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domenica 24 gennaio 2016

The Diabolical, di Alistair Legrand (2015)



Una giovane madre e i suoi due figli (un bambino e una bambina) si svegliano tutte le notti terrorizzati da una indefinita quanto malefica presenza che sembra abitare la casa in cerca di una pace che non riesce a trovare. Tale presenza prende forme varie, ma quella nella quale sembra rinvenire un suo modo di essere particolarmente congeniale, è quella di un cadavere carbonizzato che tende le sue mani sofferenti ma anche mosse da una furia cieca, verso i tre abitanti della casa. Madison, la mamma dei due bambini, troverà in un giovane insegnante, Nikolai, un aiuto concreto per combattere contro lo spirito che li perseguita...

Diamo la stura alle recensioni 2016, dopo tanto, troppo silenzio del "critico" perturbantofilo che abita in me, divenuto improvvisamente silenzioso come un pesce abissale dei Sargassi, soprattutto per motivi di tempo e di impegni variegati che non sto qui a enumerare. Cominciamo quindi con questo "The Diabolical" di Alistair Legrand, 2015, che a mio avviso si merita una menzione sulle strade sterrate di questo mio territorio. 

"The Diabolical" è un'opera perturbante che ha tecnicamente molti difetti, secondo me derivanti essenzialmente dall'inesperienza di un giovane regista che però ce la mette tutta e senza alcuna presunzione (oppure con la presunzione che si può decisamente scusare ad un giovane regista di genere). Il film può ad esempio risultare  molto lento per i più, autocompiaciuto nel soffermarsi su inquadrature a piano medio che vorrebbero generare inquietudine ma alla fine non evocano emozioni di particolare rilievo (vedi la sequenza dell'asciugatrice della lavanderia, oggetto elettrodomestico che prende vita motu proprio). Altro esempio è rappresentato dal monstrum phantasmaticum, il quale, a parte le ottime finiture effettistiche e di make up, non risulta particolarmente nuovo, nonostante il riferimento alle ustioni corporee, aspetto trattato con delicata evocatività, e che quindi va secondo me apprezzato.

"The Diabolical" gioca su un Perturbante completamente "atmosferico": E' come se il regista, paragonabile ad un pilota di mongolfiere, ci guidasse in un viaggio in pallone, facendoci attraversare l'aria rarefatta di nuvole che, di volta in volta, sono nembi molto fitti e oscuri, che a tratti diventano cirri sottili, e poi cumuli svaporanti nell'aria tersa, per poi ridiventare addensamenti meno rarefatti, più spessi ma comunque cangianti. Il tocco registico di Legrand, così come il suo modo particolare di interpretare il sovrannaturale evocato dal narrato perturbante, appaiono come estremamente delicati, vedasi la sequenza dei dadi da gioco che si alzano dal tavolo, e quella successiva in cui tutti gli oggetti inanimati, in particolare gli elettrodomestici, prendono vita trasformando il quotidiano in estraneo e malefico. Intendo dire che Legrand procede a piccoli passi, ma va dritto verso il cuore stesso del Perturbante come genere artististico-narrativo, cioè a quel "nucleo particolare" della psicologia relativa alla fruizione artistica, di cui ci ha parlato Freud nel suo celebre saggio (Freud, 1919, pag. 81). L'aspetto più interessante del film credo infatti consista nella sua capacità di ritornare alle origini del Perturbante, anche nella sua accezione psicoanalitica.

