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sabato 22 novembre 2014

Asmodexia, di Marc Carreté (2014)




Cinque giorni della vita di un vecchio esorcista e della sua giovane nipote, che lavorano senza sosta nell'area di Barcellona, il tutto narrato in un'atmosfera che fa presagire una catastrofe incombente...

Film su possessioni, esorcismi, invasioni demoniache ne abbiamo visti molti. A partire da "L'Esorcista" di Friedkin, del lontano 1973, pietra miliare del cinema perturbante contemporaneo e ormai archetipo sedimentato nell'immaginario collettivo, la figura simbolopoietica del Male che alberga nelle profondità del cuore dell'uomo è stata studiata da molti registi che ne hanno tentato molte revisioni interpretative : si tratta di un tema in fondo poi mai abbandonato dal cosiddetto genere horror. Recentemente, in questi ultimi anni soprattutto, il filone sembra aver ripreso grandemente piede, vedansi le varie prove (dagli alterni risultati) della serie "Paranormal Activity", ma non solo (rimando, per una disamina recensoria come al solito molto attenta e dettagliata sulle ultime pellicole che sviluppano meglio e con più originalità il tema della possessione, al blog di Elvezio Sciallis). 

Il precedente paragrafo mi pareva rappresentare una necessaria premessa. Ma ve ne è una seconda che ritengo altrettanto necessaria, e che riguarda il Cinema Perturbante spagnolo,  di cui naturalmente fa parte "Asmodexia". La vitalità del cinema horror spagnolo è nota a tutti, e basterebbe fare i nomi del catalano Nacho Cerdà (Aftermath, 1994, Genesis 1998, The Awakening, 1990), di Jaume Balaguerò o di Paco Plaza (REC, 2007), o di Jorge Sànchez-Cabezudo (La notte dei girasoli, 2006) per poter allestire un intero convegno dedicato solo a quest'area geografica. L'horror spagnolo è molto interessante perché intreccia  il sapore fortemente gotico-rurale di molte pellicole, con quello dell'ambientazione cittadina nella quale spicca una particolare attenzione alle periferie degradate intese come metafora di una società culturalmente decaduta e in cerca di un'identità impossibile da ritrovare. Lontano anni luce dalle facili intenzioni seduttivo-spettacolose di cui è imbevuto il mainstream statunitense, l'horror iberico rielabora elementi antropologico-religiosi e storico-politici di ben altro spessore, riguardanti la specificità della storia iberica stessa, i caratteri antropologici che la contraddistinguono, generando così un'operazione di riflessione comunitaria e culturale a mio avviso non da poco, funzione del tutto mancante dalle nostre parti ( almeno per quanto attiene al genere perturbante, intendo dire). 

Fatte le due precedenti, a mio avviso necessarie premesse, il film dell'esordiente Carretè, si inscrive senza dubbio nel filone cinematografico a cui mi riferisco poco più sopra, tentando di contribuire a nutrirlo o coltivarlo, e prendendo di petto, e come via d'analisi, il vetusto tema della possessione demoniaca. E lo prende, questo dannatissimo e non facile archetipo, questo sentiero così scivoloso, ambiguo e sempre in salita, dal punto di vista dei confronti con più illustri precedenti, da un versante piuttosto originale, che lo promuove a film visionabile e apprezzabile, nonostante alcune considerevoli pecche di cui avremo modo qui di parlare.

Gli elementi positivi sono tutti contenuti nella caratterizzazione di una coppia, quella costituita dal vecchio esorcista e dalla nipote (Eloy de Palma e Alba), personaggi molto diversi tra loro, ma legati da una vicenda transgenerazionale che li inchioda al loro ruolo di nomadi tribali in giro per il territorio a rivestire eternamente la loro funzione di sciamani del XXI secolo. In questo film, "primitivo" e "post-moderno" coesistono infatti a meraviglia, e tale integrazione è impreziosita da inquadrature di archeologia suburbana davvero interessante (si vedano le sequenze dello stadio con la piscina abbandonata e gli spalti per il pubblico completamente diroccati e attraversati da scritte e disegni colorati di writers locali). Un montaggio alternato abbastanza ben costruito, ci fa poi oscillare tra l'esterno delle peregrinazioni di Eloy eAlba, da una parte, e l'interno dell'ospedale psichiatrico, dall'altra.   

