E' con grande piacere che scrivo questo post, perché riguarda un blogger che ritengo uno dei più interessanti pensatori presenti sulla rete, in ambito cultural-cinematografico-perturbante. Sto parlando naturalmente di Elvezio Sciallis che l'anno scorso aveva chiuso il suo blog, nauseato da vari aspetti della blogsfera, nonché da certi ambienti editoriali in particolare italiani. Sono stato un follower del suo blog di recensioni cinematografiche e altro quasi da sempre, anzi lo ringrazio ancora oggi per avermi fatto conoscere territori filmico-artistici sconosciuti, elementi che hanno influenzato grandemente il taglio del mio artigianale blog. Quando ha chiuso il suo, tutti i suoi lettori hanno decisamente avvertito un senso di perdita, di mancanza: il suo stile corrosivo e implacabile, la sua lucidità di pensiero e scrittura, il suo essere schivo in modo così acutamente "anti-postmoderno", sono aspetti del suo muoversi che me lo hanno sempre reso simpatico. Adesso ha deciso di riaprire un suo blog senza possibilità di commenti, ma che è possibile naturalmente seguire pubblicamente, e nel quale trovate recensioni di film e molto altro ancora. Suggerisco vivamente (ma dei miei suggerimenti Elvezio non ha certo bisogno) di linkarlo e leggerlo con molta attenzione: i suoi post sono di solito molto lunghi e pensosi, ma appunto per questo motivo vanno letti con cura e attenzione, cioè perché promuovono il pensiero, sono stimolanti e contengono spesso paradossi che aprono a ulteriorità enigmatiche di cui abbiamo tutti bisogno come ossigeno in questi mefitici e precari tempi che viviamo. Tempi di novità e cambiamenti comunque interessanti cui il contributo di pensiero di Elvezio credo sia molto, molto utile, e quindi da segnalare come sto facendo con questo post. Non ultimo aspetto importante che desideravo sottolineare qui è lo stile di scrittura di Elvezio, uno stile che trasmette una pacata forza tranquilla e insieme illuminante relativamente ai territori che esplora. Non dimentico di linkare qui l'indirizzo del suo blog Worpress, ma lo trovate anche sul mio blogroll: http://malpertuis.org/ . Bentornato, Malpertuis!
Pagine
giovedì 28 febbraio 2013
mercoledì 27 febbraio 2013
domenica 24 febbraio 2013
martedì 12 febbraio 2013
Tu sei il male, di Roberto Costantini (2011)
Anno: 2011 Editore: Marsilio, Farfalle, i Gialli Pagine: 669 ISBN: 978-88-317-1311-5 Euro: 14,00.
Roma, luglio 1982. La sera della vittoria italiana ai Mondiali di calcio, Elisa Sordi, giovane impiegata presso una società immobiliare del Vaticano, scompare nel nulla. L'inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario dal passato ambiguo, arrogante tardo adolescente svogliato, che prende sotto gamba il caso. Solo quando il corpo di Elisa Sordi viene trovato barbaramente seviziato sulle sponde del Tevere, Balistreri si butterà a capofitto nelle indagini, ma non riuscirà a risolvere il misterioso caso.
Roma, luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide buttandosi dal balcone di casa sua. Michele Balistreri, che nel frattempo è divenuto il capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, è molto cambiato da quel lontano 1982: trascina stancamente la sua vita facendo uso di antidepressivi, il ragazzo rancoroso, arrogante e sciupafemmine quale era non è per che un vago e colpevole ricordo. Il suicidio dell'anziana donna non fa altro che accentuare i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire il caso di Elisa. Riaprire il caso avrà un prezzo ben più alto del previsto.