Parlando di psicoanalisi, e tornando alla sequenza in cui gli oggetti domestici prendono vita passando da un rassicurante "inanimato" ad un inquietante "animato", mi è tornato ad esempio alla mente uno scritto di Melanie Klein del lontano 1929, e cioè il saggio “Situazioni d'angoscia infantile espresse in un'opera musicale e nel racconto di un impeto creativo” (1929), nel quale la Klein ci parla di un'opera di Ravel, L'Enfant et les sortilèges, partendo da una recensione dell'opera di Eduard Jakob sul “Berliner Tageblatt”. L'opera vede sulla scena un bambino, che, costretto dalla mamma a fare i compiti, si arrabbia furiosamente e mette a soqquadro la stanza. Ecco la descrizione da parte della Klein dei comportamenti del bambino, sulla falsariga dell'articolo di Eduard Jakob “...va a tempestare di pugni la porta, spazza via dal tavolo la tazza e la teiera mandandole in frantumi. Si arrampica su un sedile posto nel vano della finestra, apre la gabbia dello scoiattolo, cerca di colpirlo con la punta della penna(…) Poi urlando brandisce le molle del camino, le agita, sconvolge furiosamente le braci nel focolare, fa rotolare a calci il bollitore per tutta la stanza, che così è invasa da una nuvola di cenere e di vapore.” La furia cieca del bambino dell'opera di Murice Ravel, si arresta solo nel momento in cui gli oggetti "maltrattati" prendono vita e si vendicano col piccolo, ad esempio impedendogli di sedersi, di muoversi e, infine, spaventandolo a morte. Naturalmente la Klein in questo scritto non pone particolarmente l'accento su quel "nucleo particolare" che è il Perturbante secondo la definizione di Freud, poichè la Klein era interessata a portare avanti la sua interpretazione teorica dell'aggressività infantile, tenendosi ben lontana quindi (almeno negli anni in cui scriveva questo articolo) da una riflessione estetica sul Perturbante. "The Diabolical" sembra appunto una sorta di riedizione postmoderna dell'opera L'Enfant et les sortilèges di Ravel, mette cioè in dialettica Infanzia ed elemento angosciante/perturbante. Ecco dunque perchè alcune sue sequenze mi hanno evocato lo scritto della Klein (che inconsapevolmente tocca molto da vicino questi temi a noi cari, senza tuttavia mai nominarli direttamente).

Un film che si muove con tale delicatezza estetico-narrativa nei territori odierni, così dominati dal business delle grandi, solite, noiose e avide case di produzione, merita quindi, di per sè una menzione particolare, a maggior ragione se proviene da oltreoceano e da un regista giovane e alle sue prime esperienze artistiche. 

Dal punto di vista tecnico possiamo dire che tutta la storia è decisamente impreziosita da alcuni accorgimenti assai degni di nota, ad esempio da un uso imprevedibile del ralenty (come nella sequenza della fuga su per le scale, con il fantasma che appare di punto in bianco dietro i quattro protagonisti), nonché da un uso accorto e pastellato della fotografia (di John Frost) e, come già detto, del make-up. Il montaggio (di Blair Miller) segue con adeguata lentezza la vicenda, concatenando le situazioni senza quella frenesia epilettica che caratterizza inutilmente e sgradevolmente molto cinema horror contemporaneo.  La crew di Legrand se la prende cioè molto comoda, a mio avviso fin troppo - e questo è un difetto non da poco del film come dicevo più sopra, che però viene compensato da altri elementi-, rimanendo volutamente a lungo "sul pezzo" e dedicandosi con tutta la cura possibile alla creazione di un mood perturbante, straniante e teso all'apertura verso possibili significati ignoti, piuttosto che alla chiusura frettolosa di ricorsivi climax di genere. 

Per finire, due parole sul cast, che vede una Ali Larter (Madison, la giovane mamma perseguitata insieme ai suoi figli dal fantasma carbonizzato) che non spreca la sua bellezza in inutili moine, bensì rimane salda nel suo ruolo di donna alle prese con difficoltà esistenziali di non poco conto. Anche i bambini (Chloe Perrin-Haley, e Thomas Kuc-Danny) e l'amico scienziato di Madison, Nikolai (Arjun Gupta) sono molto bravi, soprattutto nel non dare voce a cliché interpretativi risaputi.

In sintesi "The Diabolical", pur con le sue lentezze e con alcune asperità di sceneggiatura (in particolare quelle che presentano una ricostruzione piuttosto contorta delle origini dello spirito infestante), è un film che riattiva l'elemento sovrannaturale all'interno della cinematografia perturbante in modo originale, ispirato, ed è un film complessivamente ben condotto sotto ogni profilo. Film dunque da vedere, proprio come buon auspicio per il nuovo anno cinematografico horror appena nato. 

