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martedì 3 maggio 2016

The Invitation, di Karyn Kusama (2015)



Invitato ad un dinner party dalla sua ex moglie, Will comincia a sospettare che i nuovi padroni della sua vecchia casa non abbiano buone intenzione nei suoi confronti e verso tutti gli amici presenti...

Regia: Karyn Kusama  Soggetto e Sceneggiatura: Phil Hay, Matt Manfredi Cast: Logan Marshall-Green, Tammy Blanchard, Emayatzy Corinealdi, Michiel Huisman, Lindsay Burdge, John Carrol Linch, Jay Larson, Mike Doyle.  Nazione: USA Produzione: Gamechanger Films, Lege Artis Durata: 1h e 40 min.

"The Invitation" è un thriller metafisico (non possiamo propriamente definirlo un horror) che nel corso del suo svolgersi si trasforma sempre più profondamente in riflessione sul lutto patologico, un lutto che per sovramercato è quello per un figlio morto, da parte di una coppia, quella di Eden e Will, ormai separata da alcuni anni (Logan Marshall-Green nei panni di Will sembra un Cristo crocifisso da una Tammy Blanchard-Eden completamente intossicata dal suo stesso narcisismo distruttivo: mai scelta di casting fu più azzeccata). Tale poetica ci viene tuttavia nascosta per quasi tutto il tempo, squadernandosi invece completamente negli ultimi 15-20 minuti, coincidenti poi con un vero e proprio bagno di sangue che non ci saremmo aspettati, quantomeno di tali dimensioni. Ho scritto "metafisico" perché la regista Karyn Kusama declina tutta la grammatica dello script sul piano della costruzione di un'atmosfera paranoide e surreale, entro la quale si muovono personaggi tra di loro apparentemente molto familiari: i personaggi sulla scena si conoscono tutti da tempo, sono vecchi amici, a parte la giovane Sadie e l'enigmatico Pruitt che ci appaiono subito come oggetti bizzarri rispetto all'amalgama del gruppo. Eden organizza una festa nella sua casa sulle colline di Los Angeles, invitando il suo ex-marito, Will e la sua nuova compagna, Kira.

All'inizio tutto appare soavemente amichevole. Il compagno di Eden abbraccia Will; un vecchio amico della coppia si lancia in volgarità goliardiche che fanno ridere tutti; si brinda; ci si accomoda mollemente sui divani del salotto. Poi, lentamente, dopo lunghi piani sequenza sui vasti ambienti della casa, sui corridoi in penombra, sulla piscina azzurrognola, sulle colline illuminate che circondano la villa, il surreale, il metafisico, come in un quadro di De Chirico di nuova fattura, irrompe sulla scena, attraverso la comparsa di un breve video che David (il nuovo compagno di Eden, interpretato da un Michiel Huisman davvero sottilmente perverso) decide di mostrare al gruppo di amici: il video riprende una donna distesa in un letto che esala il suo ultimo respiro, mentre una sorta di santone post-moderno propone alcune sue considerazioni non particolarmente profonde sulla morte e sulla possibilità di liberarsi da ogni sofferenza. Eden e David plaudono a tale raggelante visione, mentre il gruppo di amici, Will soprattutto, rimangono attoniti e imbarazzati di fronte alla piega incomprensibile che sta prendendo la serata. Subito dopo lo stesso David  propone a tutti un gioco che consiste nell'esprimere, da parte di ciascuno, un desiderio che vorrebbe realizzare lì, quella sera. Anche qui il surreale la fa da padrone: Eden desidera baciare sulla bocca il vecchio amico Ben, e lo bacia davvero, mentre Sadie che ha sempre più l'aria di una sgualdrinella da due soldi capitata lì nessuno sa per quale motivo, afferma che il suo desiderio è quello di amare tutti i presenti. Di seguito Pruitt racconta col sorriso sulle labbra della morte della moglie, causata inavvertitamente da lui durante un violento litigio con lei. 

