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sabato 25 maggio 2013

Dark Skies, di Scott Charles Stewart (2013)



Chi sta perseguitando la famiglia Barrett? Chi è "l'uomo dei sogni" che invade le notti del loro figlio più piccolo, Sammy? Con gradualità inesorabile la vita dei Barrett si trasformerà in un vero incubo, contrassegnato da esperienze sovrannaturali inspiegabili...

"Dark Skies" parte bene, soprattutto lungo tutti i titoli di testa, con quelle immagini di quotidianità della media borghesia americana che vive soleggiati e sereni week-end mentre i bambini sguazzano nelle piscine delle loro linde villette di provincia, con gli amici di famiglia venuti a cena con le figlie adolescenti a fare gossip sugli amanti di varie altre conoscenze comuni, e così via. Sto dicendo che il film fa ben sperare, anche dopo i titoli di testa, almeno fino al ventesimo minuto, dopodiché si sfalda letteralmente a causa di una sceneggiatura che si porterà sulle spalle fino alla fine della pellicola tutte le colpe di un disastro narrativo davvero cospicuo. Man mano che i fenomeni "paranormali" iniziano ad entrare in scena, assistiamo a dialoghi familiari, in particolare tra genitori e figli, ancora abbastanza convincenti. Poi, quando lo script vira nei territori pseudo perturbanti di un alien-horror criptico quanto simultaneamente banale, anche le interazioni tra i personaggi si sfilacciano, e soprattutto la relazione tra marito e moglie (Lacy e Daniel) diventano surreali e comunque assolutamente non credibili. Ma è appunto la sceneggiatura, cioè l'architettura narrativa del film, ricordiamolo bene, il punto debole, la faglia sommersa instabile che genera tutti i terremoti possibili cui assistiamo in superficie: una narrazione lenta, diluita, che qua e là ci mostra piccoli colpi di scena esattamente là dove ce li aspettiamo, cercando di pescare negli inutili stilemi di un deja vu che non è neppure capace di utilizzare (certe atmosfere ricordano ad esempio "The box", di Richard Kelly, 2009, film peraltro piuttosto superfluo nel panorama sci-fi-horror contemporaneo; in altri punti si riprende addirittura l'Hitchcock de "Gli uccelli", 1963, con una presunzione di cui non sia ha la benché minima consapevolezza). Il film si stira e tira in lungo e il largo tentando vanamente espedienti perturbanti di varia natura, nonché evocando sottotesti psico-sociologici come quello della solitudine adolescenziale di Jesse, il figlio più grande. Ma tutto è inutile: ogni tentativo di rianimare l'oggetto inanimato si rivela sterile e privo di qualsiasi verve, sia dal punto di vista del puro intrattenimento, che da quello della suspense. In "Dark Skies" nulla è perturbante, tutto è terribilmente ampolloso, e il finale è una summa di tale futile ampollosità, con quel "colpo di scena" da terzo atto horror che fa solo cadere le braccia, e non solo quelle. La caratterizzazione psicologica e la scelta di casting sono due ulteriori elementi che azzoppano ancora di più il film, se ce ne fosse stato bisogno: Josh Hamilton, il padre, viene ripreso da Stewart attraverso primi piani in cui dominano i suoi occhioni sgranati e amorevoli da buon capofamiglia che guarda l'erba del vicino sempre più verde della sua, e l'effetto generale è quello di una mielosità nauseante, anche quando Hamilton cerca di mettere in scena il dramma di un architetto al limite della disoccupazione più nera in tempo di crisi. Il suo girovagare da uno studio all'altro proponendo i suoi disegni possiede meno spessore drammatico di una puntata dell'Ispettore Derrick, e rimanda ancora una volta ad un tasso di presunzione piuttosto elevato da parte del regista che è anche responsabile della sceneggiatura. Infatti ci si domanda subito come sia possibile pretendere di innestare su uno script del genere anche l'ipotesi di una riflessione sociale sulla crisi economica mondiale che stiamo attraversando. Tale riflessione passa immediatamente in secondo e terzo piano, assorbita dalla melassa alienoide che Stewart spalma su tutta la pellicola, nonché da una caratterizzazione paterna psicodramatizzata da Hamilton in un modo che definire opaco è un eufemismo. Keri Russel, mamma Lacy, si pone sulla stessa linea del marito: è colta da sonnambulismo durante il suo lavoro di agente immobiliare, sbatte la testa contro i vetri di una casa che deve vendere a dei clienti, scorge alieni vaganti nella camera da letto di suo figlio Sammy, vede il marito in stato catatonico nel giardino di casa, scopre lividi a forma di disegni da Star Trek sul corpo dell'altro figlio Jesse, ma alla fine mantiene una freddezza che anche Buddha le invidierebbe, e che ovviamente non può convincerci. Durante questo lavorìo monocorde sul quartetto familiare Stewart forse si accorge di annoiarsi da solo, quindi introduce una sorta di deus ex machina improvvisato, cioè il signor Pollard (K.K. Simmons), lo studioso di alieni, dalla faccia da allevatore di bovini dell'Arkansas, che appunto vorremmo che tornasse nella sua fattoria perché le sue povere mucche hanno fame. D'altra parte sono perfettamente consapevole che da una casa di produzione come la Blumhouse non potevamo aspettarci finezze cinematografiche particolari, anche a guardare alcuni titoli recentemente in post produzione, per non parlare di quelli già prodotti (vedi: "Le Streghe di Salem" di Rob Zombie, "Paranormal Activity", di Oren Peli, forse l'unico titolo ancora guardabile, ma non certo così fondamentale per la storia del cinema perturbante). In sintesi "Dark Skies" insegue la chimera di aggiungere un tassello al genere horror-sci-fi ma non centra affatto il bersaglio. Al contrario deraglia quasi subito sui binari della scontatezza e della noia. Da evitare. 
Regia:  Scott Charles Stewart  Soggetto e Sceneggiatura: Scott Charles Stewart    Fotografia: David Boyd    Cast: Keri Russell, Josh Hamilton, Annie Thurman, J.K. Simmson, Dakota Goyo, Jake Brennan, Trevor St. Jhon    Nazione: USA    Produzione: Alliance Films, Blumhouse Productions   Durata: 97 min.    