Tutto lo script è attraversato da una sottile aura di mistero: non sappiamo in realtà mai niente di niente (lo stesso titolo "Asmodexia" in realtà non ha nessun significato, che almeno il sottoscritto conosca), fino al finale, un terzo atto che risponde a posteriori alle domande che ci siamo posti lungo il corso della visione. Carretè è molto ellittico, anzi, fa dell'ellissi la sua cifra peculiare. Non mostra quasi mai sequenze di vero e proprio esorcismo in quanto tale. Non gli interessa l'effetto speciale, il consueto (e ormai banale, circense) roteare di teste, di toraci, di braccia della malcapitata vittima di Lucifero. Gli interessa la storia in sè, il rapporto tra l'esorcista e la nipote, in fondo una "semplice" storia familiare, un incontro tra generazioni oggigiorno, poi, usualmente molto lontane, giacché lontane sono oggi anche le generazioni dei figli e dei genitori, e figuriamoci quindi quelle tra nonni e nipoti. Carretè le avvicina invece queste generazioni lontane: vediamo ad esempio un uomo piuttosto anziano incamminarsi accanto a muri dipinti con lo spray da sedicenni. Questa a me è parsa forse la principale idea originale che muove ed ispira tutto il film. Come se il discorso sulla "possessione" volesse intrecciarsi con quello, decisamente più sociale, psicologico, e simmetrico, dello "spossessamento" che nell'attualità viviamo, della nostra stessa storia, cioè di noi stessi. 

Nella cosiddetta "società liquida" sono soprattutto i giovani (Alba) a subire questo spossessamento, oppure, se vogliamo vedere il problema da un altro vertice di osservazione, ad essere "posseduti" dal demone della superficie, del godimento immediato, dell'immagine di Narciso, antitesi di una profondità storica, rappresentata dal vecchio Eloy.  Il capovolgimento finale di prospettiva (che ovviamente non riveliamo) sembra confermare questa nostra visione interpretativa della pellicola. I difetti ci sono, naturalmente: in primis una certa ripetitività vuota dei dialoghi, nonché un soffermarsi eccessivo di Carretè sulle inquadrature di paesaggi naturali e campagne nelle quali Alba ed Eloy camminano ininterrottamente. Anche la fotografia, che vira al giallo e al seppia con contrasti forti in alcune sequenze, mi è parso un sovrappiù inutilmente estetizzante, laddove si poteva dare più spessore agli intrecci familiari (che rimangono il cardine della storia, ma che sono troppo poco sviluppati, fino a risultare come troppo superficialmente costruiti). 

In sintesi, per essere un lungometraggio d'esordio (dopo i corti "Castidermia", 2012 e "Mal cuerpo", 2011), e pur con tutti i suoi limiti, di budget e non solo, "Asmodexia" si pone come nuovo ed interessante tassello del cinema perturbante iberico, che cerca di lavorare il fritto e rifritto tema della "possessione" con un tocco originale e inconsueto. 

Regia: Marc Carreté  Soggetto e Sceneggiatura: Marc Carreté, Mike Hostench  Fotografia:     Montaggio:     Musiche:    Cast: Albert Barò, Marta Belmonte, Pepo Blasco, Roser Bundò, Ramon Canals, Marina Duran, Lina Gorbaneva, Lluis Marco, Irene Montalà, Clàaudia Pons, Mirela Ros, Josè Garcìa Ruiz, Silvia Sabaté Nazione: Spagna   Produzione:  Ms Entertainment, Dear Fear  Durata: 81 min.     


mercoledì 12 novembre 2014

Septic man, di Jesse Thomas Cook (2013)




Jack, un operaio che lavora all'interno di condotti per le acque reflue, viene intrappolato all'interno di una fossa settica che si trova in una grande raffineria dismessa. In questo claustrofobico luogo Jack subisce una micidiale contaminazione che lentamente lo trasformerà in un mostro irriconoscibile. Come se non bastasse la moglie Shelley, che aspetta un bambino, lo ha lasciato, poco prima che l'uomo si avventurasse all'interno della fossa. L'unico modo per sfuggire ad un destino tragico, sarà quello di collaborare con un uomo dalle dimensioni gigantesche e confrontarsi con un efferato assassino chiamato Lord Auch...

Ci troviamo catapultati in un ambiente di  provincia americana postapocalittico, dopo che intere città sono state evacuate causa misterioso inarrestabile contagio, di cui vediamo subito gli effetti su una giovane donna nella lunga sequenza iniziale. Trattasi di sequenza che fa ben sperare gli amanti del genere contagion movie: cieli grigi, natura decaduta, inquinata, inospitale sempre in primo piano, acqua come protagonista principale del film: un acqua che trasporta morte, malattia, trasformazione involutiva, l'esatto contrario, cioè, dell'archetipo bachelardiano della "poetica dell'acqua" come nascita e rinascita dello spirito, come rispecchiamento, come integrazione tra abisso e superficie. Cook lavora questo tema guardandolo dal punto di vista del "negativo" fotografico. Ci mette di fronte ad una umanità in declino, un'umanità colpevole di aver ridotto la natura allo stato di deposito tossico nel quale gli esseri "umani" non possono che aggirarsi ora come zombie, contaminati dai veleni che loro stessi hanno prodotto nel corso della loro triste, tristissima storia.

