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venerdì 27 ottobre 2017

It (Capitolo Uno), di Andy Muschietti (2017)


Siamo nel 1989, in una giornata d’autunno, a Derry, piccola e sonnolenta cittadina nel Maine. Una tremenda alluvione ha allagato le strade, e per il piccolo George Denbrough questa è un’ottima occasione per provare la barchetta di carta che gli ha costruito il fratello Bill. Georgie esce nella pioggia con il suo impermeabile giallo, e si diverte a correre inseguendo la sua barchetta di carta trascinata dai rivoli d’acqua verso i canali di scolo e i tombini delle vie della città. Improvvisamente la barchetta finisce però in un tombino e Georgie si china per riprendersela. Dal fondo del tombino spuntano due vispi occhi azzurri e la faccia di un clown da circo, che dice di chiamarsi Pennywise ed offre un palloncino rosso al bambino. Georgie tende la mano per riprendersi la barchetta, ma Pennywise gli mostra la sua forma diabolica, divorandogli un braccio e lasciandolo riverso sulla strada bagnata, privo di vita. Bill, il fratello preadolescente di Georgie, vuole a tutti costi scoprire cosa sia accaduto e insieme ai suoi amici del cuore Richie Tozier, Eddie Kaspbrak, Stan Uris, Beverly Marsh, Mike Hanlon e Ben Hanscom, comincia a dare la caccia al clown assassino. Lungo il corso di tutto il romanzo scopriranno loro malgrado che Pennywise è l’incarnazione dell’anima maligna della città di Derry, che ogni ventotto anni torna in superficie per riprendere vita nutrendosi di bambini. Unendo le loro forze in una sorta di “cerchio magico” iniziatico, chiamato “il club dei Perdenti”, i ragazzi riusciranno a respingere gli attacchi del sanguinario It, promettendo di ritrovarsi ventotto anni dopo per affrontare ancora una volta il Male che possiede Derry e sconfiggerlo definitivamente.


 “(…) il sacrificio della memoria e del desiderio conduce
alla crescita della ‘memoria’ sognante, che è una parte
dell’esperienza della realtà psicoanalitica”.
W.R. Bion
Attenzione e interpretazione (1971)


(…) Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia,
e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste”.
Stephen King
It (1986)

La prima parola che mi è venuta in mente dopo aver visionato “It”, ultima fatica dello statunitense Andy Muschietti, è stata l’aggettivo “esegetico”. Un aggettivo che di solito riguarda l’esegesi biblica, oppure gli studi sui testi sacri nell’ambito della storia delle religioni. Riflettendoci sopra successivamente tale aggettivo non mi è parso poi così anomalo, poiché il film è un vero, sentito, autentico omaggio al grande e corale romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1986. 

Il libro di King è infatti una sorta di Summa Theologica contemporanea, forse la più rappresentativa, del genere Perturbante in letteratura. King vi si dedica ininterrottamente per quattro anni consecutivi, arrivando a scrivere 1238 pagine nelle quali descrive in modo denso ed evocativo i fantasmi e i mostri che maggiormente possono inquietare un bambino, e di cui il film di Muschietti racconta la prima parte, aiutato dagli ottimi sceneggiatori Cary Fukunaga, Chase Palmer e Gary Dauberman, dal montaggio fluido e coinvolgente di Jason Ballantine, nonché dalla fotografia, sobria e delicata di Chung-hoon Chung . Leggendo il romanzo, a tratti sembra che la scrittura abbia per King il significato di un esorcismo delle sue stesse angosce, che pescano profondamente nell’idea stessa di crescita come trauma, come processo iniziatico molto doloroso (l’infanzia e l’adolescenza dello scrittore sono state in verità attraversate da tragiche vicende di abbandono e di morte. Notizie più approfondite in merito si possono trovare semplicemente digitando il nome di King su Google)

Nel romanzo è evidentissima l’ispirazione a H.P. Lovecraft e alla sua poetica neogotica, una poetica che si pone in continuità con quella di Edgar Allan Poe, e la sviluppa all’interno di un’orizzonte che potremmo definire antesignano di un esistenzialismo filosofico declinato in ambito letterario. Sia in King che in Lovecraft il Male di vivere diventa infatti “immanenza” eterna che abita il quotidiano di soffitte e cantine delle case della provincia americana e da lì perseguita l’uomo. Un Unheimlich immanente quindi, spinoziano, che si manifesta come “familiare” e che si fa improvvisamente estraneo, vero “mostro della porta accanto”. Nel caso di “It” è un’intera città, Derry, ad essere posseduta dal monstrum.

