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lunedì 2 marzo 2015

Exists, di Eduardo Sànchez (2014)



Cinque ragazzi decidono di trascorrere qualche giorno presso la baita dello zio di uno di loro. Il luogo è davvero selvaggio e desolato, ma immerso in una natura davvero incontaminata nella quale rilassarsi tuffandosi in torrenti dalle acque cristalline, oppure facendo gite in mountain-bike. Nel corso della loro permanenza diverranno tuttavia, loro malgrado, vittime di una creatura mostruosa che abita nei boschi, che ha tutte le caratteristiche del leggendario e crudele Bigfoot...

Avevo letto alcune recensioni non molto entusiastiche dell'ultimo lavoro di quello che potremmo definire uno dei padri fondatori del genere mockumentary, e cioè di Eduardo Sanchez, vedi ad esempio l'interessante articolo di Simone Corà a tale proposito. Avevo lasciato dunque il film in salamoia per qualche mese, meditando tra me e me se meritasse il tempo di una recensione. Lascio alla lettura della bella recensione di Simone i precisi e imprescindibili riferimenti ai precedenti lavori di Sanchez (e cioè The Blair Witch Project, 1999, Lovely Molly, 2011 e uno dei corti di V/H/S 2, 2013), e passo ad esprimere il mio parere su un film a mio avviso importante, poiché appartiene comunque alla storia di un filone perturbante che ha inciso parecchio nel tessuto dell'immaginario di noi spettatori.

Penso che "Exists" sia un film importante essenzialmente per motivi drammaturgici. Nel senso della drammaturgia del Perturbante, intendo dire. Sembra intanto voler calcare la mano, non tanto sul tema del "realismo" (aspetto molto sottolineato in "TBWP", ad esempio), quanto su un pessimismo nella risoluzione della vicenda, cioè sulla costruzione del Terzo Atto drammaturgico, che secondo me è magistralmente evocato, dosato e "cucinato" dal regista. 

E' tutto il prefinale e soprattutto il finale a spingermi a dire questo: scusatemi se parto dalla fine, ma tutta la sequenza dei cadaveri distesi sul prato nel bosco incenerito, con l'unico superstite di cui seguiamo (identificandoci) le vicende finali, è degno di una rappresentazione scenica da tragedia greca. Con la differenza che non sono le Erinni ad essere chiamate in scena dal tragediografo, bensì una creatura primitiva iperbolica, insensata, neanche inscrivibile nella mitopoiesi antropologica statunitense classica del Bigfoot. Il registro retorico dell'"iperbole" mi sembra infatti la tecnica principe utilizzata da Sanchez in questo film: a partire dalla sequenza dell'ingresso invasivo del mostro dalla porta semidistrutta del cottage, assistiamo ad un'escalation disegnata appunto attraverso l'uso dell'amplificazione. Ad un mostro ne segue un altro ben più spaventoso, ad un colpo di scena un altro ancor più catastrofico (vedi la sequenza della roulotte, girata in un modo assolutamente ottimo, nella quale il senso di uno "sconquassamento" materiale, concreto riverbera in maniera straniante la perdita di senso ineluttabile cui vanno incontro i protagonisti).

Il pessimismo, non solo "storico", ma "cosmico" cui potremmo dire un film perturbante si dirige nel suo incedere verso le angosce più profonde di uno spettatore, e che il più delle volte è caratteristica estetica che lo rende un'opera psicologicamente interessante, nonchè "sonda" esplorativa importante per indagare il tessuto delle angosce umane più inconsce, è qui sparso a piene mani, con un'amplificazione detonante nelle ultime scene. Tale aspetto estetico-filmico dell'opera di Sanchez me lo ha fatto molto apprezzare. 

Sanchez viene da una prova come "Lovely Molly", nella quale lascia stare la camera amatoriale e si addentra nel "cinema puro" producendo effetti molto positivi. In "Exits" riprende questo suo grande amore delle origini (peraltro mai dismesso) e usa il mocku come mezzo di riflessione sul Perturbante cinematografico, più che come tecnica in sè. Non gli interessano i protagonisti della storia, non guarda allo spessore psicologico dei personaggi, che potrebbero essere stati scelti anche con un casting del tutto diverso. L'orizzonte di Sanchez in questo film è, potremmo dire, decisamente più "filosofico". 