Sulle prime siamo quindi quasi tentati di pensare ad un'ispirazione filosofica di questo film (Gunther Anders? Sartre?), perché tutto sembra ridotto all'osso di un non-senso che avvolge tutto e tutto risucchia, non-senso cui il film potrebbe sembrare di voler dare una sua originale seppur pessimistica risposta. Le brevi sequenze che riprendono il dialogo tra Jack e Shelley in salotto, nella loro casa, prima della partenza (definitiva) di Jack per i cunicoli mortiferi della fabbrica, sembrano tratte da una piéce teatrale di Pinter: si tratta infatti di un'interazione che è in realtà un' uccisione-della-relazione. A partire da questo intreccio di coppia subito sciolto nell'acido, nel putridume di un indifferenziato psico-biologico indotto dal "contagio", tutto rotola piano piano ma inesorabilmente verso il basso di una fossa settica dalla quale Jack non uscirà più (sì che ne uscirà, sul piano dello script, ma solo su quello, mentre su tutti gli altri Jack è già morto). 

Dicevo di una tentazione di impronta filosofica che sembra brevemente voler catturare lo spettatore, o che il regista sembra voler praticare mediante un uso che appare deliberatamente iperbolico dei simbolismi legati al tema della natura e del suo rapporto con l'uomo. E' appunto un lampo fugace, un sentore all'inizio pungente ma che si fa leggero fino a svanire nell'aria. Il film infatti si incarta molto presto all'interno dei cunicoli claustrofobici che si dipartono dalla fossa settica in cui Jack, "Septic man", è rinchiuso. Buone le premesse, verrebbe da dire, ma catastrofici gli sviluppi. Risulta molto presto evidente che Cook non è affatto in grado di gestire gli spunti estetico-filmici che dissemina all'interno dello script. Li butta via, semplicemente, non li lavora. 

Tutto è posto sulle spalle di un Jason David Brown dallo spessore attoriale inesistente, dalla "maschera" perturbante pressoché ininfluente, nonostante gli esperti di make-up arruolati alla bisogna lo abbiano conciato peggio del Freddy Kruger bruciato vivo quella lontana notte in Elm Street. E il peso il nostro Jason non lo regge (e perché dovrebbe?): per di più non lo aiutano le pessime, incoerenti musiche di accompagnamento di Nate Kreiswirth, e neppure la fotografia, presumibilmente dello stesso Cook (non sono riuscito a trovare nessuna menzione di un qualsivoglia Direttore della Fotografia nei titoli di coda, che ho peraltro letto e riletto attentissimamente). Il "coro greco" dei personaggi di contorno al protagonista sono semplici burattini senza fili che non producono alcuna vibrazione significativa nella spenta e vacua polifonia che Cook ci vuole a tutti costi propinare.

Film alla fine pretestuoso,  dalle ambizioni eccessive, che produce il solo risultato di presentarsi come un contenitore vuoto e privo di ogni spessore, come ben raffigurato dalla sequenza del prefinale, in cui Cook tenta la carta del ricongiungimento tragico-mortifero (nel senso del teatro greco) della coppia Jack-Shelley, con Jack tramutato in una sorta di improbabile, impresentabile Medea al maschile, che non fugge follemente sul carro del Dio Sole, come nella tragedia di Euripide, ma s'inabissa nel liquame repellente di una terra che lo rifagocita. La vuotaggine dello script e della sua realizzazione filmica raggiungono poi l'acme assoluto nel finale, che forse vorrebbe rappresentare una sorta di rinascita mostruosa, per la precisione la ri-nascita di un freak come unica alternativa possibile ai danni provocati dall'uomo su una Natura che si vendica su di lui. 

Buone le intenzioni, ripeto, buoni gli spunti, ma drammaticamente fallimentare la loro realizzazione narrativo-filmica, sotto ogni profilo. "Septic Man": film da evitare quindi con ogni cura. 

Regia: Jesse Thomas Cook  Soggetto e Sceneggiatura: Tony Burgess Musiche: Nate Kreiswirth  Montaggio: Jesse Thomas Cook Cast: Jason David Brown, Molly Dunsworth, Julian Richings, Robert Maillet, Tim Burd, Stephen McHattie, Nicole G. Leier  Nazione: Canada  Produzione: Foresight Features. Durata:  83 min. 


lunedì 27 ottobre 2014

The Appearing, di Daric Gates (2014)



Una donna, trasferitasi con il marito poliziotto in una zona rurale degli Stati Uniti, è posseduta da un'entità misteriosa. Ma più del demone che la divora dall'interno, dovrà affrontare uno sconvolgente segreto che si cela dentro di lei...

Halloween e le sue suggestioni si avvicinano: come si fa, dunque, a lasciarlo passare senza dare uno sguardo a qualcosa di perturbante che sia utile a commemorarlo come si deve? Diamo dunque un'occhiata a questo recente "The Appearing", del giovane regista Daric Gates, nato a Louiseville, Kentucky, USA, che ci sforna un "dolcetto-scherzetto" molto gradevole per essere il suo primo esordio in fatto di Cinema Perturbante, sapendo scegliere i giusti ingredienti del sottogenere possession-movie, e riuscendo a spaventarci al punto giusto, in modo onesto e non "telefonato", pur scivolando su alcuni stereotipi ricorsivi e consunti, primo fra tutti quello del trauma da cui provengono i due protagonisti. 