A questo punto lo script subisce un essenziale avvitamento sul registro della paranoia. Una delle partecipanti al gruppo decide di andarsene, si sente molto imbarazzata, non se la sente di restare. David insiste che rimanga, Will mette a tacere il compagno di Eden, e la donna se ne va, seguita da Pruitt  che deve spostare la sua automobile parcheggiata dietro quella della donna. Da qui in poi il narrato diventa tutto un susseguirsi di dialoghi sotto forma di battibecchi tra Will, Eden, e David, in un andamento schizo-affettivo che aumenta a vista d'occhio la tensione. La paranoia sale, qualcuno insinua che i due ospiti appartengono ad una setta, e Will comincia a sentirsi molto confuso e spaventato. Si aggira per la casa nella quale ha abitato in anni passati con moglie e figlio, ricorda il volto del suo bambino, attraverso immagini struggenti che il regista colloca in alcuni punti nodali della storia (vedi il flashback "edipico" in cui Will ed Eden sono nella vasca da bagno, e il figlio li sorprende in atteggiamenti teneramente erotici).

Fino al settantesimo minuto tutto procede su un registro esistenzialistico-metafisico, cioè non accade nulla se non sul piano di dinamiche gruppali stranianti, e il girato appare come teatrale, statico. Il viraggio catastrofico arriva inaspettatamente a circa 15 minuti dalla fine del film, durante la bellissima sequenza del brindisi, il cui drammatico, sconvolgente seguito è girato con un uso del ralenty perfetto, toccante, un ralenty cadenzato da note cupe, lente, funeree. È proprio tra prefinale e finale che il tema del lutto persecutorio si mostra come il cuore pulsante, ferito a morte, di tutto il film. Kusama, inaspettatamente, dopo un "Jennifer's Body" (2009) che non aveva lasciato un segno significativo, ci mostra invece, con artiglio da pantera, il segno, il marchio a fuoco del lutto, e lo fa senza nessun velo, "a cuore aperto" potremmo dire, e senza mai toccare le corde di un romanticismo manieristico o di qualsivoglia tipo, tenendosi lontano da sequenze gratuitamente lacrimevoli (a partire dalla morte del figlio di Eden e Will, le cui modalità rimangono avvolte nel mistero).

La fine di Eden, sdraiata sull'erba del giardino è una rappresentazione emblematica di questa scelta stilistica tutta centrata sul tema del dolore mentale e della sua pensabilitá/impensabilitá. "The Invitation" è un'altra bella, intensa, indimenticabile prova del nuovo corso cinematografico perturbante statunitense. Un film al quale mi sono avvicinato con cautela, avendone letto fin troppo bene da più parti, ma che ho trovato molto intenso e tecnicamente raffinato, in particolar modo dal punto di vista di una scrittura filmica altamente poetica e incisiva nel creare atmosfere emotive che Melanie Klein credo definirebbe senz'altro "schizo-paranoidee" allo stato puro. Atmosfere che avvelenano le menti dei protagonisti e dei padroni di casa (Eden e David), e che tendono a contagiare il gruppo intossicandone i legami e le relazioni. Tale rappresentazione della paranoia come fenomeno di gruppo (anche religioso, anche politico, anche aziendale ad esempio) è molto suggestiva e anche scientificamente fondata, se guardata da un punto di vista ad esempio psicoanalitico. Basti leggere alcuni testi significativi in merito al funzionamento mentale dei gruppi (vedi, W.R. Bion, 1958 E. Jaques, 1990, R. Kaes, 2009 etc.) per rendersi conto che "The Invitation" ha a tale proposito molto da dire, anche a psicoanalisti, gruppo-analisti, terapisti di coppia e figure affini. Ha molto da dire in ogni caso, e a tutti, quindi lo consiglio vivamente. 


venerdì 22 aprile 2016

The VVitch - A New England Folktale, di Robert Eggers (2015)






