Pagine

domenica 5 aprile 2015

The Canal, di Ivan Kavanagh (2014)



David, di professione archivista di una cineteca, sta passando un brutto periodo: sospetta che la bellissima moglie Alice lo tradisca con Alex, cliente della donna. Il tutto peggiora drasticamente nel momento in cui una collega di David, Claire, gli sottopone una bobina dei primi del '900 in cui si narra di un efferato delitto avvenuto proprio all'interno della casa in cui David abita adesso. La vita di David si disorganizza sempre più: scompare sua moglie, e contemporaneamente strane visioni cominciano ad impossessarsi di lui. Si convince lentamente che una presenza spettrale si muova dentro casa sua, mentre la polizia comincia seriamente a sospettarlo della scomparsa di Alice...

L'irlandese Ivan Kavanagh ha diretto dal 2003 in poi ben 10 film e 5 corti, dei quali nulla vi so dire non avendoli visti, e come suggerisce saggiamente Ludwig Wittgenstein "ciò di cui non si può parlare si deve tacere". Il mio sguardo ha catturato solo il suo ultimo film, questo "The Canal", che vado a recensire, ma già la sua filmografia mi fa dire che ci troviamo di fronte ad un filmaker piuttosto prolifico, piuttosto riservato (non ho trovato notizie sulla sua età e sul suo curriculum da nessuna parte in rete, a parte una scarna pagina di Facebook che non dice più di tanto), e soprattutto molto interessato ad approfondire (si direbbe) tematiche Perturbanti che, se ho ben capito leggendo i vari script dei suoi precedenti film, esplorano principalmente il tema del cambiamento repentino e traumatico nella vita dei suoi protagonisti.

Anche "The Canal" prosegue questa linea prospettica. David fa l'impiegato all'interno di un archivio che conserva vecchie bobine di film, in particolare quelle che ricostruiscono omicidi presumibilmente insoluti e registrano i particolari di scene del crimine. Ha una collega molto carina, giovane e seduttiva, Claire, che un bel giorno sottopone alla sua attenzione una bobina che racconta di un omicidio avvenuto i primi del novecento proprio nella via dove David risiede proprio ora. Ma David ha soprattutto una moglie molto carina, Alice, che improvvisamente scompare dopo una festa in società cui partecipa anche lui, lasciandolo poi solo con il figlio Billy (bellissimo bambino dai capelli rossicci dai tratti che più irlandesi non si può e che è un vero gioiello di casting perfettamente riuscito). 

Bobina maledetta e scomparsa improvvisa di Alice si intrecciano come cromosomi impazziti in una bizzarra fecondazione di destini incrociati, generando quella che potremmo descrivere sul piano psicopatologico come una "destrutturazione melanconica" a tinte paranoidee che si impossessa di David. Intanto è la gelosia ad essere rappresentata in primo piano, vero motore immobile della destrutturazione depressiva di David. La sequenza della festa in società, fotografata magistralmente da Piers McGrail e girata con molti densi, sensorialissimi primi piani da Kavanagh, è stata una meravigliosa scoperta che a un amante del genere come me non capita spesso di fare. Le inquadrature a piano medio in cui Alice parla con l'affascinante latino Alex non hanno molto da invidiare a "Eyes Wide Shut" (1999), e inoltre Hanna Koekstra non ha proprio nulla da invidiare alla bellezza di Nicole Kidman, dimostrando così ulteriormente la genialità da parte di Kavanagh nel costruire un casting perfettamente congeniale all'impianto narrativo (complice il bravissimo casting director Colin Jones). Vogliamo andare avanti con questo paragone ardito con Kubrick? Ma sì: e chi ce lo vieta? Rupert Evans (David) è interpretativamente molto più intenso e sofferto di Tom Cruise, e la sua "follia" ingravescente è a tratti davvero spettacolare (vedasi ad esempio la sequenza in cui parla con Billy su Skype e intravede dietro il bambino l'ombra del fantasma assassino). 