Michael e Rachel sono infatti un marito e una moglie corrosi dal lutto per la morte della loro giovanissima figlia, annegata nello stagno confinante con la loro vecchia casa. Michael è un poliziotto che decide di trasferirsi, ascoltando la richiesta di Rachel, nella remota cittadina di Glenwood Bay, allo scopo, del tutto illusorio, di porre una distanza geografica tra se stesso e le sue emozioni più dolorose. A ricevere la coppia presso il nuovo cottage dove risiederanno è il detective Hendricks (un Don Swayze legnoso e paternalistico ma anche molto rappresentativo di certi personaggi normalmente "schizoidi" e isolati della provincia americana). 

Ciò che colpisce subito (positivamente) di questo film è la cupezza immersiva delle atmosfere in cui Gates introduce lo spettatore fin dai primissimi minuti della storia: niente inizio idilliaco, niente tramonti dorati su morbide colline punteggiate di aceri; al contrario abbiamo immediate visioni/flash-back della figlia che cade in acqua, visi straziati dal dolore, come a ridisegnare una sorta di "Antichrist" in minore e per giunta senza le pretese e le ambizioni estetiche dell'originale. "Antichrist" sembra quasi una lontana eco che Gates evoca sommessamente, e a mio avviso del tutto consapevolmente, ben sapendo che da certi "brand" non è molto facile emanciparsi, così, in quattro e quattr'otto, soprattutto se si scrive un film centrandolo sulla tragedia della morte di un figlio. Tale eco tuttavia non disturba affatto, e soprattutto non fa da freno ad una storia che prosegue per la sua strada perturbante lasciando von Trier indisturbato a casa sua,  a Copenhagen.  

Diciamolo subito: la strada su cui prosegue il cammino di "The Appearing", aldilà di von Trier, è certamente un percorso accidentato. Gates innanzitutto ci invade con un profluvio di immagini visionarie dai colori acidi: si tratta delle visioni di Rachel, di cui non capiamo il motivo e il cui senso lo script ci dispiega in modo molto sfilacciato e del tutto incongruo nel corso del minutaggio. Sembra quasi che il regista voglia ricucire i buchi di sceneggiatura con il filo composto dalle stesse visioni di Rachel nella casa maledetta che sta maestosamente adagiata sulla collina. E naturalmente a Gates questa ricucitura non riesce, poiché ci vorrebbe ben altro sarto a comporre una trama che chiama a raccolta filoni diversi costringendoli all'interno dello stretto contenitore di un possession movie. Sì, certo, i riferimenti biblici ad Asmodeus, demone della lussuria, dell'odio e della gelosia, legati al tema del fratricidio, segreto inenarrabile che ritorna con la sua potenza coattiva incontrollabile, sono stilemi interessanti, ma vanno dosati e mescolati per bene, altrimenti disperdono molto facilmente la loro vis evocativa. Si tratterebbe cioè di possedere una maestria espressiva e integrativa che Gates non sembra sappia dove stia di casa. 

Il tema della "possessione demoniaca" è tuttavia denso di suggestioni, anche da un vertice di osservazione psicoanalitico, e non solo cinematografico (vedi in particolare Grotstein, 2006). Include infatti (inconsapevolmente, per quanto riguarda il cinema) ed esplora in modo creativo e pregnante il concetto di "identificazione proiettiva", modalità di interazione molto studiata nella clinica psicoanalitica, soprattutto nell'analisi di casi borderline o psicotici (ma non solo). Stiamo parlando di situazioni in cui, all'interno di una relazione eminentemente duale (ad esempio quella paziente-analista), uno dei due membri della coppia fa provare all'altro emozioni relative a parti di sè (di chi "proietta") che trova o vive come intollerabili, facendo sì che l'altro vesta i panni dell'altro ("interpreti", come un attore appunto)  pur non essendone consapevole. Da qui il termine di "identificazione proiettiva", che si può vedere dunque come una vera e propria "possessione"/impossessamento di un soggetto inconsapevole, di parti del Sè di un altro soggetto (nel caso di pazienti borderline si tratta spesso di figure genitoriali disfunzionali e/o francamente psicotiche). Il lavoro dell'analisi consisterebbe dunque nel ridare i panni all'attore giusto, svelando l'intento inconsciamente invasivo delle proiezioni, che devono tornare là da dove sono venute, pur bonificate e rese più "digeribili" da parte dell'apparato psichico del proiettante. 

Tornando a "The Appearing", se sul piano della scrittura filmica Gates fallisce in più punti, come detto più sopra (lo stesso passaggio del demone nel corpo di Rachel appare piuttosto mal scritto, per non parlare del "colpo di scena" all'interno dell'ambulatorio psichiatrico, in cui scopriamo improbabili cose sull'adolescenza di Rachel), ma sul piano della resa della "possessione" come fenomeno identificatorio-proiettivo, il film fornisce buoni spunti visivo-emotivi che determinano momenti di perturbazione inquietante -a tratti molto fine- in chi guarda. Quest'ultimo aspetto è a mio avviso apprezzabile poiché non proprio tutti i film (soprattutto statunitensi) sanno trattare il tema "possessione" in modo non caricaturale o stereotipato. 

