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domenica 18 gennaio 2015

Big Bad Wolves, di A. Keshales e N. Papushado (2013)



Una serie di brutali omicidi fa convergere i destini personali di tre uomini: il padre di una delle ultime vittime in cerca di vendetta, un poliziotto che opera aldilà degli ordini impartiti dai suoi superiori e un insegnante sospettato delle uccisioni. L'incontro di tali destini genererà solo odio... 

Affrontare un tema eticamente così controverso e spinoso come quello della pedofilia attraverso la lente del Perturbante cinematografico, non è certo un'operazione di per sè semplice. Farlo poi con uno stile ironicamente "tarantiniano", anzi sarebbe forse meglio dire "tarantinoso", a me non è sembra un buon metodo, quantomeno dopo la visione di questo recente film del duetto Keshales/Papushado, che aveva già diretto l'interessante quanto non eccelso "Kalevet" nel 2010. 

Sul piano della pura estetica registica il film non fa una grinza. E' condotto con mano raffinata, con una tempistica sequenziale che fa venire in mente i movimenti felpati di un gatto sornione che attende il topo all'uscita dalla tana provvisoria in cui lo ha costretto durante una lunga e divertita caccia. Fotografia (di Bejach) e sonoro (di Frank Kayim Ilfman)  fanno la loro egregia parte, soprattutto il primo comparto, iperilluminato negli esterni di un paesaggio israeliano che a tratti ricorda l'orto dei Getsemani biblico, e dai toni rugginosi negli interni durante le sequenze della tortura. Forse il montaggio poteva essere organizzato in maniera più fluida e con un andamento più rapido, soprattutto nelle sequenze dei passaggi in automobile dalla città alle remote zone di campagna dove il professor Dror, il sospettato di essere il pluriomicida, viene segregato. Ma aldilà di questo aspetto, potremmo dire isolato,  l'impianto estetico-filmico complessivo risulta molto curato, preciso in modo quasi manieristico in ogni dettaglio. 

No, no, "Big Bad Wolves" non è portatore di alcun problema tecnico di sorta. I suoi problemi nascono invece da un'incrocio di stilemi narrativi attraverso i quali Keshales e Papushado vogliono veicolare dei contenuti molto forti, nello specifico riguardanti il tema del conflitto etico. Tema non da poco peraltro, tema al limite del filosofico, tema che aggetta molto oltre l'entertainment perturbante cui siamo usualmente abituati. Nel momento in cui i due registi fanno convergere i destini del padre vendicatore e del poliziotto caratterizzato da un'etica biblica da legge del taglione, introducono una conflittualità potente che spinge lo spettatore ad un gioco delle tre carte irrisolvibile, sovrumano. Da qualsiasi parte lo spettatore si ponga rispetto ai tre personaggi, si trova infatti sempre di fronte a un labirinto senza uscita, ad un muro: infatti tutti e tre sono colpevoli (ma allo stesso modo? E cosa significa "allo stesso modo"? Secondo quale scala?). Ciò è interessante, e fa riflettere anche sulla cultura (ebraica) dalla quale nasce questo film, sulle sue scissioni, sui mille chiaroscuri che la caratterizzano, sui lutti storici che la fondano, sul senso di persecuzione transgenerazionalmente vissuto e tramandato, e potremmo andare avanti per molte pagine su questo versante della lettura del film. 


Il problema di "Big Bad Wolves" sta da tutt'altra parte, e sta nell'insistito uso del registro ironico. Prendiamo una sequenza a caso e seguiamone lo svolgimento. Siamo nello scantinato in cui Dror è recluso, legato ad una sedia, imbavagliato. E' accusato di aver seviziato e ucciso ragazzine di otto-dieci anni, seducendole preliminarmente con dolci e leccornie imbottite di sonniferi. Una di queste è la figlia di Gidi, il padre torturatore. Gidi impugna una pinza e sta per strappare le unghie del piede destro di Dror dopo avergli tolto con cura scarpa e calzino. Il pathos è notevole, drammaticamente toccante. Ma ecco che squilla il telefono di Gidi: è la vecchia madre dell'uomo, una petulante, invadente madre ebrea, come solo le madri ebree possono essere invasive e petulanti. La sequenza si spegne e si riaccende di altra e ben diversa luce nella cucina del cottage, nella quale Keshales e Papushado ci raccontano il lungo dialogo tra un figlio 45enne e una vecchia madre che lo sgrida come si fa con un bambino. 