New England, 1630: William e Katherine conducono una vita cristiana devota, e proprio perché ritenuti eccessivamente ortodossi, vengono cacciati dalla comunità di cui fanno parte. In totale solitudine, la famiglia, composta da padre, madre, Thomasin, ragazzina adolescente, Caleb, preadolescente e altri tre figli, di cui un neonato, Samuel, arriva in una appezzamento di terra che prova a coltivare, ai margini di un bosco difficilmente praticabile. Quando il loro figlio neonato scompare misteriosamente e i loro raccolti non danno nessun frutto, tutti i componenti del gruppo familiare cominciano a percepire che eventi sinistri si stanno abbattendo su di loro. 'The VVitch' è il ritratto agghiacciante di una famiglia sola e disperata, vista all'interno delle proprie paure e ansie, che la lasciano in preda a un male inesorabile. 


"The VVitch" è una tragedia familiare ambientata nel selvaggio New England del diciassettesimo secolo, e un esordio cinematografico grandioso da parte del giovane regista Robert Eggers a cui va tutto il merito di un film che non possiamo definire semplicisticamente "horror", ma che va appunto iscritto nella categoria estetica del tragico, con tutte le suggestioni del caso. Come avrete notato è da tempo che non frequento il blog perché non trovo il tempo materialmente adeguato da dedicare alla visione e alla recensione di film che reputo meritevoli di attenzione. Ma di fronte a un'opera di questa portata, mi diventa necessario sgomberare il tavolo da carte e cartacce inutili e trovare il tempo per rifletterci sopra adeguatamente. "The Witch" è riuscito a farmi uscire da un lungo periodo in cui il tempo della scrittura sembrava per me molto lontano: di questo innanzitutto ringrazio Eggers, ma soprattutto ringrazio i protagonisti di questa storia di stregoneria dell'oscuro '600 anglo-americano che sembra più disegnata dalla mente di uno Shakeaspeare che da un Eggars contemporaneo qualsiasi. 

Respiriamo qui, infatti,  la cultura e il pensiero magico del tempo, nel quale la natura è vista dall'uomo con gli occhi di un animismo primitivo assoluto, assecondato da un credo religioso delirante, assolutistico, che impregna le menti di tutti i componenti della famiglia, allevati nel più stretto rigore moralistico cristiano. I protagonisti, dicevo, sanno interpretare lo Zeitgeist in maniera mirabile: il giovanissimo Caleb in particolare, vera figura sacrificale che si assume sulle spalle tutto il peso del moralismo magico-fideistico distruttivo che deturpa tutto il sistema familiare in cui vive, moralismo fondato e trasmessogli naturalmente dal padre. La sequenza della possessione di Caleb è tra le cose più intense e perturbanti che abbia mai potuto vedere da molti anni a questa parte. Parliamo di inquadrature e piani sequenza che hanno la potenza pittorica di un Mantegna, soprattutto grazie alla fotografia sublime, eterea e insieme terrea di Jarin Blaschke, che sa portarci indietro di 300 anni avvolgendoci i luci e colori pallidi, sfumati, conferendo al volto di Thomasin tutto il senso tragico di un'adolescenza in fiore che sta per essere travolta dal dramma. 

Credenza religiosa, delirio, psicosi, si fondono insieme mentre fa da sfondo una natura completamente altra, rappresentante di forze aliene all'umano e che desiderano solo infliggere all'umano l'umiliazione della sua totale impotenza di fronte al male, all'insensato. 
Thomasin, la giovane figlia adolescente di Katherine e Will, cacciati dalla Comunità religiosa dove risiedevano perché ritenuti "estremisti", è il simbolo del "peccato" che fiorisce coi suoi seni prosperosi agli occhi del desiderio incestuoso del fratello Caleb: è dalla sessualità che passa il messaggio della Natura-Strega, e la sequenza in primo piano laterale del bacio della strega a Caleb, nell'oscurità minacciosa del bosco, contrappuntata dai sinistri, dissonanti suoni di strumenti a corde orchestrati divinamente da Mark Korven, è un'immagine esemplare, patognomonica di questo intreccio simbolico-archetipico primitivo, fondativo dello spirito di quel tempo. 

