Pagine

domenica 13 aprile 2014

[Sogni e visioni] Monumenti di Memorie

[Inauguro con questo post, un nuovo  tag di cui avevo parlato all'inizio dell'anno]




Siamo monumenti di memorie sedimentate che ci muovono dall'interno, crittografie di linee e ponti e collegamenti con ciò che anticamente ci ha dato origine. Origine che permane nel suo dileguarsi paleontologico, nella sua deriva di tempo che pure mantiene sottili fili di sonda, echi di sonar, palombarità dissimulate in movimenti in superficie. Siamo sedimenti che oscillano come quadri di Arcimboldo, un pò disegnati da noi stessi, ma in gran parte da un lontano ecosistema che ci attraversa, ecosistema tutto intrecciato di leggere ombre e suoni e sbuffi e ooooh, e aaaah, e ghirighirighiri, guarda l'orsetto! dormi dormi bel bambino, un frullio di tende di trine che lo sguardo rincorre insieme allo zigzagare delle forme della carta da parati sbiadita color albicocca e mio padre che ascolta la domenica mattina il Trovatore mette sul giradischi dischi di vinile e partono i suoni del coro o l'ouverture. Siamo profonde lunghe disseminate stratificazioni di oggetti, ammoniti, trilobiti dell'anima sulle nostre Dolomiti quotidiane, cercando il dolo più mite, non come quando, allora, le faglie stridevano l'una contro l'altra e il lupo nero era un vero lupo, e il ragno appeso nel corridoio buio era un mostro avido, e la straga di Hansel e Gratel mangiava i bambini sul serio e Frankenstein faceva capolino nella sua maschera grottesca sulla soglia della camera dove i nostri letti a castello di metallo arancione luccicavano sotto le luce della tua scrivania sulla quale tenevi gelosamente le cassette dei Deep Purple, dei Santana, dei Queen. Ogni tanto, nel silenzio di queste stanze attraversate dal vento ancora caldo dell'estate, ritrovo qualche fossile, la foto in bianco e nero, la vecchia pipa di mio nonno, il barattolo di alluminio leggerissimo dove mia madre metteva lo zucchero, il tavolo del tinello con su il vetro verdino, e sotto il vetro intravedevi, come in un acquario attraversato dalla luce primaverile, le figurine romantiche della caccia alla volpe, dei cani, dei corni e dei cavalli, aggrovigliati tutti insieme in un evanescente aurorale sottobosco inglese dello spirito, che si muove nel suo tempo transeunte.

sabato 5 aprile 2014

Dark House, di Victor Salva (2014)



Nick è un ragazzo molto speciale: quando il suo corpo entra in contatto con quello di un'altra persona, egli è in grado di vedere come quella persona morirà. All'inizio della storia Nick viene chiamato da sua madre che è rinchiusa in un ospedale. Qui la donna gli rivelerà che suo padre, che era stato dato per morto, in realtà è vivo, ed è la causa di tutti i mali della loro disgraziata famiglia. Ma questo padre-fantasma è forse l'unico a conoscere la causa profonda dei poteri paranormali di Nick. E' così che Nick decide di intraprendere un viaggio per scoprire dove si è nascosto suo padre. Durante il viaggio lo accompagneranno il suo migliore amico, Ryan e la sua fidanzata Eve, incinta e ormai quasi al termine della gravidanza. Durante il viaggio i ragazzi si troveranno di fronte ad una grande casa abbandonata immersa nei boschi: è la stessa casa che lui disegnava da bambino, e che credeva fosse il frutto di una sua fantasia. Ma ciò che più atterrisce Nick e i suoi compagni è il personaggio solitario e molto aggressivo che vive all'interno della casa. Si tratta di una figura inquietante, dai lunghi capelli sporchi e che impugna un'accetta. Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere a tutto questo e a svelare il terribile segreto che si nasconde all'interno della casa?

Diciamolo fin da subito: ci aspettavamo qualcosa di molto diverso da quest'ultima prova di Victor Salva  , il mitico filmaker di "Jeepers Creepers" (2001), e "Jeepers Creepers 2" (2003)(un'ultima prova attesa con una certa, giusta curiosità). Invece il film è sciaguratamente, inaspettatamente deludente, per i motivi che andiamo di seguito enumerando. Non sappiamo se tale delusione dipenda dalla sceneggiatura, affidata non si sa perché, al giovane debuttante Charles Agron, alla sua prima prova in assoluto, ma il dubbio che dipenda proprio da tale scelta, rimane.   

1. Il soggetto. Salva si incarta immediatamente come una mosca appiccicata su una striscia di carta moschicida, su un soggetto bizzarro, sbilenco, appesantito da gravami stereotipici stantii (la haunted house, il bosco, l'accetta, il villain rurale violento e via dicendo), che poi il regista non sa più come alleggerire, bonificare, trasformare creativamente. Il film diventa così, ben presto, come una sorta di liofilizzato cui bisognerebbe saggiamente aggiungere del brodo, ma il minutaggio non lo consente: infatti come si fa a girare un horror superiore ai '90 minuti consueti? Dopo la sequenza iniziale del fuoco che divampa dall'abbraccio tra madre e figlio, che fa ben sperare, che colpisce, che emoziona, tutto successivamente si attorciglia pesantemente, proprio come il grande albero misterioso che cresce addossato alla casa che Nick e i suoi amici trovano durante il loro peregrinare lungo la Route 68. L'idea stessa di un ragazzotto qualunque posseduto da poteri paranormali che gli permettono, al tocco, di prevedere la morte di chi gli sta vicino, non convince, non si spiega, e appare appunto scelta bizzarra. 

