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martedì 1 settembre 2015

Tempi glaciali, di Fred Vargas (2015)


Anno: 2015    Editore: Einaudi, Collana Stile Libero Big   Traduzione: Margherita Botto   Pagine: 443  Isbn: 978-88-06-22773-9   Euro:  20,00

Si è mobilitata tutta l'Anticrimine del tredicesimo arrondissement  di Parigi sul caso di due apparenti suicidi. Il coltissimo capitano Danglard, grande estimatore del vino bianco, l'energetica Violette Ratancourt, lo specialista in pesci d'acqua dolce Voisenet. Ma soprattutto lo svagato, irresistibile "spalatore di nuvole", il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Tutto inizia col ritrovamento di due corpi e la scoperta di uno strano simbolo scarabocchiato accanto a ciascuno di essi. Ma come sempre accade nelle storie di Fred Vargas, questo non è che l'avvio di una avventura che finirà per snodarsi in mezza Europa tra una balzana setta di adepti della Rivoluzione francese e una gita in Islanda finita in tragedia. 

Proveniamo dalle vacanze estive, un'estate quindi anche di letture. Avevo pianificato di portarmi sulle spiagge la trilogia di Pierre Lemaitre, ma mi sono dovuto purtroppo fermare a "Irène" perché i miei librai di fiducia mi hanno tutti in coro informato che gli altri due ("Alex" e "Camille") erano in ristampa, quindi a un certo punto ho dovuto partire portandomi dietro altre cose, che avevo comunque intenzione di leggere. Prima fra tutte "Tempi glaciali", come no, l'ultimo romanzo della mia amata, adorata Fred Vargas, dalla quale mi aspettavo giorni di sognante, rilassante lettura.

Detto fatto. Inizio il libro, avendo alle spalle notevoli romanzi del ciclo di Adamsberg, quali ad esempio "Nei boschi eterni" (2007), "Sotto i venti di Nettuno" (2005), "La cavalcata dei morti" (2011). Sono molto legato in particolare a "Nei boschi eterni", grande affresco letterario non inscrivibile in nessun genere, magrittiano, oserei dire, onirico, con quel gran bel colpo di scena finale che parla di desiderio di eternità e inanella simboli e miti mitteleuropei mescolandoli in una ricetta molto gustosa e dai sapori inediti. E' forse per questo che "Tempi glaciali" mi è parsa come una sorta di doccia fredda, di battuta d'arresto dell'ispirazione della Vargas. Un romanzo cioè, come sembra recitare il titolo, più "glaciale degli altri", nel quale il pathos oniroide della Vargas si perde nei labirinti di una trama a tratti schematica, rigida, che sfocia in un finale sottotono, con un assassino non molto credibile, troppo ben nascosto dalla folla di personaggi distribuiti lungo il sentiero della narrazione. 

"Tempi glaciali", rispetto a tutti gli altri della Vargas, è a mio avviso un romanzo che non si fa facilmente seguire, che non seduce come invece capita agli altri. Mi sono domandato se questa sua caratteristica non derivasse dalla traduzione, ma Margherita Botto aveva tradotto anche gli altri romanzi, con esiti davvero felici (soprattutto in "Nei boschi eterni"), eccetto "Sotto i venti di Nettuno", tradotto in italiano da Yasmina Melaouah, qundi è un pò difficile pensare che l'esperienza pregressa della Botto l'abbia indotta a rovinare quest'ultima pièce della scrittrice e ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche. 

No, non si tratta della traduzione. E' proprio la struttura narrativa del romanzo che prende le distanze dalla matrice ispirativa originaria. Tale distanza (emotiva della Vargas rispetto ai suoi personaggi, io credo) è forse anche rappresentata dall'idea stessa (centrale nel romanzo) di inviare Adamsberg, Retancourt e Voisenet in Islanda, sulla sperduta isola di Grimsay, dalla quale li fa per giunta partire in barca verso un'isolotto perennemente avvolto da pericolose nebbie. Sull'isola, poi, la Vargas fa sì che li attenda l'afturganga, essere malefico che abita l'isolotto e difende con le unghie e con i denti la "pietra tiepida", il cui tocco infonde energie vitali potenti. 