Molti potrebbero dire che questo uso dello spegnimento del pathos attraverso l'iniezione di un' ironia (la telefonata della mamma di Gidi), che stempera e alleggerisce momentaneamente la tensione, sia un accorgimento geniale, derivato dal magistero di Tarantino. Una modalità, cioè che integra molti dati provenienti da zone interessanti e sommamente creative della storia del Cinema. Non è la mia opinione. Io credo non si possa (appunto per motivi etici), ironizzare per nessun motivo su temi così psicologicamente delicati e complessi come quello della pedofilia (per giunta omicida). Se vuoi fare un film in tema di vendetta, anche prendendo come argomento la pedofilia, fallo pure.  Kim Ki-duk lo fa egregiamente ad esempio rispetto al tema dell'incesto nel suo ultimo "Moebius", la cui mia recensione potete leggere qui, ma Kim Ki-duk non ironizza affatto, anzi calca la mano su toni shakespeariani, beckettiani, problematizzando il tutto in modo radicale e corrosivo. Non è certo il caso di Keshales e Papushado, che mettono in scena un dramma pesantissimo facendolo interpretare come da pagliacci da circo. Il detective Micki sembra infatti una specie di Tenente Colombo muscoloso e incazzato col mondo, senza possedere la leggerezza e serietà di metodo di Colombo stesso. Vi par poco? Il secondo pagliaccio, Dror, il padre, non estrinseca alcun tipo di pathos drammatico e si limita a dare badilate sulla testa a questo e a quello, pur di portare avanti la sua mira ultimativa, cioè la tortura come mezzo per estorcere una confessione. E pensare che gli hanno appena ucciso barbaramente la figlia... Non si tratta qui di tirare in ballo la manzoniana "verisimiglianza". Siamo dalle parti di Tarantino, non dimentichiamocelo. Ma il punto è che i due registi israeliani appaiono appunto più interessati a sembrare dei bravi allievi del regista di Knoxville, più che a portare avanti un discorso personale che faccia del Perturbante un veicolo di riflessione filosofica o sociale.

Visionando il film mi è venuto in mente per contrasto "Martyrs", di Pascal Laugier. Il tema della violenza, della tortura, del fondamentalismo (anche religioso, ma non solo), così attuale oggigiorno e non solamente dopo i fatti di Charlie Hebdo, sono trattati da Laugier con una raffinatezza di visione così sublime e poetica che Keshales e Papushado sembrano al confronto due studenti di un corso di scrittura creativa di fronte a una poesia della Szymborska. E' vero, i dialoghi tra carnefici e vittima sono molto ben costruiti, e come in una piece teatrale, pur mantenendo un andamento molto finemente cinematografico. E' altresì vero che tutto si regge sulle spalle di tre soli personaggi che  tengono in piedi tutta la giostra, accompagnati da ottimi piani medi, primi piani e carrellate lungo i corridoi della cantina maledetta. Tutto questo tuttavia non basta a trasformare l'ironia macabra in riflessione davvero profonda. Neppure l'arrivo in scena del padre di Gidi con il conseguente lungo dialogo tra i due, produce significativi viraggi in senso positivo (non parliamo poi del punto in cui il nonno parla dei suoi problemi di colesterolo mentre armeggia con la fiamma ossidrica: altro uso dell'ironia inutilmente e presuntuosamente ossimorico). 

Mi fermo qui, e in sintesi credo che quest'opera di Keshales e Papushado sia un'occasione davvero sprecata per un tipo di cinema che vorrebbe magari prestarsi come testimonianza artistica rispetto a temi importanti che coinvolgono il piano etico su cui si fonda una comunità sociale. Potrei scrivere ancora molte cose circa il tema della pedofilia, non tanto perché ne sappia molto sul piano scientifico, anzi, ma appunto per dire che si tratta di un tema che occorrerebbe invece lasciare tutto nelle mani di chi lo studia con rigore, piuttosto che appropriarsene in modo parassitario per fare il verso compiacente al signor Tarantino. 

"Big Bad Wolves" è un film la cui visione non mi sento assolutamente di consigliare. 

Regia: Aharon Keshales e Nivot Papushado    Soggetto e Sceneggiatura: Aharon Keshales e Nivot Papushado    Fotografia: Giora Bejach   Musiche: Frank Kayim Ilfman   Montaggio:  Asaf Korman Cast: Tzahi Grad  , Lior Ashkenazi , Rotem Keinan, Doval'e Glickman, Menashe Noy, Dvir Benedek, Nati Kluger, Kais Nashif, Ami Weinberg, Guy Adler, Arthur Perry, Gur Bentwich Nazione: Israele   Produzione: United Channel Movies, United King Films  Durata:  110 min. 


domenica 4 gennaio 2015

Honeymoon, di Leigh Janiak (2014)



Una giovane coppia (Bea e Paul) fresca di matrimonio, decide di passare la propria luna di miele presso un cottage isolato nei boschi, e situato accanto ad un romantico lago. Una notte Paul si sveglia improvvisamente e trova Bea che vaga nel bosco senza motivo: sarà solo l'inizio di una serie di misteriosi e drammatici eventi... 