2. Lo script. Lo sviluppo del soggetto, fino ad un certo punto sembrerebbe interessante e abbastanza ben congegnato. Ad esempio la sequenza del drugstore nel quale i ragazzi incontrano gli strani, curiosi autoctoni all'inizio del film, è visivamente molto ben curata e i personaggi ivi presenti sono molto caratteristici, a modo loro inquietanti quanto basta. Anche la sequenza in cui i protagonisti, tornati nel villaggio, non vedono anima viva nello stesso drugstore chiuso, mentre l'inquadratura in interno mostra che il locale è affollato, possiede una sua forza straniante, certamente perturbante, e rimanda a certe atmosfere alla King dei tempi migliori. La costruzione della narrazione filmica procede bene anche durante il primo attacco boschivo da parte dell'"armata dell tenebre" guidata da Tobin Bell, il cattivone, con quelle accette che roteano fischiando tra i rami, e colpiscono nei punti giusti le prime vittime. Qui però si chiude il felice esordio della fiaba horror che Salva vuole raccontarci. Da circa metà pellicola infatti tutto si appiattisce inesorabilmente e si "liofilizza", come riferito al punto 1. Il film diventa un miscuglio di stereotipie cinematografiche di genere, e chi guarda non sa mai bene se si trovi dalle parti di uno slasher, di un haunted house movie, o di cosa. Momenti di vero spavento come Dio comanda non se ne provano affatto. La casa è poi semplicemente un pretesto ambientale, una quinta teatrale come un'altra per poterci far ballare dentro gli attori di una storia confusa, vuota e che non cattura. 

3. La regia. "Jeepers Creepers" giocava molto, registicamente, con gli elementi della sensorialità e della pulsionalità adolescenziali, elementi su cui Salva faceva aleggiare la morte, una morte che poi piombava dall'alto, nascosta in mezzo ai campi di granturco. Notevole ispirazione e saggio, innovativo uso del simbolico perturbante, in quel film. I movimenti di macchina erano fluidi, larghi, giocati su piani medio-lunghi che riprendevano dall'alto il veicolo su cui viaggiavano i teenegers in viaggio. Una regia molto nuova, ariosa, che sapeva rendere terrorizzante un semplice campo coltivato, nel silenzio estivo della campagna americana. "Dark House" non vede nulla di questa perizia che Salva aveva mostrato così epifanicamente in "Jeepers Creepers". La cinepresa sembra qui inscatolata e paralitica, complice un'ambientazione instabile, sempre frammentata tra boschi, casa maledetta, suv, automobili in viaggio. A un certo punto viene da rivolgersi a Salva per dirgli: "decidi dove stare, Jesus Christ!". Ma lui non si decide. Vaga. Stabilizza primi piani nei dialoghi, poi muove velocemente la macchina lungo i muri tra un condotto di areazione e l'altro per seguire la voce del demone nascosto nella casa, per poi soffermarsi nell'abitacolo del caravan dove Ryan e la sua amica amoreggiano (peraltro dopo essere stati attaccati da un'orda di barbari armati di scure, così, come se niente fosse). In sintesi si capisce lontano un miglio che Salva non ha affatto il polso della situazione rispetto a ciò che sta girando. 

4. Fotografia, Sonoro, Make-up e CGI. Tutti i comparti che usualmente servono ad abbellire l'impalcatura di un film, in particolare fotografia e sonoro, non producono qui, in verità, nulla di particolarmente significativo. Fotografia (di Faunt LeRoy) e musiche (di Salvay) incidono assai poco. Forse sole le sequenze di attacco dei selvaggi armati di accetta sono accompagnati bene da un sottofondo musicale incalzante e indicato, ma in fondo anche questo elemento dello script si perde nell'andamento ondivago della narrazione complessiva. Make-up ed effetti speciali non sembra poi interessino molto a Salva, e francamente non si capisce perché faccia indossare all'esercito tenebroso dei wind-coats stile Driza-Bone australiano. Forse perché hanno freddo nel bosco? Mah. 

Poco, pochissimo da dire sul cast, che non si merita uno spazio specifico nell'elenco numerico svolto sin qui. Tutti attori poco significativi, compreso Tobin Bell, che certamente era più a suo agio nei panni di Jigsaw nei vari "Saw" che ben conosciamo. 