La stessa ambientazione claustrofilica, dal sapore molto spesso neo-gotico (il paesino di Glenwood Bay, circondato da sterminati boschi di pini, oppure Rachel in vestaglia bianca che sale lentamente le scale della casa, con in mano un coltello), la fotografia piuttosto contrastata, le riprese molto più spesso in notturna che in diurna, la conduzione lenta della storia (92 minuti non sono proprio pochi per un horror...), la scelta di una protagonista femminile sufficientemente scevra dai soliti facili isterismi attoriali hollywoodiani, sono tutti elementi che da soli sanno trasmettere "sotto pelle" un senso di mistero e di insensatezza perturbante, aldilà della stessa sceneggiatura: tanto che a un certo punto pensiamo che della sceneggiatura possiamo tranquillamente fare anche a meno, e cioè che è molto meglio se ci lasciamo sommergere dall'esperienza sensoriale ed emotiva pura che stiamo vivendo. Lo sguardo di Rachel, in alcune sequenze, è infatti capace di trafiggerci, di toccarci nel profondo, di "possederci", ed è questo che infatti di solito vogliamo ci capiti mentre guardiamo un film di questo tipo. 

Poco riuscito sul versante della scrittura (vedi anche tutto l'inutile pistolotto sul suicidio della moglie del detective Hendricks), ma molto efficace in alcuni tratti di pennello visivo che da soli valgono la visione di tutto il film in fatto di generazione di brividi lungo la schiena di chi guarda (vedi la sequenza del giradischi con lo sfondo della tenda di velluto rosso), "The Appearing" è un buon esempio di come si possa rimaneggiare il tema dell'"esorcismo" in ambito Perturbante, attraverso modalità non semplicemente ricorsive. Un buon modo per festeggiare il vostro Halloween,  e anche un'occasione per riflettere sul tema dell'"identificazione proiettiva" e del suo manifestarsi come un demone insospettabile, quanto subdolo e corrosivo, anche nelle nostre relazioni quotidiane.


Regia: Daric Gates Soggetto e Sceneggiatura: Daric Gates, Matthew  J. Ryan  Fotografia: Montaggio:   Musiche:  Cast: Will Wallace, Emily Brooks, Dean Cain, Don Swayze, Quinton Aaron, Wolfgang Bodison, Conroy Kanter, Abigail Cooper, Kris Deskins, Tom Calococci, Payton Wood, Meghan McGregor   Nazione: USA   Produzione: KK Ranch Productions, Sean Robert Entertainment Durata: 92 min.  


sabato 6 settembre 2014

Moebius, di Kim Ki-duk (2013)


Una madre, rosa dalla gelosia nei confronti del marito che la tradisce, vuole vendicarsi tentando di evirarlo. Non riuscendo nel suo intento, evira il figlio adolescente e fugge dall' abitazione di famiglia. Il padre cerca in tutti i modi di restituire al figlio la sua virilità così tragicamente perduta... 


"Moebius", presentato al Festival del Cinema di Venezia nella scorsa edizione, ci dice essenzialmente due cose: la prima è che l'uomo non è linguaggio ma emozione e impulso che nessun linguaggio sarà mai in grado di mediare o contenere o trasformare; la seconda è che la famiglia è una struttura psicosociale fondata sull'erotismo e sul conflitto, e che tale organizzazione emerge nella sua durezza disgregante nel momento in cui all'interno della famiglia stessa compare per la prima volta quell'"enzima" fino ad allora silente, quanto destabilizzante, che si chiama Adolescenza. 

Fin dalle prime sequenze Kim Ki-duk afferma perentoriamente l'elemento fortemente conflittuale e dirompente dell'Adolescenza, presentandoci i primi piani intensi del figlio che assiste al litigio  tra madre e padre (quasi una lotta greco-romana, in verità), costruendo poi successivamente tutto il plot intorno alla figura del ragazzo, o meglio, della sua evirazione da parte della madre. Un pò come a voler attribuire-proiettare una colpa alla sessualità/sensualità nascente (rappresentata dal giovane figlio) come elemento distruttivo di un "presepe vivente" quale la famiglia era stata fino ad allora. Il Gesù Bambino che era stato fino ad un certo punto il figlio, diviene infatti un demoniaco virgulto in preda ad eccitazione priapica, variazione musicale insopportabile per una madre-Fedra corrosa da gelosie ingestibili. Anche il padre è radicalmente contagiato dall'Eros adolescenziale e si lascia presto travolgere da passione amorosa, adulterina e trasgressiva, per non essere da meno di chi ha messo al mondo (anche il padre è invidioso, dunque, sebbene tale corrente sotterranea sia più sottilmente espressa). 