Chi mi conosce sa, penso, che mi piace leggere mattoni di seicento e rotti pagine alla volta, soprattutto se ascrivibili al genere thriller, ma devono essere storie meritevoli come cose scritte ad esempio da Larrson , oppure Nesbo. Raro peraltro che un italiano srotoli seicento pagine di un libro che sappia tenermi incollato alla vicenda che va narrando, come invece di solito sanno fare i giallisti scandinavi, con qualche eccezione recente di Indridason e con assoluta eccezione della tremenda Holt. Con il suo romanzo d'esordio, "Tu sei il male", Roberto Costantini riesce nell'intento di catturare decisamente la mia attenzione, attraverso una scrittura precisa, dettagliata nella descrizione di ambienti degradati e altolocati di Roma in un arco di tempo che va dal 1982 ai giorni nostri, e pur diventando prolisso intorno a pagina 400, sa riafferrare il mio interesse a pagina 500, mediante la costruzione di una storia avvincente che qui da noi da tempo non si leggeva. Costantini squaderna un foltissimo gruppo di personaggi e li fa vivere nelle sue pagine con una facilità e serietà invidiabili, pur diventando un pò pedante e leggermente legnoso in alcune caratterizzazioni. Questo difetto glielo si perdona tuttavia, proprio perché si tratta del suo primo romanzo, e sfido chiunque a evitare qualche sbavatura dopo aver prodotto un numero di pagine che si avvicina molto a quelle de "I fratelli Karamazov" (che sono 1.120 nell'Edizione tascabile Einaudi). Ma veniamo alla storia. L'impianto è decisamente solido, si fonda essenzialmente su una ricostruzione minuziosa degli ambienti curiali e nobiliari romani degli anni '80, evidenziandone vizi e trame oscure in cui si intrecciano i rapporti tra Vaticano e Stato italiano. All'interno di tali ambienti, la Roma degli indigenti e quella dei ricchi arrivisti si incontra su un terreno di soprusi e di potere nel quale nasce e cresce il germe distruttivo di un serial killer, l'"Uomo Invisibile", come lo chiamerà Michele Balistreri, perfetto protagonista a sua volta figlio di questo ambiente malato. Balistreri si renderà conto tuttavia solo trent'anni dopo gli avvenimenti che fanno da sfondo alla prima parte del libro, che ha a che fare con un serial killer. Divorato dai rimorsi e dal senso di colpa, cercherà dopo tanti anni un riscatto, non solo rispetto al suo aver preso sotto gamba il caso di Elisa Sordi, ma anche rispetto alla vita precedentemente vissuta con cinismo e malafede. Da questo plot deriva la buona caratterizzazione del personaggio di un poliziotto dolente, depresso, che si confronta edipicamente con un fratello uomo di successo e felice della sua vita. Un personaggio molto italiano, nel quale è facile identificarsi, forse un pò troppo tormentato per i miei personali gusti, che preferiscono detective più surreali come l'Adamsberg della Vargas, oppure quel buontempone di Maigret, ma comunque intenso e credibile. Balistreri regge bene la scena fino all'ultima pagina, sebbene nell'ultima concitata parte, Costantini descriva i cambiamenti fisici e psicologici di Michele in modo troppo frettoloso e funzionale all'intreccio (si vedano gli interrogatori a Marius Hagi nel carcere di Regina Coeli, dove Balistreri mostra una stanchezza e un discontrollo emotivo narrati con modalità piuttosto spicce che ne danno un'immagine poco credibile). I personaggi femminili sono invece, tutti, molto ben curati, e sono molti, di età, estrazione, cultura tra le più varie, ma tutti molti credibili, vivi, reali. Quello che interessa a Costantini è tuttavia anche il sottotesto sociopolitico, elemento che non disturba affatto la struttura tipologica del thriller, ma al contrario propone e consente riflessioni profonde al lettore, soprattutto in relazione al problema dell'integrazione degli extracomunitari e al rapporto tra immigrazione, mancata integrazione e criminalità. Forse un pò debordante in alcuni punti, come una quiche lorraine nella quale il cuoco ha messo troppa panna, questo "Tu sei il male" di Roberto Costantini merita comunque e senza dubbio tutta la nostra attenzione. C'è passione in questo libro, c'è amore sincero per il proprio paese, c'è senso di responsabilità, tutti elementi preziosi come il pane in tempo di guerra, in questa fase storica complessa e insicura che stiamo attraversando (da tutti i punti di vista: politico, economico, culturale, valoriale). Bisogna però armarsi di pazienza, tempo e uguale amore per la lettura, se si vuole arrivare alla fine delle lunghe seicento pagine del volume. Siete avvertiti.
lunedì 4 febbraio 2013
Mama, di Andres Muschietti (2013)
Annabel e Lucas sono una coppia di trentenni che si trovano davanti a una scelta difficile: quella di dover allevare tra le
mura della loro casa le due piccole figlie della sorella di lui, Lilly e
Victoria.Le due bimbe, sei anni la prima e pochi di più la seconda, sono state ritrovate
in una casa isolata nei boschi, dove hanno vissuto da sole per cinque anni, abbandonate dal padre. Annabel a Lucas sanno di non avere un compito facile: Lilly e Victoria sono
poco più che selvagge piene di paura e cattive abitudini. Ma c'è dell'altro. Lilly non fa che chiamare la sua "mama" e
un'atmosfera di nera inquietudine cala sulla loro nuova casa, senza contare i
numerosi episodi inspiegabili e perturbanti che avvengono sempre più
frequentemente tra quelle mura. Le due bimbe sono state veramente da sole in quei cinque anni? Cosa ha vissuto
con loro? Cosa le ha seguite in quella casa?