E' dunque possibile comprendere "Dark House" solo se lo guardiamo come uno scivolone davvero sgradevole da parte di un regista che aveva dato un suo contributo interessante al genere cinematografico Perturbante. Il film è inoltre sin troppo tirato per le lunghe pur non coinvolgendo minimamente lo spettatore, nè tanto meno  iniettandogli una qualche minimale dose di inquietudine, come invece ci saremmo aspettati. Il prefinale del film ci fa arrancare attraverso i futili dialoghi tra le donne del gruppo, dialoghi che poi si risolvono in colpi di scena drammaturgicamente debolissimi. Il finale è confusissimo, inutilmente caotico, strillato, come se Salva avesse voluto improvvisamente risollevare in extremis le sorti di un'opera ormai completamente alla deriva. Ma, si sa, la somma delle parti non mai uguale al tutto, e la gestalt globale del film rimane ciò che è, ferma nella sua generale inconsistenza, nonostante i colpi di coda finali. 

"Dark House", come avrete abbondantemente compreso, è purtroppo una pellicola che sconsiglio, e che anzi suggerirei proprio di evitare. 

Regia: Victor Salva Soggetto e Sceneggiatura: Victor Salva, Charles Agron   Fotografia:  Don E. Faunt LeRoy  Montaggio: Ed Marx   Musiche: Bennett Salvay   Cast: Tobin Bell, Luke Kleintank, Alex McKenna, Anthony Rey Perez, Zack Ward, Lacey Anzelc, Ethan S. Smith, Lesley-Anne Down   Nazione: USA   Produzione: Charles Agron Productions   Durata: 90 min.   

venerdì 21 marzo 2014

Snowpiercer, di Joon-ho Bong (2013)


Siamo nel 2031. Un esperimento messo in atto per fermare il surriscaldamento globale ha causato una nuova Era Glaciale che ha causato la morte di quasi tutta la popolazione terrestre. Gli unici sopravvissuti sono i viaggiatori di un treno, lo Snowpiercer, creato dal genio del misterioso Signor Wilford. Si tratta di un treno ad alta velocità, che gira intorno al mondo in moto perpetuo auto generando l'energia che lo muove. Lo Snowpiercer è l'unico mezzo che consente la sopravvivenza, diventando un microcosmo della società umana, divisa per classi sociali anche all'interno del treno. Capeggiati dal coraggioso e indomito Curtis, i più poveri sono confinati nelle carrozze di coda, mentre i più ricchi si godono la vita in quelle di testa. La difficile convivenza e l'instabile equilibrio tra le classi sociali dei viaggiatori, determinano inevitabilmente conflitti che sfoceranno in un focolaio rivoluzionario dagli esiti imprevedibili...


Film molto importante, che sono molto contento di segnalare attraverso questa recensione, "Snowpiercer" del coreano Joon-ho Bong (suo anche l'interessantissimo monster movie "The Host", del 2006) é una pellicola che solo impropriamente possiamo circoscrivere all'interno della cornice del genere science fiction. Etichettarlo semplicisticamente come "film di fantascienza" (o anche horror, in quanto molte sequenze di certo aggettano sul Perturbante)  significherebbe infatti sottovalutarne i meriti e la capacità di andare oltre un genere in quanto tale. "Snowpiercer" é un film che va aldilà del particulare della storia narrata, e si inscrive invece, subito, nella cifra del messaggio estetico universale. 

Il film é infatti visionabile secondo molteplici livelli di lettura, tra cui quello socio-politico: siamo di fronte alla rappresentazione di una lotta di classe di stampo quasi marxiano. Servi della gleba contro padroni e ricchi che affamano i poveri. Oggigiorno potremmo dire precariato sociale di varia estrazione (fino ad includere il ceto medio), contro alta finanza, banche, rendite da amministratore delegato. Bong sembra muoversi bene all'interno di una analisi sociologica della condizione economica ed esistenziale dell'uomo contemporaneo. Anzi, il regista sembra propriamente legare insieme l'economico con l'esistenziale, sottolineandone l'embricazione ineluttabile, l'isomorfismo inestricabile che sciaguratamente segna il destino dell'individuo. Curtis (Chris Evans, il leader degli insorti) rappresenta infatti molto bene tutti noi, ogni giorno schiavi di banche, mutui, tasse, scadenze, assicurazioni, burocrazia, autovelox, telefonini, mail, rendicontazioni, marche da bollo, raccolte differenziate, bollettini da pagare, password, username, eccetera eccetera, schiavi cioé di un nuovo tipo di alienazione post-industriale e molto tecnocratica, dalla quale sembra non siamo piú in grado di uscire, e della quale non si sa più a che punto siamo consapevoli, nè quali ne saranno gli esiti, anche relativamente ai suoi effetti sulle future generazioni. 