Gli ingredienti tipici, tipicizzanti lo stile e la poetica della Vargas sono in verità tutti presenti, in particolare lo spostamento della narrazione in un "altrove" immaginario e insieme reale (l'Islanda, funzione geografico-narrativa che in altri romanzi aveva la Normandia, ad esempio), che è teatro di vicende oltremodo perturbanti, in questo caso di atti di cannibalismo avvenuti anni prima sull'isolotto dell'isola di Grimsay. Gli altri ingredienti sono la svagatezza assoluta, distratta, di Admsberg, metaforizzata fortemente dall'immagine, più volte reiterata nel libro, dalla "matassa di alghe" che per lui rappresenta il caso complesso al quale sta lavorando tutta l'Anticrimine. Dunque cos'è che non va, questa volta? Qual'è la matassa inestricabile di alghe in cui si trova avviluppata la Vargas?

Come abbiamo detto, non va innanzitutto il rapporto tra la Vargas e i suoi personaggi. Questa volta li tratta male, è gelida con loro. Organizza ad esempio un alterco molto grave tra Adamsberg e Danglard, risolvendolo in modo rapido nelle ultime pagine del libro, tenendo il lettore in sospeso fino all'ultimo. Poi struttura dei dialoghi tra i personaggi, freddi come stoccafisso norvegese appeso ad essiccare al pallido sole dell'estate scandinava, cosa che non era mai accaduta prima d'ora. Per sovramercato la Vargas intreccia una storia, parallela a quella della gita islandese, nella quale fa entrare tutto il tema della Rivoluzione francese e il personaggio di Robespierre, in un contesto narrativo che alla fine di tutto non trova integrazione sufficiente (almeno a mio parere). In sintesi la Vargas impegna tutto un gruppo di personaggi, efficaci, poetici, innovativi, così amorevolmente costruiti  nel corso di più di un decennio, facendoli questa volta recitare su un palcoscenico piuttosto traballante, probabilmente messo in piedi in modo troppo rapido e pensato in modo meno libero e creativo rispetto ai precedenti romanzi.

Un peccato davvero, soprattutto per il fatto che la carica evocativa e perturbante messa in scena nelle altre opere del ciclo Adamsberg, qui viene meno, disperdendosi in dialoghi inutili, nonché in considerazioni storiografiche sulla figura di Robespierre, che mancano notevolmente di attrattiva. Attendiamo nuovi e meno "glaciali" sviluppi dal genio di questa grande scrittrice francese.  


giovedì 13 agosto 2015

Dark Was The Night, di Jack Heller (2014)



Maiden Woods è una città nascosta nella profonda provincia montana statunitense. Gli abitanti sono per lo più boscaioli e vivono una vita tranquilla e laboriosa quanto riservata. Qualcosa tuttavia si nasconde nei fitti boschi che circondano la cittadina. Quando un'impresa che si occupa di deforestazione comincia a tagliare alberi nei boschi, cominciano a verificarsi strani fenomeni che lo sceriffo Paul Shields e il suo vice Donny Saunders non riescono a spiegarsi. I due daranno inizio ad una lotta parallela con i loro demoni interiori e con una razza di demoni molto più antica di loro...

Quando si legge che il Cinema Perturbante contemporaneo non ha più niente da dire, oppure che ormai tutti i campi horror sono stati arati e che quindi non c'è più niente di veramente nuovo sotto il sole, a me viene da ridere. Ed è un riso sornione, discreto, soprattutto quando penso a queste due ultime annate cinematografiche (2014 e 2015), che hanno invece prodotto opere interessantissime (ne ricordiamo a titolo di esempio solo una, "The Babadook", di Jennifer Kent), per nulla scontate e certamente assai nutrienti del filone Perturbante in generale. 

Una di queste opere è senza ombra di dubbio "Dark Was The Night", del regista Jack Heller ("Enter Nowhere, 2011) che è anche produttore, e produttore assai prolifico (ha in post-produzione  già due film, più uno completed). Heller in questo film entra a passi spediti nell'area mitopoietica molto classica del monstrum statunitense, cioè quel tipo di monstrum che rappresenta più di tutti il Perturbante primigenio cui ha da sempre attinto la cultura popolare americana. Stiamo parlando di quell'area del sovrannaturale naturalistico che vede la Natura come sfondo per l'eterno conflitto uomo-ambiente, un conflitto che ha - ricordiamolo - da sempre ispirato anche la letteratura americana classica, da Faulkner, a Jack London, all'Hemingway de "Il vecchio e il mare", a Lovecraft stesso, per poi arrivare alla letteratura "pop", rappresentata ad esempio da King e  Lansdale. Come sapete non uso scomodare facilmente Faulkner e compagnia bella quando recensisco un film (di qualsiasi genere esso sia). Se lo faccio significa che il film che vado recensendo ha evocato in me linee associative di un certo tipo, associazioni delle quali mi sono abituato a fidarmi, perché di solito mi portano a scorgere versanti  suggestivi e magari inesplorati di un'opera cinematografica. 