Ho seguito il consiglio di Lucia (leggete qui la sua recensione al film) e di Simone Corà (qui invece la sua), e, come prevedevo, non sono rimasto deluso. "Honeymoon" è un piccolo gioiello che rimane bene impresso nella mente soprattutto per il suo finale che non lascia speranza. Ma non solo per questo, naturalmente. 

La storia è semplice, quasi ridotta a un osso di seppia arrivato sulla spiaggia di un mare in inverno. Lui e lei sono giovani, si sposano, decidono di vivere una luna di miele alternativa presso il cottage canadese della famiglia di lei.  Il luogo è suggestivo: la casa nel bosco, che aggetta su un bel lago pescoso è tutta in stile anni '80. Campeggia la pelle di un grande orso catturato dal padre di Bea nel salotto di casa. Paul è un giovane marito innamorato che non vede l'ora di essere da solo in un sito sperduto qualsiasi per fare sesso con la moglie, donna che desidera e che ama davvero tanto. 

La regista Leigh Janiak, pure lei giovanissima e bravissima oltre ogni più rosea aspettativa (guardatela in questa foto: non sembra possibile che una "ragazza" così giovane sia riuscita a dirigere un film così interessante, invece è proprio così, alla faccia di chi pensa che la saggezza stia nella "vecchiaia")



sceglie due attori dai volti che più "normali" e realistici non si poteva, e già questa scelta di casting appare geniale, anche perché in questo film si tratta nientemeno che di far ruotare tutta la storia, in modo quasi "teatrale", intorno alle trasformazioni relazionali (e fisiche, ma questo secondo aspetto è del tutto relativo) di due normalissimi personaggi presi da una storia quotidiana qualsiasi. 

Credo infatti che qualsiasi giovane coppia tra i 25 e i 30 anni possa tranquillamente identificarsi in Bea e Paul: quella freschezza e quella immediatezza dell'interazione; la curiosità nuova ed epifanica di una storia d'amore nei suoi primi anni di vita; quella circolazione libera, giusta e liberatoria di ormoni onnipresenti e onnipervasivi; quel desiderio di sperimentazione creativa su qualsiasi piano e livello. La Janiak sa rendere questa miscellanea di caratteristiche di coppia amorosa in modo sublime e originalissimo, aldilà di una storia in sé banalissima, ridotta all'osso, lo ripeto. 

Il punto è che, nonostante la stringatezza intrinseca della morfologia narrativa (coppia-casa nel bosco-invasione), nonostante i personaggi principali rimangano solo due per ben 86 minuti di pellicola (a parte due brevi passaggi di altri due personaggi che fanno da spalla), e nonostante l'ispirazione del film peschi a piene mani in un immaginario perturbante tutto, assolutamente, strettamente yankee, la Janiak riesce ad incollarci davanti allo schermo dall'inizio alla fine, prendendoci per la giacca e portandoci nel bosco insieme a Bea, l"ape da miele", come la chiama il suo Paul. 

Secondo me "Honeymoon" è pure capace di ispirare riflessioni sull'incommensurabilità dei generi sessuali ("Incommensurabili" come lo sono il lato di un quadrato e la sua diagonale). Non so se si tratti di un intento consapevole, da parte della regista, tuttavia a me sono venute in mente molte suggestioni circa il famoso concetto psicoanalitico di "teoria sessuale infantile", momento importante e che ritorna nella vita di ognuno di noi molte più volte di quanto pensiamo, anche dopo l'infanzia propriamente detta, durante il quale ci domandiamo "perché" il maschile è diverso dal femminile. Oppure quando ci domandiamo in cosa consista la "diversità" dei generi sessuali. O cosa ci sia di maschile nel femminile e viceversa. O cosa sia la bisessualità. Non è poca cosa che un "filmetto" scritto e diretto da una sconosciuta giovane regista americana alla sua opera prima generi così tante e diversificate domande circa questi temi, almeno in uno spettatore quale il sottoscritto. Dico la verità: non mi era capitato molto spesso. 

La sceneggiatura (di Janiak e Graziadei), è un altro cospicuo pregio di questo piccolo grande film. E' scritta con molta cura, con passione, con l'ispirazione di una scrittura filmica pensata, attenta, soppesata nei dettagli. In scena stanno solo 4 personaggi, nonché alcune quasi invisibili "dark figures" fantasmatiche che tuttavia hanno un loro peso protagonistico non da poco nel generare inquietudine. Questi 4 sono diretti con mano ferma e composta e danno davvero il meglio di se stessi, soprattutto i due innamorati, Bea e Paul. Bea è una "bruttina stagionata", viso perfetto per la parte di una ragazza qualsiasi di provincia, probabilmente del North Carolina, dagli ideali molto semplici (matrimonio, figli). Paul è il "bravo ragazzo" perfetto, che ci immaginiamo da adolescente un pò brufoloso, innamorato segretamente della più bella del liceo che ovviamente non lo degna di uno sguardo. 