In fondo "Snowpiercer" ricorda in qualche modo "1997,Fuga da NewYork", ma giustamente calandosi in un contemporaneo riflusso postmoderno nel quale l'idea di soggetto, di spazio interiore sembra farsi sempre piú eterea, inconsistente, schiacciata dal superio sadico rappresentato dalla velocità, dell'affaccendamento quotidiano nel quale siamo tutti immersi, dal multitasking al quale tutti sottostiamo ormai del tutto supinamente, senza opporre alcuna minimale resistenza. Questa é l'epoca che viviamo, il Tempo della Velocità, che Bong stigmatizza nella figurazione allegorica del treno ad alta velocità che corre attraverso un mondo ghiacciato, morto. O l'individuo si adegua a questo Tempo, oppure, darwinianamente, soccombe. Ogni tipo di lotta é vana: laggiú in fondo ci attende solo la Natura gelida che peraltro ci ha creato, quindi non commettiamo sciocchezze, rimaniamo allinterno dell'Ordine Simbolico, che da semplicemente lacaniano-linguistico, si é fatto ora anche economico-finanziario, sociale. Un Ordine Simbolico-tecnologico che si è fatto carne, che si è tatuato sulla nostra pelle e ormai è indelebile. Secondo Bong l'Ordine Simbolico é diventato Ordine Sociale, Culturale, da esso non si può sfuggire. La nostra è infatti ormai una società sovraeccitata da mille stimoli nei quali siamo necessariamente immersi e dai quali siamo per così dire necessitati. 

L'Era Freudiana appartiene al Giurassico della Kultur Umana, un Giurassico in cui l'eccitazione era repressa dalla rimozione, meccanismo psichico che caratterizzava il funzionamento dell'uomo, generando in molti casi la Nevrosi. Nevrosi e Rimozione erano però anche la salvezza dell'Uomo, il suo ultimo rifugio, che la Psicoanalisi cercava di rendere più confortevole. La Rimozione non caratterizza più il pensiero umano di oggi: ogni Rimozione (della pulsione) è saltata e la Società contemporanea vive immersa nell'Imperativo del godimento, della veloce realizzazione pulsionale medesima, dell'essere-sempre-connessi, dell'assenza della Separazione e del Differimento. E' inutile qui fare esempi poichè ne potremmo farne mille e non più mille (dalle baby squillo alla diffusione della tossicomania in tutti gli strati sociali e in tutte le età, dalla corruzione politica all'economia magico-fideistica del gratta e vinci, dall'indifferenza verso la fragilità altrui, al bullismo, alla decadenza di ogni freno inibitorio in molti incontri sportivi, e via dicendo). "Snowpiercer" ci spiattella davanti il dato di fatto di una mutazione antropologica del Soggetto Umano, che appare spinto in una corsa folle, maniacale verso la cancellazione del Vero Sè del Soggetto stesso. 

L'aspetto più saliente e stimolante del film di Bong è senza dubbio una scrittura filmica che già nel soggetto contiene spunti molto innovativi rispetto ai tradizionali stilemi del genere sci-fi. A Bong non interessa affatto stupire lo spettatore con le solite spade laser. I rimandi principali sono invece quelli che ci portano dritti alla cinematografia di Terry Gilliam (soprattutto "Brazil", 1985). 

Le sequenze d'azione, a tratti molto cruente, in particolare quella in cui gli insorti incontrano la truppa dei poliziotti col passamontagna armati di accette affilatissime, sono registicamente magistrali, e sono girate con accorgimenti tecnici molto indicati quali il ralenty. Il comparto sonoro, a cura di Marco Beltrami,  fa da struggente contrappunto poetico a tutto il narrato. Ottimo, davvero ottimo il casting, in particolare i personaggi di Curtis (Chris Evans, il leader degli insorti), Gilliam (un omaggio a Terry Gilliam, giustappunto? John Hurt, il patriarca). Una particolare menzione al personaggio del Ministro Mason, interpretato da una Tilda Swinton eccezionale nel rappresentare il sadismo cieco ed impersonale del burocrate senza scrupoli. La lunga, visionaria sequenza del vagone-scuola coi bambini e le uova di Pasqua regalate dal Signor Wilford, esaltano sommamente le capacità di una Swinton che suggerisco vivamente di vedere in azione in questo film. 

Il film di Bong è una riflessione dolente ma appassionata sul rapporto tra Soggetto e Gruppo, tra libertà individuale e regola sociale, un'opera che credo sarebbe molto piaciuta a quegli psicoanalisti inglesi che più hanno lavorato sulla "psicologia delle masse" e sulle dinamiche di gruppo (penso ad esempio ad Elliot Jaques e al suo lavoro su "Lavoro, creatività e giustizia sociale", 1990). 

Lo sguardo di Bong si pone a metà tra un darwinismo postmoderno come lettura del rapporto tra Uomo e Natura da una parte, e una sorta di sottile "lacanismo" estetico nel quale non esiste che il Caos aldilà delle ferree regole che la Cultura umana si è data per sopravvivere a quella legge Altra rappresentata dalla Natura, dall'altra. 

Bong vuole cioè rappresentare in questo film il conflitto insanabile sul quale si fonda, a suo avviso la soggettività dell'Individuo. Anzi, Bong vuole descrivere il luogo (atopico) nel quale questa soggettività "accade". Per il regista coreano l'Essere-Soggetto significa essere assoggettati a un gruppo, e alla coazione a ripetere (il treno che viaggia attraverso il mondo senza mai fermarsi) che istituisce questo gruppo come unica struttura capace di garantire la sopravvivenza dell'individuo medesimo, nonchè di proteggerlo anche da se stesso e dalle pulsioni distruttive che lo attraversano. Il freudiano "Disagio della Civiltà" è dunque per Bong inevitabile, anche nelle sue forme più kafkiane e persecutorie (emblematicamente rappresentate dal Ministro Mason e dall'inquietante, ma necessario, Signor Wilford). "Snowpiercer": da non perdere. Per nessun motivo.   