"Dark Was The Night", oltre a Faulkner, mi ha fatto venire in mente uno degli ultimi scritti di Melanie Klein, "Sul senso della solitudine" (1959), sorta di declinazione psicoanalitica dei temi forti e propri della letteratura americana: la solitudine dell'uomo di fronte alla Natura, in ultima analisi di fronte alla morte, rappresentante irrappresentabile del destino transitorio e precario dell'uomo stesso rispetto alla solida eternità dei processi naturali. Heller lavora con finezza e profondità questi temi, davvero molto difficili da vedere in certo tipo di cinema americano contemporaneo. Per fare ciò Heller parte da un cast nel quale spicca il protagonista, un prometeico Kevin Durand che sembra la statua vivente di ciò che la Klein descrive come "posizione depressiva", quella particolare dimensione mentale cioè attraverso la quale il soggetto si rende conto della sua provvisorietà e inesorabile impotenza e solitudine di fronte al muoversi insondabile delle onde della vita. Una dimensione emotiva che si raggiunge con la "maturità", quando si è riusciti cioè ad integrare e superare le spinte aggressive e ciecamente impulsive tipiche della prima infanzia e dell'adolescenza (spinte che prendono il nome, nel pensiero della Klein, di "posizione schizoparanoide", atteggiamento che nel film veste i panni di Heath Freeman, ragazzotto di provincia dai comportamenti ribellistici, che si contrappone adolescenzialmente allo sceriffo Shields). 

Il clima "depressivo" in senso kleiniano soffonde tutta la pellicola, anche attraverso la notevole, ruvida fotografia di Ryan Samul, ma soprattutto attraverso un dosaggio molto accorto e misurato delle apparizioni del monstrum che vediamo in toto solo nella sequenza del prefinale ambientata nella chiesa, sequenza intensissima, dal carattere primordiale, epico-eroico, come sottolinea anche Elvezio Sciallis nella sua pregevolissima recensensione al film, che invito grandemente a leggere. Come sottolinea Sciallis, siamo qui lontani mille miglia dal tipico machismo presente in gran parte del cinema statunitense. Al contrario Heller dipinge, mediante la figura di Shields, la figura di un uomo tragico, combattuto da fantasmi familiari, rappresentante di un paterno scevro da aspetti idealizzati, un padre cioè molto reale, un padre come funzione, come processo, come organizzatore narrativo del limite, e che appunto per queste sue caratteristiche, incarna il Limite, non certo l'onnipotenza del macho schwarzeneggeriano. 

L'eroismo di Shields consiste tutto nell'affrontare il fallimento e nel convivere con esso, condividendolo con un comprimario (il vice Saunders) che non è un doppio donchichottiano qualsiasi, bensì una specie di Watson sherlockholmesiano dal carattere però tutto esistenzialista. Saunders è infatti una specie di Virgilio che accompagna Shields-Dante in un cammino di deriva e frammentazione ineluttabile, raccontata con  pacatezza e fluidità, e nella quale gradualmente si infiltra l'inquietudine e il senso della fine. Heller sa davvero il fatto suo dietro la macchina da presa, e  sembra aver letto molte cose, aver macinato molti autori. Il rapporto di Shields con suo figlio fa venire in mente ad esempio il Cormac Mc Carty di "The Road" (2009), laddove l'aspetto protettivo, ulisseo, della figura paterna, si fa appunto tragica, combattuta e perturbante di fronte ad un ambiente divenuto improvvisamente ostile, un ambiente che non fa altro che sottolineare l'impotenza dell'uomo, e, soprattutto, la fragilità riparativa e libidica del legame generazionale padri-figli. La sequenza in cui lo sceriffo scopre che suo figlio Adam non è più nell'automobile in cui lo aveva chiuso, mi ha richiamato alla mente il pathos narrativo delle prime pagine di "Bambini nel tempo", di Ian McEwan, con quell'immagine terribile del padre che perde il bambino (o bambina? Non mi ricordo) al supermercato: evento tragico che solo un padre può davvero capire.