E si tratta di una filosofia che permettetemi di definire "leopardiana", nel senso che Sanchez in questo film ci sta parlando per l'appunto dell' "infinita vanità del tutto" di una condizione umana dominata dall'"impersonale" che la attraversa. Così come è impersonale la Pulsione, è impersonale anche la Morte, tanto quanto, paradossalmente, il legame familiare che unisce nella loro intrinseca diversità il terribile Bigfoot e lo zio che ospita a sua insaputa il nipote e gli amici tardo-adolescenti nella sua baita. Il mostro dei boschi credo possa essere visto come personificazione di tale aspetto di impersonalità che se ne frega bellamente del soggetto, dell'individuo e del suo desiderio, come accade anche alla Natura circostante, eternamente solo legata a se stessa e ai suoi violenti ritmi di nascita, morte, organicità e putrefazione. Il film si conclude infatti in un'atmosfera cimiteriale, mortifera in modo radicale. Ma è proprio questa radicalità del pessimismo di Sanchez (un'assolutizzazione del concetto di "rimozione originaria"?) che permette un'apertura al costruirsi di nuove storie: e questa è esattamente la funzione narrativa più intrinseca alla drammaturgia propria di un film horror. Infatti Bigfoot, l'Impersonale non muore mai (è pura mitopoiesi), è sempre lì nei boschi, e proprio perchè non muore mai consente la possibilità di un rilancio narrativo, di una nuova storia, di un nuovo film nel quale (chissà?) magari un giorno sarà davvero sconfitto come "lato oscuro della forza".

"Exists" parla di tutte queste cose, attraverso la creazione infiltrativa e tendenzialmente esponenziale di un mood pessimistico che apre a riflessioni molto interessanti. Per questi motivi è da considerare come una nuova declinazione del mocku che non può mancare nella collezione degli amanti del genere. 


Regia: Eduardo Sanchez  Soggetto e Sceneggiatura: Jamie Nash   Montaggio: Andrew Eckblad, Andy Jankins   Fotografia: John W. Rutland   Musiche: Nima Fakhrara    Cast: Brian Steele, Dora Madison Burge, Samuel Davies, Roger Edwards, Chris Osborn, Denise Williamson  Nazione: USA   Produzione: Court Five, Haxan Films, Miscellaneous Entertainment  Durata: 81 min.     


domenica 15 febbraio 2015

Cannibal, di Manuel Martìn Cuenca (2013)


Carlos è uno dei sarti più prestigiosi e quotati di Granada ma, in gran segreto, è anche un crudele e metodico assassino che pratica quotidianamente il cannibalismo. La sua esistenza però cambia quando Nina, una ragazza in cerca della sorella gemella scomparsa, appare nella sua vita: quanto Carlos incarna inconsapevolmente il male, tanto Nina è il simbolo della pura innocenza. Facendogli capire la vera natura dei suoi atti, Nina risveglierà in Carlos sentimenti d'amore a lungo sopiti.

Basterebbero i soli primi dieci minuti di pellicola a rendere degno di attenzione quest'ultimo film dello spagnolo Martìn Cuenca. La sequenza del tavolo di marmo antico e bianco dal cui angolo intagliato scivola inesorabile un rivolo di sangue color rosso rubino è un pezzo di cinema davvero da segnalare e mettere bene in memoria.  Scrivere e girare un film in tema di cannibalismo, si sa, non è di per sè operazione semplice, a meno di non avere la mano salda ed esperta del Jim Mickle di  "We are what we are" (2013). Cuenca ci riesce invece benissimo, lasciando per di più il cannibalismo molto sullo sfondo e dando spessore, (potremmo dire in questo contesto, uno spessore "corposo") alla figura di Carlos, un Antonio de la Torre in stato di pura grazia nei panni di un sarto di provincia completamente assorbito da due interessi assoluti, ideali: il suo lavoro e la cucina carnivora (umana). 

Ma prima di addentrarci nella storia e nei suoi sviluppi, peraltro molto molto semplici, se non addirittura minimalisti, soffermiamoci ancora un attimo sulle prime lunghe sequenze che si chiudono sull'inquadratura in primo piano del tavolo di marmo sul quale è distesa una delle vittime di Carlos. Da questi primi movimenti di macchina capiamo subito che anche Cuenca è un sarto molto raffinato, per il quale ogni millimetro di pellicola possiede una sua peculiare importanza: basta vedere la sequenza successiva ai titoli di testa, in notturna, in cui l'auto di Carlos è ferma di fronte al casolare diroccato: una sequenza lunghissima, per certi versi fin troppo diluita, ma utilissima a generare un pathos che Cuenca vuole centellinare insieme a noi fino all'ultima goccia. 

Potremmo fare ovviamente molti altri esempi, ma sempre e solo per dire che "Cannibal" è un film molto raffinato sotto il profilo visivo e della complessiva gestione della regia, una gestione operata su vari registri, in particolare su quello dei contrasti di una fotografia che inquadra ambienti diversi (dalle montagne innevate, alle stradine tortuose e petrose di Grenada; dai primissimi piani sulle forbici da sartoria, ai luminosi, solari primi piani di Olimpia Melinte, etc.). 