sabato 18 maggio 2013

Aftershock, di Nicolàs Lòpez (2012)



Gringo, giovane trentenne rampante americano, insieme ai suoi amici cileni Kylie, Pollo,  Irina, Ariel e Monica, stanno vivendo meravigliosi giorni di vacanza nella movida di Santiago del Chile. E' l'Estate australe, i cieli sono tersi e i ragazzi passano serate di ballo e di sballo in giro per le più note discoteche della capitale. Ma proprio quando si trovano nel bel mezzo di una festa in discoteca, un terrificante terremoto porta distruzione e morte sull'intera costa cilena, devastando la città e trasformando i suoi abitanti sopravvissuti in selvaggi privi di qualsiasi freno inibitorio. Gringo e i suoi amici si troveranno a lottare per la loro sopravvivenza, in una città diventata una giungla primitiva...


L'elemento che colpisce di più di questo film del cileno Nicolàs Lòpez, giornalista de "Il Mercurio" passato poi al cinema (peraltro non memorabili i suoi primi film-commedia), è certamente la fotografia al neon di Antonio Quercia, che colora Santiago d'estate come un luna-park sfavillante e vivacissimo, iperilluminato quasi a saturazione naturale. Sono belle, non c'è che dire, le prime sequenze della visita del gruppo di giovani ad una cantina cilena, con quelle botti color mogano chiaro davvero maestose, così come certe vedute di Valparaiso (ci sono stato e posso testimoniarne la sua particolarità di località marina aggettante su un Oceano Pacifico che ospita per di più la lontana e misteriosa Isola di Pasqua). Il film utilizza questa grande luminosità colorata del primo tempo come contrasto radicale al secondo, tutto ambientato in notturna, e in questo possiede grande intensità visiva e acume narrativo per quanto riguarda lo script, che scivola via gradualmente verso la catastrofe, inghiottendo come dentro un'invisibile palude di sabbie mobili i cinque ignari protagonisti. Il problema cardinale di "Aftershock" è tuttavia Eli Roth. E' lui e la sua personale, inconfondibile Weltanschauung infatti a imperare per tutti i 90 minuti di pellicola, oltre ad essere presente in carne ed ossa poiché lui è uno dei principali protagonisti. Ci sembra cioè di vedere "Hostel", sempre lo stesso stramaledetto "Hostel", con le solite ragazzine bellocce dalla pelle liscia e dal culo sodo che naturalmente ci aspettiamo ben presto maciullato da una sparachiodi oppure da un machete, con i soliti sadici figuri gratuitamente invitati sulla scena a mostrare il loro cinismo da macelleria umana. La differenza sostanziale, rispetto a "Hostel", perché  certo, qualche differenza la dobbiamo pur trovare, consiste nel fatto che il "cattivo" di turno non è la solita confraternita di aristocratici voyeur che pagano molti soldi per assistere ad efferatezze più bizzarre che altro; questa volta è la Natura (geologica e umana) a rivestire questo ruolo nel film. Aldilà di questo, la profondità di riflessione su questi temi che peraltro sarebbe anche interessante pensare ed elaborare su un piano artistico-cinematografico, semplicemente non esiste. Indifferenza della Natura, fragilità e impotenza dell'uomo, darwinismo sociale, primitività dell'azione umana e molto altro ancora, ci viene buttato su un piatto e poi lasciato lì a marcire sotto il sole di Santiago, senza colpo ferire. La superficialità postmoderna dell'immagine, mescolata a uno stile splatter che più esibito e gratuito non si può, dilaga sovrana su tutto il girato, ed è proprio questa la Weltanschauung rotiana, la sua marca più