Lo script è sviluppato con tratti di montaggio (di Robin Hill) che, senza che ce ne accorgiamo, rapidamente avvitano la storia attraverso salti temporali che man mano procedono, sempre più rendono la vicenda misteriosa, cupa, visionaria. La qual cosa è notevole se pensiamo che il soggetto in sé è abbastanza banale: siamo dalle parte di una semplice storia di fantasmi, di una haunted house irlandese. Ma Kavanagh declina il tutto in una dimensione erotico-sentimentale come generatrice di Perturbante puro, quasi lovecraftiano direi, con tutte quelle visioni e l'angoscia di impazzimento che attraversa David sequenza dopo sequenza. E' questo uno degli aspetti più interessanti del film, evidenziatore di una mano registica assai esperta ed ispirata. 

L'alternarsi di sequenza in interno con sequenze naturalistiche (la dialettica tra il canale d'acqua che cupamente scorre accanto alla casa di David, e gli interni della vecchia casa in cui David affonda come se nuotasse lui in un altro tipo di suo interno canale...), possiedono un ritmo che imprime alla storia un mood particolare, straniante, come l'aprirsi di un "altrove" inquietante nel quale gradualmente Kavanagh è capace di avvolgerci.  

Difetto del film è forse proprio nel suo indulgere un pò troppo sullo straniamento: il prefinale è troppo diluito, quasi a voler rallentare il corso degli eventi, e avrebbe forse potuto essere gestito in modo più dinamico e meno ricorsivo. Tuttavia i colpi di scena e alcune sequenze da brivido dalle tempistiche perfette, fanno giungere il film ad un finale molto, molto suggestivo ed esteticamente curatissimo quanto drammaticissimo, in cui assistiamo ad una ricapitolazione della storia che mette ordine alle cose "realmente" avvenute. Storia dai sottotesti sociali anche molto attuali, elemento non poco apprezzabile in un film Perturbante, soprattutto se parliamo del rapporto uomo-donna, del tema del maltrattamento, della gelosia che diventa iperbolicamente (e psicopatologicamente) tensione verso un possesso illusorio dell'oggetto, la cui frustrazione intollerabile è anche in grado di portare all'omicidio (come le cronache ci mettono sotto gli occhi molto spesso, quasi fosse un atteggiamento primitivo mai elaborato davvero e che permane sotto la superficie della cultura tecnologica) "The Canal" si pone come prova di notevole valore, soprattutto se guardata come opera che dà una scossa estremamente vitale al Cinema Perturbante di marca europea. Da vedere senza ombra di dubbio.

Regia: Ivan Kavanagh   Soggetto e Sceneggiatura: Ivan Kavanagh   Fotografia: Piers McGrail   Montaggio: Robin Hill   Musiche: Ceiri Torjussen  Cast: Antonia Campbell-Hughes, Rupert Evans, Hannah Hoekstra, Calum Heath, Kelly Byrne, Steve Oram, Carl Shaaban, Sinead Watters, Maura Foley    Nazione:  Irlanda   Produzione: The Orchard, Park Films, Treasure Entertainment   Durata:  92 min.  


lunedì 16 marzo 2015

Pausa musicale: "Caravan story"- Jovanotti, 2015



CARAVAN STORY (Jovanotti)