Sul piano della costruzione e dello sviluppo filmico dello script, la genialità di Cuenca (e dello scrittore cubano Arenal, dal cui racconto è tratto il film, nonché di Hernàndez, già sceneggiatore di quell'ulteriore gioiello iberico che porta il nome di "Eskalofrìo"di Isidro Ortiz, 2008) consiste nel porre l'aspetto apparentemente più centrale dello script, e cioè le abitudini cannibaliche di Carlos, come cornice appositamente non indagata e/o approfondita. Il cannibalismo diventa così una sorta di metafora evocativa, un tratto caratteriale come un altro, una "perversione" come un'altra, mentre tutta l'architettura del film si va costruendo su altre direttrici, decisamente più "spirituali", psicologiche, relazionali. Cuenca gioca tutta la sua partita su un uso, che qui potremmo definire creativo, della scissione. Il cannibalismo di Carlos sembra cioè in uno stato di freezing psicologico, ghiacciato come le nevi perenni della Sierra Nevada, che circondano sontuosamente la città. 

E' l'incontro tra Carlos e la sua vicina di casa, Nina, ciò che interessa di più a Cuenca. Gli interessa cioè cogliere il possibile processo di incrinatura della scissione adamantina che caratterizza il modus vivendi e la forma mentis di un personaggio come Carlos. Tale incrinatura viene mostrata con gradualità ed è operata con sottigliezza seduttivamente inconsapevole da parte della ragazza, a partire dal suo primo ingresso nella sartoria, quando proporrà candidamente a Carlos un suo "massaggio". 

Credo che l'aspetto perturbante di questo film, cioè l'elemento che può interessare un blog come questo che state leggendo, e che si dedica da anni al Cinema Perturbante, consista precisamente nell'idea di accostare mondi lontani, nell'avvicinamento di aree scisse, mute, incistate e criptiche, usualmente eteromorfe ed incomunicabili. Tale accostamento è decisamente acrobatico e insieme straniante, e infatti durante la visione del film ci chiediamo spesso dove il regista vuole andare veramente a parare. Gli interessa l'estetica dell'allestimento complessivo? Gli interessa l'ambientazione? Gli interessa una riflessione sull'isolamento sociale di una certa provincia iberica (tema caro a molto altro cinema perturbante ispanico)?. 

Penso che la mira fondamentale di Cuenca sia invcece quella di approfondire il tema dell'Amore come Ideale ossessivo-divorante. Il cannibalismo è infatti una pratica che in realtà divora dall'interno chi ne è praticante. Ma anche l'Amore "normale", nella figura di un oggetto che si presenta (o ri-presenta) dall'esterno(interno), può trasformarsi in un'ossessione altrettanto divorante-seduttiva. Questa prospettiva porta in sè valori intrinseci del Cinema Perturbante spagnolo: si vedano i fondamentali lavori di Nacho Cherdà a tale proposito. Tuttavia Cuenca decide di declinare il Perturbante tutto in chiave psicologica, come dimostra l'uso diffuso, da un certo punto in poi del minutaggio, dei (lunghi) dialoghi tra Carlos e Alexandra/Nina. 

E' probabile che gli amanti dell'horror duro e "splatteroso" rimangano assai delusi da questo film spagnolo minore, dai toni sussurrati, che vuole amalgamare cannibalismo e storia di sentimenti d'amore serpeggianti tra uomo e donna. Il film, come dicevo più sopra, è inoltre diluitissimo in alcune sequenze, sulla quali Cuenca permane lungamente, in modo a tratti estenuante per qualsiasi spettatore medio (vedi la sequenza della donna che nuota nel mare di sera mentre Carlos la osserva come un predatore nel buio di una spiaggia deserta). Il film dura poi ben 116 minuti, tempo inusuale per qualsiasi film cosiddetto horror. Ma sotto questi chiari di luna artistico-cinematografici così avari di novità interessanti, "Cannibal" si staglia come un contributo davvero originale al nostro genere preferito. Da vedere. 

Regia:  Manuel Martìn Cuenca    Soggetto e Sceneggiatura: Humberto Arenal, Alejandro Hernàndez  Fotografia:  Pau Esteve Birba    Montaggio: Angel Hernàndez Zoido    Musiche: Eva Valino, Pelayo Gutiérrez, Naco-Royo Villanova   Cast: Antonio de la Torre, Olimpia Melinte, Maria Alfonsa Rosso, Florin Fildan, Manolo Solo, Delphine Tempels, Gregory Brossard, Cedric Sester, Carlos Aceituno    Nazione: Spagna, Romania, Russia, Francia Produzione: Promociones Urbanìstica  La Loma Blanca, Mod Producciones, Libra Film  Durata: 116 min. 
   

mercoledì 11 febbraio 2015

Perchè apriamo quella porta - Intervista a Converso


Desideravo sommessamente segnalarvi una intervista, fatta al sottoscritto, sui rapporti tra Cinema Perturbante e Psicoanalisi, da Martino Pinna del magazine online Converso. La trovate a questo link:  Perchè apriamo quella porta


mercoledì 4 febbraio 2015

Rassegna CINEMENTE 2015


Avendo avuto l'onore di fare parte della Giuria del Premio cinematografico Spi-Cinemente, segnalo questa rassegna di Cinema e Psicoanalisi. 