distintiva, una poetica cioè che non vuole colpire al cuore, che rimane sempre e comunque alessitimica e vuota, incapace di emozionare ed emozionarsi. Anche le sequenze dei due stupri, che potevano contenere un'occasione unica per una  denuncia sociale forte della violenza maschile sulle donne, viene virata in una dimensione che risulta inconsapevolmente grottesca, nonché girata senza nessuna intensità. L'unica sequenza che mi è parsa interessante e sentita da parte di  Lòpez è quella in cui una madre spara ad uno dei ragazzi (Pollo) per impedirgli di trovare riparo oltre il cancello di una casa dove si è rifugiata insieme ad altri superstiti: qui è presente un imprevedibile brezza neorealista che è sicuramente da apprezzare, ma si tratta di poca cosa rispetto al quadro complessivo del film. L'interpretazione degli attori è molto, troppo consueta, a tratti stereotipata, con un Eli Roth che veste i panni di se stesso gonfiando il suo ego a dismisura anche, e soprattutto, quando viene schiacciato da una volta di cemento nelle scene ambientate nei loculi del cimitero. Le ragazze, a parte Monica (Andrea Osvàrt), che cerca vanamente di rappresentare il grillo parlante del gruppo, sono una uguale all'altra e tutto sommato non vedi l'ora che cadano presto sotto il peso dell'impietosa natura sismica dei luoghi o delle pulsioni aggressive degli umani. Stessa musica anche da parte dei maschi del gruppo, assolutamente insipidi e, come ripeto, futilmente postmoderni in sommo grado. Il prefinale alla "The Descent", con la sopravvissuta (ovviamente donna) rimasta sola ad affrontare il male nelle oscure caverne, viene poi risolto in modo rapido e ovviamente sanguinolento, e non lascia segno o significazione estetica particolare.  Per non parlare del finale, che vuole a tutti i costi essere spiazzante come il terzo atto di qualsiasi horror che davvero meriti questo nome,  ma non ci riesce affatto. Tutto quanto scritto fin qui per dire che Nicolàs Lòpez spreca un'ottima occasione (nonchè l'ottima fotografia di Antonio Quercia) per dare spazio allo spirito nefasto di Eli Roth, amico ingombrante da cui non sa (o non può?) prendere distanza adeguata per poter creare qualcosa di più originale e interessante. Lo spettatore, inoltre, non è messo neppure nelle condizioni di godere degli effetti speciali che in questo film non rendono affatto l'esito apocalittico di una devastazione urbana quale quella prodotta da un terremoto. "Aftershock", inutile ricalco rotiano di cui si poteva largamente fare a meno: sconsigliato.
Regia: Nicolàs Lòpez  Soggetto e Sceneggiatura: Nicolàs Lòpez, Guillermo Amoedo, Eli Roth  Fotografia:Antonio Quercia Musiche: Manuel Riveiro Cast: Eli Roth, Andrea Osvart, Ariel Levy, Selena Gomez, Nicolàs Martìnez, Lorenza Izzo, Natasha Yarovenko Nazione: Cile, USA   Produzione: Cross Creek Pictures, Dragonfly Entertainment  Durata: 90 min. 

giovedì 16 maggio 2013

A Lonely Place to Die, di Julian Gilbey (2011)



La giovane Alison, accompagnata da quattro amici, organizza una gita sulle selvagge Highlands scozzesi, alla ricerca di emozioni forti a base di arrampicate in zone impervie. Sciaguratamente l'atmosfera della vacanza vira bruscamente al peggio nel momento in cui  i cinque amici trovano casualmente una bambina serba rinchiusa all'interno di un buco ben nascosto nel terreno di un bosco. La scoperta mette sulle loro tracce i criminali responsabili del sequestro della bambina, e dà il via ad una spietata caccia all'uomo...