Regia: Alistair Legrand Soggetto e Sceneggiatura: Luke Harvis, Alistair Legrand Fotografia: John Frost  Montaggio:  Blair Miller  Musiche: Ian Hultquist   Cast:  Ali Larter,  Chole Perrin,  Thomas Kuc, Arjun Gupta  Nazione: USA  Produzione: Campfire  Durata:  86 min.  


sabato 19 dicembre 2015

Strenne natalizie 2015

                         


E' da parecchio tempo che lascio il blog in un angolo della mia mente, complici i soverchianti impegni lavorativi, il lavoro coi pazienti, le pubblicazioni in corso (un articolo appena uscito sulla Rivista di Psicoanalisi, un libro scritto con alcuni colleghi, che uscirà sperabilmente entro la primavera del 2016, una mia recensione sulla rivista Gli Argonauti, la scrittura di un mio libro sull'attualità del Perturbante freudiano, lavoro che mi porta via tempo ed energie inenarrabili). Il blog ne risente, non c'è dubbio, ma forse si profila uno spiraglio, che si intravvede nelle vacanze natalizie che stanno cominciando a gettare le loro luci nell'oscurità afosa dei mille lavori in corso. Approfittando di queste deboli luci, ecco dunque alcuni modesti suggerimenti letterari e "visionari" per i regali di Natale che ci accingiamo a completare. Si tratta di libri e altro che possono essere naturalmente utili agli amanti del genere perturbante. Ma anche a chi si vuole avvicinare al genere stesso. 

Cominciamo decisamente con l'ultima fatica di Joe Lansdale, Honky Tonk Samurai (Einaudi Stile Libero, Pagg. 432, Euro 19,50). Con questo volume il nostro riprende e prosegue la saga di Hap & Leonard, e il semplice incipit fa venir voglia di leggere di corsa questo libro e di goderselo davanti al camino in ciabatte, nelle agognate ferie di Natale, centellinandolo come un buon vino toscano, dell'annata giusta.  E' difficile poi che Lansdale deluda: il suo ritmo è scoppiettante, trascinante, vitale, lavico. Non può mancare sotto l'albero di Natale.


                                             



Procediamo con un altro Autore che non può mancare nelle nostre librerie, e se dovesse mancare, quale occasione migliore per farselo regalare a Natale? Si tratta di Pierre Lemaitre, e del suo bellissimo, straniante, perturbantissimo L'abito da sposo (Fazi, Pagg. 335, Euro 16,50). Un noir da far accapponare la pelle, con due protagonisti davvero diabolicamente disegnati da un Autore che scrive i propri romanzi con la perizia narrativa e drammaturgica di un orologiaio svizzero tanto ossessivo quanto creativo. Mente geniale, sottilmente attraversata da un'ironico, distruttivo pessimismo nei confronti dell'umanità intera, che però sa sublimare egregiamente in una scrittura elegante e coinvolgente nella forma e spiazzante nei contenuti. Da leggere e regalare senza se e senza ma.

                                                     



Passiamo adesso ad un cofanetto che contiene una serie televisiva sulla quale avevo pensato addirittura di scrivere una recensione, non fosse per la tirannide del tempo, di cui accennavo all'inizio. Sto parlando di The Strain, della Fox, ideata da quel calibro da novanta di Guillermo del Toro, personaggio con tutti i difetti che vogliamo, ma qui molto ispirato (io ho visto le prime due stagioni della serie, e considerando che non amo nè le serie, nè tanto meno recensirle, capirete che deve essermi proprio piaciuto, per qualche motivo per ora a me ancora inspiegabile, questo maledetto "The Strain"). Da regalare assolutamente agli amanti delle serie televisive, che, tra parenti e amici vari, sono sicuramente molti (la sequenza della bambina che uccide il padre nella vasca da bagno, è davvero notevole credetemi).

