e traumatizzati, risulta purtroppo molto familiare, cioè per nulla "cinematografica", nonché raccontata con venature pessimistiche, per nulla edulcorate, come dimostrano le ultime sequenze composte dalle inquadrature di Casey, tristemente seduta su una automobile della polizia, luogo rappresentativo di una Legge che dovrebbe alfine proteggerla, ma che in realtà non la protegge affatto. 

Shyamalan raggiunge una grande maturità di pensiero e di poetica in questo suo film, che ha inoltre il merito non secondario di fornire un' immagine autentica, realmente operativa della psicoanalisi e della psicoterapia, nonché della lotta disperata dell'individuo contro il male che gli può essere inflitto proprio dalle persone che dovrebbero amarlo di più, e che si deposita dentro di lui, come una “bestia”, distruggendolo. "Split" è dunque un film da vedere, più e più volte per poi discuterne insieme lungamente con amici, parenti, colleghi - anche non psicoanalisti.

Regia: M. Night Shyamalan  Soggetto e Sceneggiatura: M.Night Shyamalan Fotografia: Michael Gioulakis Cast: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Brad William HenkeSebastian Arcelus  Nazione: USA  Produzione: Blinding Edge Pictures, Blumhouse Productions  Durata: 1 h e 57 min. 



martedì 3 gennaio 2017

Pet, di Carles Torrens (2016)


Un thriller psicologico che ci racconta di un giovane uomo, custode di un canile cittadino, che una sera, dopo il lavoro, incontra su un autobus una sua vecchia compagna di liceo e se ne innamora. Questo "amore" diventa un'ossessione che lo porterà ad imprigionare la donna in una gabbia, ma non sarà tanto facile per lui sopravvivere all'incubo da lui stesso generato...


"Pet", di Carles Torrens, risente molto benignamente della tradizione cinematografica horror ispanica, tanto che al sottoscritto ha fatto venire in mente "The Others" (2001), di Alessandro Amenábar, film di tutt'altro tessuto, naturalmente, ma che sul piano delle architetture drammaturgiche possiede molte cose in comune con "Pet". Sto parlando soprattutto del capovolgimento radicale di prospettiva, che in questo film arriva però già a metà pellicola, mentre in quello di Amenábar spiazzava tutti solo negli ultimi minuti. "Pet", a differenza di "The Others" non attinge però a nulla di sovrannaturale. È un film che parla infatti di una perversione di coppia, di un classico fenomeno sado-masochistico, ma lavorandolo secondo modalità di scrittura originalissime, a volte acrobatiche, a volte esplicitamente gore oriented, molte volte completamente inverosimili, ma nel complesso mantenendo sempre attuned lo spettatore. 

È ovvio che non racconterò qui la trama del film, che va visto e assimilato a freddo, senza nessun riferimento, senza neppure visionare il trailer, direi. In questa recensione mi limiterò a dire che è il capovolgimento di prospettiva collocato più o meno a metà del girato, il vero colpo di genio del regista, che ci fa vedere improvvisamente un altro film, pur mantenendo invariato lo stilema del rapporto vittima-carnefice. Ho trovato poi questo film molto filosofico, proprio nel trattare il tema dell'Alteritá (alterità del Femminile per il Maschile, del Male per il Bene, della Verità per la Menzogna, dell'Umano per l'Inumano, etc.). Filosofico nel senso di Sartre, dell''enfer sont les autres', non importa se al di là o al di qua delle sbarre della prigione che ci imprigionano. Inoltre uno dei protagonisti, Seth, custode di un canile di una anonima metropoli statunitense, è peraltro già imprigionato all'interno di una solitudine quasi autistica, esattamente uguale all'autismo in cui è isolata Holly, l'altra protagonista, che fa la cameriera in un banalissimo drugstore della stessa città. Seth e Holly (lui un Dominic Monaghan che è in grado di rivestire perfettamente bene i panni di un soggetto inibito, ossessivo e solo; lei una Ksenia Solo fredda come un ghiacciolo, ma nel senso del "ghiaccio bollente") sono prigionieri chiusi in due fortezze diverse, che si trovano un giorno in contatto, per una pura fatalità. Ma si tratterà sempre, fino al tragico epilogo, di un contatto impossibile, di una distanza incolmabile, di uno scarto impossibile da sanare tra queste due Alterità. 