Lei arrivò che si sentiva stanca
entrò in quel bar come se fosse in fuga
la vita capita che a volte arranca
cerca una strada per dimenticare
ordinò un tè ma senza averne voglia
e vide lui con quel giubbotto orrendo
tutto il contrario di ogni suo percorso
c’era qualcosa però in quella sua posa da orso
pensò al suo uomo pieno di contegno
alla sua aura a quel suo grande impegno
che non gli aveva mai detto ti amo
col tono giusto che una donna sa
decise subito in mezzo secondo
quello che da una vita già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore
che una si sente dentro
lui stava zitto
ma accennò un sorriso
non era il massimo della prestanza
ma aveva addosso certe sue ferite
che si capiscono a chi sa cos’è
presero un autobus per la rotonda
che lui quel giorno aveva casa lì
gestiva un tagadà nel lunapark
l’idea le piacque e se ne impadronì
adesso vivono in un caravan
roba di lusso parabola satellitare
che prende internet e le TV
ma non la guardano quasi mai
le venne confermato nel profondo
quello che da una vita già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore che una si sente dentro
il suo ex marito la disprezza molto
parla di lei con commiserazione
ma certe volte gli ci va il pensiero
e sente un brivido di ammirazione
per quello spirito che non capiva
per quella donna che non tornerà
e a volte pensa di riconquistarla
comprando fabbriche di caravan
ma lei ora vive con il suo vagabondo
che le conferma ciò che già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile ad un po’ d’amore
ma lei ora vive con il suo vagabondo
che le conferma ciò che già sapeva
che non esiste proprio niente al mondo
paragonabile alla sensazione
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore
di aver quell’amore
di essere importante per qualcuno
di avere quell’amore che una si sente dentro
(2015)


venerdì 13 marzo 2015

Clown, di Jon Watts (2014)




Un padre molto affettuoso trova in un vecchio baule un costume da clown inutilizzato da tempo, e decide di travestirsi lui stesso, in occasione della festa per il sesto compleanno del figlio. Al termine della festicciola l'uomo scopre con terrore di non riuscire più a togliersi di dosso il costume, che è praticamente diventata una sorta di seconda pelle collocata adesivamente sulla sua. Ma quel che è peggio consiste nel fatto che la sua personalità sta cambiando inesorabilmente, fino al punto da fargli compiere azioni terribili...

"Clown" è un film dalla scrittura piuttosto semplice, che può apparire quasi ingenua per certi versi. Mette sul tavolo ingredienti molto comuni, poco ricercati: rimanda subito a "It" di Stephen King, alla mitopoiesi perturbante del clown cattivo, allo stevensoniano Dr. Jekill che contiene in sè la parte scissa ma attivissima (e cattivissima) di Mr. Hide (Mister "Nascosto"). Tutti elementi di primo acchito molto banali, quasi noiosi, superflui, superati. Tuttavia Watts sa mescolare e dosare con una certa perizia estetica questi elementi, producendo un complessivo effetto straniante e insieme cinematograficamente nostalgico. 

L'ambientazione quotidiana, che descrive l'esistenza di una famigliola middle-class quale potrebbe essere anche la nostra, soprattutto se abbiamo figli (e solo i genitori sanno quanto possano essere estenuanti le festicciole di compleanno dei propri figli piccoli...), è il vero enzima catalizzatore di inquietudine di tutto il film. Infatti questo "mulino bianco" familiare è rotto in mille pezzi da una causalità banalissima, da un dettaglio (il ritrovamento casuale del baule contenente il costume), che però genera pura entropia, disastro, cambiamento - gradualmente - catastrofico. Il povero Kent è un padre qualunque, la quintessenza dell'impersonalità anonima, tutta spesa tra famiglia e lavoro: perché mai un demone dovrebbe infiltrarsi under the skin per rovinargli radicalmente l'esistenza? E invece è proprio così, accade, e Jon Watts sembrerebbe portarci giustappunto, a passi felpati, proprio nel territorio dell'imprevedibilità, di quella casualità che ci fa mettere poi inavvertitamente il piede sul burrone, facendoci precipitare di sotto, nostro malgrado. 

Tutto il resto in questo film lo riterrei relativo. Make up, fotografia, sonoro, locations, sono tutti aspetti coreografici. Ho visto "mostri" molto più inquietanti del pagliaccio demoniaco disegnato dallo script di questa specifica pellicola. Il cuore dell'opera sembra invece consistere nella descrizione degli effetti di una serendipità perturbante. Kent ha cioè trovato il famoso ago nel pagliaio. Ma non solo l'ago, ma anche chi ce l'ha messo, e tutta la sua cattiveria, tutto il male che si cela sotto la punta dell'iceberg che quell'ago rappresenta, tutto l'impeto distruttivo che alberga "sotto la pelle".  