Palazzo delle Esposizioni - Sala Cinema
27 febbraio – 8 marzo 2015

CINEMENTE
rassegna di psicoanalisi e cinema - 2015

E se domani… vite precarie

promossa da
Società Psicoanalitica Italiana, Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia, Azienda Speciale Palaexpo

INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI

Una nuova sfida si pone oggi a chi voglia comprendere le ragioni del nostro disagio, per raccontarle in immagini o alleviarle. Fino ad ora psicoanalisi e cinema hanno cercato essenzialmente nel passato di ogni individuo, o di un’intera società, le esperienze traumatiche all’origine di blocchi e sofferenze. Ora la vera emergenza è un’altra: il presente. Instabile e vuota, frutto di legami individuali e sociali disgregati, la nostra è l’epoca della precarietà, non solo dal punto di vista materiale ma anche emotivo. Al centro di questa edizione di Cinemente il nostro fragile presente, indagato in ogni ambito, dal lavoro alla famiglia, dall’amore all’integrazione, dalla malattia alla vecchiaia. Dopo il successo delle edizioni precedenti, una nuova occasione per guardarci allo specchio e comprendere la nostra condizione, accostando alla visione di film il dialogo tra registi, sceneggiatori e psicoanalisti, messi a confronto per stanare il tarlo della precarietà, che lentamente sta corrodendo le fondamenta del nostro futuro.

Venerdì 27 febbraio, ore 20.00
ALLE ORIGINI
L'ultima risata
di Friedrich Wilhelm Murnau (Germania, 1924, 75’)
segue incontro con Lucio Russo
Dramma di umiliazione e riscatto: il portiere di un lussuoso hotel, declassato per anzianità a guardiano dei bagni, perde il rispetto della collettività e l’affetto delle persone care. Capolavoro tra i più importanti della storia del cinema, nel quale il genio del cinema muto supera lo stile espressionista, per indagare i problemi sociali dei personaggi con realismo partecipe delle umane sofferenze.

Sabato 28 febbraio, ore 20.00
ADOLESCENZA
L’estate del mio primo bacio
di Carlo Virzì (Italia, 2006, 84’)
segue incontro con Anna Nicolò e il regista
Mare, sole e musica anni ’80, con la leggerezza della commedia, Virzì racconta con partecipazione l’educazione sentimentale a ostacoli di un’adolescente. Un percorso di crescita in solitudine, se il mondo adulto, irrisolto e superficiale, rivela la propria immaturità e l’assenza di modelli di riferimento da offrire.

Domenica 1 marzo , ore 18.00
MIGRANTI
Il resto della notte
di Francesco Munzi (Italia, 2008, 100’)
segue incontro con Sarantis Thanopulos e il regista
Un fatto di cronaca nera offre uno spaccato tragico della nostra Italia presente, con lo scontro tra la borghesia nevrotica e gli "altri", gli affamati delle promesse dell'Occidente. In una rapina in villa, assediati e assedianti sono gli attori di un mondo senza uscita: nei saloni di lusso come nelle palazzine ghetto tra le tangenziali, nessuno è innocente e nessuno si salva.

Martedì 3 marzo, ore 20.00
MALATTIA PSICHICA
Un silenzio particolare
di Stefano Rulli (Italia, 2004, 75’)
segue incontro con Vincenzo Bonaminio, Gianluca Nicoletti e il regista
Storia di Matteo, affetto da problemi psichici, e dei suoi genitori, che decidono di creare un agriturismo “speciale”, dove tutti possano trascorrere una vacanza senza rischio di ghettizzazione. Il film racconta con grande coraggio una patologia, troppo spesso rappresentata in modo fantasioso e iperbolico, oggi diffusissima: una vera e propria emergenza sociale, la prima causa di handicap in Italia.

Mercoledì 4 marzo, ore 20.00
FAMIGLIA
Io sono l’amore
di Luca Guadagnino (Italia, 2009, 120’)
segue incontro con Andrea Baldassarro e la sceneggiatrice del film Barbara Alberti
Gruppo di famiglia in un interno milanese, tra formalità e riti borghesi ricostruiti con attenzione elegante e maniacale in omaggio a Visconti. Un’analisi impietosa del nucleo familiare come gabbia di ovattato benessere, puntellata da aridità e ipocrisie affettive, ma tragicamente fragile di fronte alla sovversione dell’amore.