L'unico linguaggio possibile, l'unico codice comunicativo che i due membri di questa coppia possono utilizzare, è appunto quello della perversione, del feticcio che si fa oggetto inanimato, o comunque reso non umano, come unica via perché l'amore possa esprimersi. Un Amore che non è Amore, naturalmente, e d'altra parte cos'è l'Amore, sembra domandarsi Torrens mentre fissa i primi piani di Holly e Seth per accompagnarne i toccanti, acidissimi, sferzanti dialoghi, tutti imperniati, appunto, sul tema dell'amore e della sua consustanziale impossibilità. 

Oltre a Sartre, "Pet" mi ha fatto certamente pensare a Lacan, proprio a quel Lacan che afferma che "Amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole", aforisma paradossale che chiama in causa l'Io come soggetto continuamente decentrato da sè, sempre alla ricerca di un Altro che gli faccia da specchio narcisistico, nell'inconsapevolezza che questo "specchio" si è rotto da tempo, oppure non c'è proprio mai stato. Le ultime, tragiche, inquietanti sequenze del film, ci dicono proprio questo, ci parlano infatti di una relazione umana fondata sul non riconoscimento, sul non rispecchiamento, sul grado zero dell'empatia come fondamento paradossale della relazionalità. 

“Pet” non è un film che può definirsi un capolavoro. Sono presenti nella pellicola molti scivoloni dovuti non saprei neanche dire a cosa: superficialità? Impulsività/focosità ispanica? Giovane età del regista? Peraltro Torrens a soli 32 anni mette in pista un circo emotivo non da poco, perbacco, e quindi possiamo pure perdonargli certi svarioni. Mi riferisco alle sequenze della morte cruenta di Nate, l'obeso poliziotto, che non ci sta affatto simpatico e che fin dall'inizio ci immaginiamo subito dovrà fare la fine che si merita. Tali sequenze sono obiettivamente tagliate a colpi di scure da un novantenne epilettico, più che lavorate al cesello da un giovane regista trentaduenne, e non ne capiamo davvero il motivo. Tutto sommato anche l'identificazione di Seth con il suo alienante lavoro di custode di cani destinati ad essere soppressi via iniezione letale,  poteva essere trattato con psicologia più raffinata, considerato il fatto che tutto il resto dei comparti (luci, sonoro, allestimento, etc.) sono tutti molto curati, in particolare la luce, sempre asciutta e limpida, come a voler dire “questa è la realtà, caro spettatore”. 

Ma Torrens si riscatta alla grande soprattutto nella traduzione complessiva della sceneggiatura molto intrigante di Jeremy Slater, e nei dialoghi, che sembrano scritti da uno psicoanalista lacaniano (come accennavo appunto più sopra). Dialoghi corrosivi, altalenanti, puro linguaggio della perversione, linguaggio dissanguato, dissociato completamente dall'affetto, e sfociante nella magistrale sequenza del dito, tanto inverosimile quanto potente se guardata da un versante puramente simbolico. Non so se Torrens avesse in mente sottotesti psicologici particolari, ma la visione di questo film mi ha fatto pensare alla perversione, al conflitto, all'ambivalenza inconscia presenti in molte coppie "normali", anzi, per dirla con lo psicoanalista inglese Christopher Bollas, "normotipiche", coppie il cui legame è fondato sul rancore, non tanto sull'amore, e nelle quali il rapporto si fonda sulla sopraffazione. “Pet” ha alcuni grossolani difetti stilistici (soprattutto nella seconda parte del film), che tuttavia è egregiamente capace di farci dimenticare attraverso la focalizzazione molto mirata ed efficace sull'interazione di una coppia intossicata da emozioni impensabili e naturalmente catastrofiche. Un film che chiude in bellezza il 2016 degli eventi cinematografici del genere Perturbante a noi caro.   