Aldilà di questi elementi drammaturgici essenziali, semplici fino all'estremo, risultano a mio avviso interessanti anche le scelte registiche in quanto tali. Ad esempio l'inquadramento delle uccisioni dei bambini da parte del clown trasformatosi in demone, appaiono molto pensate e ben costruite. La sequenza della sala giochi per bambini è poi molto suggestiva, perché con pochi agili tocchi di montaggio sa trasmettere tensione a partire da un luogo che usualmente ha invece grande attrattiva per un bambino (un luogo cioè che di solito allontana il bambino da quelle che sono le sue più tipiche paure). E' come se Watts sapesse rappresentare una Gardaland che improvvisamente si trasforma in un covo di terroristi dell'Isis, all'insaputa dei turisti ivi riuniti per divertirsi. Anche la sequenza dello scivolo con le palline colorate (altro must di ogni bambino) mi è parsa inedita, originale, venata da un'ispirazione non facilmente reperibile in altri prodotti di genere. E non vorremmo certamente trovarci nei panni del bimbo che cammina carponi nei cunicoli dello scivolo alla ricerca del suo amico Dave...

In sintesi "Clown" è un film decisamente "minore", artigianale, ma che non manca di rimandi suggestivi, per esempio al mitico ed ineguagliabile "The funhouse-Il tunnel dell'orrore" di Tobe Hooper (1981). E quand'anche solo questo aspetto me lo ha reso piuttosto apprezzabile.
Da vedere. 


Regia: Jon Watts    Soggetto e sceneggiatura: Jon Watts, Christopher D. Ford    Fotografia: Matthew Santo    Montaggio: Robert Ryang  Musiche: Matthew Veligdan    Cast: Eli Roth, Peter Stormare, Laura Allen, Elizabeth Whitmere, Christian Distefano, Andy Powers, Sarah Scheffer     Nazione: USA, Canada   Produzione: Cross Creek Pictures, PS 260, Vertebra Films    Durata:  100 min.   

     

lunedì 2 marzo 2015

Exists, di Eduardo Sànchez (2014)



Cinque ragazzi decidono di trascorrere qualche giorno presso la baita dello zio di uno di loro. Il luogo è davvero selvaggio e desolato, ma immerso in una natura davvero incontaminata nella quale rilassarsi tuffandosi in torrenti dalle acque cristalline, oppure facendo gite in mountain-bike. Nel corso della loro permanenza diverranno tuttavia, loro malgrado, vittime di una creatura mostruosa che abita nei boschi, che ha tutte le caratteristiche del leggendario e crudele Bigfoot...

Avevo letto alcune recensioni non molto entusiastiche dell'ultimo lavoro di quello che potremmo definire uno dei padri fondatori del genere mockumentary, e cioè di Eduardo Sanchez, vedi ad esempio l'interessante articolo di Simone Corà a tale proposito. Avevo lasciato dunque il film in salamoia per qualche mese, meditando tra me e me se meritasse il tempo di una recensione. Lascio alla lettura della bella recensione di Simone i precisi e imprescindibili riferimenti ai precedenti lavori di Sanchez (e cioè The Blair Witch Project, 1999, Lovely Molly, 2011 e uno dei corti di V/H/S 2, 2013), e passo ad esprimere il mio parere su un film a mio avviso importante, poiché appartiene comunque alla storia di un filone perturbante che ha inciso parecchio nel tessuto dell'immaginario di noi spettatori.

Penso che "Exists" sia un film importante essenzialmente per motivi drammaturgici. Nel senso della drammaturgia del Perturbante, intendo dire. Sembra intanto voler calcare la mano, non tanto sul tema del "realismo" (aspetto molto sottolineato in "TBWP", ad esempio), quanto su un pessimismo nella risoluzione della vicenda, cioè sulla costruzione del Terzo Atto drammaturgico, che secondo me è magistralmente evocato, dosato e "cucinato" dal regista. 