Da un pò di tempo a questa parte Guillermo del Toro preferisce decisamente fare l'executive producer eclettico ("Le Cinque Leggende", 2012, "Il Gatto con gli Stivali", 2011 e altre varie amenità), piuttosto che il regista. Probabilmente si diverte di più, sta invecchiando, fatto sta che assomiglia sempre più ad una Maria De Filippi del cinema horror-fantasy alla caccia di nuovi talenti da sostenere e promuovere. E' proprio quello che succede in questo "Mama", dello sconosciuto giovane spagnolo Andres Muschietti, il quale dopo aver confezionato un corto che porta lo stesso titolo del lungometraggio prodotto da Del Toro in persona, viene collocato alla regia dall'autore di "Hellboy" per sviluppare l'idea originaria ed estenderla ad una pellicola più corposa e visibile ai più. Il risultato è quello di mostrare atmosfere horror molto spanish nella tempistica del girato, nonché nella costruzione dei dialoghi e delle caratterizzazioni: il tutto è cioè molto vellutato e moody, ma contemporaneamente abbastanza creativo nella generazione di sequenze inquietanti e di colpi di scena che non ci aspetteremmo (a soli 10 minuti di pellicola assistiamo ad esempio all'invasione del sovrannaturale attraverso una modalità che indubbiamente spiazza le comuni aspettative dello spettatore). Le due bambine selvagge, Lilly e Victoria sono poi caratterizzate molto sapientemente e producono un effetto perturbante, basti pensare allo sguardo di Victoria da dietro i suoi occhialini da miope. La bella fotografia di Antonio Riestra conferisce un'aura di mistero, di fiabesco e di sospensivo al tutto, dando ulteriore spessore a una storia che, in sè, non arriva a produrre slanci innovativi particolari nel genere cinematografico perturbante. Sto dicendo cioè che "Mama" è una buona prova d'esordio registico da parte di un Muschietti che è peraltro molto aiutato dalla mano paterna di Del Toro, che ammicca dietro la cinepresa e del quale si sente lo stile e l'ispirazione. I pregi del film tuttavia si fermano qui: il film non esplora territori sconosciuti e neppure elabora nuovi punti di vista o soluzioni originali. Si limita a raccontare una storia dai rimandi anche polisemici (il rapporto con la Natura e la sua misteriosa e magica estraneità; il mito del "bambino selvaggio", molto europeo, dalle sfumature filosofeggianti; il sovrannaturale che entra nel quotidiano rompendo il rassicurante intimismo familiare; il tema, molto psicoanalitico, del "materno" e delle sue trasformazioni immaginifiche e fantasmatiche, legate a doppio filo con quelli dell'abbandono, della Morte e del Lutto), che sono rimandi anche piuttosto suggestivi e aperti a ermeneutiche plurime, ma lì si ferma, e la nostra impressione complessiva è quella del già visto. In sintesi "Mama" si fa agevolmente guardare, anche per via di una protagonista femminile giovane, bella e brava (una Jessica Chastain molto indicata rispetto al ruolo che assolve nel plot) nell'interpretare una zia alle prese con problemi di gestione familiare notevoli, avendo il marito pure ospedalizzato. Ma la conduzione generale della storia rimane prigioniera di topoi risaputi e un pò stanchi, che non permettono al film di splendere di una qualche luce significativa. Se a tale aspetto si aggiunge il fatto che la parte centrale sembra davvero un pò troppo diluita, anche perché trasformare un corto in lungometraggio non è una cosa semplicissima, allora possiamo giungere a dire che "Mama", sotto certi aspetti è anche un'occasione persa, una storia che poteva dare di più di quello che ci mostra. Inoltre, tutto sommato, anche i tre protagonisti adulti, Annabel, Lucas, il Dr. Dreyfuss, non interagiscono tra loro mediante geometrie relazionali particolarmente significative. Insomma, il film è da vedere, ma senza particolari aspettative.
Regia: Andres Muschietti Soggetto e Sceneggiatura: Andres Muschietti, Barbara Muschietti, Neil Cross Fotografia:Antonio Riestra Montaggio: Michele Conroy Musiche: Fernando Velàzquez Cast: Jessica Chastain, Nikolaj Coster Waldau, Megan Charpentier, Jane Moffat, Daniel Cash, Julia Chantrey, Isabelle Nèlissem Nazione: Spagna, Canada Produzione: Toma 78, De Milo Durata: 100 min.
domenica 20 gennaio 2013
The Collection, di Marcus Dunstan (2012)
Mentre si sta riprendendo in ospedale dalla terribile avventura capitatagli all'interno di un edificio dove si trovava in balia dello spietato serial killer detto "Il collezionista", Arkin viene rapito da un gruppo di mercenari al soldo del padre di Elena, a sua volta vittima del killer. L'uomo non lascia ad Arkin nessuna scelta: dovrà unirsi ai mercenari, introdursi nel covo del collezionista e liberare la figlia. Ma, una volta penetrati nel covo, il gruppo si troverà ad affrontare un nemico molto organizzato...