Eggers sa ricostruire quegli ambienti, quella mentalità intrisa di credenza magica allo stato puro, nella quale realtà e fantasmi demoniaci davvero erano creduti coabitanti effettivi della comunità umana: è il tempo in cui le fiabe sono intese come "fatti realmente accaduti" e guidano il pensiero dei protagonisti.

Dicevo che il film non è da considerarsi semplicemente un "horror", ma contemporaneamente lo è, e determina, istituisce, svela e trasmette angosce che definirei filogenetiche: le angosce dei nostri padri, dei nostri nonni e bisnonni, e degli avi nati prima di loro. Grandi suggestioni perturbanti, che arrivano da un passato molto lontano ci porta nelle nostre case ipertecnologiche questo regista così giovane tanto quanto geniale, bravo, attento ad ogni minimo particolare, non solo in fatto di ricostruzione storica (costumistica, linguistico-dialogica, ambientale e di allestimento scenico), ma anche di resa raffinatissima della psicologia dei personaggi, veri coloni del New-England, a tal punto che immagini che un colono di quel periodo e di quella zona geografica non potrebbe che essere stato così, come lo vediamo nel film.

Il tutto può apparire molto devozionale: i dialoghi sono tutto un "Io confesso", "Io prego Dio", "Siamo nati nel peccato", etc. ma è più che certo che Eggars abbia lungamente studiato la cultura di quel tempo e con molta attenzione, anche sul piano antropologico relativamente alle metodiche agricole dell'epoca. 

Nel film il Male arriva subdolo, prima mediato dalle parole di Thomasin durante un litigio coi due piccoli fratelli gemelli nella sequenza del ruscello, poi attraverso le cantilene canticchiate dai gemelli stessi, poi ancora dall'incontro (bellissima, struggente sequenza che ho guardato almeno tre volte consecutive) di Caleb con la strega, nel bosco.Il Male prende varie forme, come recita il sottotitolo che troviamo in locandina, e soprattutto ha la forma del "coniglio, del gatto, del lupo, della cornacchia, del montone e del cane nero", come urla Caleb steso sul suo giaciglio di paglia, posseduto dallo spirito della strega, prima di morire, tra gli urli disperati di sua madre. 

La funzione paterna di Will a questo punto subisce un crollo, un'implosione irreversibile, drammatica, una funzione paterna che vira in paranoia: non si fida più dei suoi figli, potrebbero essere tutti demoni, forse non li ha fatti lui, e a un certo punto chiede addirittura alla moglie di portarle l'accetta per uccidere come avrebbe fatto Abramo con Isacco, i suoi figli. Sì, perché qui non c'è nessun Dio che dall'alto fermerebbe la mano di Abramo. L'avvitamento catastrofico cui va incontro gradualmente la famiglia di Will è anche segnalata in modo molto raffinato, dal sottile cambiamento del registro linguistico. Eggers ci fa assistere e ci abitua dapprima a dialoghi tutti declinati sul piano del religioso ("Siamo nati nel peccato", "Preghiamo Dio e la sua Provvidenza perché ci liberi dei nostri peccati", "Ringraziamo Dio di cui siamo servi infedeli", etc. etc.), dialoghi che, dopo l'incontro con la strega, col Maligno, si trasformano in linguaggio in cui si infiltra la scurrilità sotto forma di una sessualità che fino ad allora era rimasta scissa e separata da tutto il resto del Sè dei protagonisti ("Godi ad avere la tua lingua in bocca a quella del Maligno!", urlarà Will a Thomasin nella sequenza in cui non si fida più dell'innocenza della figlia, immaginandosela come un strega). 

Tutto il film gioca su un Perturbante che trasforma il familiare in straniamento potente, mediato dal tema della sessualità come veicolo di morte e distruzione. Direi che proprio questo è il nucleo organizzatore centrale del film. Il patto narcisistico-psicotico-religioso che lega insieme questa famiglia, viene rotto dall'adolescenza di Thomasin e dalla preadolescenza di Caleb, dei quali vengono mostrati subliminalmente le fantasie incestuose e conflittuali, che fino a un certo punto rimangono compresse come esplosivo in una pentola a pressione sul fuoco, contenitore costituito dall'insieme dei valori religiosi, che poi esplodono utilizzando l'immaginario sovrannaturale per liberarsi selvaggiamente attraverso il personaggio-enzima della strega. 