"Dark Was The Night" sembra una riflessione quasi filosofica sulle mutazioni antropologiche inflitte dalla post-modernità alla stabilità del soggetto in quanto individuo che ha la paternità e la responsabilità del proprio desiderio. E per portare avanti questa riflessione, giustamente, l'ispirazione di Heller pesca nel magico evocato dalla figura del Bigfoot della cultura popolare, poichè il post-moderno tecnologico (come direbbe il filosofo Gunther Anders) fa emergere, paradossalmente, le spinte primordiali, darwiniane, rimosse dell'umano. L'homo tecnologicus non è in fondo molto dissimile dall' homo homini lupus, così solo, in balia di un consumismo sfrenato, di un Far West individualistico dove solo la forza del denaro e della finanza sono diventate l'unica Legge. L'uomo di oggi è cioè in balia delle sue stesse pulsioni, non è più padrone/padre di se stesso. Le sue pulsioni non le sa più dominare e queste lo hanno travolto, portandolo verso una condizione borderline, sospingendolo verso l'orizzonte della propria autodistruzione. Il mostro che Heller evoca nel film, padrone dei boschi, è forse anche interpretabile come estrinsecazione di questa violenza dell'uomo, che tagliando/castrando le foreste, produce effetti nefasti sulla sua umanità, e che ritorna poi sull'uomo stesso come angoscia evacuata, non elaborata (mostruosa, appunto). 

Ancora due parole, prima di concludere, sulla sceneggiatura di Tyler Hisel, giocata in modo efficace e profondissimo da parte del regista. Sceneggiatura che merita una menzione particolare, considerate la modalità lenta di descrivere i movimenti dei personaggi, e in particolare la sua capacità di soffermarsi saggiamente, senza nessuna fretta, sui dialoghi, soprattutto quelli che delineano il rapporto tra Shields e Saunders, e quello tra Shields e il figlio Adam. Si tratta di dialoghi dolenti, a tratti struggenti, "parlati" con un uso della vocalità da parte di Durand davvero esemplare: una voce che più che essere grave, "profonda", diventa una vera e propria "voce dal profondo", il profondo inascoltato della voce di tutti noi... Sempre parlando della sceneggiatura le inserzioni dei dialoghi tra Saunders e il barista (un Nick Damici eccellente), sono collocate in punti precisi e ben pensati del film, diventando così veri e propri snodi narrativi essenziali per dare corpo, spessore e ritmica all'intera storia. 

Il Cinema Perturbante contemporaneo è vivo, molto vivo e gode di ottima salute. Alleluja!


Regia: Jack Heller Soggetto e Sceneggiatura: Tyler Hisel Fotografia: Ryan Samul Montaggio: Paul Convington, Toby Yates,  Tim Donovan  Musiche: Darren Morze  Cast:  Kevin Durand, Lukas Haas, Steve Agee, Nick Damici, Ethan Khusidman, Heath Freeman, Bianca Kajlich, Sabina Gadecki, Joe Pallister,   Nazione: USA  Produzione:  Caliber Media Company, Foggy Bottom Pictures, Molecule Durata:  90 min.  


sabato 1 agosto 2015

The Atticus Institute, di Chris Sparling (2015)




Nell'autunno del 1976, un piccolo laboratorio di psicologia in Pennsylvania divenne la sede inconsapevole per l'unico caso di possessione demoniaca confermato dal governo degli Stati Uniti. L'esercito Usa assume presto il controllo del laboratorio agli ordini della Sicurezza Nazionale e, poco dopo, attua misure drastiche con l'intento di trasformare  in arma militare l'entità incontrollabile che si trova di fronte. I dettagli degli eventi inspiegabili che si sono verificati sono stati resi pubblici soltanto anni dopo,  rimanendo segreti per quasi quarant'anni...

"The Atticus Institute" di Chris Sparling (writer di Buried, 2010), è un piccolo found-footage che si avvale deliberatamente di una modalità documerntaristica di ripresa allo scopo di raccontare una storia che vuole porsi come originale relativamente al filone mocku. Per giungere a questo non facile obiettivo, Sparling alterna immagini di interviste televisive a superstiti e testimoni della vicenda, a filmati appunto found-footage risalenti agli anni '70. Il montaggio di Sam Bauer è ben lavorato, non annoia e consente di seguire in modo piuttosto coinvolgente una storia che di per sè non è nulla di veramente nuovo: siamo infatti nel risaputo territorio della possessione demoniaca, per di più con una Rya Kihlstedt che almeno nella prima parte del film assomiglia maledettamente alla Mia Farrow di "Rosemary's Baby".

Sappiamo bene che il tema della possession è molto di moda all'interno dell'attuale corrente horror mainstream, e da questo punto di vista questo film non si discosta da un simile trend che probabilmente va incontro ai gusti del grande pubblico contemporaneo, e per motivi che poi andrebbero tutti studiati con attenzione. Per sovramercato "The Atticus Institute" è prodotto dagli stessi produttori di "The Conjuring" e "Annabelle" (rispettivamente di Wan, 2013 e di Leonetti, 2014), opere che non potremmo sicuramente definire pietre miliari del nostro genere preferito, anzi potremmo dirne piuttosto tutto il contrario. Dico questo perché il film di cui stiamo parlando si aggira in un ambiente scivolosissimo nel quale temi, contenuti, ispirazione e produzione sembrerebbero tutti orientati a costruire una bella trappola per un regista alle prime armi come Sparling. 