La cupissima ambientazione naturalistica in una Scozia di per sé fascinosa, ma ripresa e fotografata nei suoi versanti più ostili e inospitali, è già un buon biglietto da visita di questo interessante film inglese, più noir che horror, che gioca proprio sulle atmosfere e sul rapporto vittima-carnefice. Lo script è costruito in modo da non abbassare mai il livello della suspense, generando situazioni che si avvitano in micro colpi di scena semplici ma inaspettati, a partire dal ritrovamento della bambina nel buco sotterraneo, che sa un pò vagamente di "Lost", con quel tubo periscopico per l'areazione che fuoriesce dai muschi e dai licheni. L'incontro dei cinque amiconi, molto british, molto reali, con la violenza sociopatico-criminale della banda dei sequestratori, è molto duro, immediato, nella miglior tradizione del cinema (ma anche della letteratura) perturbante anglosassone: non viene data nessuna consolazione visiva allo spettatore, neppure sul piano del paesaggio, ottimamente fotografato da Ali Asad che non indulge per un solo minuto in romanticismi da cartolina, e illumina invece di luce grigia, autunnale le alte e verdi montagne delle Higlands, rendendole arcigne e pietrose, cioè sentiero difficile e pericoloso per gli sprovveduti gitanti. La violenza delle sequenze della caccia non è mai urlata, ma risponde all'intento principale dello script, che è quello di mostrare la freddezza e la logica inesorabile del disegno criminoso dei sequestratori. E' un disegno che occorre cioè portare avanti a tutti i costi, in modo per così dire "totalitario", e Alison e i suoi amici sono semplicemente degli ostacoli al conseguimento degli obiettivi di questo disegno: vanno dunque eliminati, a parte la bambina, ovviamente, che è la merce di scambio fondamentale, che bisogna recuperare come un bottino perduto. La violenza, saggiamente, non è quindi apertamente e gratuitamente mostrata, a parte la fucilazione in corsa di uno dei cinque, sequenza molto intensa, lunga e sottolineata con cura da Gilbey che in questo caso desidera però segnalarci il cinismo assoluto dei carnefici di fronte alla fragilità altrettanto assoluta della vittima. Un'altra sequenza molto importante del film, a mio avviso da ricordare perché esteticamente profondissima, quasi geniale direi, è quella in cui Jenny (una Kate Magowan sensualissima e torvamente compresa nel suo ruolo) si trova sul torrente e tiene per mano la bambina: l'inquadratura è sul primo piano della piccola il cui viso improvvisamente si tinge di uno spruzzo di sangue, e un attimo dopo la vediamo cadere trascinata nell'acqua insieme a Jenny colpita da un colpo di fucile. Ho trovato magistrale nel suo piccolo questa sequenza, nella quale l'uccisione di Jenny non viene esibita, mentre l'accento visivo-emotivo è tutto spostato su Anna, la bambina, una bambina tra l'altro non bella, si potrebbe dire "banale" nei tratti somatici, ma appunto per questo molto realistica e toccante. E' inoltre ottima la scelta di Gilbey di tingere completamente di noir il finale del film, alzando il livello di conflitto all'interno della banda, umanizzando anche quella cioè, e allontanandosi così definitivamente da un territorio horror, nel senso di un viraggio fortemente "neorealistico" tuttavia ugualmente perturbante perché  appunto molto "reale". Si tratta cioè di una storia che potrebbe davvero accadere, o che accade già, o che è realmente accaduta e che spaventa molto il bambino-spettatore, senza il bisogno di ricorrere a espedienti sovrannaturali: la violenza è qui, tra noi, in un bosco scozzese, durante una festa di carnevale del villaggio (altra occasione di ottime sequenze che mi hanno ricordato certi racconti neogotici del nostro Eraldo Baldini, ambientati nei boschi dell'Emilia), oppure in un pub tra buoni amici che bevono una birra. Difetti? Certamente, ma sui quali si può ampiamente sorvolare, vedansi ad esempio l'uso eccessivo ed inutile del ralenty in molte sequenze d'azione, nonché il finale, ben costruito, ma che andava forse un pò più lavorato e pensato, perché raffredda la catarsi che tutti ci aspettiamo. D'altra parte che questi inglesi  fossero un pò algidi nei modi lo sapevamo. Per concludere una nota di merito per la protagonista, Alison (Melissa George) che avevamo già visto in gran forma in "Triangle" (2009) e in "30 giorni di buio" (2007): attrice da seguire perché sa interpretare ruoli "perturbanti" simultaneamente con leggerezza e intensità. Non dimentichiamoci poi, che il film ha un budget ridottissimo, attori non molto conosciuti e un regista altrettanto "minore", tutti elementi che non riducono comunque la qualità di "A Lonely Place to Die", che è opera sicuramente da vedere. 
Regia: Julian Gilbey Soggetto e Sceneggiatura: Julian Gilbey, Will Gilbey Fotografia:       Ali Asad Montaggio: Julian Gilbey, Will Gilbey   Musiche: Michael Richard Plowman     Cast: Melissa George, Ed Speleers, Sean Harris, Alec Newman, Eamonn Walker, Karel Roden, Kate Magowan, Gary Sweeney, Stephen McCole, Paul Anderson, Holly Boyd Nazione: Uk    Produzione:  Carnaby International, Eigerwand Pictures, Molinare Studio  Durata: 99 min.
  