                  


                                        



Venendo a cose più psicoanalitiche, non posso che segnalare un libro di recentissima pubblicazione, che contiene i più creativi sviluppi del pensiero teorico e clinico di area bioniana: The Bion Tradition (a cura di Howard B. Levine e Giuseppe Civitarese, Karnac Books, Sterline 55,00). E' un libro molto importante, perché ci mostra, attraverso gli scritti dei più illustri psicoanalisti contemporanei, dove va la Psicoanalisi del futuro, quali sono i territori inesplorati che questa disciplina si accinge ad esplorare, quali sono gli orizzonti verso cui si sta muovendo. Per tutti i cultori della materia, addetti o meno ai lavori, gran regalo che muove lo spirito ad altrettanto grandi e profonde riflessioni. 

                                   

Per ora mi fermo qui, sperando di trovare davvero il tempo, durante le vacanze natalizie, di farmi ancora accendere dal mio indomito sacro fuoco recensorio. Di cose viste e di cui parlare ne avrei peraltro molte. Faccio solo qualche esempio: "The Diabolical" (2015), di Alistair Legrand; "Howl" (2015), di Paul Hyett; "The Pack" (2015), di Nick Robertson. Per non parlare dei film che usciranno l'anno prossimo, tra cui "Before I Wake" di Mike Flanagan. Insomma, un bel pò di roba, che il tempo tiranno mi sottrae, ma che lavorerò sodo per recuperare. 
Nel frattempo il sottoscritto e il suo blog augurano BUON NATALE!

lunedì 9 novembre 2015

The Visit, di M. Night Shyamalan (2015)


Una giovane mamma manda i due figli, Becca, 15 anni e Tyler, circa 11, a trovare i nonni in campagna, mentre lei si gode una vacanza di una settimana in crociera col fidanzato. Becca e Tyler non avevano mai conosciuto i nonni prima di allora, poiché anche la mamma non li vede da circa 15 anni, ma non vuole rivelare a Becca i motivi di questa lontananza. Saranno i nonni stessi, se vorranno, a raccontare ai ragazzi la storia del travagliato rapporto tra loro e la mamma. Arrivati dai nonni, man mano che i giorni passano, Becca e Tyler si rendono conto tuttavia che i due anziani hanno comportamenti molto strani, soprattutto la nonna. La mamma e i due ragazzi si accorgeranno ben presto che nella loro famiglia d'origine c'è qualche problema...

La fresca onda di positive ispirazioni che ha investito il cinema perturbante in questo 2015 così fecondo di meraviglie inaspettate, sembra aver investito anche M.Night Shyamalan, che gira un film anche piuttosto lontano dai suoi stilemi tipici, ma assai intenso, pieno di cose nuove, e soprattutto molto perturbante. E ne siamo contenti, per lui e per noi.

Diciamo subito che, soprattutto dopo l'orrenda, insipida prova di E venne il giorno (2008), avevo messo Shyamalan (e altri insieme a lui), nello sgabuzzino delle scope, non aspettandomi da più di tanto da questo regista dai così felici esordi, quindi mi sono accostato a quest'ultima sua prova con un tantino di pregiudizievole sguardo. Il fatto che poi Shyamalan avesse deciso di utilizzare qui la stra-abusata tecnica del mockumentary, mi faceva financo tremare le vene ai polsi. Il film era però citato qua e là da diversi amici blogger di cui mi fido molto, e allora ho provato a guardarlo, scoprendo che sembrerebbe proprio che Shyamalan sia stato investito dalla brezza benefica che ha rinverdito i prati del Perturbante cinematografico di quest'anno. 