Il film di Muschietti riprende tutta questa poetica, e compie il miracolo di una trasposizione (anche qui userei il termine di stampo religioso di “trasfigurazione”) di tanto e denso materiale immaginifico all’interno di una pellicola di 135 minuti. Costretto da tale tempistica, nonché dai limiti intrinseci di business delle case di produzione (essenzialmente New Line e Warner Bros.), Muschietti riesce comunque a rimanere esegeticamente fedele al testo, trasmettendo emozioni e intenti profondi che vengono da un autore, King, che da sempre pone al centro della sua poetica l’infanzia e il dolore per la sua perdita durante il percorso di crescita e di soggettivazione adolescenziale. Uno degli ingredienti fondamentali del Perturbante, nell’accezione freudiana del termine, consiste, com’è noto, nel suo attingere i principali motivi che lo ispirano, all’infanzia come motore della sessualità e della relazionalità adulta, e in questo senso il romanzo di King è assolutamente ascrivibile al Perturbante. 

Il cuore narrativo dell’intero romanzo, così come del film di Muschietti, può essere agevolmente rappresentato dalla metafora dell’”iniziazione”, del “rito di passaggio” dall’infanzia all’età adulta, una ritualità che passa attraverso il dolore del lutto e del “ritorno del rimosso” infantile nell’età adulta. “It” è infatti costruito su due piani temporali paralleli e non lineari: il 1957, cioè l’infanzia dei protagonisti, che poi ritroviamo nel 1984, quando sono diventati grandi. Muschietti, saggiamente, ambienta il film nel 1989, per poi farci pensare ad una prossima pellicola che ambienterà ai giorni nostri. Il film declina molto bene sul piano espressivo-estetico, con grande attenzione al rapporto tra “mondo dei bambini” e “mondo degli adulti”, il tema dell’abbandono e delle disfunzionalità familiari, tutti aspetti peraltro ricorrenti anche nella copiosa produzione letteraria di King.

Per tutti questi motivi, tanto il film quanto il romanzo, credo contengano valenze e vettori di senso che possono molto interessare uno psicoanalista. Ho citato infatti il Bion di “Attenzione e interpretazione” in esergo, a fianco della dedica iniziale di “It”, non a caso. Non credo che Stephen King stesse leggendo il Bion di “Attenzione e interpretazione” (1970) nel momento in cui si accostava alla scrittura del suo più poderoso ed evocativo romanzo, “It”, iniziato a Bangor, nel Main, il 9 settembre 1981, e terminato nella stessa città il 28 dicembre 1985. Nè, tanto meno, Bion ebbe la possibilità di leggere il romanzo horror dello scrittore statunitense, considerato che lo psicoanalista inglese morì nel 1979. “It” contiene tuttavia molte suggestioni che probabilmente avrebbero incuriosito Bion, sopratutto il Bion della cosiddetta “fase estetica”, a partire dalla dedica iniziale del romanzo che King indirizza ai suoi figli, Naomi Rachel, Joseph Hillstrom e Owen Philip, esortandoli ad una sorta di “visione binoculare”, in cui “bugia” e “verità” assumono una valenza conoscitiva di natura “oscillatoria”, appunto “binoculare”, attraverso il veicolo del genere romanzesco. “Il romanzesco è la verità dentro la bugia” (King, 1986), tema, quello della “bugia”, come si sa, molto caro a Bion, i cui riferimenti a poeti e letterati come portatori inconsapevoli di verità, sono molteplici nella sua opera.

Sul piano tecnico, dell’allestimento, e dell’architettura filmica complessiva, il “miracolo” di Muschietti è soprattutto incentivato da un casting magistrale, mirabilmente condotto dRich Delia, nel quale risplende di una luce particolare il personaggio di Beverly Marsh (una Sophia Lillis che certamente ne farà di strada, perbacco), la ragazzina dai capelli rossi, suo malgrado immersa in una relazione incestuale con un padre che fa diventare la “confusione delle lingue tra adulto e bambino” (Ferenczi,1932) il suo principale strumento di comunicazione perversa. 

Muschietti ci accompagna all’interno di un “gruppo dei pari” (il club dei Perdenti) che diventa l’unica àncora di salvataggio di Beverly ma anche degli altri giovani amici uniti nella lotta contro Pennywise, rappresentazione polimorfa del vuoto affettivo che circonda la crescita di questi ragazzi. Pennywise (interpretato da un Bill Skarsgård incredibilmente capace di personificare il demoniaco semplicemente attraverso uno sguardo), è infatti una perfetta rappresentazione, raramente visibile in un film, di quello che potremmo chiamare il “furto della soggettivazione” di un individuo fragile come può essere appunto un preadolescente, da parte di un ambiente “adulto” incapace di ascoltare, di accompagnare la crescita, di nutrirla attraverso i giusti dosaggi di “verità” e di “bugia”. 

Qui ho detto alcune cose, molte ancora avrei da dire su questo film commovente, epocale. Ma lo spazio della scrittura di una recensione non è infinito, quindi vi rimando, per ulteriori stimoli di riflessione, alla sempre ottima recensione di Lucia Patrizi.

Regia: Andy Muschietti Soggetto e Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Chase Palmer, Gary Dauberman Casting Director: Rich Delia Fotografia: Chung-hoon Chung Musiche: Montaggio: Jason Ballantine Nazione: USA, Canada Produzione: New Line Cinema, Warner Bros. Durata: 135 min.

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