La trappola consumistica in parte scatta, e il regista vi cade come una volpe nella tagliola, in parte tuttavia la volpe riesce a sfuggire e a dileguarsi nei boschi, e noi siamo contenti per lei. Intendo dire che per essere al suo primo, vero lungometraggio perturbante, Sparling riesce a fare molte più cose di quanto ci saremmo aspettati, e questo è già buono. Certo, con i produttori che ha addosso, non poteva forse fare di più, ma intanto il regista riesce con maestria a produrre una ricostruzione di filmati d'epoca non da poco, facendo un'opera di casting poi notevole. Sia i personaggi odierni che quelli del 1975-1976 mi sono infatti sembrati assai pregnanti e fedeli (io in quegli anni facevo le scuole medie, e vi assicuro che ci si vestiva come nel film - ho ancora alcune foto di classe che lo testimoniano). Sparling conduce uno studio sull'epoca che riproduce degna di uno storiografo e di questo sforzo gli va dato atto, compresa la ricostruzione fedele degli strumenti di un laboratorio di Psicologia Sperimentale (anche quello ho visto all'opera dal vivo, mentre frequentavo la facoltà di Psicologia, a Padova, negli anni '80, e vi assicuro che era proprio come nel film). 

Il positivo (molto positivo) di questo film sta proprio in questa ricostruzione ottimamente elaborata e dettagliata di quegli anni. Altro elemento non secondario è il clima da guerra fredda che la pellicola è capace di rievocare, con la bizzarra inserzione, nel plot, delle forze armate e dei funzionari del governo americano, nonchè dei mezzi terroristici e talebani che utilizzavano (e tuttora è facile pensare utilizzino...) per torturare la povera Judith: non è facilissimo trovare in un film di genere Perturbante, l'occasione di una critica storica di vicende che hanno riguardato lo stile politically uncorrect utilizzato dai governi statunitensi in un passato neanche tanto lontano. 

Anche l'intreccio, sul piano dello script, del tema possessione con quello storico-politico è un'idea che ho trovato molto interessante, raffinata direi quasi, per certi versi innovativa. Intrecciare ulteriormente questi due filoni all'interno di una cornice mocku, ecco questo è forse l'errore più grosso in cui cade Sparling.

La corsa verso un vero, puro "realismo" diventa in questo film un peso inutile se non dannoso. Siamo infatti più interessati alla storia in sè, ai rapporti di forza tra un sovrannaturale che non si fa impacchettare in protocolli di stato o in setting scientifici precostituiti da una parte, e dall'altra una miopia politica che non può che essere miope. Sparling avrebbe certamente dovuto (e potuto) lavorare meglio questi elementi della scrittura filmica, tralasciando invece la pretesa del "ritrovamento" a tutti i costi di reperti storici. Tale pretesa va infatti a detrimento della sceneggiatura medesima, vedi ad esempio l'inspiegabile e mal gestito salto logico del filmino del compleanno del nipote del giovane collaboratore del Dr. West. Da dove viene quel filmino? Come si collega al resto del girato d'epoca, che è invece il frutto di registrazioni scientifiche, da laboratorio? 

Sparling nel suo film prova a gettare nuovo ossigeno nel sottogenere possession, e a tratti l'ossigeno sembra arrivare, ma questa nuova aria fresca è presto soffocata dall'afa di un iper realismo mockumentaristico portato avanti con un manierismo a volte anche un pò supponente. La possessione stessa infatti sembra passare in secondo piano, fino a diventare una sorta di caricatura di se stessa, e la protagonista medesima della possessione si perde come personaggio all'interno di tale manierismo storico-ricostruttivista. Stessa sorta toccherà anche al secondo protagonista simmetrico della storia, il Dr. West.

"The Atticus Institute" è dunque una buona prova per un regista al suo primo esperimento, ed è quindi da vedere e valutare positivamente, avendo tuttavia ben presenti tutti i suoi limiti. 