Regia: Joon-ho Bong   Soggetto e Sceneggiatura: Joon-ho Bong   Fotografia: Kyung -Pyo Hong   Montaggio: Steve M. Choe   Musiche: Marco Beltrami Cast: Chris Evans, Jamie Bell, Alison Pill, Ed Harris, Tilda Swinton, John Hurt, Octyavia Spencer, Ewen Bremner   Nazione: USA, Francia, Corea del Sud   Produzione: SnowPiercer, Moho Films, Opus Pictures Durata: 126 min.  

venerdì 14 marzo 2014

The Invoking, di Jeremy Berg (2013)

La giovane Samantha Harris riceve in eredità una casa da una famiglia che non ha mai conosciuto. Con un gruppo di amici si reca sul luogo per visitare la magione, nascosta tra i boschi, nei dintorni della remota cittadina di Sader Ridge. Dal momento in cui Samantha entrerà nel cottage, comincerà ad avere terribili visioni che evocano momenti devastanti del traumatico e oscuro passato della ragazza...

Ero piuttosto indeciso se recensire questo film, recentemente premiato all'Indie Festival di Columbus, ma tutti voi sapete che la mia curiosità cinefila nei confronti del cinema indie horror statunitense è difficile da tenere a bada. Quindi ho deciso comunque di segnalarlo, semplicemente per avvertire i miei lettori di starne molto alla larga, dal momento che si tratta di una vera e propria fregatura sulla quale tuttavia è il caso di spendere qualche parola (magari anche per dire due cose sull'Indie americano contemporaneo, giustappunto). La fregatura parte immediatamente dalla locandina, che ci evoca climi da James Wan. Il sottobosco evocativo si allunga poi fino a "The Cabin in the wood", "La casa" e altro ancora. Tale evocazione è al contrario spenta ed eliminata del tutto, non appena il nostro sguardo è accolto in questo film dai colori esangui di una fotografia decisamente poco significativa (dello stesso Jeremy Berg che si occupa pure della regia e dello script, accollandosi coraggiosamente tutte le responsabilità di un tracollo complessivo preannunciato già dalle prime sequenze). Dedicarsi all'Indie è una buona cosa: è utile a sperimentare la propria creatività all'inizio della propria carriera, quando si hanno pochissimi soldi da investire. Ma bisogna avercelo un briciolo di creatività, di materiale estetico da mettere dentro uno script che poi va fatto girare attraverso un uso accorto della cinepresa. Jeremy Berg sembra qui aver probabilmente frequentato un corso di lettura filmica presso un College di Columbus, e tra una canna e l'altra di aver deciso di mettere mano alla cinepresa perché si sentiva molto bravo. Successivamente convince alcuni suoi compagni di università (tra cui Trin Miller, piuttosto carina, certo, ma in questa storia del tutto àtona ed inespressiva) a seguirlo nell'impresa meravigliosa di fare un film horror ambientandolo, guarda un pò, in un bosco. Alcune cosette gli vengono anche bene, come ad esempio la sequenza della visione di Sam in cui vede Roman (Josh Truax) seduto sugli scalini del cottage che si muove in modo stereotipato dicendo cose insensate. In tale sequenza il pathos c'è, ed è collocato in un punto dello script in cui non ce lo aspetteremmo: il risultato è quindi spiazzante, quindi un applauso. L'applauso dura però due secondi netti, poi basta, niente più, poiché in un deserto emotivo ed estetico cos'altro vuoi applaudire? I sassi? Non credo se lo meritino. Qualche leggero moto di interesse lo muove (forse) la scampagnata dei ragazzi nel bosco di notte con le torce, ma il tutto si risolve nel nulla, come dal nulla nasceva. Berg allestisce un ambiente filmico-emotivo a zero tasso di Perturbante, nel quale cerca di drammatizzare una storia debolissima e priva di qualsiasi verve. In questa operazione autodistruttiva è molto aiutato, come si è accennato, dalla pessima fotografia di cui il regista medesimo è l'esecutore (testamentario di una morte annunciata): luci diafane, troppo accese, giallognole, abitano tutto il girato, illuminando performance attoriali ed interazioni dialoganti da dimenticare. "The Invoking" è un esperimento "indie" molto abborracciato, che cerca di affrontare il vuoto pneumatico di ideazione creativa da cui nasce, sulle fragili spalle dell'interazione gruppale tra i vari personaggi, pensando in questo modo, ma illusoriamente, di generare un qualche movimento emotivo nello spettatore attraverso il realismo interattivo dei quattro tardo-adolescenti in trasferta. E' possibile che Berg abbia pensato pure a "The Blair Witch Project", e l'ambientazione boschiva, il ruolo della natura silenziosa che circonda i protagonisti, fanno pensare proprio al mitico film del 1999 del Sànchez e Myrick. Ma ovviamente siamo lontani mille miglia dall'idea innovativa di quel modello. Per scrivere e girare un "indie movie" occorre ben altro spessore concettuale, ben altro pensiero, visioning estetico, ben altra passione. Pensiamo ad esempio ad un autore come Pearry Teo (Necromentia, 2009; Children of the Arcana, 2003) e mettiamolo a confronto con lo stile indie di Berg: il confronto non si configura neppure, non si dà affatto. Non parlo appositamente della soluzione stilistica operata dal regista nel prefinale e nel finale del film, perché non si merita alcuna attenzione. Dicevo all'inizio che ero piuttosto indeciso se scrivere una recensione di questa pessima trovata di altrettanto pessimo gusto regalataci da questo Carneade postmodernoide che si chiama Jeremy Berg. Alla fine l'ho scritta: semplicemente perché voglio bene a coloro che mi leggono, il parere dei quali è per me molto importante. "Tha Invoking": da evitare come la peste bubbonica. O il virus Ebola, se preferite. 