Giovedì 5 marzo, ore 20.00
AMORE
Riprendimi
di Anna Negri (Italia, 2008, 93’)
segue incontro con Manuela Fraire e la regista
Due documentaristi, seguendo le difficoltà lavorative di una coppia di giovani precari, si ritrovano improvvisamente a documentare la loro crisi amorosa, certamente legata alla fatica di vivere soli e instabili nella società di oggi. Un racconto universale sulla fragilità dei rapporti sentimentali, che incrocia finzione e realtà, con inventiva e libertà espressiva.

Venerdì 6 marzo, ore 20.00
VECCHIAIA
Pranzo di Ferragosto
di Gianni Di Gregorio (Italia, 2008, 75’)
segue incontro con Mario Rossi Monti e il regista
Esilarante avventura a Ferragosto di quattro vecchiette e di un cinquantenne sornione e fallito. Rivelazione del nostro cinema, geniale e pluripremiata (Migliore Opera Prima a Venezia), ha il coraggio di mostrare la vecchiaia in modo esplicito tra rughe, pillole e manie, svelando le energie ancora potenti e vitali della fase più vulnerabile di ogni esistenza.



Sabato 7 marzo, ore 17.00
CORTI SULLA PRECARIETA’
segue incontro con Fabrizio Rocchetto e i registi
Anche quest’anno Cinemente rivolge lo sguardo alle energie creative delle nuove generazioni, con una selezione di cortometraggi di giovani registi, che testimoniano capacità inventiva e determinazione nell’indagare le contraddizioni del presente, che li coinvolgono in prima persona. Si ringraziano: Scuola Nazionale di Cinema - Centro Sperimentale di Cinematografia, Libera Università del Cinema.

Sabato 7 marzo, ore 20.00
LAVORO
Volevo solo dormirle addosso
di Eugenio Cappuccio (Italia, 2004, 97’)
segue incontro con Anna Ferruta e il regista
Con la freddezza di un giocatore di videogame, un giovane manager, addetto al personale di una multinazionale, deve “far fuori” 25 dipendenti in breve tempo: nessun cedimento o coinvolgimento sono concessi nel gioco, pena la sconfitta. Una lucida radiografia delle condizioni lavorative in tempo di crisi e un’analisi profonda delle conseguenze alienanti delle logiche aziendali.

Domenica 8 marzo, ore 18.00
PREMIO SPI - CINEMENTE
Miele
di Valeria Golino (Italia, 2013, 96’)
consegna il premio Tiziana Bastianini
Il progetto si arricchisce quest’anno di una nuova iniziativa nella valorizzazione delle connessioni tra cinema e psicoanalisi in Italia: un premio che una giuria di membri della Società Psicoanalitica Italiana assegna a un’opera prima, per la capacità di penetrare con sguardo sensibile le problematiche esistenziali più attuali, esprimendo un’analisi profonda dei conflitti operanti nella nostra società.

Presenta e coordina gli incontri Fabio Castriota


Informazioni
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 A, Roma
www.palazzoesposizioni.it
tel. Palazzo delle Esposizioni 06 39967500, Società Psicoanalitica Italiana 06 8415016,
Centro Sperimentale di Cinematografia 06 72294301 - 06 72294389



INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI

domenica 18 gennaio 2015

Big Bad Wolves, di A. Keshales e N. Papushado (2013)



Una serie di brutali omicidi fa convergere i destini personali di tre uomini: il padre di una delle ultime vittime in cerca di vendetta, un poliziotto che opera aldilà degli ordini impartiti dai suoi superiori e un insegnante sospettato delle uccisioni. L'incontro di tali destini genererà solo odio... 

Affrontare un tema eticamente così controverso e spinoso come quello della pedofilia attraverso la lente del Perturbante cinematografico, non è certo un'operazione di per sè semplice. Farlo poi con uno stile ironicamente "tarantiniano", anzi sarebbe forse meglio dire "tarantinoso", a me non è sembra un buon metodo, quantomeno dopo la visione di questo recente film del duetto Keshales/Papushado, che aveva già diretto l'interessante quanto non eccelso "Kalevet" nel 2010. 

Sul piano della pura estetica registica il film non fa una grinza. E' condotto con mano raffinata, con una tempistica sequenziale che fa venire in mente i movimenti felpati di un gatto sornione che attende il topo all'uscita dalla tana provvisoria in cui lo ha costretto durante una lunga e divertita caccia. Fotografia (di Bejach) e sonoro (di Frank Kayim Ilfman)  fanno la loro egregia parte, soprattutto il primo comparto, iperilluminato negli esterni di un paesaggio israeliano che a tratti ricorda l'orto dei Getsemani biblico, e dai toni rugginosi negli interni durante le sequenze della tortura. Forse il montaggio poteva essere organizzato in maniera più fluida e con un andamento più rapido, soprattutto nelle sequenze dei passaggi in automobile dalla città alle remote zone di campagna dove il professor Dror, il sospettato di essere il pluriomicida, viene segregato. Ma aldilà di questo aspetto, potremmo dire isolato,  l'impianto estetico-filmico complessivo risulta molto curato, preciso in modo quasi manieristico in ogni dettaglio. 