venerdì 26 aprile 2013

Le Streghe di Salem, di Rob Zombie (2013)


Heidi Hawthorne fa parte di un gruppo di dj di una radio privata di Salem, Stati Uniti, i "Big H Radio Team". La sua vita quotidiana, tra un mix e l'altro di vari gruppi musicali locali, procede tranquillamente fino al giorno in cui una misteriosa cassa di legno contenente un vinile le viene recapitata presso la radio in cui lavora. Il disco è una produzione dello sconosciuto gruppo dei "Lords", "I Signori". Quando Heidi comincerà ad ascoltare la musica cupa e sinistra che si propaga dal disco, per lei inizierà un vero e proprio "trip" infernale che trasformerà la sua vita in un incubo...

"Le Streghe di Salem", ultima fatica di Rob Zombie, è un film horror-dadaista, più dadaista che horror per la verità, cioè molto più orientato da un intento visionario che perturbante. Siamo lontanissimi dai climi e dalle sequenze de "La casa dei 1000 corpi" (2003), ma anche dai pur diversi e discutibili "Halloween-The Beginning" (2007) e "Halloween II" (2009). La vena dadaista di Zombie è tuttavia molto debole sul piano estetico e ricorda certi scivoloni pseudoartistici della nota corrente culturale  dei primi del '900. Si vuole cioè produrre un pensiero avanguardistico (innestato sul genere horror), ma la montagna partorisce solo il famoso topolino. Un topolino per giunta vicino al grottesco se non al ridicolo, anche perché desidera chiaramente ispirarsi a grandi nomi del Cinema, senza tuttavia averne lo spessore stilistico e i numeri. Molti infatti sono i richiami a grandi Maestri quali Kubrick (vedi le  sequenze degli interni sostuosi e dorati del prefinale, che tendono a ricordarci "Eyes Wide Shut", senza però mai avvicinarsi alla potenza visiva ed evocativa dell'originale), Polanski, ma anche un certo buon Dario Argento di una volta (si vedano le sequenze del Sabba delle Streghe). Tutti questi rimandi sono tuttavia sostenuti da uno script banalissimo se non scialbo che, come saggiamente mi ha fatto notare un caro amico che era con me al cinema, "non si sprigiona". In accordo completo con il mio amico cinefilo, credo sia questo il problema capitale di questo film, e cioè appunto il suo non "sprigionarsi" mai, ovvero la non volontà di sviluppare delle potenzialità insite nella storia, potenzialità che vengono uccise nel momento del loro nascere. Tutto rimane sospeso, troppo sospeso e inutilmente mostrato: ogni sequenza non si risolve mai in momenti di climax e successiva catarsi. Tutto risulta quindi lento, circolare e monocorde, aspetto ben rappresentato dalle pur ottime inquadrature dal basso del corridoio che dà sul pianerottolo dell'appartamento di Heidi, che potrebbero produrre momenti di pathos perturbante quant'altre mai, ma che Zombi congela supponendo che la sola colonna sonora possa renderle inquietanti. E' molto probabile, credo, che il regista si sia affidato alla moglie Sheri Moon come protagonista che potesse portar via la scena a qualsiasi altro elemento filmicamente significativo, surrogandolo potremmo dire, ma è evidente che Sheri Moon da sola non è certo in grado di sostenere tutto il peso di una storia che in sè non va da nessuna parte, se non