Regia: Jeremy Berg   Soggetto e Sceneggiatura:  Jeremy Berg Fotografia: Jeremy Berg Montaggio: Autumn Lisa Mason Musiche: Trip Like Animals Cast: Trin Miller, Andi Norris, Brandon Anthony, Carson Holden, D'Angelo Midili, Rafael Siegel, Josh Truax Nazione: USA Produzione: The October People Durata: 82 min.


domenica 2 marzo 2014

The Returned, di Manuel Carballo (2013)



In un futuro non lontano da noi, un micidiale virus che trasforma gli esseri umani in selvaggi zombies è stato curato, cioè è stata trovata una cura capace di far ritornare umani gli zombie, a patto che gli infetti si auto somministrino un farmaco quotidianamente. Kate è un medico il cui compagno è stato contagiato, e quindi è un "returned", al quale Kate deve necessariamente fornire il farmaco. Tuttavia la proteina che deve essere sintetizzata per curare la malattia è sempre più costosa da elaborare in laboratorio e i potenti del mondo desiderano solo conservarla per le classi più agiate. Date queste premesse, è facile intuire che la situazione degenererà ben presto in tutto il paese...

Vediamo un pò cosa accade nell'alveo cinematografico-perturbante ispanico, che ci ha sempre fornito interessanti spunti di riflessione, nonché brividi e paure variegate, inserendo spesso le sue storie in ambiti rurali molto ben delineati e inquietanti. Nel caso di quest'ultimo film di Manuel Carballo (che viene da prove poco entusiasmanti in verità, vedi i suoi recenti Exorcismus, 2010 e El Ultimo Justo, 2007), il regista abbandona il classico rural iberico e sposta le sue locations in Ontario, Canada. Qui si gira in una città moderna, yankee style, fatta di grattacieli illuminati, automobili senza un granello di polvere sul cofano, ospedali lindi e perfetti. La storia è usualmente millenaristica: siamo in un futuro non precisato, in cui un virus micidiale ha trasformato in zombie parte della popolazione. Tuttavia è stato miracolosamente trovato un antidoto capace di far regredire il malanno letale e di generare una restitutio ad integrum del malcapitato che se l'è beccato. Tutto sembra essere dunque sotto controllo, e infatti anche lo script scorre lento fin verso il quarantesimo minuto di pellicola, introducendoci semplicemente nell'ambiente e facendoci familiarizzare con i protagonisti. Solo l'incipit, con un flashback ben calibrato, ci introduce subito in medias res, senza isterismi o inutili fronzoli spettacolosi. Gli attori sono scelti con cura: tutti trentenni dabbene, in particolare Kris Holden-Ried (Alex), un insegnante di chiatarra infettato e risuscitato dalla nefasta esperienza del contagio, e la sua fidanzata Kate, una composta Emily Hampshire dal bel viso più ispanico che anglosassone, giovane medico ospedaliero innamorata del suo uomo di cui si prende cura. Le atmosfere sono ben curate, il ritmo è lento, conviviale, la colonna sonora accompagna bene col suo mood straniante ma non troppo i movimenti dei personaggi nel corso della storia. Ciò che ho più apprezzato di questo film è appunto il tono pacato, non urlato, nel raccontare un topos cinematografico che è ovviamente trito e ritrito (è dal mio punto di vista inspiegabile che gran parte delle pellicole perturbanti odierne scrivano e riscrivano il tema zombie con tale ossessiva dedizione. Sarebbe interessante ragionarci sopra in modo più approfondito su tale tendenza contemporanea). Se War World Z di Marc Forster (2013) riprendeva tale topos pensando di rinnovarlo solamente attraverso la faccia sensualona di Brad Pitt, ma cadeva poi in un disaster movie che più banale non poteva essere, Carballo non gira certo un film innovativo rispetto al genere, ma ha il pregio di innestare tale genere su quello intimistico, alternando atmosfere soft in stile Lasciami entrare (Tomas Alfredson, 2008), ad avocazioni lente e continue di un cambiamento catastrofico-mortifero annunciato. Direi che è quest'ultimo modus operandi di Carballo a rappresentare l'aspetto perturbante più importante di questo film. Da questa prospettiva "The Returned" può apparire rallentato, involuto e con scarso spessore, ma a prima vista, cioè secondo una lettura molto superficiale. Al contrario il film contiene molti stimoli interessanti. Ad esempio ad un certo punto vira addirittura verso un sapore sci-fi, con accenti quasi kafkiani (vedi la sequenza in cui i due detective entrano nell'appartamento di Kate e Alex con un mandato di perquisizione). A mio avviso il bello di questo film è che praticamente di zombie assetati di frattaglie umane non se ne vedono proprio, ed è appunto questa loro assenza a rendere il film eccentrico, cioè saggiamente decentrato rispetto ai soliti vuoti stereotipi filmici che ci parlano di zombie. "The Returned" è un film ellittico, totalmente ellittico, nel quale sono gli umani "normali" a spargere sangue sparando colpi di arma da fuoco, più che il virus medesimo, che fa solo il suo normalissimo mestiere nel suo angolo di latenza, pronto ad esplodere alla prima distrazione dell'uomo. Per certi versi il lavoro di Carballo appare più una riflessione sull'amore di coppia (quello tra Alex e Kate) e sulle sue complesse vicissitudini nell'agitato tempo contemporaneo che viviamo, piuttosto che un film horror in quanto tale. Le sequenze del prefinale, con Alex incatenato mentre Kate lo abbraccia, sembrano dimostrare questa tesi. Alex e Kate abbracciati appaiono in alcune inquadrature come la statua michelangiolesca di una Pietà ultra-postmoderna. "The Returned" è dunque un film che consiglio, soprattutto a chi vuole stare lontano dalle solite banali stereotipie dello zombie-movie mainstream odierno
Regia: Manuel Carballo Soggetto e Sceneggiatura: Hatem Khraiche  Fotografia: Javier Salmones   Musiche: Jonathan Goldsmith   Cast: Kris Holden-Ried, Emily Hampshire, Shawn Doyle, Claudia Bassols, Paul Anthony, Paulino Nunes, Emily Alatalo   Nazione: Spagna, Canada    Produzione:  Ramaco Media I, Castelao Pictures, Filmax International  Durata: 98 min.