E' tutto il prefinale e soprattutto il finale a spingermi a dire questo: scusatemi se parto dalla fine, ma tutta la sequenza dei cadaveri distesi sul prato nel bosco incenerito, con l'unico superstite di cui seguiamo (identificandoci) le vicende finali, è degno di una rappresentazione scenica da tragedia greca. Con la differenza che non sono le Erinni ad essere chiamate in scena dal tragediografo, bensì una creatura primitiva iperbolica, insensata, neanche inscrivibile nella mitopoiesi antropologica statunitense classica del Bigfoot. Il registro retorico dell'"iperbole" mi sembra infatti la tecnica principe utilizzata da Sanchez in questo film: a partire dalla sequenza dell'ingresso invasivo del mostro dalla porta semidistrutta del cottage, assistiamo ad un'escalation disegnata appunto attraverso l'uso dell'amplificazione. Ad un mostro ne segue un altro ben più spaventoso, ad un colpo di scena un altro ancor più catastrofico (vedi la sequenza della roulotte, girata in un modo assolutamente ottimo, nella quale il senso di uno "sconquassamento" materiale, concreto riverbera in maniera straniante la perdita di senso ineluttabile cui vanno incontro i protagonisti).

Il pessimismo, non solo "storico", ma "cosmico" cui potremmo dire un film perturbante si dirige nel suo incedere verso le angosce più profonde di uno spettatore, e che il più delle volte è caratteristica estetica che lo rende un'opera psicologicamente interessante, nonchè "sonda" esplorativa importante per indagare il tessuto delle angosce umane più inconsce, è qui sparso a piene mani, con un'amplificazione detonante nelle ultime scene. Tale aspetto estetico-filmico dell'opera di Sanchez me lo ha fatto molto apprezzare. 

Sanchez viene da una prova come "Lovely Molly", nella quale lascia stare la camera amatoriale e si addentra nel "cinema puro" producendo effetti molto positivi. In "Exits" riprende questo suo grande amore delle origini (peraltro mai dismesso) e usa il mocku come mezzo di riflessione sul Perturbante cinematografico, più che come tecnica in sè. Non gli interessano i protagonisti della storia, non guarda allo spessore psicologico dei personaggi, che potrebbero essere stati scelti anche con un casting del tutto diverso. L'orizzonte di Sanchez in questo film è, potremmo dire, decisamente più "filosofico". 

E si tratta di una filosofia che permettetemi di definire "leopardiana", nel senso che Sanchez in questo film ci sta parlando per l'appunto dell' "infinita vanità del tutto" di una condizione umana dominata dall'"impersonale" che la attraversa. Così come è impersonale la Pulsione, è impersonale anche la Morte, tanto quanto, paradossalmente, il legame familiare che unisce nella loro intrinseca diversità il terribile Bigfoot e lo zio che ospita a sua insaputa il nipote e gli amici tardo-adolescenti nella sua baita. Il mostro dei boschi credo possa essere visto come personificazione di tale aspetto di impersonalità che se ne frega bellamente del soggetto, dell'individuo e del suo desiderio, come accade anche alla Natura circostante, eternamente solo legata a se stessa e ai suoi violenti ritmi di nascita, morte, organicità e putrefazione. Il film si conclude infatti in un'atmosfera cimiteriale, mortifera in modo radicale. Ma è proprio questa radicalità del pessimismo di Sanchez (un'assolutizzazione del concetto di "rimozione originaria"?) che permette un'apertura al costruirsi di nuove storie: e questa è esattamente la funzione narrativa più intrinseca alla drammaturgia propria di un film horror. Infatti Bigfoot, l'Impersonale non muore mai (è pura mitopoiesi), è sempre lì nei boschi, e proprio perchè non muore mai consente la possibilità di un rilancio narrativo, di una nuova storia, di un nuovo film nel quale (chissà?) magari un giorno sarà davvero sconfitto come "lato oscuro della forza".

"Exists" parla di tutte queste cose, attraverso la creazione infiltrativa e tendenzialmente esponenziale di un mood pessimistico che apre a riflessioni molto interessanti. Per questi motivi è da considerare come una nuova declinazione del mocku che non può mancare nella collezione degli amanti del genere. 