La strega (The VVitch) è un oggetto evocativo, un personaggio a metà tra interno alla mente dei protagonisti (soprattutto i bambini e gli adolescenti della famiglia, non dimentichiamolo), e un oggetto esterno, "reale". La strega è un'allucinazione collettiva, tanto quanto la religiosità fondamentalista e costrittiva è un delirio collettivo. 

"The VVitch" è un'opera plurisfaccettata, opera d'arte pura, pura estetica del Perturbante allestita in modo drammaturgicamente avvincente e magistrale da un giovane regista che seguiremo da qui in poi con grande, grandissima attenzione, perché è rarissimo trovare una simile competenza e un simile rigore (di tipo kubrickiano) nel trattare a 360 gradi tematiche di script così differenti e così delicate (il tema storico, il tema perturbante, il tema-sottotesto religioso, il tema psicologico e la caratterizzazione addirittura bergmaniana dei dialoghi intensi, sofferti, tragici, tra i vari personaggi sulla scena). Film da non perdere, per nessuna ragione al mondo. 

Regia: Robert Eggers Soggetto e Sceneggiatura: Robert Eggers Fotografia:  Jarin Blaschke Musiche: Mark Korven  Cast: Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw, Lucas Dawson, Ellie Grainger, Julian Richings, Bathsheba Garnett  Nazione: USA, Canada  Produzione: Parts and Labor, Rt Features, Rooks Nest Entertainment Durata: 1 h e 32 min.



mercoledì 16 marzo 2016

Quali alibi?

Dal momento che non ho alibi rispetto alle mie sempre più lunghe assenze dal blog (cosa che mi dispiace davvero moltissimo, anche perché ciò va in parallelo con la scarsità di tempo da dedicare alla visione di film che vorrei vedere, e di cui ho già detto nei post precedenti), mi consolo con una pausa musicale in tema di alibi. Spero di tornare qui presto a scrivere di Cinema e di Perturbante. 
P.S. Il mio libro sul Perturbante procede, seppur lentamente: vi informerò sugli sviluppi dei lavori (informazioni che potete trovare anche sulla mia pagina FB, segnalata dal mio badge qui a destra). 


domenica 24 gennaio 2016

The Diabolical, di Alistair Legrand (2015)



Una giovane madre e i suoi due figli (un bambino e una bambina) si svegliano tutte le notti terrorizzati da una indefinita quanto malefica presenza che sembra abitare la casa in cerca di una pace che non riesce a trovare. Tale presenza prende forme varie, ma quella nella quale sembra rinvenire un suo modo di essere particolarmente congeniale, è quella di un cadavere carbonizzato che tende le sue mani sofferenti ma anche mosse da una furia cieca, verso i tre abitanti della casa. Madison, la mamma dei due bambini, troverà in un giovane insegnante, Nikolai, un aiuto concreto per combattere contro lo spirito che li perseguita...

Diamo la stura alle recensioni 2016, dopo tanto, troppo silenzio del "critico" perturbantofilo che abita in me, divenuto improvvisamente silenzioso come un pesce abissale dei Sargassi, soprattutto per motivi di tempo e di impegni variegati che non sto qui a enumerare. Cominciamo quindi con questo "The Diabolical" di Alistair Legrand, 2015, che a mio avviso si merita una menzione sulle strade sterrate di questo mio territorio. 