Il background psicofisico dei due protagonisti sembra fatto apposta per accentuare lo sviluppo perturbante della trama, l'ingresso sulla scena di una natura circostante che diventa sempre più foriera di angoscia. L'angoscia prende infatti piano piano la forma del lago, degli alberi, degli insetti, dei vermi usati come esche da pesca da Bea, durante le amene gite in barca dei novelli sposi. Quella natura che, da cornice esterna, diventerà poi sempre più un invasore interno. 

La fotografia di Kyle Klutz, insieme al montaggio di Christopher S. Capp, creano un amalgama che, a partire dalle prime sequenze tratte dai filmati amatoriali del matrimonio dei due, fino ad arrivare al finale drammaticamente enigmatico, contribuiscono egregiamente, splendidamente, ad esprimere in  modo plumbeo ed insieme avvolgente la destrutturazione inesorabile cui va incontro il sogno d'amore di Paul e Bea. 

Leigh Janiak è una giovane regista che sono lieto di aver incontrato sul mio cammino cinefilo, e le rivolgo qui tutta la mia stima per un film cosiddetto indie, che è tutto lì a dimostrare quanto certo cinema indie americano meriti tutta la nostra attenzione. Cara Janek, molti complimenti: ti seguiremo anche in futuro con grande cura.
"Honeymoon": da non mancare.

Regia: Leigh Janiak  Soggetto e Sceneggiatura: Leigh Janiak, Phil Grazidei Fotografia: Kyle Klutz  Montaggio: Christopher S. Capp   Musiche:  Heather McIntosh  Cast: Rose Leslie, Harry TreadawayBen Huber, Hanna Brown   Nazione: USA    Produzione: Fewlas Entertainment   Durata:  87 min.

mercoledì 31 dicembre 2014

Strenne cinematografiche horror 2015


Dopo la lunga recensione a "Gone girl", vediamo un pò cosa ci propone il 2015 in fatto di Cinema perturbante. Un tantino di cose interessanti dovrebbero saltar fuori dal cilindro dell'anno che verrà. Ho fatto una selezione misurata, che rappresenta quello che vorrei senz'altro vedere e poi commentare con voi, naturalmente. 

Somnia, di Mike Flanagan (che dopo "Oculus" e "Absentia" si è meritato certamente l'attenzione del sottoscritto) è un thriller sovrannaturale che ci racconta di un ragazzino, orfano dei genitori, il quale durante il sonno produce strani e inspiegabili fenomeni paranormali. Altro non si sa del film, e non è neppure disponibile ancora una locandina. Ma bisognerà senz'altro dargli un'occhiata. Peraltro il processo di produzione lo dà come completed. Speriamo esca presto (la release è per il 5 marzo). 



It follows, di David Robert Mitchell. Per Jay, 19enne sta iniziando la scuola, quando alcuni amici la invitano al lago per il week-end. Dopo un approccio sessuale soft da parte di un ragazzo, le cose cominciano a prendere una piega inquietante. In giro se ne parla piuttosto bene, e ogni tanto le voci della blogsfera occorre pure ascoltarle. Per poi contraddirle o confermarle, e comunque, sempre, contribuire alla dialettica blogghesca.




Crimson Peak, di Guillermo del Toro. Ambientazione ottocentesca per l'ultimo film di Del Toro, diviso tra arte, tragedie familiari in stile Poe, e fantasmi del passato che ritornano ad invadere il presente. Dopo il molto dibattuto viraggio fantascientifico effettuato con "Pacific Rim", Del Toro torna ad indagare l'area gotico-perturbante, il che mi pare una buon revival da parte sua. Stiamo a vedere cosa ci scodella questa volta nel piatto. 



31, di Rob Zombie. Il plot descrive le vicende di cinque persone rapite e intrappolate in un luogo sconosciuto. Qui devono partecipare ad un gioco mortale gestito da un gruppo di clown assassini. Trama un pò flaccida, di uno Zombie che viene da un altrettanto flaccido "The Lords of Salem" (2011). Il primo poster però è carino. Diamogli qualche chance al regista di Haverhill, Massachusetts. Nel caso poi ne parliamo tranquillamente male.



Cooties, di Jonathan Millot e Cary Murnion. Si tratta di un virus che attacca una isolata scuola d'infanzia, trasformando degli innocenti (?) bambini in selvaggi capaci di tutto. Una nuova, iper-moderna versione di "Il Signore delle Mosche"? Staremo ben a vedere. In realtà il film è uscito negli States nel 2014, ma da noi ancora nessuna traccia.