Film dalla sceneggiatura assolutamente improbabile e a mio avviso anche improponibile a qualsiasi produttore con un pò di sale in zucca, questo "The Collection", sequel stiracchiato e inutile di "The Collector" (2009), firmato ancora una volta di Marcus Dunstan, costruisce tutta la sua trama sulla location, una sorta di santuario del sadismo più estremo che trova la sua sede in un capannone industriale dismesso nella periferia di una anonima metropoli statunitense. All'interno di tale "santuario" officia il sacerdote-collezionista, che si diverte a sezionare nei modi più chirurgicamente creativi i corpi (vivi o morti che siano) delle sue ignare vittime, collocandoli dipoi in grandi acquari di formalina illuminati da lampade che ne evidenziano le nuove forme artistiche imposte dalle sue macabre mani da scultore. La verità è che tutto il girato rasenta solo il grottesco, ammicca alla noiosa saga di "Saw-l'Enigmista", e si allontana sideralmente da qualsiasi effetto realmente perturbante. Siamo dalle parti di un banalissimo, scontatissimo torture-porn che fin dal suo incipit con la sequenza del massacro nella finta discoteca, autodemistifica ogni suo valore estetico, abdicando al facile "effetto trappola" che oggigiorno credo non interessi più nemmeno ai teenager americani più, e giustamente, interessati all'high-tech, all'ipod-touch e a Facebook, che non ad andare a vedere i soliti ingranaggi ossessivamente organizzati da questo killer dalla faccia ricoperta da una scialbissima maschera di cuoio. Ma, come accennavo più sopra, è decisamente lo script nel suo insieme a scoraggiare la visione, dal momento che dispiega una narrazione bolsa, prevedibile, antiquata e, soprattutto nel finale, risolta in modo semplicemente ridicolo (vedasi la sequenza della gabbia e della maniera assurda e illogicissima attraverso cui le vittime riescono ad aprire la loro prigione). In molte sequenze la pellicola è oltremodo lenta e montata in modo tale da opacizzare ulteriormente i rari momenti di azione e movimento. Dunstan condisce il tutto con le solite muffe spezie horror che ben conosciamo, quali ragni africani che camminano sulla faccia della protagonista che cerca vanamente di nascondersi; quadri di coleotteri appesi alle pareti buie; lampadine che si accendono a intermittenza; e naturalmente gambe e mani mozzate a vanvera di personaggi che non si meritano altro, considerata la loro assoluta mancanza di spessore e caratterizzazione. Da questo punto di vista il gruppetto di stolidi mercenari assoldati dal padre di Elena, sembrano marionette senz'anima e l'"eroismo" di Arkin possiede meno pathos del ben più appassionante gioco di Angry Birds. Sonoro, effetti speciali e make-up non forniscono nessuna sponda alla frana che gradualmente seppellisce qualsiasi buona intenzione di Dunstan, forse legato solo a ragioni economiche e di produzione che non a una qualche ispirazione artistica. Il dittico "The Collector" e "The Collection" si conclude infatti (con felicità somma dello spettatore) in un fuoco finale catartico e con le immagini al ralenty dei pompieri che cercano vanamente di estinguere le fiamme. "The Collection": decisamente sconsigliato e da dimenticare presto se sventuratamente lo si vedesse.
Regia: Marcus Dunstan Sceneggiatura: Marcus Dunstan, Patrick Melton Fotografia: Sam McCurdy Montaggio: Joseph M. Gonzalez, Kevin Greutert, Mark Stevens Musiche: Charlie Clouser Cast: Josh Stewart, Emma Fitzpatrick, Christopher McDonald,Johanna Braddy, Daniel Sharman, Lee Teergesen, Randall Archer, Navi Rawat, Erin Way, Brandon Molale, Justin Mortelliti, Shannon Kene Nazione: USA Produzione: LD Entertainment, Fortress Feature Durata: 82 min.
lunedì 14 gennaio 2013
Cloud Atlas, di Andy Wachowski, Lana Wachowski e Tom Tykwer (2012)
Il Tempo, l'Umanità sono attraversati da un solo respiro, da una sola anima che connette il destino di ciascuno di noi, tra passato, presente, futuro e post-futuro. La Vita è un turbinio incessante di trasformazioni che fa diventare un assassino un eroe, e tutto è ispirato da una spinta al cambiamento, alla rivoluzione, alla crescita. Tutto è connesso.