Intanto tutto parte da una "intervista" mocku, fatta da questa ragazzina, Becca, alla mamma, su "segreti" di famiglia molto semplici, molto usualmente vissuti da centinaia di giovani donne separate, che hanno conosciuto un giovanotto all'età di 19, come la mamma di Becca, e poi se ne sono andati con una commessa di Starbucks, abbandonando la fidanzata precedente al suo destino, e con due figli. Facilissimo immaginarsi il conflitto familiare esploso tra la 19enne e i genitori, così come il suo desiderio ribellistico di lasciarli nel loro brodo per 15 anni. Ma arriva l'adolescenza della figlia, Becca, e si sa, l'adolescenza è avida di tuffi nelle origini, di riorganizzazioni affettive, di ristrutturazioni storico-identitarie. L'adolescenza è un indomito, difficile, tormentoso percorso attraversato dall'assillante domanda "chi sono io?", e Becca, armata della sua videocamera, vuole a tutti i costi conoscerli questi nonni, e quindi intraprende questo viaggio su un treno della Amtrack che la porta tra le nevi della Pennsylvania col suo amato fratellino Tyler, amante dei rapper, e molto, molto simpatico. Il percorso storico-identitario dell'adolecenza però non è una passeggiata tra le margherite di un campo soleggiato. Al contrario è un incontro con angosce perturbanti, con inquietudini che diventano a volte mostruose, come le "creature cattive", invisibili, che la nonna di Becca a un certo punto le racconta di avere dentro di sè. E' per questo che ride sgangheratamente, sulla sedia dondolo, per tenerle a bada. E' per questo che si aggira per la casa, nuda, di notte, vomitando. 

L'idilliaco incontro tra nipoti e nonni si trasforma infatti, ben presto, in un incubo fatto di sequenze mostrate da Shyamalan con la sua consueta delicatezza indiana. A tratti colpisce lo spettatore con pugni nello stomaco, non molto forti o dolorosi, ma sempre e comunque disturbanti, perché, diciamolo, lo stomaco è comunque un organo delicato. Quindi ad esempio la scoperta di cosa c'è sul tavolo del capanno, da parte di Tyler, non è particolarmente eccezionale, ma evoca comunque un fastidio non da poco, che si concretizzerà ulteriormente in una delle ultime sequenze, precisamente quella in cui il nonno e Tyler sono in cucina: questa sequenza è secondo me un vero colpo da maestro da parte di Shyamalan, perché coglie completamente impreparati nel suo far collassare i rapporti generazionali in modo così rude, senza filtri, allontanando tali rapporti dai consueti stereotipi cui siamo abituati da un certo Cinema. 

Allo stesso modo il "gioco al nascondino" nel basement della vecchia casa, genera decisamente spavento, in particolare per come si conclude, con quell'inquadratura della nonna che ritorna a casa salendo le scale con la gonna strappata. Com'è possibile pensare che una nonna mostri il sedere a un nipote? Shyamalan agisce invece appositamente su questo tipo di spaesamento basato sul confronto generazionale, capovolgendo le asimmetrie, e giocando su leggeri tocchi di cinepresa, ben collocati, armonici, toccanti (si veda ad esempio il cadavere della ragazza appesa all'albero, nel prefinale, mostrata due secondi due e non di più, ma sufficiente a stordire ancora una volta lo spettatore in modo rapidamente traumatico). 

Sia i nonni (Deanna Dunagan e Peter McRobbie), sia i ragazzi (i giovanissimi e bravissimi Olivia DeJonge e Ed Oxenbould) sono poi una scelta di casting molto accurata e indicata. In particolare McRobbie si avvicina alla figura di un villain che farei entrare di corso nella galleria storica dei villain più inquietanti del cinema horror contemporaneo. A tratti è capace di richiamare addirittura la figura di Freddie Kruger, ma in modo molto, molto sottile, evocativo, modalità che è un altro pregio di Shyamalan. 

La fotografia di Maryse Alberti e il montaggio di Luke Ciarrocchi aggiungono stile e compostezza allo stile del regista, sempre molto attento alla composizione dell'inquadratura, agli accostamenti cromatici, ai passaggi e alle dissolvenze da una sequenza all'altra. Ho trovato anche utile la dicitura che segnala il passare dei giorni, con quel rosso accesso e molto carico, in uno stampatello squadrato, come a voler dire "non c'è scampo". 