domenica 23 febbraio 2014

A proposito di Davies, di Joel ed Ethan Coen (2013)




                                                                              “ The same imagery which occurs also means”
                                             
                                                                                                                     Marcus B. Hester


                               “A volte è bello ascoltare canzoni, e sentirle
                               cantare ancora, come i racconti e le favole della
                               nonna”.
                                             Francesco Guccini


Nella sequenza iniziale di “A proposito di Davies”, i fratelli Coen decidono di mostrarci subito il protagonista, Llewyn Davis, dal nome gallese difficilmente pronunciabile, mentre canta “Hang me, oh hang me”, una canzone del repertorio del folk classico statunitense, ripreso dai due registi quasi a voler rappresentare un “personaggio principale” che tuttavia si autodemistifica nel momento stesso del suo proporsi sulla scena. Un “Io impiccato”, dalle origini appunto impronunciabili, che porta dentro di sé una madre morta (Green, 1980), costretto a vagare nomadicamente, in modo afinalistico, per le strade del Greenwich Village, a New York, oppure a Chicago, oppure non importa dove, poiché Llewyn abita in un non-luogo dell'Essere, in un àtopos perennemente ciclico, coattivo, sfuggente: la Grande Assente nella vita di Llewyn (e in tutto il film) è appunto la madre. 

La madre è la vera protagonista del film, una madre il cui deficit di reverie determina e costruisce il mondo surreale abitato da Llewyn Davies. Il cantante folk che vediamo muoversi e vagare alla deriva di una vita senza alcuna progettualità e senso, è  infatti ciò che potremmo definire con Bion un “pensiero senza pensatore”, che tuttavia un pensatore non lo troverà mai. Il film dei Coen immerge lo spettatore in un clima di assoluto “pessimismo cosmico”, laddove non ci fa apparentemente intravedere alcuna possibilità di Speranza, di Legame. In questo film non sembra infatti essere presente traccia di un qualsiasi Oggetto Buono, oppure di un contenitore di coppia capace di favorire evoluzioni trasformative, di estrinsecare un qualunque abbozzo di crescita psichica. Il risultato di queste assenze radicali, basali, è che il mondo abitato da Llewyn è un inferno esistenzialistico, un errare nell'incertezza più assoluta all'interno di relazioni solamente parassitarie. L'assenza di reverie nel passato, genera un'assenza di futuro: Davies è un eterno figlio che non può mai diventare padre, che si lascia dietro di sé relazioni sessuali occasionali con donne che  Davies mette incinte ma che poi se ne vanno allevando il figlio da sole, oppure abortendo. 