nella direzione di raccontarci una scontatissima vicenda di streghe secentesche che trovano il modo di tornare nel 2013 per vendicarsi dei soprusi subiti. Un esprit narrativo di questo genere è troppo poca cosa per consentire ad un film di camminare speditamente con le sue gambe pensando di avere poi un impatto particolare sul pubblico che lo vede e sulle sue aspettative. Ma torniamo al "dadaismo" lisergico di Zombie che costruisce una catena di sequenza nelle quali domina l'elemento visionario, in alcuni punti anche ben congegnato (per esempio le sequenze blasfeme anticlericali sono piuttosto suggestive e fanno pensare ad una declinazione addirittura wharoliana e pop-artistica della texture visivo-filmica); tuttavia anche questo uso potremmo dire "pittorico" dello strumento cinematografico rimane totalmente fine a se stesso e non si integra affatto con gli elementi narrativi messi in gioco. A rendere tale integrazione ancor più ardua viene in aiuto per così dire la gestione dei personaggi, decisamente poco convincenti, a partire dalle tre donne di mezza età che abitano nell'edificio di Heidi, una delle quali è la portinaia dell'abitazione. Perché Zombie abbia optato per un casting di quel tipo solo Dio lo sa, facendolo poi muovere attraverso modalità così insipide e davvero grottesche. Climax finale di tali scelte disastrose di casting e conduzione è ben reso dalla sequenza in cui una delle tre donne uccide a padellate il povero vecchio Francis (un Bruce Davison che più scipito e vuoto non poteva mostrarsi). Ma, forse, il vero problema del film risiede nel fatto che non dà segni di movimento ansiogeno per tutto il corso del minutaggio: è un film che non spaventa affatto, tutto concentrato com'è sull'immagine allucinata, sul visivo-visionario, sulla fotografia dadaista. Uscendo dalla sala viene da pensare che Zombie proprio non volesse fare un film horror, che cioè non gli passasse neanche per l'anticamera del cervello di voler toccare le corde di qualsiasi tipo di inquietudine dello spettatore (e pensare che coi tempi che corrono, molte sono le inquietudini sociali e psicologiche che affliggono gli umani fruitori di cinema). Solo due parole prima di concludere, sul ruolo della protagonista, tanto fisicamente attraente, quanto invadente nella sua inconsistenza interpretativa sulla scena, al punto che il compagno Herman 'Whtey' (Jeff Daniel Phillips), pur comparendo molto meno di lei, certamente la surclassa in tema di spessore attoriale. Salviamo certo il sonoro, e ci mancherebbe, considerato il pedigree musicale del regista. "Le Streghe di Salem": film per nulla "perturbante", molto involuto e inutilmente visionario che si può fare tranquillamente a meno di vedere.  
Regia: Rob Zombie    Soggetto e Sceneggiatura: Rob Zombie   Fotografia: Brandon Trost     Musiche:  John 5, Griffin Boice    Montaggio: Glenn Garland   Cast: Sheri Moon Zombie, Ken Foree, Jeff Daniel Phillips, Torsten Voges, Bruce Davison, Dee Wallace, Patricia Quinn, Judie Geeson, Meh Foster, Maria Conchita Alonso Nazione: USA, UK, Canada     Produzione: Notorius Pictures, Alliance Films, Automatik Entertainment, Blumhouse Productions Durata: 101 min.