Kim Ki-duk ci squaderna davanti agli occhi tutto questa turbolenza generazionale con magistrale ed efficacissima ruvidezza, anche tecnica, una tecnica volutamente facilona, tagliata a colpi d'ascia, a tratti apparentemente dozzinale nella fattura (vedi certe zoomate in avanti sui volti, che probabilmente a me riuscirebbero anche meglio), ma chiaramente (almeno a parere di chi scrive) ricercata. L'immagine tuttavia permane nella sua potenza: come colore, come movimento, come ponte per veicolare la creatività. Durante la visione di questo film in alcuni momenti ho pensato infatti di trovarmi di fronte ad una scultura più che a un lungometraggio, una scultura in presa diretta, in fieri, ripresa cioè nel momento stesso in cui lo scultore la crea. Oppure di essere di fronte ad un'"action painting" di Pollock, ma dove l'opera include anche Pollock mentre la sta creando. Penso alle sequenze della pratica di auto-scorticamento erotico con la pietra, ad esempio, estremismo estetico che può certo lasciare perplessi, ma che si inscrive perfettamente, splendidamente direi, nel disegno creativamente demistificatorio sulla famiglia che il regista sudcoreano si prefigge. 

Eros e Morte, Eros e Conflitto mortale: questo è la Famiglia, nella sua trama profonda: una istituzione sociale sempre seduta su un vulcano che l'adolescenza può spesso far esplodere. E curiosamente si tratta di un'adolescenza fallico/genitale. Mi viene da dire "curiosamente" poiché  Kim Ki-duk insiste su questo aspetto, quasi avesse letto gli scritti dello psicoanalista inglese D. Meltzer, che ha descritto l'adolescenza (molti anni prima del regista) proprio come struttura intrapsichica che idealizza l'area fallico-genitale in tutte le sue forme e declinazioni onnipotenti e ossessive. 

Il Fallo, a un certo punto del film diventa appunto un'ossessione, cui, si direbbe. la madre originariamente (sia nel film che archetipicamente) ha dato vita per poi abbandonarla-evirarla. Il padre cerca di far di tutto per restituire la virilità perduta a un figlio gemello speculare di sè, arrivando al punto di perdere la sua per donarla al ragazzo, in un atto di pura, purissima marca sado-masochistica. In realtà la vera iniziazione all'età adulta non sarà affatto fornita al figlio dal padre, ma dal gruppo dei pari (vedi la lunga, interessantissima sequenza dello stupro collettivo nel negozietto di periferia, dopo la "prima sigaretta", Una sequenza che ulteriormente sancisce il destino intrinsecamente fallimentare della famiglia, secondo la visione assolutamente pessimistica di Kim Ki-duk). 

Il film è completamente privo di dialoghi. E' per questo che dicevamo che uno degli intenti dell'autore è certamente quello di sottolineare la soverchiante ed incontenibile potenza dell'emozione e dell'azione-agito rispetto a quella del pensiero-simbolo-affetto. Penso che questo stilema rappresenti la forza maggiormente perturbante di tutto il film. Non sono tanto le crude sequenza di accoltellamenti, violenze sessuali, cannibalismi vari a generare inquietudine. E' l'assenza di speranza circa il potere di ciò che lega la pulsione, potere che, secondo Kim Ki-duk è del tutto effimero. La violenza delle emozioni è ciò che regge il mondo, nettunianamente, abissalmente. Il resto sono tutte sciocchezze. Da qui a condurre una regia che può apparire semplicistica e banale il passo è breve, ma è scelta stilistica invece oltremodo azzeccata, perché isomorfa e coerente al contenuto dell'idea di fondo. 

Un'idea che porta il regista a massacrare i suoi personaggi, si potrebbe dire a de-animarli, a renderli prossimi al regno minerale, meri involucri di passioni bestiali, divorati da invidie e desideri mimetici shakesperiani, impossibilitati a qualsiasi progettualità, o come immobilizzati eternamente in un dramma beckettiano. "Moebius" è infatti un circolo vizioso che non potrà mai diventare virtuoso, che mai si potrà spezzare, come il famoso nastro di Moebius, illusione ottica ma anche concetto matematico molto pregnante nel suo rappresentare una superficie non orientabile, cioè priva di un "interno" e di un "esterno". 

Film afasico, eminentemente visivo-emotivo, dai toni tragici in senso più occidentale che orientale, "Moebius" si pone l'obiettivo di studiare la fastidiosa e sporca chimica degli elementi emotivi che la bile familiare secerne quotidianamente dai bassifondi inconsci del legame narcisistico che la fonda (una sorta di nastro di  Moebius affettivo a volte davvero inestricabile e violento, appunto). Film per tutti questi motivi da vedere.   