A. Green (1980), riferendosi al concetto psicoanalitico di “madre interna morta”, parla di un quadro clinico al cui centro non emergono aspetti depressivi, ma narcisistico-distruttivi, con un investimento ipercompensato e non autentico dell'Io. La non presenza di Odio e di Amore intesi come tessuto affettivo che costruisce il Legame, porta invece ad una “tendenza zero”, come destrutturazione dell'Io stesso, come involuzione dell'Io verso il vuoto. Davies infatti (come afferma Green) non può fare altro che “tenere vivo l'Io” passando da un divano all'altro in case di “amici”, oggetti alternativi ma incapaci di colmare il vuoto di un lutto difficilmente elaborabile. Non siamo però dalle parti di un quadro melanconico, nel quale è presente una tensione relazionale pur su base narcisistica. Siamo invece in un momento precedente a tale quadro, cioè in una stasi ciclica e indifferenziata, in-differente all'Oggetto, come rispecchiamento di un non  riconoscimento del Soggetto da parte dell'Oggetto medesimo. Tornando a Bion potremmo dire che i Coen ci mostrano una “frammentazione statica” (Bion, 1967), un dinamismo apparente che nasconde una inautenticità relazionale di base. 

Per chi frequenta la poetica cinematografica dei fratelli Coen, non sarà difficile, visionando questo film, individuare nella loro narrazione “a proposito di Davies” , anche un forte rimando alle radici ebraiche, a quel tormento esistenziale che accompagna le vite dei protagonisti delle loro opere precedenti (in particolare ricordiamo Fargo, 1996; Il grande Lebowski, 1998; Non è un paese per vecchi, 2007, tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy).  Da un certo punto di vista Llewyn Davies è l'incarnazione stessa del popolo ebraico: “Ho girato tutto il mondo. Sono salito su una montagna e lì ho fatto resistenza. Ma ora mi impiccheranno”, recita il testo della canzone iniziale cantata da Davies al Gaslight Cafè di New York City. 

La poetica di Joel ed Ethan Coen sembra tuttavia volerci dire qualcosa in più rispetto alla  semplice descrizione pessimistica della vuota ciclicità esistenziale in cui si trova immerso Davies (un Oscar Isaac molto intenso pur nell'interpretazione di un personaggio che si muove nell'America degli anni '60,  a tratti antipatico e asociale). I Coen sembrano segnalarci che il non-senso della vita di Davies può trovare un nuovo senso proprio nella ciclicità della struttura narrativa stessa, cioè in quel dispositivo di risemantizzazione narratologica che è l'opera cinematografica, così come lo sono anche le canzoni che il protagonista canta nel corso della pellicola. L'episodio iniziale dell'incontro di Davies con l'uomo misterioso che lo prende a pugni nel vicolo, è infatti ripresa nel finale, ma acquista solo in apres coup un significato che all'inizio non eravamo stati in grado di cogliere.

“A proposito di Davies” appare così una sorta di rappresentazione paradossale ed estremistica di quella “pulsione a significare” di cui hanno recentemente parlato Giaconia, Pellizzari e Rossi (1997), concetto ripreso da Umberto Eco ed utilizzato da questi Autori in ambito psicoanalitico per indicare la tensione conoscitivo-curativa su cui si fonda il lavoro della coppia analitica. Il pessimismo coeniano vira cioè, in questo film, verso l'idea che la narrazione e le sue strutture significanti, nella loro ricorsività anche coattiva e deterministica, facciano intravedere il germe di una “grammatica generativa” affettiva e peculiare all'umano sentire, grammatica capace di rimettere in qualche modo in moto il motore della speranza. A differenza del suo partner suicida, Davies continua, nonostante tutto, a cantare le sue struggenti canzoni, a New York come a Chicago, di fronte a un pubblico che ascolta, determinando così lo spazio per una nuova, inedita tensione relazionale e conoscitiva. In fondo è proprio ciò che accade in analisi, spazio relazionale nel quale anche il racconto più doloroso, ambiguo o straniante riceve un'accoglienza e si muove, attraverso quella  “competenza” (Giaconia, Pellizzari, Rossi, 1997) che è l'ascolto analitico, verso nuove possibilità di simbolizzazione. Forse è quello che affermava anche Freud nel Compendio di Psicoanalisi, a proposito del transfert: “...l'inconscio -che normalmente è il nostro avversario-ci dà una mano, giacché gli è propria una naturale 'spinta ascensionale' e a nulla aspira tanto come a varcare i confini che gli sono imposti e a giungere fino all'Io, penetrando nella coscienza” (Freud, 1938, OSF, XI, 606). 

Questa spinta straniante, perturbante, mobilitata dal setting, acquista una valenza di intenzionalità che va alla ricerca di un senso affettivamente e umanamente condiviso all'interno di una relazione competente.  Per i Coen è il set-setting cinematografico in particolare, e la costruzione estetico-narrativa in generale, a porsi come spazio potenziale capace di rompere la coazione del non-senso, aprendosi così ad una ulteriore, seppur sempre limitata comprensione dell'esistere.

Regia: Joel e Ethan Coen Soggetto e Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen Fotografia: Bruno Delbonnel Montaggio: Roderick Jaynes  Musiche: Angela Burnett Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Garrett Hedlund, John Goodman, F. Murray Abraham, Adam Driver, Max Casella, Ethan Phillips, Alex Karpovsky, Stark Sands Nazione:  USA Produzione:  Mike Zoss Productions, Scott Rudin Productions, Studio Canal Durata: 105 min.