Trick 'r Treat 2, di Michael Dougherty. Dopo il primo, interessante, profondo Trick 'r Treat (2007), ecco che il regista di Columbus, Ohio, ci sforna un sequel che non possiamo certo perderci per la strada. Non si sa ancora se uscirà nel 2015 o nel 2016, ma noi speriamo il prima possibile.  



Non citerò qui per esteso, ma solo per cenno: Poltergeist, remake del celeberrimo film di Tobe Hooper del 1982 per mano di Gil Kenan sotto la supervisione di Sam Raimi, nonchè il nuovo film announced di Dario Argento (The Sandman) che non si sa ancora perché non abbia cambiato mestiere, dopo gli ultimi suoi circa 20 precedenti fallimenti totali. Ma lo cito solo per la cronaca, naturalmente, e solo per quello. 

Intanto a tutti Buon Anno, consigliando estesamente e intensamente nel frattempo la lettura del romanzo di Gillian Flynn "Gone Girl", dopo la visione del film omonimo di Fincher. 

Pausa musicale in attesa delle strenne cinematografiche 2015



Time to pretend (MGMT)

I’m feeling rough, I’m feeling raw, I’m in the prime of my life.
Let’s make some music, make some money, find some models for wives.
I’ll move to Paris, shoot some heroin, and fuck with the stars.
You man the island and the cocaine and the elegant cars.
This is our decision, to live fast and die young.
We’ve got the vision, now let’s have some fun.

Yeah, it’s overwhelming, but what else can we do.
Get jobs in offices, and wake up for the morning commute.
Forget about our mothers and our friends
We’re fated to pretend
To pretend
We’re fated to pretend
To pretend

I’ll miss the playgrounds and the animals and digging up worms
I’ll miss the comfort of my mother and the weight of the world
I’ll miss my sister, miss my father, miss my dog and my home
Yeah, I’ll miss the boredom and the freedom and the time spent alone.
There’s really nothing, nothing we can do
Love must be forgotten, life can always start up anew.

The models will have children, we’ll get a divorce
We’ll find some more models, everything must run it’s course.
We’ll choke on our vomit and that will be the end
We were fated to pretend
To pretend
We’re fated to pretend
To pretend

Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah


Traduzione

Mi sento rozzo, mi sento grezzo, sono nel fiore della mia vita.
Facciamo musica, facciamo soldi, sposiamoci delle modelle.
Mi trasferirò a Parigi, mi sparerò dell’eroina, mi scoperò le star.
Tu uomo l’isola e la cocaina e la auto eleganti.

Questa è la nostra decisione, di vivere veloci e morire giovani.
Abbiamo la visione, ora divertiamoci.
Sì, è opprimente, ma cos’altro possiamo fare.
Lavorare in ufficio, e svegliarsi la mattina per fare i pendolari.

Dimentichiamoci delle nostre madri e degli amici
Siamo destinati a fingere
Fingere
Siamo destinati a fingere
Fingere

Mi mancheranno i parco giochi e gli animali e lo scavare per cercare i vermi.
Mi mancherà il conforto di mia madre e il peso del mondo.
Mi mancheranno mia sorella, mio padre, il mio cane e la mia casa.
Sì, mi mancheranno la noia e la libertà e il tempo trascorso da solo.

Non c’è davvero nulla, nulla che possiamo fare.
L’amore deve essere dimenticato, la vita può sempre iniziare daccapo.
Le modelle faranno figli, divorzieremo.
Ci troveremo altre modelle, tutto deve fare il suo corso.

Soffocheremo sul nostro vomito e quella sarà la fine
Eravamo destinati a fingere
A fingere
Eravamo destinati a fingere
A fingere

Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah


lunedì 29 dicembre 2014

Gone Girl, di David Fincher (2014)


Tratto dal bestseller di Gillian Flynn, il thriller vede protagonista Nick Dunne (Ben Affleck) un uomo che decide di tornare nella sua città natale, in Missouri, per aprire un bar. Poco dopo, nel giorno del quinto anniversario del loro matrimonio, sua moglie Amy scompare misteriosamente e Nick diventa il sospettato numero uno della sua sparizione

Di solito quando scrivo recensioni dopo aver visto un film, mi si organizzano spontaneamente delle idee dapprima galleggianti nella mente, poi sempre più aggregate tra loro a formare la struttura dello scritto, che butto giù direttamente sul template. Quasi mai prendo appunti durante la visione per non disturbare l'esperienza che vado facendo, e mai scrivo schemi preparatori alla recensione. 