"The Diabolical" è un'opera perturbante che ha tecnicamente molti difetti, secondo me derivanti essenzialmente dall'inesperienza di un giovane regista che però ce la mette tutta e senza alcuna presunzione (oppure con la presunzione che si può decisamente scusare ad un giovane regista di genere). Il film può ad esempio risultare  molto lento per i più, autocompiaciuto nel soffermarsi su inquadrature a piano medio che vorrebbero generare inquietudine ma alla fine non evocano emozioni di particolare rilievo (vedi la sequenza dell'asciugatrice della lavanderia, oggetto elettrodomestico che prende vita motu proprio). Altro esempio è rappresentato dal monstrum phantasmaticum, il quale, a parte le ottime finiture effettistiche e di make up, non risulta particolarmente nuovo, nonostante il riferimento alle ustioni corporee, aspetto trattato con delicata evocatività, e che quindi va secondo me apprezzato.

"The Diabolical" gioca su un Perturbante completamente "atmosferico": E' come se il regista, paragonabile ad un pilota di mongolfiere, ci guidasse in un viaggio in pallone, facendoci attraversare l'aria rarefatta di nuvole che, di volta in volta, sono nembi molto fitti e oscuri, che a tratti diventano cirri sottili, e poi cumuli svaporanti nell'aria tersa, per poi ridiventare addensamenti meno rarefatti, più spessi ma comunque cangianti. Il tocco registico di Legrand, così come il suo modo particolare di interpretare il sovrannaturale evocato dal narrato perturbante, appaiono come estremamente delicati, vedasi la sequenza dei dadi da gioco che si alzano dal tavolo, e quella successiva in cui tutti gli oggetti inanimati, in particolare gli elettrodomestici, prendono vita trasformando il quotidiano in estraneo e malefico. Intendo dire che Legrand procede a piccoli passi, ma va dritto verso il cuore stesso del Perturbante come genere artististico-narrativo, cioè a quel "nucleo particolare" della psicologia relativa alla fruizione artistica, di cui ci ha parlato Freud nel suo celebre saggio (Freud, 1919, pag. 81). L'aspetto più interessante del film credo infatti consista nella sua capacità di ritornare alle origini del Perturbante, anche nella sua accezione psicoanalitica.

Parlando di psicoanalisi, e tornando alla sequenza in cui gli oggetti domestici prendono vita passando da un rassicurante "inanimato" ad un inquietante "animato", mi è tornato ad esempio alla mente uno scritto di Melanie Klein del lontano 1929, e cioè il saggio “Situazioni d'angoscia infantile espresse in un'opera musicale e nel racconto di un impeto creativo” (1929), nel quale la Klein ci parla di un'opera di Ravel, L'Enfant et les sortilèges, partendo da una recensione dell'opera di Eduard Jakob sul “Berliner Tageblatt”. L'opera vede sulla scena un bambino, che, costretto dalla mamma a fare i compiti, si arrabbia furiosamente e mette a soqquadro la stanza. Ecco la descrizione da parte della Klein dei comportamenti del bambino, sulla falsariga dell'articolo di Eduard Jakob “...va a tempestare di pugni la porta, spazza via dal tavolo la tazza e la teiera mandandole in frantumi. Si arrampica su un sedile posto nel vano della finestra, apre la gabbia dello scoiattolo, cerca di colpirlo con la punta della penna(…) Poi urlando brandisce le molle del camino, le agita, sconvolge furiosamente le braci nel focolare, fa rotolare a calci il bollitore per tutta la stanza, che così è invasa da una nuvola di cenere e di vapore.” La furia cieca del bambino dell'opera di Murice Ravel, si arresta solo nel momento in cui gli oggetti "maltrattati" prendono vita e si vendicano col piccolo, ad esempio impedendogli di sedersi, di muoversi e, infine, spaventandolo a morte. Naturalmente la Klein in questo scritto non pone particolarmente l'accento su quel "nucleo particolare" che è il Perturbante secondo la definizione di Freud, poichè la Klein era interessata a portare avanti la sua interpretazione teorica dell'aggressività infantile, tenendosi ben lontana quindi (almeno negli anni in cui scriveva questo articolo) da una riflessione estetica sul Perturbante. "The Diabolical" sembra appunto una sorta di riedizione postmoderna dell'opera L'Enfant et les sortilèges di Ravel, mette cioè in dialettica Infanzia ed elemento angosciante/perturbante. Ecco dunque perchè alcune sue sequenze mi hanno evocato lo scritto della Klein (che inconsapevolmente tocca molto da vicino questi temi a noi cari, senza tuttavia mai nominarli direttamente).