Regia: Kim Ki-duk Soggetto e Sceneggiatura: Kim Ki-duk   Fotografia: Kim Ki-duk Musiche: Park In-young  Montaggio: Kim Ki-duk  Cast:  Eun-woo Lee, Jae-hyeon Jo, Young-ju Seo   Nazione:  Corea del Sud  Produzione: Kim Ki-duk Film   Durata: 89 min.  
   

domenica 24 agosto 2014

Riflessioni su: il turismo italiano


Prima di riprendere la nostra solita attività recensoria, principale mission di questo blog, lasciatemi aggiungere un post del nuovo tag "Riflessioni su:", post dedicato alle strutture turistiche italiane, tentando di fare un confronto con quelle di un altro paese, specificamente la Francia, dove mi è capitato di sostare per circa 8 giorni.

L'opinione che mi sono fatto dopo questa esperienza che vado narrandovi, è che le strutture di accoglienza turistica italiane fanno semplicemente schifo. Mi chiedo infatti cosa possa pensare un turista tedesco o inglese che si trovi ad affittare un appartamento sulla riviera adriatica. Se fossi in lui non tornerei più in Italia, ma volgerei lo sguardo verso altri più confortevoli lidi. 

Il residence còrso nel quale ho passato una parte di vacanza, era un vero paradiso. La casa era una villetta dalle grandi persiane di legno azzurro e dai muri impreziositi da maestose edere rampicanti. La villa era fornita di ogni genere di utensileria domestica: servizio di piatti di porcellana per almeno 12 persone; caffettiera italiana e americana, a seconda dei gusti; forno a microonde ultimo modello; forno ventilato per cuocere qualsiasi cosa, pizza compresa; lavatrice; lavastoviglie; posate e attrezzi da cucina di ogni tipo non foss'altro che per caso avessi avuto voglia di cucinare una bouille a besse alla marsigliese, oppure delle tagliatelle fatte in casa con ragù di lepre.    

Il giardino della villetta verdeggiava di oleandri ed eucalipti profumati, a formare pagode arboree intorno alle quali si dispiegavano morbidi sentieri che conducevano insospettabilmente alla piscina del residence. Piscina perfettamente pulita, silenziosa, riposante. 

L'interno della casa era abbellito da un cotto a tratti mosaicato sul pavimento, fino ai bagni, che sembravano appena usciti dal progetto di uno studio di design. In sintesi un luogo nel quale il turista si sentiva davvero accolto, e nel quale si aveva voglia di tornare, la sera, pur provenendo dal mare cristallino delle coste della Corsica. 

Ma veniamo adesso all'appartamento che la mia famiglia ha successivamente affittato sulla riviera adriatica, tanto per fare un confronto, semplicemente perché la casa di famiglia che usualmente utilizziamo ospitava altri parenti che venivano in visita dall'estero. 

Entrare nell'appartamento, al quarto piano, è come fare un tuffo negli anni '70: anticamera buia arredata in stile location di film di Dario Argento, prima maniera. Salotto-pranzo con divano di vimini e cuscinoni sformati a fiori; tavolo di legno bianco con pianale in vetro e sedie in stile rococò veneziano; sempre veneziani i lampadari in vetro e ferro battuto (ciò che di più orrido abbia mai visto: forse Gillo Dorfles avrebbe scritto un secondo volume della sua opera sul kitsch, vedendoli). 

Reparto cucina: 3 pentole (tre), di cui due per friggere e una per cuocere la pasta; nessun tipo di forno; neanche l'ombra di una lavastoviglie; neanche il fantasma di una lavatrice; quattro piatti (4) fondi e quattro (4) piani; posate in alluminio da caserma militare. 

Il balcone: certo, molto ampio da poterci mangiare e con vista mare. Tuttavia utilizzabile solo di sera perché battuto da un sole accecante almeno fino alle 19,30. Ovviamente nessun tipo di tenda o riparo, da rendere così assolutamente inutilizzabile il terrazzo in questione. 

Non mi soffermo sulle camere da letto, con letti dai materassi così sfondati che forse neanche Fantozzi avrebbe voluto dormirci una notte. Fortunatamente il locatore ha accosentito ad inserire per noi sotto le brande delle assi di legno. Altrimenti avrei dovuto passare il mese di settembre dal fisioterapista. Detto in due parole: un disastro dal punto di vista dell'accoglienza turistica (non dirò il prezzo pagato per due settimane, in pieno agosto, in questo tunnel dell'orrore, prezzo che abbiamo tuttavia dovuto accettare perché costretti in qualche modo a prenotare all'ultimo momento).

Al termine di questa breve, diaristica narrativa vacanziera, credo che la riflessione si delinei da sè senza doverla argomentare più di tanto. Non parlerò poi dei musei: dovrei scrivere, ad esempio un post a sè sul Museo del Vetro di Murano, che vi consiglio di visitare per capire lo stato in cui versano gli allestimenti museografici italiani, nonostante gli sforzi del buon vecchio Ministro Franceschini. Ma vi potrei anche narrare le vicende di amici che hanno visitato musei a Firenze, nei quali mancavano le etichette esplicative di molti quadri o reperti archeologici in esposizione. Lo stato penoso in cui versa il turismo italiano dipende solo dagli italiani. Comincio davvero a pensare anch'io che diventa ogni giorno sempre più opportuno ipotizzare l'idea di trasferirsi in uno stato estero.   