Regia: Chris Sparling    Soggetto e Sceneggiatura:  Chris Sparling  Fotografia: Alex Vendler    Montaggio: Sam Bauer    Musiche: Victor Reyes    Cast: William Mapother, Rya Kihlstedt, Julian Acosta, Carlos E. Campos, Jake Carpenter, Hanna Cowley, Aaron Craven, Suzanne Jamieson, Rob Kerkovich, Lauren Rubin, Bill J. Stevens, John Rubinstein    Nazione: USA    Produzione: Unversal, TSC   Durata:  92 min.  


venerdì 10 luglio 2015

Unfriended, di Levan Gabriadze (2015)



Un gruppo di amici sempre collegati online su Skype si trovano improvvisamente ad essere posseduti dallo spirito di una loro amica morta. Internet si rivelerà per loro un vero inferno...


Delegare in toto la costruzione di un mockumentary a sei webcam per Skype, mantenendole inoltre a inquadratura fissa in simultanea per ben 83 minuti, è un'operazione quantomeno coraggiosa, almeno negli intenti. Il giovane regista Gabriadze è dunque coraggioso, ma decisamente il coraggio non gli é sufficiente per vincere l'agòne, anzi, al contrario lo sposta su territori pseudo-sociologici con ammiccamenti, del tutto privi di spessore, all'adolescenza contemporanea e ai suoi intrecci per lo più perversi con la tecnologia. Il tragitto del film giunge quindi, infine, su sponde moralistiche di cui nessuno sentiva il bisogno, soprattutto se il pubblico frequenta un genere, quello Perturbante, che con il moralismo non ha mai intrattenuto buoni rapporti. 

Intendo dire che qui non siamo affatto dalle parti di un Megan is missing (2011) di un Michael Goi che definire "poetico" è poca cosa rispetto al capolavoro perturbante da lui confezionato, nel quale poi sa cogliere l'ambigua freschezza dell'adolescenza, le sue sfumature cangianti, il suo porsi come stato borderline per definizione. Il regista di Tiblisi, Russia, sembrerebbe non aver neppure dato un'occhiata al piccolo gioiello cesellato dal collega Goi. Infatti suppone con coraggio improvvido che le inquadrature fisse di sei adolescenti americani possano rendere molto "realisticamente" lo stile tecnofilico dei teenager di oggi. Sulla base di questa supposizione, Gabriadze cerca di iniettare all'interno di questa cornice statica il tema antico come il mondo della possessione dei ragazzi da parte dell'animo vendicativo della defunta amica Laura Barns, suicida per vergogna e senso di colpa intollerabili. Il regista sembra poi voler trarre ispirazione da TBWP di Sánchez e Myric, (1999), soprattutto nella parte finale del film, quando cioè il gruppo si assottiglia per mano di una nuova, iper-tecnologica- sembra voler dire G.- strega di Blair capace di scrivere sulla tastiera di un Apple e di usare il mouse.

Trasporre a freddo questi mitemi fondativi del mocku nell'ambiente di Skype non è così easy come il regista potrebbe immaginarsi. La sua diventa ben presto presunzione, forse anche saccenza, nel momento in cui il nostro vuole lavorare una materia così delicata. E soprattutto, non é con il semplice realismo mockumentaristico che si fa salire il tasso di inquietudine in chi guarda. E neppure con qualche spruzzatina di frattaglia frullata è mostrata su Skype. Ero infatti indeciso se recensire questo film, ma la mia fissazione per il mocku ha avuto la meglio (forse voglio diventare il maggior esperto di mocku perturbanti d'Italia, come faccio a saperlo? In effetti sto invecchiando, e si sa che la vecchiaia genera fisime e fisse di ogni tipo). Ma mi sembrava anche un fatto di "etica del recensore", indicare ai propri lettori ciò che è meglio evitare, oltre a ciò che é consigliabile vedere. Ecco, il film di Gabriadze è decisamente da evitare, questo ë la conclusione cui sono giunto al termine della sua visione.

Si tratta di un film che vorrebbe innovare il sottogenere delle origini semplicemente utilizzando il trend tecnologico cui sono sempre più spesso coinvolti gli adolescenti di oggi. Tutto qui? Sì, tutto qui, nel senso che non c'é altro e, sopratutto, di Perturbante non c'è davvero niente di niente, a parte-forse- la brevissima sequenza in cui la prima ragazza cade a terra mentre gli altri vedono immagini incomprensibili sul loro schermo. La ragazza morirà, naturalmente, ma G. non ce ne mostra le modalità. Tolta questa sequenza, il gruppetto di adolescenti annoiati che vediamo in fila mentre fanno multitasking su Facebook è compagnia bella, sono lontani anni luce da altri gruppi similari che abbiamo visto in altri, ben più interessanti teen slasher, in tutta la storia del cinema horror. Sto dicendo, se non fosse ancora chiaro, che questo film è proprio, completamente, da buttare, in particolare per via della assenza di umiltà nel suo ostinato voler percorrere i sentieri del mocku senza tuttavia aver sufficientemente elaborato la cultura cinematografica precedente.