Regia: Carles Torrens Soggetto e Sceneggiatura: Jeremy Slater   Cast: Dominic Monaghan, Ksenia Solo, Jenette McCurdy, Da'Vone McDonald, Nathan Parsons, Janet Song.   Nazione: Spagna, USA  Produzione: Magic Lantern, Revolver Picture Company Durata: 1h, 34 min.


lunedì 26 dicembre 2016

The Autopsy of Jane Doe, di André Øvredal (2016)




Mentre indaga su una serie di efferati omicidi avvenuti all'interno di una villetta della provincia americana, lo Sceriffo Sheldon e il suo staff sono molto perplessi dal ritrovamento, nel seminterrato della stessa casa, dal corpo di una giovane donna che non ha nessun rapporto con la famiglia massacrata. Sheldon porta il cadavere della bella sconosciuta, soprannominata per l'occasione con il nome di Jane Doe, dall'anziano ed esperto medico Tommy Tilden, che insieme al figlio Austin Tilden, anch'egli medico, si mette al lavoro durante la notte, per poter dare qualche risposta a Sheldon. Austin dovrebbe in realtà uscire per andare al cinema con la fidanzata Emma, ma decide di rimanere col padre per dargli una mano. Nel corso di una notte tempestosa che col passare dei minuti si abbatte sulla città, durante l'autopsia effettuata sul cadavere della giovane donna, padre e figlio si imbatteranno in inquietanti e pericolose scoperte...

" The Autopsy of Jane Doe" è un film vecchia maniera, che si fa guidare da quell'antico spirito perturbante nato dalle radici della cultura popolare statunitense. Un Perturbante che nasce dal rapporto dell'uomo con il mistero della Natura, quella Natura ignota e ostile che i primi coloni stanziati nel New England intorno al 1700 si trovarono a dover affrontare in tutte le sue forme angoscianti. Senza voler produrre, come si dice, "spoiler" circa l'intreccio drammaturgico di questo film molto apprezzabile, possiamo senz'altro dire che Jane Doe porta egregiamente avanti il filone horror iniziato da "The Blair Witch Project" nell'ormai lontano 1999, e poi continuato altrettanto egregiamente da "The Witch", di Robert Eggers (2015). 

Evidenziate preliminarmente le radici antropologiche ispirative perturbanti di "The Autopsy of Jane Doe", occorre sottolineare che il regista André Ørvedal, tratta tale materiale in modo nuovo e sulla base di una sceneggiatura (scritta da Ian Goldberg e Richard Naing) a tratti un pò tagliata a colpi di scure, ma che in molti altri punti regala inquietudini raffinate e ben orchestrate. Sul piano della scrittura filmica, ad esempio, il viraggio verso il sovrannaturale, che avviene nella seconda parte del film, è ben costruito sul piano delle tempistiche narrative, ma poi si incarta nel chiuso di un bagno (mi riferisco alla sequenza dell'improvviso attacco della "creatura" al vecchio coroner che si sta lavando le mani nel lavabo, mentre il figlio Austin è nell'altra stanza), bagno dal quale il film poi non esce più, metaforicamente, fino alle ultime sequenze, purtroppo. Ma nonostante questi aspetti determinati da una scrittura che desidera andare "in fondo alla storia", catturata dalla tentazione dello "spiegone" storico a tutti i costi, il film riesce comunque a costruire atmosfere cupe e a generare curiosità nello spettatore aprendosi ad un uso del gore molto raffinato e mai urlato. Sono inoltre presenti omaggi (inconsapevoli? Non credo proprio) al genere horror cinematografico più classico, vedi la sequenza della morte di Emma, circondata dalle luci diafane del seminterrato, che ricorda un certo Fulci, ma anche un certo Raimi, pur depurati da stilemi derivativi e appesantimenti cui facilmente si potrebbe incorrere, trattandosi di una materia così facilmente degradabile. 