"Cloud Atlas" è un film che comincia prima di vederlo e continua nella tua mente dopo che si è concluso. Genera pensieri, immagini e riflessioni che si sedimentano in te e proliferano accendendo luci e favorendo stimoli molto positivi. Si tratta di un film assai complesso e da vedere necessariamente attraverso uno sguardo non razionale, ma al contrario fruibile solo immergendosi emotivamente nella storia, con un atteggiamento sognante e con una attenzione fluttuante quale può caratterizzare, ad esempio, l'attenzione di uno psicoanalista durante una seduta analitica. La prima cosa che mi è infatti venuta in mente dopo la visione di questo film, indescrivibilmente bello e cinematograficamente potente quant'altri mai ne abbia visti finora, è che uno psicoanalista dovrebbe correre a vederlo, perché ci ritroverebbe senz'altro il tessuto di cui è fatta una seduta di psicoanalisi, cioè il cuore del suo quotidiano lavoro. Se infatti ci si accosta a "Cloud Atlas" pensando di seguire una storia lineare, un discorso cioè normalmente "cosciente" come accade in qualsiasi altro film, si rimane immediatamente inebetiti e spiazzati, perché il film è costruito appositamente in modo da destrutturare la nostra attenzione e il nostro pensiero cosciente.

Siamo infatti di fronte a sei storie ambientante in epoche differenti e in luoghi diversi e distanti tra loro (Stati Uniti, poi brigantino in navigazione,1849; Cambridge, 1936; New York,1972; Londra 2012; Seul, 2144; Pianeta sconosciuto, epoca iper-futura). Risulta francamente faticoso tenere mentalmente le fila di ciò che ci viene raccontato di volta in volta all'interno di ciascuna storia, dal momento che il montaggio a incastri lenti e successivi ci obbliga a un'attesa e a un differimento delle nostre consuete aspettative: bisogna seguire sei movimenti narrativi diversi, ma legati da rimandi che connettono una storia con l'altra mediante dettagli infinitesimali (una lettera scritta a mano, un tatuaggio raffigurante una piccola stella cometa, le note di una sinfonia), per ben 172 minuti, e arrivare fino alla fine perché si possa generare in noi un quadro d'insieme sensato e significante. Prima che ciò avvenga è la nostra mente che deve faticosamente mettere in atto un lavoro di integrazione visivo-semantica immane. Proprio questo "lavoro" costituisce tuttavia l'elemento assolutamente geniale del film, elemento che si fonda su una sceneggiatura da premio Nobel per la Fisica Quantistica, più che da Oscar per il Miglior Film. Ma mi sembra dunque il caso di prendere in esame, per punti, e separatamente le varie componenti di questo oggetto complesso, di questa esperienza emotivo-sensoriale che porta il titolo di "Cloud Atlas":
1. Sceneggiatura: come dicevo lo script sembra uscito dalle menti di tre fisici quantistici, intanto perché mette subito in discussione l'unità drammaturgica aristotelica classica dell'unità di tempo e di spazio del racconto, descrivendo invece una simultaneità di azioni che avvengono in tempi e spazi diversi, abolendo le nostre certezze percettive acquisite e le nostre consuete capacità emotivo-cognitive di significazione. Oltre a questo non banale elemento, la sceneggiatura accosta generi cinematografici diversi: genere storico (la segregazione razziale negli Stati Uniti pre-Lincoln); genere fantascientifico (la Seul, rinominata Neo-Seul del 2144, con tanto di replicanti passivi e a loro volta segregati in una città che in brevi sequenze riesce a ricordarci di sfuggita anche "Blade Runner", e certamente "Matrix"); genere spy-story (le vicende americane relative allo spionaggio industriale-nucleare ambientate nel 1972, con tanto di inseguimenti e sparatorie che rimandano al mito di James Bond); genere comico-comedy (la storia del vecchio Cavendish e dei suoi anziani amici che fuggono rocambolescamente dall'ospizio in cui sono relegati, con quella sopraffina sequenza del pub che strizza l'occhio al "Trainspotting" di Danny Boyle); genere drammatico-sociologico (la storia del compositore omosessuale Robert Frobisher, ambientata a Cambridge, nel 1936); genere post-apocalittico (la storia che lega poi tutte le storie, ma lo capiamo solo alla fine, quando Tom Hanks nelle vesti del vecchio Zachry, racconta ai nipotini la storia -o tutte le storie?- che stiamo vedendo). La sceneggiatura è perfettamente organizzata, musicalmente orchestrata, perché riesce ad amalgamare armoniosamente questa grande mole narrativa che si dispiega lungo filoni così diversi, eccentrici, eclettici. La scrittura filmica dei Wachowski e di Tykwer sembra appunto più una partitura musicale che una "scrittura" in senso letterario, oppure una coreografia nella quale ogni sequenza è un ballerino sul palcoscenico che "danza" la sua parte in perfetta evoluzione individuale nel contesto dell'evoluzione generale dell'opera. L'aspetto forse più incredibile di questo lavoro sullo script risiede nel fatto che le varie sequenze storiche ci vengono mostrate secondo un ritmo niente affatto regolare, ma secondo uno schema liberissimo che vede alcune sequenze molto più insistite e raccontate di altre. Nonostante ciò, l'intera architettura narrativa si mantiene saldamente in piedi e con un effetto di ascensione da cattedrale gotica.