No, no, "Big Bad Wolves" non è portatore di alcun problema tecnico di sorta. I suoi problemi nascono invece da un'incrocio di stilemi narrativi attraverso i quali Keshales e Papushado vogliono veicolare dei contenuti molto forti, nello specifico riguardanti il tema del conflitto etico. Tema non da poco peraltro, tema al limite del filosofico, tema che aggetta molto oltre l'entertainment perturbante cui siamo usualmente abituati. Nel momento in cui i due registi fanno convergere i destini del padre vendicatore e del poliziotto caratterizzato da un'etica biblica da legge del taglione, introducono una conflittualità potente che spinge lo spettatore ad un gioco delle tre carte irrisolvibile, sovrumano. Da qualsiasi parte lo spettatore si ponga rispetto ai tre personaggi, si trova infatti sempre di fronte a un labirinto senza uscita, ad un muro: infatti tutti e tre sono colpevoli (ma allo stesso modo? E cosa significa "allo stesso modo"? Secondo quale scala?). Ciò è interessante, e fa riflettere anche sulla cultura (ebraica) dalla quale nasce questo film, sulle sue scissioni, sui mille chiaroscuri che la caratterizzano, sui lutti storici che la fondano, sul senso di persecuzione transgenerazionalmente vissuto e tramandato, e potremmo andare avanti per molte pagine su questo versante della lettura del film. 


Il problema di "Big Bad Wolves" sta da tutt'altra parte, e sta nell'insistito uso del registro ironico. Prendiamo una sequenza a caso e seguiamone lo svolgimento. Siamo nello scantinato in cui Dror è recluso, legato ad una sedia, imbavagliato. E' accusato di aver seviziato e ucciso ragazzine di otto-dieci anni, seducendole preliminarmente con dolci e leccornie imbottite di sonniferi. Una di queste è la figlia di Gidi, il padre torturatore. Gidi impugna una pinza e sta per strappare le unghie del piede destro di Dror dopo avergli tolto con cura scarpa e calzino. Il pathos è notevole, drammaticamente toccante. Ma ecco che squilla il telefono di Gidi: è la vecchia madre dell'uomo, una petulante, invadente madre ebrea, come solo le madri ebree possono essere invasive e petulanti. La sequenza si spegne e si riaccende di altra e ben diversa luce nella cucina del cottage, nella quale Keshales e Papushado ci raccontano il lungo dialogo tra un figlio 45enne e una vecchia madre che lo sgrida come si fa con un bambino. 

Molti potrebbero dire che questo uso dello spegnimento del pathos attraverso l'iniezione di un' ironia (la telefonata della mamma di Gidi), che stempera e alleggerisce momentaneamente la tensione, sia un accorgimento geniale, derivato dal magistero di Tarantino. Una modalità, cioè che integra molti dati provenienti da zone interessanti e sommamente creative della storia del Cinema. Non è la mia opinione. Io credo non si possa (appunto per motivi etici), ironizzare per nessun motivo su temi così psicologicamente delicati e complessi come quello della pedofilia (per giunta omicida). Se vuoi fare un film in tema di vendetta, anche prendendo come argomento la pedofilia, fallo pure.  Kim Ki-duk lo fa egregiamente ad esempio rispetto al tema dell'incesto nel suo ultimo "Moebius", la cui mia recensione potete leggere qui, ma Kim Ki-duk non ironizza affatto, anzi calca la mano su toni shakespeariani, beckettiani, problematizzando il tutto in modo radicale e corrosivo. Non è certo il caso di Keshales e Papushado, che mettono in scena un dramma pesantissimo facendolo interpretare come da pagliacci da circo. Il detective Micki sembra infatti una specie di Tenente Colombo muscoloso e incazzato col mondo, senza possedere la leggerezza e serietà di metodo di Colombo stesso. Vi par poco? Il secondo pagliaccio, Dror, il padre, non estrinseca alcun tipo di pathos drammatico e si limita a dare badilate sulla testa a questo e a quello, pur di portare avanti la sua mira ultimativa, cioè la tortura come mezzo per estorcere una confessione. E pensare che gli hanno appena ucciso barbaramente la figlia... Non si tratta qui di tirare in ballo la manzoniana "verisimiglianza". Siamo dalle parti di Tarantino, non dimentichiamocelo. Ma il punto è che i due registi israeliani appaiono appunto più interessati a sembrare dei bravi allievi del regista di Knoxville, più che a portare avanti un discorso personale che faccia del Perturbante un veicolo di riflessione filosofica o sociale.