lunedì 22 aprile 2013

The Call, di Brad Anderson (2013)



Jordan, una giovane operatrice del 911 del Dipartimento di Polizia di  Los Angeles, nel tentativo di salvare la vita di una ragazza che chiama il 911 per chiedere aiuto, finisce per doversi confrontare con un efferato serial killer con cui sciaguratamente aveva avuto a che fare anche in passato.

Ecco un'altra anteprima statunitense dopo la precedente di "Evil Dead". Brad Anderson si rimette dietro la cinepresa e gira questo "The Call",  thriller abbastanza classico che organizza il racconto intorno alle gesta dell'eroina Jordan (una brava ma anche un pò scolastica Halle Berry) contrapposta al serial killer cattivissimo sebbene soffertamente psicopatico Michael (un Michael Eklund ben indentificato nella sua parte, ma forse un pò troppo forzatamente). Quest'ultimo lavoro di Anderson viene dopo diversi, differenti e interessanti prove che non possiamo dimenticarci anche per capire meglio lo spirito di questo film (in ordine cronologico: "Session 9"-2001; "L'uomo senza sonno"-2004; "Transsiberian"-2008) e dove si pone rispetto al percorso artistico del regista. Ancora una volta il tema centrale, caro al regista, sembra essere la paranoia connessa al perpetuarsi inesorabile della violenza, aldilà dei tentativi delle istituzioni umane di frenare tale violenza generatrice di sentimenti persecutori e colpevolizzanti. Da un punto di osservazione psicoanalitico qualsiasi istituzione assume peraltro proprio il compito di proteggere i suoi membri dalle spinte emotive depressive e paranoidi che li attraversano: i lavori di Elliot Jaques, Tom Main e altri analisti anglosassoni, sono in questo senso emblematici. Anderson ambienta la sua storia in una continua oscillazione tra interno (la sala operativa del 911 dove lavora Jordan) ed esterno (le strade polverose della California battute dall'automobile del killer che trasporta la sua vittima), attraverso la mediazione di un montaggio alternato che a volte non fa che confondere le idee e la visione nonostante inoculi dosi di adrenalina di buona qualità nelle vene dello spettatore. Diciamo che è soprattutto quando siamo dalle parti del prefinale e del finale (quando cioè finalmente il cerchio si stringe attorno al killer, per merito di Jordan), che il film prende una piega molto interessante che ricorda a tratti la mano sapiente del David Fincher di "Seven" (1995) (vedi certi movimenti di macchina semicircolari intorno ai protagonisti collocati in esterni desertici e silenziosi). La colonna sonora di John Debney contrappunta con giusto ritmo e adeguata misura il lavoro della cinepresa e questo equilibrato balletto produce un'effetto di generale equilibrio tra sonoro, visivo e parlato. Il film in sintesi è un buon prodotto che si fa guardare con interesse e piacere, anche rispetto a un quadro complessivo dello script che traduce il trauma di Jordan in una storia, certo non troppo verosimile, ma che comunque possiede una accettabile verosimiglianza ben integrata con l'intrattenimento. Le performance di tutti gli attori sono buone: Abigail Breslin, la vittima, è una giovane donna per niente isterica anche nei momenti maggiormente ansiogeni (per lei e per noi), e che sa tirar fuori la sua parte di lottatrice nei momenti giusti; di Michael Eklund abbiamo già detto ma possiamo aggiungere che il suo carattere di serial killer è anche abbastanza nuovo e non trito e ritrito come molta altra cinematografia ci ha mostrato fin qui; Tara Platt, la supervisor della sala operativa del 911 non è la solita mammosa psicologa di turno che sostiene i suoi allievi e sa invece tenere una giusta e saggia distanza dai movimenti emotivi che attraversano Jordan. Per concludere, due parole sulle scelte stilistiche del finale di una storia che, almeno fino al 70esimo minuto sembrerebbe orchestrata come un normale thriller d'azione con leggère sfumature horror, ma che negli ultimi venti minuti cambia registro in modo radicale sotto diversi profili. In pratica Anderson decide di umanizzare  tutto il narrato, in tal modo ridimensionandone i connotati di puro intrattenimento, conferendo al testo filmico una nuance decisamente melanconica che produce un effetto sulle prime spiazzante. Anderson sposta cioè tutta l'attenzione sulle motivazioni e sulla storia personale del killer, non tanto per giustificarne le azioni delittuose, quanto appunto per umanizzarlo. Questo è tuttavia uno dei punti deboli del film, perché comprime troppo tale soluzione nelle ultime sequenze, non approfondendola come sarebbe stato opportuno, e rimandando velocemente in secondo piano tutto il narrato precedente, e di fatto facendocelo dimenticare. Tale finale è poi anche un pò tirato per le lunghe, e lo "scontro finale" tra Jordan e Michael non molto convincente. Aldilà di tale scelta relativa alla chiusura narrativa, scelta per certi versi anche originale e stilisticamente interessante, ma rischiosa, "The Call" rimane un film di buon impianto, condotto con buona mano registica, sebbene non rappresenti una svolta particolarmente significativa nell'evoluzione artistica di Anderson.  Il film è comunque un prodotto da vedere, sebbene non possa certo essere definito una pietra miliare indimenticabile del genere (ibrido) thriller-horror
Regia: Brad Anderson Sceneggiatura: Richard D'Ovidio  Nicole D'Ovidio, Jon Bokenkamp Cast: Halle Berry, Abigail Breslin, Morris Chestnut, Michael Eklund, David Otunga, Michael Imperioli, Justina Machado, José Zuñiga, Roma Maffia, Evie Thompson, Denise Dowse, Ella Rae Peck Musiche: John Debney  Montaggio:  Avi Youabian  Nazione: USA   Produzione:    Troika Pictures, WWE Studios, Emercency Films Durata: 94 min.   
  

sabato 13 aprile 2013

Evil Dead, di Fede Alvarez (2013)


I due fratelli Mia e David, hanno recentemente perso la madre, restando profondamente segnati dalla luttuosa vicenda. Mia, che è rimasta a lungo accanto alla madre in ospedale, vive un profondo tracollo psichico. La ragazza beve e si droga per trovare un possibile quanto illusorio conforto. Mia decide tuttavia di trascorrere un breve periodo di vacanza insieme al fratello e ad alcuni amici, in un cottage isolato nei boschi, per vedere di riuscire a ritrovare una lucidità ormai perduta. Il gruppo di giovani, arrivati alla casa, troveranno ben presto un antico e strano libro, la cui lettura si rivelerà la causa di avvenimenti raccapriccianti e distruttivi...