La visione di "Gone girl" di David Fincher questa volta mi ha spinto inspiegabilmente a scrivere una sorta di sinossi, come quando si scrive un libro (un libro l'ho davvero scritto e un'altro è in uscita l'anno prossimo, scritto con alcuni colleghi, questo per dire che sto imparando a capire cos'è una "sinossi"). Credo che tale fenomeno mai occorsomi derivi dal fatto che Fincher dispiega una tale quantitá di materiale da "processare", da obbligare a fermarsi un attimo per raccogliere bene le idee nero su bianco in modo sufficientemente strutturato da poter essere espresso con dovuta proprietá

Ecco la sinossi, una specie di indice cioè, di quello che dirò sul film: 

1) L'orologiaio di Denver: note tecniche generali sul film.
2) Sceneggiatura. Specularitá e asimmetrie: la matrice di "Seven". 
3) Declinazioni della folie a deux.
4) Per una rappresentazione plastica del transfert negativo: qualche notazione di ordine psicoanalitico.
5) Gli "Oggetti alienanti" come motore centrale del film.
6) Matrimonio-famiglia: un incontro impossibile?
7) "Gone girl": ovvero sulla morte della curiositá in amore.


* * *

1) L'orologiaio di Denver
Fincher è come un orologiaio svizzero d'altri tempi, con l'unica differenza che è nato a Denver, Colorado. "Gone girl" è un meccanismo visivo-narrativo senza l'ombra di una sbavatura. Ogni inquadratura, a partire da quelle dei titoli di testa è pensata, studiata, trasuda poesia ma sempre misurata, una poesia zen, un haiku giapponese, per intenderci. Chi sarebbe capace di rendere poetico un cavalletto segnaletico stradale semplicemente cogliendolo nella parte di destra dell'inquadratura di un ambiente suburbano statunitense? E per un tempo giusto, spaccato al millimetro, non un secondo di più, non un secondo di meno? Lui ci riesce, con la complice fotografia del fido Jeff Cronenweth

La fotografia, appunto. Fincher vuole alitarci addosso l'atmosfera soffocante di una relazione matrimoniale autodistruttiva e quindi, da orologiaio maniacale fino al manierismo quale è, presta un'attenzione altrettanto maniacale alle oscillazioni continue tra luci, ombre e penombre, illuminando il tutto di una luce leggermente sgranata, concava, avvolgente ma non per alleggerire e/o confortare la vista, al contrario per far entrare il più rapidamente possibile del puro vetriolo emotivo nei nostri coni e bastoncelli. I legni della casa di Nick e Amy sono scuri, ne sentiamo la pesantezza, che è metafora di una relazione avvitata su se stessa, ormai come un nodo scorsoio, tanto per fare un esempio di come la fotografia parli qui di molte più cose di quante ne illumina.

Il film funziona come un orologio perfettamente oliato ovviamente anche a causa di un montaggio (di un Kirk Baxter da Oscar) che scandisce gli avvenimenti successivi alla misteriosa scomparsa di Amy in modo fluido e insieme incalzante, giustapponendo un colpo di scena dopo l'altro, sempre calato sulla nuca dell'ignaro spettatore con la precisione di un karateka. Il sottoscritto è rimasto ad esempio letteralmente basito dalla tempistica narrativa dell'improvvisa apparizione di Andie, personaggio centrale della storia (di cui non dirò oltre per non svelare nulla dell'intreccio), proprio in quel punto preciso del plot, proprio in quel momento. Un orologio perfettamente sincronizzato, anche con le musiche, infiltrative, metalliche, estenuanti, in sintonia karmika con l'orologiaio di Denver, e messe a punto da Trent Reznor.

.2) Sceneggiatura. Specularità e asimmetrie:la matrice di "Seven"
Ulteriore associazione generata in me dal film è la sua perfetta specularitá con "Seven". Senza rivelare angoli segreti della storia tratta dal romanzo di Gillian Flynn, possiamo infatti dire che anche nel film del 1995 abbiamo un matrimonio, quello tra il detective Mills e sua moglie, e anche lì la coppia è attraversata (a partire dall'esterno verso il suo intimo interno) da emozioni selvagge e devastanti che la distruggono. In "Gone girl" abbiamo lo stesso attraversamento di emozioni potenti e distruttive, ma il movimento è uguale e contrario, cioè procede dall'intimo interno di una coppia e si sposta verso l'esterno, coinvolgendo poi anche la realtá amplificata dei mass media, oltre che le famiglie dei due sposi. 

È possibile che Fincher sia stato colpito da questa caratteristica morfologica del romanzo della Flynn e vi abbia ritrovato un rispecchiamento, cioè un Doppio narcisistico, un "sosia" da studiare con cura? Può essere e può anche non essere, ma rimane a mio avviso il fatto che la matrice (narcisistico-strutturale) di "Gone Girl" sembra essere proprio "Seven": stesso andamento indiziario, stesso avvitamento convergente verso il tragico finale, stesso sviluppo dialogico con coinvolgimento di detective, declinati questa volta però al femminile (altro aspetto speculare non secondario). Anche in "Fight Club", certo, risuona il tema del Doppio dissociato e proiettato, ma lo sviluppo è più lento, discorsivo, mentre in "Gone Girl", tanto quanto in Seven, l'andamento è rapido, sussultorio e ingravescente, fino al finale ad incastro perfetto, annodato da mani più che esperte e per di più inestricabilmente irrisolvibile.