Un film che si muove con tale delicatezza estetico-narrativa nei territori odierni, così dominati dal business delle grandi, solite, noiose e avide case di produzione, merita quindi, di per sè una menzione particolare, a maggior ragione se proviene da oltreoceano e da un regista giovane e alle sue prime esperienze artistiche. 

Dal punto di vista tecnico possiamo dire che tutta la storia è decisamente impreziosita da alcuni accorgimenti assai degni di nota, ad esempio da un uso imprevedibile del ralenty (come nella sequenza della fuga su per le scale, con il fantasma che appare di punto in bianco dietro i quattro protagonisti), nonché da un uso accorto e pastellato della fotografia (di John Frost) e, come già detto, del make-up. Il montaggio (di Blair Miller) segue con adeguata lentezza la vicenda, concatenando le situazioni senza quella frenesia epilettica che caratterizza inutilmente e sgradevolmente molto cinema horror contemporaneo.  La crew di Legrand se la prende cioè molto comoda, a mio avviso fin troppo - e questo è un difetto non da poco del film come dicevo più sopra, che però viene compensato da altri elementi-, rimanendo volutamente a lungo "sul pezzo" e dedicandosi con tutta la cura possibile alla creazione di un mood perturbante, straniante e teso all'apertura verso possibili significati ignoti, piuttosto che alla chiusura frettolosa di ricorsivi climax di genere. 

Per finire, due parole sul cast, che vede una Ali Larter (Madison, la giovane mamma perseguitata insieme ai suoi figli dal fantasma carbonizzato) che non spreca la sua bellezza in inutili moine, bensì rimane salda nel suo ruolo di donna alle prese con difficoltà esistenziali di non poco conto. Anche i bambini (Chloe Perrin-Haley, e Thomas Kuc-Danny) e l'amico scienziato di Madison, Nikolai (Arjun Gupta) sono molto bravi, soprattutto nel non dare voce a cliché interpretativi risaputi.

In sintesi "The Diabolical", pur con le sue lentezze e con alcune asperità di sceneggiatura (in particolare quelle che presentano una ricostruzione piuttosto contorta delle origini dello spirito infestante), è un film che riattiva l'elemento sovrannaturale all'interno della cinematografia perturbante in modo originale, ispirato, ed è un film complessivamente ben condotto sotto ogni profilo. Film dunque da vedere, proprio come buon auspicio per il nuovo anno cinematografico horror appena nato. 

Regia: Alistair Legrand Soggetto e Sceneggiatura: Luke Harvis, Alistair Legrand Fotografia: John Frost  Montaggio:  Blair Miller  Musiche: Ian Hultquist   Cast:  Ali Larter,  Chole Perrin,  Thomas Kuc, Arjun Gupta  Nazione: USA  Produzione: Campfire  Durata:  86 min.  


sabato 19 dicembre 2015

Strenne natalizie 2015

                         


E' da parecchio tempo che lascio il blog in un angolo della mia mente, complici i soverchianti impegni lavorativi, il lavoro coi pazienti, le pubblicazioni in corso (un articolo appena uscito sulla Rivista di Psicoanalisi, un libro scritto con alcuni colleghi, che uscirà sperabilmente entro la primavera del 2016, una mia recensione sulla rivista Gli Argonauti, la scrittura di un mio libro sull'attualità del Perturbante freudiano, lavoro che mi porta via tempo ed energie inenarrabili). Il blog ne risente, non c'è dubbio, ma forse si profila uno spiraglio, che si intravvede nelle vacanze natalizie che stanno cominciando a gettare le loro luci nell'oscurità afosa dei mille lavori in corso. Approfittando di queste deboli luci, ecco dunque alcuni modesti suggerimenti letterari e "visionari" per i regali di Natale che ci accingiamo a completare. Si tratta di libri e altro che possono essere naturalmente utili agli amanti del genere perturbante. Ma anche a chi si vuole avvicinare al genere stesso. 