Il tanto atteso remake del mitico "La casa" di Sam Raimi (1981) è uscito nelle sale statunitensi   la scorsa settimana, e ne vedete qui due locandine molto suggestive che ho voluto postare insieme perché già di loro meritano uno sguardo. Ma è soprattutto il film a meritarsi più di uno sguardo, e per vari motivi che di seguito elencherò. Fede Alvarez è un giovane regista uruguayano, alquanto sconosciuto ma che in questo sua prima e così impegnativa prova mostra del talento davvero considerevole. Innanzitutto porsi di fronte al progetto di un remake del film originario di Sam Raimi implica un coraggio non da poco, poiché si tratta di confrontarsi con un prototipo stilisticamente non facile, declinato sui registri dell'horror grottesco anni '80, e molto complesso da rivisitare in chiave odierna. Alvarez fa benissimo, quindi, a distanziarsi fin da subito dal modus operandi raimiano, costruendo una storia che possiede solo lo scheletro dello script di "La Casa", e che poi si muove su gambe proprie e va molto, molto lontano, pur rimanendo tranquillamente fedele alla storia iniziale. L'incipit segnala immediatamente questo voluto scarto dal Raimi che tutti conosciamo: un inizio che non lascia dubbi sulle intenzioni del regista, il quale allestisce una bella, potente sequenza dove domina il fuoco che carbonizza, senza tanti giri di parole, la prima povera e infelice vittima. 
Dopo questo chiaro biglietto da visita, ecco che siamo avvolti dai cupi colori verdastri di un bosco kubrickianamente ripreso in panoramica dall'alto, ambiente dal quale non usciremo più, insieme al gruppo dei giovani approdati col pick-up nel trasandato e inquietante cottage, peraltro molto simile a quello che avevamo visto nel film del lontano 1981. Ma è proprio sul gruppo che occorre spendere qualche parola, perché è la sua specifica caratterizzazione che fornisce al film molti elementi di novità è profondità. Si tratta infatti di un gruppo dominato dal sentimento aleggiante del lutto per la morte della madre di Mia; un gruppo che le sta intorno e la prende per così dire "in cura", dal momento che la ragazza attraversa un periodo di grande instabilità psicologica. Subito dopo aver aperto il libro dei morti trovato in cantina la situazione però precipita. Eric (Lou Taylor Pucci) cerca di fare l'intellettuale della banda, studiando il libro per estrinsecarne un senso aristotelicamente logico, ma naturalmente senza alcun risultato, mentre i demoni sorgono dai boschi e cominciano ad invadere le peraltro già fragilissime anime dei ragazzi. Mi sembra che qui Alvarez voglia veicolare un sottotesto, relativo alle nuove generazioni dei trentenni contemporanei, eterni adolescenti, persi nella bulimia eccitatoria del mondo-bosco che li circonda,  incapaci di tollerare il dolore luttuoso che la vita sempre impone, presi dalla tentazione inutile di farsi da genitori a vicenda, oppure in quella, più distruttiva, di annegare il senso di vuoto che sentono, nell'alcool o nella droga. L'atmosfera che si respira lungo tutto il film è esattamente questa, e sembra subito evidente che i demoni che Mia e gli altri evocano siano soprattutto dentro di loro, e ne sono perseguitati perché non vogliono affrontarli. Questo sottotesto gruppale gestito con grande maestria registica da parte di Alvarez, è sostenuto da un pavimento emotivo perturbante molto solido e straniante. Il grottesco raimiano proprio scompare per lasciare il posto a un mood sempre più destrutturante e melanconico che ricorda anche il von Trier di "Antichrist", senza mai voler scimiottare certi inutili cerebralismi del regista  danese. Infatti la psicoterapia di gruppo si trasforma rapidamente in un vero macello che a partire dal  40esimo minuto di pellicola si avvita in un climax horror magistrale, alla Carpenter di "The Thing" per intenderci, che ti incolla alla poltrona nonostante i sobbalzi cui ti sottopone inesorabilmente. Alvarez è molto bravo nel dispiegare i momenti più cruenti del plot secondo una ritmica sistematica e continua, nonostante alcuni buchi di sceneggiatura su cui l'intero esito del film permette di sorvolare grandemente (vedi ad esempio il punto in cui David cerca di chiudere una ferita nel petto di Eric con del nastro adesivo). Notevole l'uso di sequenze splatter, ben calibrate, ben dosate, quasi a diventare un omaggio a questo sottogenere in quanto tale (significativa in tal senso la sequenza dell'autoamputazione del braccio di Natalie, per non parlare dell'incredibile, inaspettata sequenza della sparachiodi). C'è dell'indubbio talento in questo giovane regista, che aggredisce una materia difficile come il new horror anni '80 con mano salda e innovativa, e bisognerà senz'altro seguirne gli sviluppi creativi, dopo questa prova interessante e che possiede un suo magnetismo particolare. Prova ne sia il rallentamento romanticheggiante del ritmo nel prefinale, che successivamente si trasforma nel convulso, ipersanguinolento e fusionale finale, con la bella, intensa sequenza delle due donne che lottano intorno all'automobile capottata. "Evil Dead" (2013): film catartico, che intrattiene ed evoca molti stimoli di pensiero per gli amanti del genere. Consigliatissimo.  
Regia: Fede Alvarez    Soggetto e Sceneggiatura: Fede Alvarez, Diablo Cody, Sam Raimi, Rodo Saygues Mendez Fotografia: Aaron Morton Montaggio: Bryan Shaw   Musiche:    Roque Baños Cast: Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore, Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Bruce Campbell   Nazione: USA    Produzione: FilmDistrict, Ghost House Pictures, TriStar Pictures Durata:  91 min.