Ma, al di là degli aspetti puramente tecnici, quella di Shyamalan è una riflessione, a mio avviso molto acuta ed attuale, sulla non-linearità (affettiva, temporale, relazionale) del costruirsi del nucleo familiare, un tempo ritenuto dalla sociologia come principale "mattone costitutivo" della società. La "famiglia" che vediamo in "The Visit" è un oggetto misterioso, sfocato, frutto di rifrazioni e falsificazioni che si accavallano e la deformano in modo perturbante. Shyamalan manovra registicamente tali rifrazioni in modo efficace, utilizzando il mocku senza neppure farcene sentire l'invadenza, come spesso succede in opere di tale genere, e per giunta facendo vibrare le corde dell'inquietudine su registri davvero sinistri. Un plauso quindi a questo regista, che conosciamo da tempo, che avevamo messo (per colpa solo sua) nello sgabuzzino, e che qui ha ritrovato la giusta ispirazione. "The Visit": molto consigliato. . 

Regia: M. Night Shyamalan    Soggetto e sceneggiatura: M. Night Shyamalan   Fotografia: Maryse Alberti  Montaggio: Luke Ciarrocchi  Musiche: Susan Jacobs  Cast: Olivia DeJonge, Ed Oxenbould, Deanna Dunagan, Peter McRobbie,Jathryn Hahn, Celia Keenan-Bolger, Samuel Stricklen, Patch Darragh, Jorge Cordova, Steve Annan, Benjamin Kanes    Nazione: USA  Produzione: Blinding Edges Pictures, Blumhouse Productions Durata: 94 min.  


domenica 1 novembre 2015

Tales of Halloween, The October Society (2015)



Dieci brevi segmenti di puro cinema in stile Halloween, girati da 11 registi che desiderano condividere una loro personale visione del giorno consacrato al "Trick 'r Treat". Dieci punti di vista differenti, accomunati da una location mitica: un sobborgo della provincia americana, luogo magico, in cui è assolutamente normale vedere comparire dal nulla killer spietati, demoni, extraterrestri assassini, zucche che divorano bambini...

E' inutile negarlo: quello che sta per chiudersi è stato un ottimo, ottimo anno cinematografico perturbante. E' c'è un'altra buona notizia, cioè il fatto che un certo cinema statunitense dello stesso filone a noi caro, gode di splendida salute. Ne è esempio mirabile l'antologia di segmenti narrativi che porta il titolo di "Tales of Halloween", girato da undici filmaker, alcuni dei quali di un certo (e notorio) spessore, vedi Lucky McKee e soprattutto quel Neil Marshall, che dalla remota cittadina inglese di Newcastle upon Tyne ne ha poi fatta di strada, accidenti. E speriamo che ne faccia ancora molta.  

Come scrive saggiamente la mia amica Lucia Patrizi, che vi invito a leggere, "Tales of Halloween" è un insieme ben integrato di "fiabe horror", che non ha alcuna pretesa, se non quella di costruire un omaggio al rito annuale di Halloween, così caro ai bambini e agli adolescenti, ma anche a quegli adulti che non hanno nessuna intenzione di perdere il loro contatto più profondo con quelle parti di sè in cui la giocosità del Perturbante continua ad abitare  e prosperare, se sanamente nutrita. Non tutti i corti sono naturalmente alla stessa altezza, e direi subito che il primo ("Sweet Tooth" di Dave Parker) e l'ultimo ("Bad Seeds" di Neil Marshall) già di per sè valgono non una ma più visioni. 

Ciò che ho trovato molto interessante della linea narrativa che accomuna tutti i segmenti girati, è in ogni caso l'attenzione rivolta da ciascun regista, e secondo il suo stile peculiare, ad aspetti dell'infantile usualmente lasciati in disparte dalla cinematografia che non si occupa questo tipo di genere. Ad esempio "Ding Dong", di quel vero maestro del Perturbante odierno che è Lucky McKee, è in grado di ripescare direttamente dalla fiaba di Hansel e Gratel, per architettare una breve ma efficacissima storia che io credo solleticherebbe la vis associativa di molti psicoanalisti, perché capace di generare un disegno moderno, evocativo - e davvero diabolico - delle dinamiche edipiche declinate nel contemporaneo. 