2. Regia: movimenti di macchina fluidi, sicuri, non dispersivi, evidenzianti ciò che i registi desiderano sottolineare di più dello script; primi piani intensi di tutti gli attori protagonisti (sopratutto quelli di Doona Bae-Sonmi, Tom Hanks-Zachry, Jim Broadbent-Cavendish). Sequenze d'azione nell'ambientazione fantascientifica magistrali, ben condotte, ben gestite nelle tempistica e nell'effetto di intrattenimento. Inquadrature raffinatissime, luminose ed evocative (vedasi la stanza di Neo-Seul in cui si rifugiano i ribelli Sonmi-451 e Hae-Joo Chang con quei fiori di ciliegio virtuali che volano lentamente scivolando sulle pareti). Uso delle voci fuori campo molto appropriato, anche e soprattutto quando propone riflessioni al limite del filosofico ("ogni crimine e ogni gentilezza concorrono a determinare il nostro futuro"), senza però mai risultare stucchevoli. Gestione di un cast vastissimo con mano sempre salda, attenta a ciascuna differente caratterizzazione. Il gioco di squadra con il resto della crew è poi evidentemente la colonna portante di questo film, che oltre ai tre registi-sceneggiatori, si regge sulle solidissime spalle di un Alexander Berner, al quale dovrebbe essere dato un premio per un montaggio che, da solo, rappresenta un'opera d'arte. Se vogliamo sintetizzare (ma è molto difficile), Lana ed Andy Wachowski, insieme Tom Tykwer, vanno molto aldilà della trilogia di "Matrix" (1999 e 2003), creano cioè, non solo un nuovo modo di fare cinema, ma anche un nuovo tipo di sguardo o di modalità percettiva nello spettatore, pur rimanendo all'interno di un "racconto", di una "fiaba", come sottolinea la sequenza finale in cui il nonno Zachry si accomiata dai bambini-spettatori che lo ascoltano.
3. Cast: tutti gli attori sono ispiratissimi, molto intensi e sempre adeguati al personaggio che incarnano, pur nelle loro differentissime declinazioni. Possiamo dire che nessuno di loro è però un "eroe", un "salvatore del mondo". Anzi, in alcuni casi la loro caratterizzazione (che fa il paio con il trucco) tende ad un'autoironia che stempera il pathos del racconto rendendolo lieve e godibile (il vecchio Cavendish è un esempio mirabile in tal senso). Menzione particolare a Doona Bae, una replicante ribelle dalle fattezze asiatiche, memorabile nel rappresentare, nella sua semplicità quasi banale, il messaggio di "verità rivoluzionaria" di cui si fa portatrice. Ottima la scelta di casting in tal senso, che rende "semplice", molto umano, il desiderio di riscatto, di cambiamento rispetto all'"oppressore", a qualsivoglia epoca o etnia esso appartenga. Grandioso anche Tom Hanks, irriconoscibile nei vari personaggi che impersona (Zachry, il Dr. Henry Goose, Isaac Sachs, Dermot Hoggins, il Direttore dell'Hotel). Sì, perché un' ulteriore profondità prospettica che il film ci consente, è costituita dal fatto che ciascun attore e copresente in tutte le sei storie, impersonando personaggi diversi (sì, perché, anche da questa prospettiva "tutto è connesso".