3) Declinazioni della folie a deux
Flynn e Fincher raccontano una storia che potrebbe essere definita come la rappresentazione di una possibile declinazione di folie a deux inconscia, generata cioè da inconsapevolezze reciproche da parte di entrambi i membri della coppia. Nick è un ragazzone provincialotto, proveniente dal Missouri, facilmente seducibile da parte di una bella, ricca intellettuale newyorkese, molto disinvolta, disinibita, iper-postmoderna, post-emancipata, che parla senza problemi della propria vagina al tavolo con amici durante la festa in onore della mamma scrittrice. 

Sì, perché Amy Abbott ha ispirato le gesta di molti libri per bambini, scritti dai suoi due genitori, la famosa saga di "Amazing Amy". D'altr'onde Amy é figlia unica, con una madre che tuttavia sembra aver amato di più il suo alterego cartaceo che non sua figlia. La madre di Amy é a sua volta un'intellettuale newyorkese, che non può permettersi a nessun costo di fare "semplicemente" la madre. Amy entra dunque, piano piano, nel personaggio di "Amazing Amy", ritagliato dai genitori per costruire la bambina dei loro libri molto venduti. Amy deve indossare quel vestito, pena la perdita dell'amore della mamma e del papá, cioè la deprivazione affettiva assoluta, che per un bambino equivale alla morte. 

Amy e Nick si incontrano, si amano, poi perdono il lavoro -la recessione economica li incalza- sono costretti a trasferirsi in Missouri, nella casa della defunta madre di Nick. Qui Amy subisce una prima ferita narcisistica non da poco: deve abbandonare il suo status intellettuale, traslocando le difficili, tormentate identificazioni con i genitori, in questo ragazzotto di campagna, così prevedibile, così american middle class. Nick non é ovviamente in grado di contenere tali difficilissime identificazioni, tutto quel dolore inespresso, tutto quel non essere mai stata amata come figlia in quanto tale ma come sosia di un personaggio di libri per l'infanzia. Nick non è consapevole, non si "rende conto" di tutto questo. Ma anche Amy non "si rende conto" che non ha sposato un deserto, ma un uomo con una sua storia "semplice", e soprattutto diversa dalla sua. Intanto non é un figlio unico, ma ha una sorella gemella: ti par poco, Amy? 

Niente da fare: l'inconscio dilaga, prende via via il sopravvento, e nessuno dei due ha consapevolezza della rete di frustrazioni traumatizzanti e di coazioni deprivanti che l'inconscio sta tessendo a loro insaputa. La comparsa di Andie trasforma la ferita narcisistica in squarcio insanabile, in delirio puro, in folie a deux che implacabilmente segue le sue strade dereistiche. La strada principale è segnata dal masochismo vendicativo, che infiltra entrambi, allo stesso modo, sebbene in quantitá davvero differenti. Non si tratta di folie a deux in senso stretto, naturalmente, ma di una sua variante sado-masochistica. Non c'è infatti reale uccisione dell'oggetto (o del soggetto=suicidio), ma intrappolamento psicotico senza via di uscita, quasi una realizzazione assoluta del famoso aforisma di Sartre ,"l'enfer sont les autres". Il tutto è amplificato dalla reazione parassitaria dei mass media nazionali, che si buttano sulla vicenda come delle pulci su un cane.  

4) Per una rappresentazione plastica del transfert negativo: alcune notazioni di ordine psicoanalitico.
La storia di Amy e Nick appare così, se la vediamo da un vertice di osservazione psicoanalitico, come una rappresentazione plastica, virata su un piano psicotico, di un transfert negativo. Si tratta di situazioni in cui l'inconscio della coppia (anche analitica) lavora con finezza distruttiva alla distruzione del legame stesso, pur mantenendolo in vita. In alcuni casi tale situazione si trasforma in folie a deux, finché, sperabilmente non accade qualcosa che genera un seme di trasformazione possibile. Nick e Amy sono in questa situazione. Una situazione di vero e proprio ingranamento psicotico, di indifferenziazione narcistica: non si capisce mai, nel film, dove, come e quando tutto ciò che accade davanti ai nostri occhi sia cominciato. Però è cominciato, e soprattutto prosegue avvolgendo la coppia e noi che la osserviamo in un'ammorbante sauna emotiva dal sapore acido e sulfureo. Proprio quello che accade in un "transfert negativo". Perchè Amy si è trasferita nel Missouri? Perchè Nick non ha capito che tipo di donna avesse sposato? Perché Nick ha deciso di dipendere economicamente da Amy? Tutte domande inutili: la trappola inconscia del legame ha già posizionato le sue bombe ad orologeria. L'orologiaio di Denver non può fare altro che mostrarcene il diabolico funzionamento nonchè l'effetto psicologicamente devastante.