Cominciamo decisamente con l'ultima fatica di Joe Lansdale, Honky Tonk Samurai (Einaudi Stile Libero, Pagg. 432, Euro 19,50). Con questo volume il nostro riprende e prosegue la saga di Hap & Leonard, e il semplice incipit fa venir voglia di leggere di corsa questo libro e di goderselo davanti al camino in ciabatte, nelle agognate ferie di Natale, centellinandolo come un buon vino toscano, dell'annata giusta.  E' difficile poi che Lansdale deluda: il suo ritmo è scoppiettante, trascinante, vitale, lavico. Non può mancare sotto l'albero di Natale.


                                             



Procediamo con un altro Autore che non può mancare nelle nostre librerie, e se dovesse mancare, quale occasione migliore per farselo regalare a Natale? Si tratta di Pierre Lemaitre, e del suo bellissimo, straniante, perturbantissimo L'abito da sposo (Fazi, Pagg. 335, Euro 16,50). Un noir da far accapponare la pelle, con due protagonisti davvero diabolicamente disegnati da un Autore che scrive i propri romanzi con la perizia narrativa e drammaturgica di un orologiaio svizzero tanto ossessivo quanto creativo. Mente geniale, sottilmente attraversata da un'ironico, distruttivo pessimismo nei confronti dell'umanità intera, che però sa sublimare egregiamente in una scrittura elegante e coinvolgente nella forma e spiazzante nei contenuti. Da leggere e regalare senza se e senza ma.

                                                     



Passiamo adesso ad un cofanetto che contiene una serie televisiva sulla quale avevo pensato addirittura di scrivere una recensione, non fosse per la tirannide del tempo, di cui accennavo all'inizio. Sto parlando di The Strain, della Fox, ideata da quel calibro da novanta di Guillermo del Toro, personaggio con tutti i difetti che vogliamo, ma qui molto ispirato (io ho visto le prime due stagioni della serie, e considerando che non amo nè le serie, nè tanto meno recensirle, capirete che deve essermi proprio piaciuto, per qualche motivo per ora a me ancora inspiegabile, questo maledetto "The Strain"). Da regalare assolutamente agli amanti delle serie televisive, che, tra parenti e amici vari, sono sicuramente molti (la sequenza della bambina che uccide il padre nella vasca da bagno, è davvero notevole credetemi).

                  


                                        



Venendo a cose più psicoanalitiche, non posso che segnalare un libro di recentissima pubblicazione, che contiene i più creativi sviluppi del pensiero teorico e clinico di area bioniana: The Bion Tradition (a cura di Howard B. Levine e Giuseppe Civitarese, Karnac Books, Sterline 55,00). E' un libro molto importante, perché ci mostra, attraverso gli scritti dei più illustri psicoanalisti contemporanei, dove va la Psicoanalisi del futuro, quali sono i territori inesplorati che questa disciplina si accinge ad esplorare, quali sono gli orizzonti verso cui si sta muovendo. Per tutti i cultori della materia, addetti o meno ai lavori, gran regalo che muove lo spirito ad altrettanto grandi e profonde riflessioni. 

                                   

Per ora mi fermo qui, sperando di trovare davvero il tempo, durante le vacanze natalizie, di farmi ancora accendere dal mio indomito sacro fuoco recensorio. Di cose viste e di cui parlare ne avrei peraltro molte. Faccio solo qualche esempio: "The Diabolical" (2015), di Alistair Legrand; "Howl" (2015), di Paul Hyett; "The Pack" (2015), di Nick Robertson. Per non parlare dei film che usciranno l'anno prossimo, tra cui "Before I Wake" di Mike Flanagan. Insomma, un bel pò di roba, che il tempo tiranno mi sottrae, ma che lavorerò sodo per recuperare. 
Nel frattempo il sottoscritto e il suo blog augurano BUON NATALE!