Visionando il film mi è venuto in mente per contrasto "Martyrs", di Pascal Laugier. Il tema della violenza, della tortura, del fondamentalismo (anche religioso, ma non solo), così attuale oggigiorno e non solamente dopo i fatti di Charlie Hebdo, sono trattati da Laugier con una raffinatezza di visione così sublime e poetica che Keshales e Papushado sembrano al confronto due studenti di un corso di scrittura creativa di fronte a una poesia della Szymborska. E' vero, i dialoghi tra carnefici e vittima sono molto ben costruiti, e come in una piece teatrale, pur mantenendo un andamento molto finemente cinematografico. E' altresì vero che tutto si regge sulle spalle di tre soli personaggi che  tengono in piedi tutta la giostra, accompagnati da ottimi piani medi, primi piani e carrellate lungo i corridoi della cantina maledetta. Tutto questo tuttavia non basta a trasformare l'ironia macabra in riflessione davvero profonda. Neppure l'arrivo in scena del padre di Gidi con il conseguente lungo dialogo tra i due, produce significativi viraggi in senso positivo (non parliamo poi del punto in cui il nonno parla dei suoi problemi di colesterolo mentre armeggia con la fiamma ossidrica: altro uso dell'ironia inutilmente e presuntuosamente ossimorico). 

Mi fermo qui, e in sintesi credo che quest'opera di Keshales e Papushado sia un'occasione davvero sprecata per un tipo di cinema che vorrebbe magari prestarsi come testimonianza artistica rispetto a temi importanti che coinvolgono il piano etico su cui si fonda una comunità sociale. Potrei scrivere ancora molte cose circa il tema della pedofilia, non tanto perché ne sappia molto sul piano scientifico, anzi, ma appunto per dire che si tratta di un tema che occorrerebbe invece lasciare tutto nelle mani di chi lo studia con rigore, piuttosto che appropriarsene in modo parassitario per fare il verso compiacente al signor Tarantino. 

"Big Bad Wolves" è un film la cui visione non mi sento assolutamente di consigliare. 

Regia: Aharon Keshales e Nivot Papushado    Soggetto e Sceneggiatura: Aharon Keshales e Nivot Papushado    Fotografia: Giora Bejach   Musiche: Frank Kayim Ilfman   Montaggio:  Asaf Korman Cast: Tzahi Grad  , Lior Ashkenazi , Rotem Keinan, Doval'e Glickman, Menashe Noy, Dvir Benedek, Nati Kluger, Kais Nashif, Ami Weinberg, Guy Adler, Arthur Perry, Gur Bentwich Nazione: Israele   Produzione: United Channel Movies, United King Films  Durata:  110 min. 


domenica 4 gennaio 2015

Honeymoon, di Leigh Janiak (2014)



Una giovane coppia (Bea e Paul) fresca di matrimonio, decide di passare la propria luna di miele presso un cottage isolato nei boschi, e situato accanto ad un romantico lago. Una notte Paul si sveglia improvvisamente e trova Bea che vaga nel bosco senza motivo: sarà solo l'inizio di una serie di misteriosi e drammatici eventi... 

Ho seguito il consiglio di Lucia (leggete qui la sua recensione al film) e di Simone Corà (qui invece la sua), e, come prevedevo, non sono rimasto deluso. "Honeymoon" è un piccolo gioiello che rimane bene impresso nella mente soprattutto per il suo finale che non lascia speranza. Ma non solo per questo, naturalmente. 

La storia è semplice, quasi ridotta a un osso di seppia arrivato sulla spiaggia di un mare in inverno. Lui e lei sono giovani, si sposano, decidono di vivere una luna di miele alternativa presso il cottage canadese della famiglia di lei.  Il luogo è suggestivo: la casa nel bosco, che aggetta su un bel lago pescoso è tutta in stile anni '80. Campeggia la pelle di un grande orso catturato dal padre di Bea nel salotto di casa. Paul è un giovane marito innamorato che non vede l'ora di essere da solo in un sito sperduto qualsiasi per fare sesso con la moglie, donna che desidera e che ama davvero tanto. 

La regista Leigh Janiak, pure lei giovanissima e bravissima oltre ogni più rosea aspettativa (guardatela in questa foto: non sembra possibile che una "ragazza" così giovane sia riuscita a dirigere un film così interessante, invece è proprio così, alla faccia di chi pensa che la saggezza stia nella "vecchiaia")



sceglie due attori dai volti che più "normali" e realistici non si poteva, e già questa scelta di casting appare geniale, anche perché in questo film si tratta nientemeno che di far ruotare tutta la storia, in modo quasi "teatrale", intorno alle trasformazioni relazionali (e fisiche, ma questo secondo aspetto è del tutto relativo) di due normalissimi personaggi presi da una storia quotidiana qualsiasi. 