martedì 5 agosto 2014

Libri (e altro) per l'estate

Eccoci giunti, come di consueto (ma sì, usiamo questa metafora lisa e trita) alle porte dell'Estate, sebbene il clima metereologico faccia a tratti pensare di essere alle soglie di un freddo autunno che naviga inesorabilmente verso un altrettanto gelido inverno. Ma tant'è: il genere umano non è mai contento di niente (se piove perché piove, se fa un caldo estivo da sudare, perché fa caldo, e così via). Rimane il fatto che i giorni della feria d'agosto si avvicinano, l'ombrellone occhieggia disponibile sulla spiaggia, e quindi vengono alla mente titoli di libri letti e da leggere, che qui sotto mi permetto come di consueto di segnalare e suggerire.


Il primo è in realtà la raccolta dei primi tre romanzi della saga landsdaliana di "Hap & Leonard" (contiene "Una stagione selvaggia", "Mucho Mojo" e "Il mambo degli orsi", quest'ultimo il mio preferito dei tre). C'è poco da dire rispetto al buon vecchio Joe: bisogna leggerlo e basta, è puro miele mescolato a nitroglicerina. I personaggi che costruisce sono così "veri" che in certi momenti in cui si è persi nella lettura, ti viene il dubbio che esistano davvero, al punto che li cercheresti su internet (chissà che Hap ha un suo blog...). Linguaggio irriverente, schietto, chiaro e tondo; grasse risate viscerali che ti colgono all'improvviso dopo aver girato una qualsiasi pagina; storie dal sapore faulkneriano (vedi "Il mambo degli orsi", appunto); un Texas orientale flagellato dalla pioggia, in preda a scossoni metereologici, emotivi, culturali; una scrittura frizzante come una Perrier fredda in un afoso pomeriggio in pianura padana. Insomma un vero piacere del quale non possiamo che ringraziare lo scrittore di Gladewater, Texas. Si tratta dei primi tre romanzi della saga di Hap & Leonard, ricordo: siamo cioè solo all'inizio, a cui occorre ovviamente dare un meritato seguito, per poi passare agli altri, innumerevoli romanzi e racconti di Lansdale (in particolare "Il valzer dell'orrore").


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Libro molto intenso, poetico. Un romanzo autobiografico al centro del quale campeggiano la figura e il rapporto col padre, un padre ingombrante, assoluto, una quercia inchiodata dalle sue radici secolari alla terra argillosa ed eterna della collina. Un libro sulla trasmissione generazionale di valori, fantasmi, angosce, da leggere tutto d'un fiato. Scrittura molto colta, raffinata, cesellata con mano e mente sapienti, più poetica, appunto, che narrativa. Massimo Bocchiola è da sempre fine traduttore dall'inglese di numerosi Autori, soprattutto Kipling, Beckett, Martin Amis, F.S. Fitzgerald e altri. Vive e lavora a Pavia. 


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Spostiamoci ora in territori psicoanalitici e apriamo la mente a questo bellissimo libro di Luis Kanciper, psicoanalista argentino, studioso del tema della temporalità nello sviluppo del pensiero, che qui si interroga sulle declinazioni possibili del confronto tra generazioni. Vecchi e giovani, adolescenti e "adulti", nachtreglichtkeit freudiana calata nella contemporaneità. Tutti argomenti estremamente attuali, nella loro apparente ricorsività concettuale. Una scrittura fresca, veloce, con uno sguardo attento rivolto alla clinica. Molto utile soprattutto per chi si occupa di adolescenti, in tutti i campi del sociale. 


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Sempre in tema di temporalità e contemporaneità, consiglio vivamente l'ultimo numero della rivista Psiche, nella sua nuova forma edita da Il Mulino di Bologna. Estremamente interessante l'Editoriale di Maurizio Balsamo, in apertura, denso di stimoli, rimandi, pensieri liberi, "in cerca di un pensatore". Molti i saggi contenuti nella rivista: un dialogo di Matilde Vigneri con Michela Marzano; un intervento del filologo e antropologo Maurizio Bettini sull'etimologia latina della parola prae-sens; una riflessione di Anna Ferruta sul saggio di Joseph Ludin riguardante il "Disagio nella psicoanalisi contemporanea". E molto altro ancora. Non si tratta di una lettura da ombrellone, certo, ma è da leggere perché fa ben sperare in una certa vivacità del dibattito culturale e psicoanalitico in Italia. Un dibattito che in Psicoanalisi, ricordiamolo una buona volta, non si limita alle forme architetturali lacaniane di Massimo Recalcati, che più che interrogarsi sui molteplici "presenti" che viviamo e in cui siamo immersi, tesse un continuo elogio impossibile, e non so quanto utile, a un passato nostalgico in cui "c'era il Padre", che adesso non c'è più (se Il Mulino poi decide di pubblicare una "Rivista di cultura psicoanalitica", questo è direi un buon segno).

Detto ciò, vi informo che il blog chiude fino al 18 agosto.

Buona Estate!