Il "mondo", la Vita, la "Storia" si sviluppano e crescono secondo imperscrutabili linee di tendenza che sono tuttavia legate tra di loro dalle decisioni soggettive dei singoli. Tutti noi dipendiamo dagli altri. Tutto è quindi "relativo", ma non "anarchico". Esiste una "logica", un "principio organizzatore" degli affetti e delle relazioni umane, ma non è un principio così lineare come noi saremmo portati a vederlo. I nostri limiti, le nostre convenzioni, le nostre difese, spesso ci impediscono di andare oltre, di vedere quei legami precedenti ed ulteriori che creano il senso della vita. Liberarsi da questi limiti che impediscono la crescita spirituale dell'individuo, così come dell'intera umanità, per fondare una nuova coscienza umana che coltivi un'investimento positivo verso il futuro e quindi una speranza, è il messaggio centrale del film. Ma liberarsi da limiti e convenzioni per spingersi verso il futuro, tenendo a bada le spinte distruttive ed egoistiche è molto difficile, è una lotta. Per abbattere bastioni, pregiudizi mentali e miopie occorre però, ci segnalano i Wachowski, che noi costruiamo prima uno spazio rappresentativo, un progetto, un'idea di futuro, un contenitore rappresentativo, figurativo, nel quale poter collocare i nostri desideri, le nostre speranze. "Cloud Atlas": film terapeutico, spiritualmente nutritivo che fonda una nuova mitopoiesi cinematografica, che non esieterei a definire "omerica". Correte tutti a vederlo (o forse l'avete già visto senza saperlo, perché "everything is connected"?).
Regia: Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer Soggetto e Sceneggiatura: Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer (da un romanzo di David Mitchell) Fotografia: Frank Griebe, John Toll Montaggio: Alexander Berner Musiche: Reinhold Heil, Johnny Klimek, Tom Tykwer Cast: Tom Hanks, Hugo Weaving, Ben Whishaw, Halle Berry, Jim Sturgess, Susan Sarandon, Hugh Grant, Jim Broadbent, Keith David, James D'Arcy, Zhu Zhu, Gotz Otto, Xun Zhou, Doona Bae, Alistair Petrie Nazione: Germania, USA, Hong Kong, Singapore Produzione: Cloud Atlas Productions, X-Filme Creative Pool, Anarchos Pictures, Ascension Pictures, Five Drops, Media Asia Group Durata: 172 min.
"Cloud Atlas" è un film che comincia prima di vederlo e continua nella tua mente dopo che si è concluso. Genera pensieri, immagini e riflessioni che si sedimentano in te e proliferano accendendo luci e favorendo stimoli molto positivi. Si tratta di un film assai complesso e da vedere necessariamente attraverso uno sguardo non razionale, ma al contrario fruibile solo immergendosi emotivamente nella storia, con un atteggiamento sognante e con una attenzione fluttuante quale può caratterizzare, ad esempio, l'attenzione di uno psicoanalista durante una seduta analitica. La prima cosa che mi è infatti venuta in mente dopo la visione di questo film, indescrivibilmente bello e cinematograficamente potente quant'altri mai ne abbia visti finora, è che uno psicoanalista dovrebbe correre a vederlo, perché ci ritroverebbe senz'altro il tessuto di cui è fatta una seduta di psicoanalisi, cioè il cuore del suo quotidiano lavoro. Se infatti ci si accosta a "Cloud Atlas" pensando di seguire una storia lineare, un discorso cioè normalmente "cosciente" come accade in qualsiasi altro film, si rimane immediatamente inebetiti e spiazzati, perché il film è costruito appositamente in modo da destrutturare la nostra attenzione e il nostro pensiero cosciente.