Regia: Eduardo Sanchez  Soggetto e Sceneggiatura: Jamie Nash   Montaggio: Andrew Eckblad, Andy Jankins   Fotografia: John W. Rutland   Musiche: Nima Fakhrara    Cast: Brian Steele, Dora Madison Burge, Samuel Davies, Roger Edwards, Chris Osborn, Denise Williamson  Nazione: USA   Produzione: Court Five, Haxan Films, Miscellaneous Entertainment  Durata: 81 min.     


domenica 15 febbraio 2015

Cannibal, di Manuel Martìn Cuenca (2013)


Carlos è uno dei sarti più prestigiosi e quotati di Granada ma, in gran segreto, è anche un crudele e metodico assassino che pratica quotidianamente il cannibalismo. La sua esistenza però cambia quando Nina, una ragazza in cerca della sorella gemella scomparsa, appare nella sua vita: quanto Carlos incarna inconsapevolmente il male, tanto Nina è il simbolo della pura innocenza. Facendogli capire la vera natura dei suoi atti, Nina risveglierà in Carlos sentimenti d'amore a lungo sopiti.

Basterebbero i soli primi dieci minuti di pellicola a rendere degno di attenzione quest'ultimo film dello spagnolo Martìn Cuenca. La sequenza del tavolo di marmo antico e bianco dal cui angolo intagliato scivola inesorabile un rivolo di sangue color rosso rubino è un pezzo di cinema davvero da segnalare e mettere bene in memoria.  Scrivere e girare un film in tema di cannibalismo, si sa, non è di per sè operazione semplice, a meno di non avere la mano salda ed esperta del Jim Mickle di  "We are what we are" (2013). Cuenca ci riesce invece benissimo, lasciando per di più il cannibalismo molto sullo sfondo e dando spessore, (potremmo dire in questo contesto, uno spessore "corposo") alla figura di Carlos, un Antonio de la Torre in stato di pura grazia nei panni di un sarto di provincia completamente assorbito da due interessi assoluti, ideali: il suo lavoro e la cucina carnivora (umana). 

Ma prima di addentrarci nella storia e nei suoi sviluppi, peraltro molto molto semplici, se non addirittura minimalisti, soffermiamoci ancora un attimo sulle prime lunghe sequenze che si chiudono sull'inquadratura in primo piano del tavolo di marmo sul quale è distesa una delle vittime di Carlos. Da questi primi movimenti di macchina capiamo subito che anche Cuenca è un sarto molto raffinato, per il quale ogni millimetro di pellicola possiede una sua peculiare importanza: basta vedere la sequenza successiva ai titoli di testa, in notturna, in cui l'auto di Carlos è ferma di fronte al casolare diroccato: una sequenza lunghissima, per certi versi fin troppo diluita, ma utilissima a generare un pathos che Cuenca vuole centellinare insieme a noi fino all'ultima goccia. 

Potremmo fare ovviamente molti altri esempi, ma sempre e solo per dire che "Cannibal" è un film molto raffinato sotto il profilo visivo e della complessiva gestione della regia, una gestione operata su vari registri, in particolare su quello dei contrasti di una fotografia che inquadra ambienti diversi (dalle montagne innevate, alle stradine tortuose e petrose di Grenada; dai primissimi piani sulle forbici da sartoria, ai luminosi, solari primi piani di Olimpia Melinte, etc.). 

Sul piano della costruzione e dello sviluppo filmico dello script, la genialità di Cuenca (e dello scrittore cubano Arenal, dal cui racconto è tratto il film, nonché di Hernàndez, già sceneggiatore di quell'ulteriore gioiello iberico che porta il nome di "Eskalofrìo"di Isidro Ortiz, 2008) consiste nel porre l'aspetto apparentemente più centrale dello script, e cioè le abitudini cannibaliche di Carlos, come cornice appositamente non indagata e/o approfondita. Il cannibalismo diventa così una sorta di metafora evocativa, un tratto caratteriale come un altro, una "perversione" come un'altra, mentre tutta l'architettura del film si va costruendo su altre direttrici, decisamente più "spirituali", psicologiche, relazionali. Cuenca gioca tutta la sua partita su un uso, che qui potremmo definire creativo, della scissione. Il cannibalismo di Carlos sembra cioè in uno stato di freezing psicologico, ghiacciato come le nevi perenni della Sierra Nevada, che circondano sontuosamente la città. 