Credo però che il pregio maggiore di questo lungometraggio consista nel trattare il ritrito tema della possessione attraverso modalità originali, utilizzando certo una notevole dose di mistificazione e di sberleffo rivolto allo spettatore, che è portato a considerare il film, ad una prima occhiata, come un thriller, per poi vedere tutto un altro film, molto lontano da un thriller, ma che comunque mantiene sempre un elevato tenore perturbante. A tale riguardo le luci di Roman Osin aumentano il grado di inquietudine già presente in una scenografia molto ben allestita: la vecchia casa dei Tilden non nasconde infatti il suo passato, il suo vissuto familiare caratterizzato da questa strana "inseparabilità" di padre e figlio, senza una madre, forse continuamente rivista, "riconosciuta" nei cadaveri sui quali lavorano i due, giorno dopo giorno, quindi molto più presente di quanto ci si possa immaginare. Forse è proprio lei, Jane Doe, quella madre, che non vediamo mai, neppure in qualche ingiallita fotografia d'altri tempi, ma che ritorna nel corpo martoriato di Jane, vecchia e insieme nuova strega, come una madre, appunto. Una madre, in fondo, è - anche- sempre un pò una strega. 

La riflessione sulla corporeità è un altro elemento che fa segnare a questo film un punto decisivo nella gara eterna con altri film dello stesso genere, a noi preferito. Una corporeità mostrata nella sua nudità organica, senza nessun intento esibitivo o in stile torture-porn. Le torture sono evocate, fatte immaginare, e forse proprio per questo sono ancor più cruente, se pensate su una giovane e ignara donna come Jane. La corporeità, i suoi fluidi, il sangue, il cuore, il cervello, sono qui inoltre mostrati attraverso modalità molto lontane da uno stile francese tipo "A' l'intérieur" (2007) o "Martyrs" (2008), esempi nei quali interno ed esterno del corpo collassano diventando una metafora dell'invasione del confine dell'Io (altro tema peraltro "topognomonico" di un Perturbante classicamente inteso) da parte di un "male" che arriva da un esterno potente, violento quanto ignoto. Qui invece il Male è all'interno di un corpo studiato, analizzato da un'ottica scientifica, fredda, anatomopatologica (fino alla fine il vecchio Tommy dirà dei cadaveri redivivi: "Ma questi sono solo corpi!"). Un corpo perfettamente conservato all'esterno e che mostra il male che alberga al suo interno proprio attraverso la testimonianza medico-legale, attraverso la evidence based medicine. Un vero capovolgimento di prospettiva, potremmo dire, che si spiega ovviamente solo con un sovrannaturale che sovverte il tempo storico della morte, mantenendo in vita la vita ma solo come involucro che conservi il tramandarsi dell'odio, della vendetta, della memoria del sopruso. 

"The Autopsy of Jane Doe", ci parla quindi di tutti i soprusi. Ci parla delle morti anonime, delle prostitute uccise sui bordi delle tangenziali per vendette tra clan mafiosi, dei bambini annegati sui barconi al largo di Lampedusa, degli adolescenti delle banlieu o delle favelas massacrati dalle droghe e da una violenza insensata. Tutti loro, come la bella, giovane "strega" interpretata da una perfettamente cadaverica Olwen Catherine Kelly, sono delle Jane Doe, nome anonimo, impersonale, come impersonale è il Male che richiama in vita una loro impossibile domanda di risarcimento. 
"The Autopsy of Jane Doe": da vedere.  

Regia:André Ørvedal  Soggetto e Sceneggiatura: Ian Goldberg, Richard Naing  Fotografia: Roman Osin Montaggio: Patrick Larsgaard, Peter Gvodzas Cast: Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton, Olwen Catherine Kelly, Jane Perry, Parker Sawyers  Nazione: USA Produzione: 42, IM Global, Impostor Pictures Durata: 1h e 39 min.


domenica 18 dicembre 2016

Anish Kapoor

Roma, Macro, Via Nizza, 138
martedì/domenica, 10,30-19,30
Biglietto: 11 Euro (ridotto: 9 Euro)