Questo tipo di presunzione, travestita da coraggio nelle scelte tecniche di regia, ritengo sia una grave colpa per un filmaker che vuole cimentarsi per la prima volta con il difficile tema della fragilitá adolescenziale odierna di fronte a quella fossa delle Marianne inconscia cui internet spesso si trasforma durante quell'etá. Michael Goi ad esempio lo fa con un tocco registico abissalmente superiore, con una finezza che G. può solo sognarsi. "Unfriended" è dunque un film che si fará ben presto dimenticare, e direi che secondo me sarebbe opportuno dimenticare comunque, per creare così nuovo spazio mentale disponibile ad assimilare stimoli cinematografici più corroboranti.  

Regia: Levan Gabriadze Soggetto e Sceneggiatura: Nelson Greaves Cast: Shelley Hennig, Moses Storm, Renee Olstead, Will Peltz, Jacob Wysocki, Courtney Halverson, Heather Sossaman, Matthew Bohrer Nazione: USA, Russia, Polonia, Germania, Puerto Rico Produzione: Bazelevs Production, Blumhouse Productions Durata: 83 min.


martedì 30 giugno 2015

We are still here, di Ted Geoghegan (2015)




In una zona isolata del New England, durante un inverno che copre di neve tutto quanto, una misteriosa casa cela segreti incofessati, e soprattutto, ogni trent'anni chiede a gran voce un sacrificio umano...

"We are still here" di Ted Geoghegan si apre con due inquadrature fisse in campo lungo, anzi lunghissimo che ricordano le inquadrature finali del kubrickiano "The Shining" (1980): ci viene cioè mostrata la campagna del New England attraversata da una tempesta di neve nella quale potremmo benissimo veder vagare il folle Jack Torrance alla ricerca della sua amata Wendy. Tutto il film segue impeccabilmente questa linea estetica, a cominciare potremmo dire dal casting, con una Barbara Crampton che sembra appena uscita da un set del grande Stuart Gordon, per proseguire con un uso dello splatter in modalità filologicamente riferibile agli anni '80 (in particolare i rimandi sono ad autori quali Sam Raimi, e Peter Jackson) e '90 (qui i riferimenti possono essere Stuart Gordon stesso, nonchè decisamente Lucio Fulci e la modalità visionario-caotica che lo ha sempre contraddistinto, almeno per quanto riguarda la sua produzione cinematografica horror di quegli anni). 

L'obiettivo poetico-filmico perseguito da Geoghegan è semplicemente quello, sembra di capire, di un ricalco vintage di tutta la produzione cinematografica perturbante degli anni '80-'90, e qui, subito, si pone una domanda a mio avviso essenziale per cercare di comprendere la "trama profonda" del film e le sue soluzioni estetiche: cosa spinge Geoghegan a riportare sul palcoscenico dell'epoca moderna che viviamo, ad esempio l'estetica horror anni '80, cioè quell'estetica anti-edonistico-reaganiana volta a ribaltare l'idea di un corpo come simbolo di bellezza e ricchezza, mostrandone invece il lato fragile e soprattutto frammentabile, così come la Guerra del Vietnam aveva ispirato negli anni '70 registi molto "sociali" come George A. Romero? Cosa spinge un giovane regista al suo primo vero lungometraggio a ristudiarsi tutto il cinema perturbante slasher, gore, splatter prodotto negli USA nell'arco di un trentennio memorabile, per poi scrivere e girare un film che sembra girato esattamente in quegli anni, compresa la ritmica del montaggio (lenta, centrata molto sui campi lunghi, o su inquadrature fisse degli interni), i dialoghi, le musiche, e ovviamente le scenografie? 