E' l'incontro tra Carlos e la sua vicina di casa, Nina, ciò che interessa di più a Cuenca. Gli interessa cioè cogliere il possibile processo di incrinatura della scissione adamantina che caratterizza il modus vivendi e la forma mentis di un personaggio come Carlos. Tale incrinatura viene mostrata con gradualità ed è operata con sottigliezza seduttivamente inconsapevole da parte della ragazza, a partire dal suo primo ingresso nella sartoria, quando proporrà candidamente a Carlos un suo "massaggio". 

Credo che l'aspetto perturbante di questo film, cioè l'elemento che può interessare un blog come questo che state leggendo, e che si dedica da anni al Cinema Perturbante, consista precisamente nell'idea di accostare mondi lontani, nell'avvicinamento di aree scisse, mute, incistate e criptiche, usualmente eteromorfe ed incomunicabili. Tale accostamento è decisamente acrobatico e insieme straniante, e infatti durante la visione del film ci chiediamo spesso dove il regista vuole andare veramente a parare. Gli interessa l'estetica dell'allestimento complessivo? Gli interessa l'ambientazione? Gli interessa una riflessione sull'isolamento sociale di una certa provincia iberica (tema caro a molto altro cinema perturbante ispanico)?. 

Penso che la mira fondamentale di Cuenca sia invcece quella di approfondire il tema dell'Amore come Ideale ossessivo-divorante. Il cannibalismo è infatti una pratica che in realtà divora dall'interno chi ne è praticante. Ma anche l'Amore "normale", nella figura di un oggetto che si presenta (o ri-presenta) dall'esterno(interno), può trasformarsi in un'ossessione altrettanto divorante-seduttiva. Questa prospettiva porta in sè valori intrinseci del Cinema Perturbante spagnolo: si vedano i fondamentali lavori di Nacho Cherdà a tale proposito. Tuttavia Cuenca decide di declinare il Perturbante tutto in chiave psicologica, come dimostra l'uso diffuso, da un certo punto in poi del minutaggio, dei (lunghi) dialoghi tra Carlos e Alexandra/Nina. 

E' probabile che gli amanti dell'horror duro e "splatteroso" rimangano assai delusi da questo film spagnolo minore, dai toni sussurrati, che vuole amalgamare cannibalismo e storia di sentimenti d'amore serpeggianti tra uomo e donna. Il film, come dicevo più sopra, è inoltre diluitissimo in alcune sequenze, sulla quali Cuenca permane lungamente, in modo a tratti estenuante per qualsiasi spettatore medio (vedi la sequenza della donna che nuota nel mare di sera mentre Carlos la osserva come un predatore nel buio di una spiaggia deserta). Il film dura poi ben 116 minuti, tempo inusuale per qualsiasi film cosiddetto horror. Ma sotto questi chiari di luna artistico-cinematografici così avari di novità interessanti, "Cannibal" si staglia come un contributo davvero originale al nostro genere preferito. Da vedere. 

Regia:  Manuel Martìn Cuenca    Soggetto e Sceneggiatura: Humberto Arenal, Alejandro Hernàndez  Fotografia:  Pau Esteve Birba    Montaggio: Angel Hernàndez Zoido    Musiche: Eva Valino, Pelayo Gutiérrez, Naco-Royo Villanova   Cast: Antonio de la Torre, Olimpia Melinte, Maria Alfonsa Rosso, Florin Fildan, Manolo Solo, Delphine Tempels, Gregory Brossard, Cedric Sester, Carlos Aceituno    Nazione: Spagna, Romania, Russia, Francia Produzione: Promociones Urbanìstica  La Loma Blanca, Mod Producciones, Libra Film  Durata: 116 min.