Siamo infatti di fronte a sei storie ambientante in epoche differenti e in luoghi diversi e distanti tra loro (Stati Uniti, poi brigantino in navigazione,1849; Cambridge, 1936; New York,1972; Londra 2012; Seul, 2144; Pianeta sconosciuto, epoca iper-futura). Risulta francamente faticoso tenere mentalmente le fila di ciò che ci viene raccontato di volta in volta all'interno di ciascuna storia, dal momento che il montaggio a incastri lenti e successivi ci obbliga a un'attesa e a un differimento delle nostre consuete aspettative: bisogna seguire sei movimenti narrativi diversi, ma legati da rimandi che connettono una storia con l'altra mediante dettagli infinitesimali (una lettera scritta a mano, un tatuaggio raffigurante una piccola stella cometa, le note di una sinfonia), per ben 172 minuti, e arrivare fino alla fine perché si possa generare in noi un quadro d'insieme sensato e significante. Prima che ciò avvenga è la nostra mente che deve faticosamente mettere in atto un lavoro di integrazione visivo-semantica immane. Proprio questo "lavoro" costituisce tuttavia l'elemento assolutamente geniale del film, elemento che si fonda su una sceneggiatura da premio Nobel per la Fisica Quantistica, più che da Oscar per il Miglior Film. Ma mi sembra dunque il caso di prendere in esame, per punti, e separatamente le varie componenti di questo oggetto complesso, di questa esperienza emotivo-sensoriale che porta il titolo di "Cloud Atlas":
2. Regia: movimenti di macchina fluidi, sicuri, non dispersivi, evidenzianti ciò che i registi desiderano sottolineare di più dello script; primi piani intensi di tutti gli attori protagonisti (sopratutto quelli di Doona Bae-Sonmi, Tom Hanks-Zachry, Jim Broadbent-Cavendish). Sequenze d'azione nell'ambientazione fantascientifica magistrali, ben condotte, ben gestite nelle tempistica e nell'effetto di intrattenimento. Inquadrature raffinatissime, luminose ed evocative (vedasi la stanza di Neo-Seul in cui si rifugiano i ribelli Sonmi-451 e Hae-Joo Chang con quei fiori di ciliegio virtuali che volano lentamente scivolando sulle pareti). Uso delle voci fuori campo molto appropriato, anche e soprattutto quando propone riflessioni al limite del filosofico ("ogni crimine e ogni gentilezza concorrono a determinare il nostro futuro"), senza però mai risultare stucchevoli. Gestione di un cast vastissimo con mano sempre salda, attenta a ciascuna differente caratterizzazione. Il gioco di squadra con il resto della crew è poi evidentemente la colonna portante di questo film, che oltre ai tre registi-sceneggiatori, si regge sulle solidissime spalle di un Alexander Berner, al quale dovrebbe essere dato un premio per un montaggio che, da solo, rappresenta un'opera d'arte. Se vogliamo sintetizzare (ma è molto difficile), Lana ed Andy Wachowski, insieme Tom Tykwer, vanno molto aldilà della trilogia di "Matrix" (1999 e 2003), creano cioè, non solo un nuovo modo di fare cinema, ma anche un nuovo tipo di sguardo o di modalità percettiva nello spettatore, pur rimanendo all'interno di un "racconto", di una "fiaba", come sottolinea la sequenza finale in cui il nonno Zachry si accomiata dai bambini-spettatori che lo ascoltano.
Il "mondo", la Vita, la "Storia" si sviluppano e crescono secondo imperscrutabili linee di tendenza che sono tuttavia legate tra di loro dalle decisioni soggettive dei singoli. Tutti noi dipendiamo dagli altri. Tutto è quindi "relativo", ma non "anarchico". Esiste una "logica", un "principio organizzatore" degli affetti e delle relazioni umane, ma non è un principio così lineare come noi saremmo portati a vederlo. I nostri limiti, le nostre convenzioni, le nostre difese, spesso ci impediscono di andare oltre, di vedere quei legami precedenti ed ulteriori che creano il senso della vita. Liberarsi da questi limiti che impediscono la crescita spirituale dell'individuo, così come dell'intera umanità, per fondare una nuova coscienza umana che coltivi un'investimento positivo verso il futuro e quindi una speranza, è il messaggio centrale del film. Ma liberarsi da limiti e convenzioni per spingersi verso il futuro, tenendo a bada le spinte distruttive ed egoistiche è molto difficile, è una lotta. Per abbattere bastioni, pregiudizi mentali e miopie occorre però, ci segnalano i Wachowski, che noi costruiamo prima uno spazio rappresentativo, un progetto, un'idea di futuro, un contenitore rappresentativo, figurativo, nel quale poter collocare i nostri desideri, le nostre speranze. "Cloud Atlas": film terapeutico, spiritualmente nutritivo che fonda una nuova mitopoiesi cinematografica, che non esieterei a definire "omerica". Correte tutti a vederlo (o forse l'avete già visto senza saperlo, perché "everything is connected"?).
Regia: Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer Soggetto e Sceneggiatura: Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer (da un romanzo di David Mitchell) Fotografia: Frank Griebe, John Toll Montaggio: Alexander Berner Musiche: Reinhold Heil, Johnny Klimek, Tom Tykwer Cast: Tom Hanks, Hugo Weaving, Ben Whishaw, Halle Berry, Jim Sturgess, Susan Sarandon, Hugh Grant, Jim Broadbent, Keith David, James D'Arcy, Zhu Zhu, Gotz Otto, Xun Zhou, Doona Bae, Alistair Petrie Nazione: Germania, USA, Hong Kong, Singapore Produzione: Cloud Atlas Productions, X-Filme Creative Pool, Anarchos Pictures, Ascension Pictures, Five Drops, Media Asia Group Durata: 172 min.
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