Questa è la domanda che mi è girata nella testa durante tutto il corso della visione di "We are still here". Anzi, a un certo punto mi è parso che il titolo stesso nascondesse le motivazioni inconsce che hanno spinto il regista a girare questo film: "Siamo ancora qui", cioè negli anni '80-'90. Motivazioni nostalgiche, verrebbe da dire, ma talmente nostalgiche da non volersi discostare di un millimetro dai canovacci originali. Non si tratta cioè di un cosiddetto "omaggio" al genere di quegli anni. Un "omaggio", sul piano cinematografico è uno spunto, un'atmosfera, una serie di sequenze, un cameo, che stanno all'interno di un film che nella sua originalità prospettica ed estetica vuole dire delle cose sue, pur "omaggiando" i giganti sulle cui spalle sente di appoggiarsi. Ma in ogni caso un film dovrebbe, credo, mantenere una sua identità, una sua "soggettualità" intrinseca, aldilà degli omaggi. Al contrario, tutto al contrario, Geoghegan è come se volesse scomparire, autoannullarsi come regista (e pensatore), ponendosi ai margini assoluti, estremi della materia che va modellando, come a voler girare un film già girato mille volte, proprio per sottolieare che non l'ha girato lui, ma un altro. A tale scopo tutta la crew viene impiegata a sottolineare pesantemente questo aspetto, e in tutti modi possibili: la fotografia di Karim Hussain, che aveva già ottimamente lavorato in Antiviral di Brandon Cronenberg (2012) e in The ABC's of the Death di Andrews, Betties e altri (2012), rende qui tutto polveroso e massimamente fulciano (vedi sequenze della cantina); il make-up, di Oddtopsy non va molto lontano da un mihalkiano My Bloody Valentine (1981); le musiche di Wojciech Golczewski mirano semplicemente a sottolineare i momenti di jump scare più significativi, nonchè a tenere viva la tensione che sale vieppiù a partire dalla seconda parte del film, che comincia con l'arrivo del figlio dei Lewis all'interno della casa; il cast rivisita in modo pedissequo e piatto la filmografia di riferimento (anche il pur ottimo Larry Fessenden sembra voler imitare le performance di Linda Blair ne L'esorcista (1973) di William Friedkin, scomparendo così anche lui ai margini della pellicola). 

Qual'è, in sintesi, l'effetto complessivo di tutta questa operazione da amanuense certosino messa in scena da Geoghegan? Sul piano del Perturbante direi piuttosto scarso. Certo, l'intento del regista è chiaramente e appositamente derivativo. Si tratta vorrei dire di un'"estetica pura del derivativo", che tuttavia, visivamente, emotivamente, a mio avviso, non va molto aldilà del vintage, perchè, per motivi che definirei di percezione gestaltica della forma, l'effetto e solo quello, e da lì non si scappa. Non c'è bisogno di citare Kant e le sue categorie a priori della percezione per dire che se confeziono un film "come se" fossi un regista che gira negli anni '80, ne uscirà un film esattamente "come se" fosse stato girato in quegli anni, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. E soprattutto l'effetto finale è quello di un anacronismo fuori luogo e fuori tempo ("We are STILL here") che nulla, assolutamente NULLA aggiunge al genere Perturbante cinematografico. 

Quella di Geoghegan, al termine della visione del suo film, appare come un'operazione di ricalco, un "trasferibile" che si sviluppa in variegati e molteplici rimandi ad altre opere e ad altri, polimorfi stilemi (la visionarietà sgangherata di Fulci, il corpo trasformato in zombie di Romero, il corpo posseduto di Friedkin, la casa isolata da tutto di Raimi, etc.). Ma questo ventaglio cromatico ipertrofico non trova da nessuna parte una sua sintesi. In nessun punto del film Geoghegan afferra la materia visiva su cui sta operando per imprimergli un guizzo, un movimento che attesti la sua mano di Autore, di Regista di questo film. E' come se Geoghegan ci raccontasse ripetitivamente il sogno (i sogni) sognato (sognati) da altri, ma mai il suo, mai il suo visioning. Trovo che questo sia l'aspetto maggiormente negativo di questo film, peraltro molto ben recensito da altri blogger, cui rimando per cogliere pareri anche molto lontani dal mio (vedi Lucia, oppure Midian).

"We are still here" perde una grande occasione, che ad esempio non perde affatto un film come "It Follows" di Robert David Mitchel, del quale abbiamo a lungo già parlato.

Come in psicoanalisi, anche nella costruzione di un film, non è sufficiente essere empatici, bisogna anche saper "interpretare", cioè far entrare in relazione il passato (nostalgico) con il presente, per generare un senso di un futuro. 

Regia: Ted Geoghegan    Soggetto e Sceneggiatura: Ted Geoghegan, Richard Griffin (based on a concept by)    Fotografia: Karim Hussain    Montaggio:  Aaron Grozier, Josh Etnier    Musiche: Wojciech Golczewski Special Effects Make Up: Oddtopsy    Visual Effects:  Eli Dorsey     Cast: Barbara Crampton, Andrew Sensenig, Larry Fessenden, Lisa Marie, Monte Markham, Susan Gibney, Michael Patrick Nicholson, Marvin Patterson  Nazione: USA   Produzione:  Snowfort Pictures, Dark Sky Films  Durata:   84 min.