    5) Gli "Oggetti alienanti" come motore centrale del film.
    Come ci ricorda Lenny Nero nella sua come al solito stimolante recensione, il film di Fincher è stato curiosamente tacciato di misoginia. Concordo perfettamente con lui sul fatto che non sia per nulla questo il motore centrale del film. Ben altri sono i piani di lettura. Ben altre le origini dell'ispirazione di Fincher. Almeno secondo il mio modesto parere. Una di queste origini (probabilmente non tanto consapevole in Fincher, ma chi può dirlo?), credo coincida con il concetto di "identificazione alienante", concetto psicoanalitico che deriva da Ferenczi, per poi essere lavorato finemente in epoca contemporanea da Bollas (1987), Käes (2009), Kanciper (2002), e in Italia da Borgogno (1999), Molinari (2007) e altri. Si tratta dell'idea secondo cui esistono individui in cui gli oggetti d'amore primari, invece di costituirsi come modelli positivi di identificazione, diventano parassiti interni che fin dalla primissima infanzia si installano nella mente del bambino invadendola di richieste e pretese di adesione ai propri ideali narcisistici, generando un processo di alienazione da se stessi, che successivamente si cronicizza in una personalitá che si perde nella dipendenza dall'altro per non sentire il vuoto della mancanza d'amore originaria. Fincher a mio avviso vuole sottolineare proprio questo: l'impossibilitá da parte di Amy di accettare anche solo un'ipotesi di separazione da Nick, perché letteralmente invasa e colonizzata dagli oggetti alienanti costituiti dai suoi genitori e dal personaggio-feticcio di "Amazing Amy". È da quel punto che origina tutto il film: da quel maledetto libro scritto dai genitori di Amy sulla sua pelle, da bambina. Ecco il vero motore del film.
     
    6) Matrimonio-famiglia: un incontro impossibile? La riflessione di Fincher (e della Flynn) si rivolge, al fondo dell'ispirazione artistica che la muove, alle modalitá, spesso, spessissimo venate di patologia alienante allo stato puro, della trasmissione generazionale dei valori familiari, valori che possono invadere l'intimità dell'amore di coppia, trasformandolo in una Reazione Terapeutica Negativa, in un transfert maligno, imponendo cioè il dominio di un inconscio trans generazionale sullo scorrere vitale e trasformativo del tempo.
    È possibile cioè un incontro felice tra matrimonio e famiglia, in senso lato? sembra domandarsi Fincher. E' possibile, cioè amare senza perdersi nella relazione con l'altro?

    7) "Gone girl": ovvero sulla morte della curiositá in amore.
    Alcune considerazioni finali su questo film che, credo, in sintesi vuole descrivere cosa succede quando istanze mortifere provenienti dalla storia di entrambi i membri di una coppia, tendono verso l'obiettivo di uccidere per soffocamento uno degli aspetti vitali fondamentali del legame di coppia, e cioè la CURIOSITA' CREATIVA RECIPROCA. Tale curiosità è infatti uno dei pochi ed efficaci antidoti all'insediarsi di stereotipi coattivi che si sedimentano nelle pieghe del tempo a formare sacche mute di rancore in azione.  

    Potrei proseguire per molte cartelle parlando di cast, interpretazione, caratterizzazione dei personaggi. Molto altro ancora ci sarebbe da scrivere, ma mi fermo qui, molto contento di giungere proprio sulla soglia del 2015, anno che si apre con questa sana, profonda boccata d'ossigeno rinvigorente le speranze circa la salute e la fecondità del Cinema contemporaneo. 
Regia:David Fincher    Soggetto e Sceneggiatura: Gillian Flynn  Fotografia: Jeff
Cronenweth    Montaggio: Kirk Baxter     Musiche: Trent Reznor    Cast: Ben Affleck, Rosamund,  Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens, Patrick Fugit, David Clennon, Lisa Banes, Missi Pyle, Emily Ratajkowski  Nazione: USA  Produzione:  Twentieth Century Fox, Recency Enterprises, TSG Entertainment  Durata:  149 min. 

 


giovedì 25 dicembre 2014

Buon Natale 2014



In attesa di entrare in un 2015 sperabilmente denso di cose nuove e di cose antiche rinnovate (Ulteriorità Precedenti), auguro a tutti un Felice Natale, sulle note dell'Hallelujah di Leonard Cohen