Credo infatti che qualsiasi giovane coppia tra i 25 e i 30 anni possa tranquillamente identificarsi in Bea e Paul: quella freschezza e quella immediatezza dell'interazione; la curiosità nuova ed epifanica di una storia d'amore nei suoi primi anni di vita; quella circolazione libera, giusta e liberatoria di ormoni onnipresenti e onnipervasivi; quel desiderio di sperimentazione creativa su qualsiasi piano e livello. La Janiak sa rendere questa miscellanea di caratteristiche di coppia amorosa in modo sublime e originalissimo, aldilà di una storia in sé banalissima, ridotta all'osso, lo ripeto. 

Il punto è che, nonostante la stringatezza intrinseca della morfologia narrativa (coppia-casa nel bosco-invasione), nonostante i personaggi principali rimangano solo due per ben 86 minuti di pellicola (a parte due brevi passaggi di altri due personaggi che fanno da spalla), e nonostante l'ispirazione del film peschi a piene mani in un immaginario perturbante tutto, assolutamente, strettamente yankee, la Janiak riesce ad incollarci davanti allo schermo dall'inizio alla fine, prendendoci per la giacca e portandoci nel bosco insieme a Bea, l"ape da miele", come la chiama il suo Paul. 

Secondo me "Honeymoon" è pure capace di ispirare riflessioni sull'incommensurabilità dei generi sessuali ("Incommensurabili" come lo sono il lato di un quadrato e la sua diagonale). Non so se si tratti di un intento consapevole, da parte della regista, tuttavia a me sono venute in mente molte suggestioni circa il famoso concetto psicoanalitico di "teoria sessuale infantile", momento importante e che ritorna nella vita di ognuno di noi molte più volte di quanto pensiamo, anche dopo l'infanzia propriamente detta, durante il quale ci domandiamo "perché" il maschile è diverso dal femminile. Oppure quando ci domandiamo in cosa consista la "diversità" dei generi sessuali. O cosa ci sia di maschile nel femminile e viceversa. O cosa sia la bisessualità. Non è poca cosa che un "filmetto" scritto e diretto da una sconosciuta giovane regista americana alla sua opera prima generi così tante e diversificate domande circa questi temi, almeno in uno spettatore quale il sottoscritto. Dico la verità: non mi era capitato molto spesso. 

La sceneggiatura (di Janiak e Graziadei), è un altro cospicuo pregio di questo piccolo grande film. E' scritta con molta cura, con passione, con l'ispirazione di una scrittura filmica pensata, attenta, soppesata nei dettagli. In scena stanno solo 4 personaggi, nonché alcune quasi invisibili "dark figures" fantasmatiche che tuttavia hanno un loro peso protagonistico non da poco nel generare inquietudine. Questi 4 sono diretti con mano ferma e composta e danno davvero il meglio di se stessi, soprattutto i due innamorati, Bea e Paul. Bea è una "bruttina stagionata", viso perfetto per la parte di una ragazza qualsiasi di provincia, probabilmente del North Carolina, dagli ideali molto semplici (matrimonio, figli). Paul è il "bravo ragazzo" perfetto, che ci immaginiamo da adolescente un pò brufoloso, innamorato segretamente della più bella del liceo che ovviamente non lo degna di uno sguardo. 

Il background psicofisico dei due protagonisti sembra fatto apposta per accentuare lo sviluppo perturbante della trama, l'ingresso sulla scena di una natura circostante che diventa sempre più foriera di angoscia. L'angoscia prende infatti piano piano la forma del lago, degli alberi, degli insetti, dei vermi usati come esche da pesca da Bea, durante le amene gite in barca dei novelli sposi. Quella natura che, da cornice esterna, diventerà poi sempre più un invasore interno. 

La fotografia di Kyle Klutz, insieme al montaggio di Christopher S. Capp, creano un amalgama che, a partire dalle prime sequenze tratte dai filmati amatoriali del matrimonio dei due, fino ad arrivare al finale drammaticamente enigmatico, contribuiscono egregiamente, splendidamente, ad esprimere in  modo plumbeo ed insieme avvolgente la destrutturazione inesorabile cui va incontro il sogno d'amore di Paul e Bea. 

Leigh Janiak è una giovane regista che sono lieto di aver incontrato sul mio cammino cinefilo, e le rivolgo qui tutta la mia stima per un film cosiddetto indie, che è tutto lì a dimostrare quanto certo cinema indie americano meriti tutta la nostra attenzione. Cara Janek, molti complimenti: ti seguiremo anche in futuro con grande cura.
"Honeymoon": da non mancare.

Regia: Leigh Janiak  Soggetto e Sceneggiatura: Leigh Janiak, Phil Grazidei Fotografia: Kyle Klutz  Montaggio: Christopher S. Capp   Musiche:  Heather McIntosh  Cast: Rose Leslie, Harry TreadawayBen Huber, Hanna Brown   Nazione: USA    Produzione: Fewlas Entertainment   Durata:  87 min.