Sul piano dell'analisi dell'"infantile", anche nelle sue dimensioni più angoscianti, soprattutto se connesse ai rapporti con il tema del fraterno, ho trovato eccellente "The night Billy raised hell", di Darren Lynn Bousman. Il contributo di Bousman racconta di Billy, ragazzino preso in giro da due più grandi che, con lo spirito sadico dei "fratelli maggiori", sottolineano la sua incapacità di bussare da solo alle porte del vicinato. Per affrontare questa sfida generazionale, Billy busserà inconsapevolmente alla porta di Satana, che gliene combinerà delle belle, ovviamente. Bousman confeziona un corto scoppiettante, dai colori lisergici, montato con fulminante maestria: un piccolo vero capolavoro di perfidia. Complimenti.

Ulteriore menzione agli episodi "Grim Grinning Ghost", della talentuosa Axelle Carolyn e "Trick" di Adam Gierasch. Al primo, un premio speciale per una sceneggiatura che è capace di far crescere una suspense angosciosissima nel giro di pochissimi minuti, per poi risolverla con un rapido colpo di scena finale secondo me esteticamente perfetto. Al secondo, il secondo premio alla sceneggiatura per aver saputo incastonare un capovolgimento di prospettiva notevole, sempre in un tempo brevissimo. Ma è decisamente la Carolyn, che coordina tutta la produzione di questo interessante gruppo di registi autonominatosi per l'occasione "The October Society", ad essere per me una scoperta inaspettata quanto felice, e che cercherò di seguire nei suoi sviluppi poetico-filmici.

Chi invece non mi ha convinto è certamente Paul Solet con il suo "The Weak and the Wicked", che si conclude in modo molto, troppo soft, considerato il materiale fiammeggiante (in tutti i sensi), che aveva dispiegato davanti ai nostri occhi. Anche "This means war", di Andrew Kash e John Skipp, non convince fino in fondo perché vuole mettere troppa carne al fuoco, arrivando al solo risultato di far bruciare le braciole sul barbecue.  

Forse ho dimenticato qualcuno: certo, "The Ransom of Rusty Rex" di Ryan Schifrin, puro divertissement nel quale i veri protagonisti sono i dialoghi telefonici tra gli sfortunati rapitori del piccolo Rusty e il padre del "bimbo"; e "Friday the 31st" di Mike Mendez, omaggio a tutto lo splatter girato nella storia del cinema horror, ma in fondo niente di più. 

In sintesi "Tales of Halloween" è la prova interessante, pensata, ma insieme anche - e giustamente -  sorniona di un collettivo di registi che amano il Perturbante declinandolo in questo caso sul versante del macabro umoristico in stile "Creepshow", ma ripescando questo sottogenere nel quale si identifica la pop culture statunitense, ridandogli nuova, inaspettata freschezza. Film antologico dunque consigliatissimo, aldilà di Halloween, e da vedere prima, durante o dopo Halloween. Come vi pare. 

Regia: Darren Lynn Bousman, Axelle Carolyn, Adam Gierasch, Andrew Kash, Neil Marshall, Lucky McKee, Mike Mendez, Dave Parker, Ryan Schifrin, John Skipp, Paul Solet  Soggetto e Sceneggiatura: Clint Sears, Axelle Carolyn, Andrew Kash, Neil Marshall, Lucky McKee, Mike Mendez, Dave Parker, Ryan Schifrin, John Skipp Cast: Booboo Stewart, Ben Woolf, Cerina Vincent, Grace Phipps, Sam Witwer, Lisa Marie, Adrienne Barbeau, Pollyanna McIntosh, Barry Bostwick, Greg Grunberg, Keir Gilchrist  Nazione: USA   Produzione: Epic Pictures Group, Film Entertainment Services   Durata: 92 min.